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Poesia

dedicata ai 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

obiettivi del sito

Vogliamo "dare un futuro alla memoria", nella consapevolezza che la memoria è conoscenza e che la conoscenza è libertà e che solo nella conoscenza l'uomo può trovare le ragioni e le condizioni per qualsiasi scelta della sua vita, se vuole che possa essere veramente libera, senza condizionamenti.

Il sito vuol essere un luogo ideale per ricordare avvenimenti di storia del '900 del nostro Paese. Oltre a riportare le iniziative dell'ANPI - Sezione "Emilio Diligenti" di Lissone, verranno altresì messi in rete episodi e racconti di vita di cittadini lissonesi che si opposero al regime fascista, alcuni dei quali furono fucilati dai nazifascisti o morirono nei lager tedeschi.
È nostra intenzione inserire, nelle varie ricorrenze, le storie dei caduti lissonesi per la Liberazione. Non mancheranno pagine dedicate alla Resistenza italiana ed europea.

La Storia

Il senso della Storia è capire, cercare, trovare, documentare, spiegare …

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“Fino a quando queste storie sono raccontate alle generazioni future ci sarà memoria. Se il filo si spezza si perde la conoscenza del passato, non si comprende il presente e non si potrà vivere il futuro”.
 

“Noi, - diceva Emilio Diligenti, partigiano, sindacalista, amministratore (alla sua memoria abbiamo intitolato la nostra Sezione lissonese dell’A.N.P.I.) - crediamo che il grande concetto di partecipazione, che fu alla base della Resistenza sia il fondamento della nostra civiltà. Lo è per noi certamente ma ai giovani bisogna cominciare da capo a insegnarglielo. Dobbiamo studiare ancora la nostra storia, bisogna aggiornarla con le nuove esperienze e far capire che l'antifascismo non può essere un fatto di noi partigiani, dei combattenti per la libertà. L’antifascismo, come la democrazia, sono un fatto di civiltà, di libertà, di dignità da diffondere. Occorre in ogni modo prendere precisa coscienza di quella che è stata la tormentata storia d'Italia nella prima metà del 20° secolo, per risolvere positivamente il rapporto fascismo-antifascismo, portando a compimento quella rivoluzione democratica che sola potrà eliminare per sempre dalla società italiana ogni radice di fascismo”.

difendiamo la Costituzione


LA COSTITUZIONE ITALIANA
PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

 

Immagini varie

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“Anche qui s'addensano gli sbandati e viene formato particolarmente per opera di alcuni ufficiali effettivi un vasto concentramento nella zona di Teramo con la speranza di mantenerlo intatto fino all'arrivo degli angloamericani.

Su 1600 uomini così raccolti sul massiccio di Bosco Martese, a 30 chilometri dalla città
, solo 320 sono effettivamente gli sbandati, circa 100 i prigionieri evasi, slavi e inglesi, e 1200 sono invece i giovani della città di Teramo che accorrono al primo appello in montagna: fenomeno forse unico in tutto il corso della Resistenza italiana, questo dell'emigrazione compatta della parte più attiva di un'intera popolazione in montagna. L'attacco tedesco che non si fa aspettare (25 settembre) incontra una resistenza accanita malgrado che la colonna nemica si faccia precedere, lungo la via d'avanzata, da un ufficiale superiore italiano detenuto come ostaggio. Liberato con azione fulminea quest'ultimo, i partigiani catturano e fucilano sul posto un maggiore tedesco e infliggono dure perdite a tutta la colonna chiudendo in netto vantaggio la prima giornata di combattimento (57 fra morti e feriti tedeschi contro sei caduti partigiani). Il dispositivo di difesa di Bosco Martese, accuratamente collegato nelle varie postazioni, ha funzionato alla perfezione ed ha un carattere militare evoluto, quel carattere che la Resistenza acquisterà nel suo complesso solo nella piena fase della sua maturità: ci sono persino i mortai e una batteria d'artiglieria da montagna che ha centrato in pieno la colonna nemica. La resistenza si protrae accanita per tutto il 26 e solo all'alba del terzo giorno, quando il nemico, ricevuti forti rinforzi, impegna nella battaglia un peso soverchiante di uomini e mezzi (circa un migliaio di Alpenjager), viene sospesa, dopo aver incendiato il materiale e inchiodato i pezzi d'artiglieria. Si scioglie il concentramento di Bosco Martese, ma scaturisce dal suo seno la maggior parte dei quadri del movimento partigiano della regione e il ricordo di quella prima ed eccezionale
impresa fermenterà fino all'ultimo in Abruzzo come motivo d'orgoglio e d'incitamento.

Inoltre un gruppo di giovani nemmeno ventenni, in gran parte studenti di scuola media, prende la via della montagna già il 22 settembre e si stabilisce sulle pendici del Gran Sasso; ma, pressoché inerme, la banda viene immediatamente sorpresa dai tedeschi e nove ragazzi vengono fucilati quali «franchi tiratori ». Così sulle pendici della Maiella, guidati da un insegnante del liceo di Chieti, altri giovani costituiscono la banda di «Palombaro », anch'essa dissoltasi dopo i primi scontri.

A questi e analoghi tentativi segue poi il vigoroso sforzo organizzativo compiuto dal socialista Ettore Troilo, coadiuvato da alcuni ufficiali e la costituzione del gruppo Patrioti della Maiella, la più consistente formazione partigiana abruzzese e anche la prima a prendere contatto con gli alleati.

È ancora l'Abruzzo a pagare il prezzo della sua prococe resistenza e della prossimità della linea del fronte con un ingente e tuttora pressoché ignorato contributo di sacrifici e di sangue. Il 21 novembre 1943 nel villaggio di Pietransieri - che aveva tardato ad eseguire l'ordine di evacuazione impartito dalle autorità germaniche - irrompono le truppe tedesche e fanno strage di 130 civili, in gran parte donne e bambini.

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964
Mardi 15 septembre 2009
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Tre fatti esemplari segnano, alle origini, il rapporto fra i resistenti e l'occupante (nazista): la strage di Meina, l'incendio di Boves, la battaglia di San Martino. Ovverossia il genocidio e la guerra totale applicati all'Italia. Questi tre episodi di paura e di sangue servono a illustrare i modi e le ragioni della guerra totale, e l'odio dell'italiano per chi non è più, scrive Croce, «l'umano avversario / nelle umane guerre / ma l'atroce presente nemico / dell'umanità». Un nemico omogeneo in cui l'italiano del settembre (1943) non distingue fra soldato e poliziotto, fra tedesco e nazista, fra giovane e vecchio, fra ardito e riservista: «I territoriali», si legge in un diario, «non è che siano meno feroci dei loro compagni combattenti. Torturano per dare l'esempio, fucilano, impiccano». Un nemico odiato dopo tanti nemici combattuti senza ragione e senza odio. Per gli italiani umili il tedesco è il diavolo. Su una cappella valdostana si legge la dedica alla Madonna: «Pour nous avoir sauvé des Allemands».

 

La strage di Meina

Meina è un villaggio residenziale sulla riva del lago Maggiore, luogo di rifugio, nel settembre del 1943, di famiglie israelite. Alcune hanno qui le loro ville; gli ebrei rimpatriati da Salonicco dopo l'occupazione tedesca abitano in albergo. Le famiglie Fernandez, Mosseri, Torres, Modiano ali hotel Meina dove è arrivata da Milano, la famiglia Pombas; in tutto, diciassette persone. Nei giorni dell'armistizio passano le punte motorizzate tedesche che vanno a chiudere i valichi con la Svizzera, ma il 15 settembre un reparto SS mette presidi nei centri rivieraschi e il Comando a Baveno. Sono SS reduci dal fronte russo, specializzate nella strage dell’ebreo; lassù il massacro è finito, qui si può continuare, anche se, al confronto si tratterà di briciole.

Un plotone viene diritto all'hotel, cattura gli ebrei. Chi li ha indirizzati? Le voci corrono nel piccolo paese sulla riva del lago. Si dice che siano stati i Petacci, i parenti di Claretta l'amante di Mussolini, per vendicare le ironie e gli insulti del periodo badogliano. C'è chi parla invece di un cliente novarese: avendogli l'albergatore rifiutato una stanza, lo avrebbe denunciato come ebreo che favorisce gli ebrei. A fine guerra si racconterà di misteriosi giustizieri in divisa inglese (gli israeliani della VIII armata britannica?) venuti da Milano a regolare i conti. Ma non c'è niente di certo, i fatti certi sono questi, che avvengono, dal 15 settembre, nell'albergo.

I diciassette ebrei dopo la cattura sono stati riuniti in un salone al terzo piano. Sentinelle davanti alla 'porta, proibizione di avvicinarsi, unica eccezione per una signora milanese «ariana» fidanzata di un Pombas. Alla notizia della retata c'è stato il fuggi fuggi degli ebrei dalla costa, ma qualcuno non ha potuto evitare la cattura. Trascorrono sette giorni: gli ebrei sempre chiusi nel salone del terzo piano gli «ariani» che riprendono la solita vita. Siamo in tempi, di grandi egoismi e le SS si mostrano cortesi con gli «altri». Il 22 giunge da Baveno un giovane ufficiale di nome Krüger, riunisce gli «altri» e dice: «Vi avviso che stanotte trasporteremo gli ebrei in un campo di lavoro. Prego scusare se ci sarà un po' di disturbo». E agli ebri tramite l'interprete, la signora Rosenberg: «stanotte partite per un campo di lavoro che è a duecento chilometri. Restano, per il momento nonno Fernandez e i suoi tre nipotini. Troveremo per loro un mezzo di trasporto più comodo».

Il viaggio notturno degli ebrei di Meina non è lungo duecento chilometri, termina appena fuori il paese, in riva al lago. I tedeschi li fanno scendere, ordinano agli uomini di togliersi la giacca (hanno una lunga esperienza, una tecnica precisa, evitano le fatiche inutili come quella di togliere le giacche ai cadaveri da affondare nel lago). Poi li uccidono a colpi di rivoltella alla nuca, gli legano dei pietroni al collo con funicelle di acciaio, li buttano in acqua. E stato un lavoro notturno affrettato: le correnti del lago slegano i pietroni, l'indomani i cadaveri affiorano, i pescatori si avvicinano. Una barca ne traina due a riva mentre passa in bicicletta da Arona la signorina Galliani, frequentatrice dell'hotel Meina: «Ma li conosco» dice «lui è un Fernandez, lei è la signora Maria Mosseri». Arrivano i carabinieri. «Via», dicono, «lasciate stare. I tedeschi non vogliono che ci occupiamo di questa faccenda».

Nella notte fra il 23 e il 24 vengono trucidati il nonno Fernandez e i nipotini. Si odono gli urli dei bimbi, le implorazioni del vecchio, gli spari. La macabra pesca continua. Se affiora un cadavere, le SS lo raggiungono in barca e lo sventrano con le baionette perché si riempia d'acqua. Poi trovano un metodo più sicuro: li trascinano a riva e li bruciano con i lanciafiamme.

Negli altri paesi l'eliminazione avviene giorno per giorno.

Un rapporto dei carabinieri del 30 settembre dà queste cifre di ebrei uccisi e gettati nel lago: Arona 4, Meina 12, Stresa 4, Baveno 14. Forse non è la cifra esatta, ma non è questo che conta. L'ordine di uccidere è arrivato a Baveno da Milano, dal capitano Saewecke.

 

La lezione di Meina.

La strage degli ebrei sul lago Maggiore dà agli italiani del settembre la lezione agghiacciante del genocidio. Lezione diretta, inequivocabile, che dovrebbe mettere fine alle mormorazioni, ai dubbi. Ma l'incredulità è tenace, l'italiano, come gli altri occupati, come il mondo, non vuole credere a un delitto cosi fuori di misura. Da noi le voci sulla persecuzione sono arrivate da alcuni anni; poi il sospetto del massacro, portato dai nostri soldati, reduci dal fronte russo o dai Balcani. Tutti quegli ebrei deportati; gli altri usati come schiavi; e dietro qualcosa di spaventoso, di inconfessabile.

 

“Un ebreo vestito di nero correva agitando un bastone; allon­tanava i bambini dalla tradotta, sapeva che i tedeschi sparavano senza pietà. Una ragazza passando lungo la nostra tradotta senza mai sostare, con voce calda, lontana, ripeteva in latino una pre­ghiera: chiedeva pane. Era un'ombra, sembrava uscita da un mondo di bestie” (da “La guerra dei poveri” di Nuto Revelli).

 

Il diarista italiano che vede e scrive in una stazione polacca, nell'estate del 1942, arriva a immaginare un mondo di bestie, non lo sterminio burocratizzato e scientifico delle camere a gas. I reduci come lui raccontano, ma nell'Italia del 1943 l'opinione pubblica non può pensare la «soluzione finale», cioè lo sterminio di un popolo intero, donne vecchi e bambini. Non ci pensano neppure gli ebrei italiani, anche se ospitano dei correligionari austriaci, cecoslovacchi e francesi sfuggiti al massacro. Nessuno ha visto con i suoi occhi, tutti pensano che «qui non succederà». Molti israeliti italiani non ci credono neppure dopo Meina, neppure nei primi mesi della repubblica fascista. Ce ne sono che si rivolgono al ministro fascista Buffarini Guidi per sapere se è proprio vero. La guida politica della comunità ebraica italiana è mediocre, ferma su posizioni di prudentissima rassegnazione.

Dopo Meina si dà la caccia all'ebreo in tutte le provincie italiane, negli stessi giorni si fa la retata degli israeliti francesi riparati nella valle Gesso, vicino a Cuneo, al seguito della IV armata. Sono circa 900, ne vengono catturati 493, solo 25 sopravviveranno alla deportazione. Caccia ai 55.000 ebrei fra locali e forestieri che si trovano in Italia. I tedeschi occupanti non hanno bisogno di una istruzione particolare: il generale SS, Karl Wolff ha partecipato alla strage in Polonia; il suo braccio destro generale Wilhelm Harster ha eliminato giudei in Olanda; a Trieste c'è Odilo Globocnik, colui che ha insegnato a Adolf Eichmann, il grande organizzatore dell'eccidio, come si possono usare le camere a gas.

 

(da “Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca)



16 gennaio 2009

Questa notte è improvvisamente mancata nella sua Milano Rebecca Behar, l’amica Becky.

Sopravvissuta alla strage di Meina e degli ebrei dal Lago Maggiore del settembre-ottobre 1943, quando aveva poco più di tredici anni, ha dedicato gran parte della sua vita a portare testimonianza di quei tragici avvenimenti in ogni dove e soprattutto nelle scuole. Assieme al marito Paolo, ha incontrato migliaia di studenti, ha raccontato la sua storia ovunque, si è battuta per la verità contro ogni tentativo di strumentalizzazione e banalizzazione, contro ogni forma di razzismo, per salvare la memoria e la dignità di chi in quella orrenda strage scomparve nel nulla.

E’ un lutto grave, che priva ogni cittadino democratico e noi, amici sinceri, di una voce (la sua era roca e dolcissima allo stesso tempo) preziosa e insostituibile.

Ancora in questi giorni stavamo organizzando con lei nuovi incontri (a Meina per l’inaugurazione delle scuole ai Fratelli Fernandez Diaz, a Stresa, a Verbania, a Novara, a Prato Sesia, a Oleggio) in occasione del prossimo giorno della memoria. C’eravamo da poco incontrati a Trecate, di cui era cittadina onoraria.

Ora non c’è più e non ci sembra possibile. Il dolore è grande. Stringiamo il prezioso diario che ci ha lasciato:

Era la camera 410, ultimo piano. Noi eravamo sei: i miei genitori, mia sorella, i miei fratelli. Ci spinsero dentro e c’erano altri sedici ospiti dell’albergo, sprangarono la porta con una sentinella dietro. Cedemmo i materassi agli anziani. C’era chi piangeva, chi pregava, i grandi provavano a farci coraggio. Fuori si sentivano urla, ordini, un gran via vai di tedeschi.

Dopo due giorni una SS, nemmeno ventenne, mi prese da parte e mi chiese: come ti chiami? Becky risposi. E lui: tu sei ebrea, un giorno ti sposerai, farai dei figli ebrei e saranno tutti nemici della grande Germania”.

Addio Becky!

Mardi 15 septembre 2009
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Fin dal 12 settembre 1943 si era costituita e già stanziata a Madonna del Colletto, fra Valle Gesso e Valle Stura, la formazione Italia Libera, «l'unica formazione che si sia veramente costituita in città, attraverso una selezione e che dalla città si sia trasferita a costituzione avvenuta, in montagna».

È
composta da una dozzina di civili del Partito d'Azione capeggiati da Duccio Galimberti: non soldati sbandati, non giovani minacciati dal lavoro obbligatorio o dalla deportazione in Germania, ma elementi borghesi anche agiati, il cui antifascismo risale e si ricollega all'insegnamento di Piero Gobetti. Il suo esempio ha infatti resistito tenacemente nell'ambiente intellettuale torinese per vincoli diremmo quasi familiari: la moglie di Gobetti, Ada Marchesini, è rimasta sul luogo a ricordare il sacrificio del compagno e la sua casa è divenuta uno dei maggiori centri della cospirazione cittadina. Del tutto inesperti d'arte militare, i componenti dell'Italia Libera si sono rivolti in un primo momento a ufficiali effettivi che hanno rifiutato di porsi a capo di quella piccola spedizione. Debbono quindi fare da sé, felici di poter passare finalmente - com'essi dicono - «dalla teoria all'azione». Ma non c'è tuttavia in loro quella smania di agire subito e ad ogni costo che contrassegnerà altri settori del movimento partigiano. C'è piuttosto l'idea di organizzarsi solidamente, di addestrarsi alla nuova vita con cognizione di causa: li anima un rigoroso spirito egualitario per cui tutti i servizi, anche i più faticosi della vita collettiva in montagna, vengono eseguiti a turno e al tempo stesso una profonda avversione per qualsiasi forma disciplinare che ricordi il vecchio esercito: fino al punto di rifiutare l'uso di indumenti militari! È questa la formazione politica che avrà poi un più costante e regolare sviluppo, aggregandosi gruppi di ufficiali alpini, estendendo continuamente il suo raggio d'azione fino a trasformarsi nelle divisioni Giustizia e Libertà del Cuneese.


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia Einaudi 1964

Samedi 12 septembre 2009
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La cultura italiana fu colta anch’essa di sorpresa dagli avvenimenti del settembre. Alcune punte avanzate erano già attive nella lotta antifascista, altre erano ancora ferme in un'angosciosa perplessità nei suoi quadri più numerosi, dalle università ai vari gruppi artistici e letterari. La catastrofe nazionale era piombata improvvisa sulla maggioranza degli intellettuali italiani che non aveva aderito al regime o aveva aderito solo formalmente ... che aveva stimato di salvare la cultura insieme alla propria anima, rifugiandosi in un'arte o in una scienza lontana dalla vita e dai suoi problemi reali. ... Tanti intellettuali si trovarono nel momento del crollo isolati e disperati, senza più riparo o rifugio all'incalzare degli avvenimenti, come gli « sbandati» ed i fuggiaschi del nostro esercito. ... In questo stato di disorientamento, di dubbio angoscioso che arrivava fino alla disperazione, intervenne la voce di Giovanni Gentile. ... Era un richiamo, sia pure così camuffato di. parole solenni, all'attivismo cieco e inconsapevole, una tavola di salvezza offerta decisamente ai naufraghi; non una scelta fra « il bene» e ,« il male» perché bene e male - avvertiva il Gentile - sono dappertutto; l'importante è partecipare alla«storia», intendendo per storia - come egli aveva sempre inteso - la soggezione allo Stato o al potere costituito, l'aureola dell'idealismo intorno al manganello di ieri e al bastone tedesco di oggi. ...

Le parole di Gentile sono della fine del '43, pronunciate non a caso dopo quel Natale che avrebbe dovuto concludere nel segno della«concordia nazionale» la repressione della classe operaia nelle fabbriche e dei primi nuclei partigiani sulle montagne.

Circa un mese prima, il 28 novembre 1943, presso l’Università di Padova era accaduto un episodio esemplare durante la solenne ed eccezionale inaugurazione dell'anno accademico alla quale non furono invitati né i tedeschi né le autorità fasciste; ma il ministro Biggini, all'ultimo momento, assieme al prefetto Fumei, volle intervenire, come egli disse, «in forma privata ». Erano pallidi e titubanti. La grande aula magna rigurgitante di folla, era silenziosa, ma quando entrarono alcuni studenti in divisa repubblicana e armati, cominciò un tumulto indescrivibile: abituati alle prepotenze, da molti anni, i militi risposero con minacce, con insulti e occuparono la tribuna degli oratori, tentando di resistere alla dimostrazione ostile che andava assumendo una violenza sempre maggiore. Entrò in quel momento il Senato accademico con Concetto Marchesi in testa. Il rettore e il pro-rettore allontanarono a viva forza dalla tribuna i militi repubblicani e subito dopo il Marchesi cominciava la sua nota orazione che si chiudeva inaugurando l'anno accademico non più a nome del re, ma in nome «dei lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Disse:

«Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l'impeto dell'azione, e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nelle memorie e nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c'è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio o la codarda rassegnazione, c'è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina. Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla ignominia, aggiungete al labaro della vostra università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace del mondo

Da allora l'Università di Padova diventa il maggiore centro cospirativo veneto, è il punto d'incontro fra coloro che agiscono nella clandestinità o hanno preso la via della montagna e coloro che sono rimasti al proprio posto non per salvare la cultura in astratto ma per dare a quegli incontri e a quella organizzazione la «copertura legale». A questa funzione principale vengono indirizzati gli studi e le lezioni universitari; lo studio maggiore è come colpire il nazifascismo senza dargli requie e senza risparmio di sacrifici. L'università fornirà i quadri alla brigata guastatori Silvio Trentin, che cosi si denomina dal dirigente antifascista reduce dalla Francia e prematuramente scomparso nella lotta dopo aver dato il primo impulso alla resistenza veneta: la brigata che avrà uccisi tutti e tre i comandanti avvicendatisi alla sua direzione. Fornirà la più lunga e compatta lista di martiri della Resistenza, professori, assistenti, studenti, inservienti, fucilati o morti in combattimento, nelle prigioni, nei campi di concentramento: circa un centinaio.

da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964




 

Per le attività di liberazione dal nazifascismo l'Università di Padova è stata l'unica in Italia ad essere insignita della medaglia d'oro al valor militare.

A ridosso della solenne inaugurazione dell’anno accademico, il 12 novembre 1945, alla presenza del generale Dunlop, ‘governatore’ alleato per le Venezie, Ferruccio Parri, già presidente del Cln Alta Italia e allora presidente del Consiglio dei ministri, appuntò al gonfalone dell’Università di Padova la medaglia d’oro al valor militare per il contributo dato da studenti, docenti e personale universitario alla Resistenza, con la motivazione dettata da Concetto Marchesi e scolpita alla base dell’elenco dei caduti nell’atrio del palazzo del Bo:

 

«Asilo secolare di scienza e di pace, ospizio glorioso e munifico di quanti da ogni parte d’Europa accorrevano ad apprendere le arti che fanno civili le genti, l’Università di Padova nell’ultimo immane conflitto seppe, prima fra tutte, tramutarsi in centro di cospirazione e di guerra; né conobbe stanchezze, né si piegò per furia di persecuzioni e di supplizi. Dalla solennità inaugurale del 9 novembre 1943, in cui la gioventù padovana urlò la sua maledizione agli oppressori e lanciò aperta la sfida, sino alla trionfale liberazione della primavera 1945, Padova ebbe nel suo Ateneo un tempio di fede civile e un presidio di eroica resistenza e da Padova la gioventù universitaria partigiana offriva all’Italia il maggiore e più lungo tributo di sangue.»

Padova, 1943-1945

Jeudi 10 septembre 2009
- Recommander


La giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:

“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”

 

L’esordio del CLN

12 settembre 1943, il CLN approva il seguente ordine del giorno:

“Il Comitato di liberazione nazionale constata dolorosamente che l'abbandono del loro posto da parte del sovrano e del capo del governo ha intaccato e distrutto la possibilità di resistenza e di lotta da parte dell'esercito e del popolo, e decide per la riscossa e per l'onore italiano”.

 

Dopo la nuova situazione creata dalla costituzione del governo fantoccio fascista e dalla dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio, la prima discussione che si svolge nell'ambito del CLN è necessariamente quella dei rapporti da stabilirsi col regno del Sud, e verte, né può essere altrimenti, sul problema istituzionale.

 

16 ottobre 1943, il CLN prende una posizione autonoma:

“Il Comitato di liberazione nazionale, di fronte all'estremo tentativo mussoliniano di suscitare dietro la maschera di un sedicente stato repubblicano, gli orrori di una guerra civile, non ha che da riconfermare la sua più recisa e attiva o pposizione ... Di fronte alla situazione creata dal re e da Badoglio, con la formazione del nuovo governo, con gli accordi da esso conclusi con le Nazioni Unite e i propositi da esso manifestati, afferma che la guerra di liberazione – primo compito e necessità suprema della riscossa nazionale - richiede la realizzazione d'una sincera e operante unità spirituale del paese e che questa non può farsi che sotto l'egida dell'attuale governo costituito dal re e da Badoglio; che deve essere promossa la costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fino dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista.

Il C.LN. dichiara che questo governo dovrà:

1)    assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando pero .ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare;

2)    condurre la guerra di liberazione a fianco delle Nazioni Unite;

3)    convocare il popolo, al cessare delle ostilità, per decidere sulla forma istituzionale dello Stato.”

 

In questa fase il CLN centrale è costituito da un gruppo ristretto di dirigenti politici ed è più un organo di collegamento fra i singoli partiti antifascisti che un vero organo collettivo, strettamente legato al movimento che viene dal basso, alla lotta popolare armata (come s'avvia invece a divenire, sia pure in condizioni ambientali diverse, il CLN di Milano).

 

Elaborazione da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964

Mercredi 9 septembre 2009
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Il giorno 8 settembre 1943, i cinque Lissonesi

Oreste Ballabio, di anni 20

Gabriele Cavenago, di anni 23

Enrico Consonni, di anni 21

Oreste Parma, di anni 24 

Arnaldo Pellizzoni, di anni 28


in divisa militare, sono in guerra su diversi fronti.

Dopo la firma dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati e l’ambiguo proclama di Badoglio, le loro vicende mutano rapidamente: Oreste Ballabio partecipa alla liberazione dell'Italia nel Corpo Italiano di Liberazione, Gabriele Cavenago, passa tra le fila della Resistenza come membro delle SAP - Squadre di Azione Patriottica, Enrico Consonni, militare "sbandato" riesce a tornare a Lissone dalla Yugoslavia, Oreste Parma e Arnaldo Pellizzoni, catturati dai tedeschi, vengono internati nei lager nazisti. I cinque, terminata la guerra, faranno ritorno al loro paese.  Oreste Parma e Arnaldo Pellizzoni, benché molto provati nel fisico e nell’animo, riusciranno a sopravvivere, a resistere e a tornare dal campo di concentramento.


Oreste Ballabio e Gabriele Cavenago sono viventi ed abitano a Lissone.


Ma leggiamo le loro storie:
 

Oreste Ballabio


Gabriele Cavenago


Enrico Consonni


Oreste Parma


Arnaldo Pellizzoni

 

Mardi 1 septembre 2009
- Recommander

Le prime bombe sparate dalla corazzata tedesca Schleswig-Holstein alle 04.45 del 1° settembre sulla Penisola di Westerplatte sul Mar Baltico, davanti a Danzica, segnarono l'inizio della II guerra mondiale.

Il 1° settembre 1939 l’esercito tedesco, su ordine di Hitler, varca la frontiera polacca.

La seconda guerra mondiale è stata «una catastrofe che si è abbattuta su una parte dell’umanità … E’ arrivata perché c’è stata una guerra nel 1914 che fu una follia della nostra civiltà. Il 1939 è il seguito, la fine dell’Europa».
Claude-Lévi-Strauss

 

L’aumento delle tensioni

I Polacchi cominciano a preoccuparsi della minaccia tedesca dopo l’occupazione di Praga da parte della Wehrmacht, il 15 marzo 1939.

Forte dei suoi primi successi sulla scena internazionale, Hitler non tarda a rivendicare Danzica (Gdansk in polacco), porto polacco sul mar Baltico che divideva il territorio del III Reich e isolava la Prussia orientale dal resto della Germania.  Questo "corridoio di Danzica" è un non senso dovuto al trattato di Versailles del 1919, che fu fatalmente destinato a diventare il pomo della discordia tra i due Paesi.
Dal 31 marzo 1939, il  primo ministro inglese Nerville Chamberlain aveva dichiarato il suo sostegno alla Polonia. Anche il capo dello Stato Maggiore francese, Maurice Gamelin, aveva rassicurato i suoi omologhi polacchi sulla determinazione della Francia ad aiutarli con tutti i suoi mezzi. Per Londra e per Parigi, non si può indietreggiare di fronte ad Hitler, come a Monaco per la questione dei Sudeti (con gli accordi di Monaco del settembre 1938, le democrazie europee, Inghilterra e Francia, acconsentivano, con la mediazione dell'Italia, che la Germania di Hitler annettesse la regione dei Sudeti. Solo pochi mesi dopo, violando gli accordi, le truppe naziste avrebbero invaso la Cecoslovacchia).


La "guerra lampo"
Il Fürer prende a pretesto un sedicente attacco polacco, che sarebbe avvenuto nella notte alla frontiera orientale della Germania, per attaccare i suoi vicini senza preoccuparsi di una dichiarazione di guerra: in realtà, si era trattato di una macabra messinscena montata dall’esercito tedesco con dei cadaveri di detenuti rivestiti di uniformi polacche.
 
Il 3 settembre, l’Inghilterra si decide a dichiarare guerra alla Germania, dopo avere sperato fino all’ultimo momento in una pace di compromesso. La Francia fa lo stesso cinque giorni dopo e lancia una ridicola offensiva nella Sarre. Ma il mese seguente i due alleati restano fermi dietro la linea Maginot, quell’insieme di fortificazioni che proteggono la Francia lungo la sua frontiera con la Germania.
Nel frattempo i bombardieri tedeschi distruggono a terra l’aviazione polacca, le infrastrutture, ponti, caserme e stazioni, ostacolando anche la mobilitazione dell’esercito polacco, che era ritenuto essere il quinto in Europa. La metà delle sue 42 divisioni non riescono a raggiungere il fronte!
Sopravvalutando le sue forze, il maresciallo Rydz-Smigly, ispettore generale dell’esercito polacco, concentra le sue truppe all’entrata del corridoio di Danzica, in vista di una marcia su Berlino! Conta sul fatto che alla frontiera settentrionale e meridionale, le paludi ed i rilievi saranno sufficienti per arrestare le truppe tedesche. Ma è proprio in quelle zone che la Wehrmacht concentra i suoi sforzi, utilizzando le divisioni blindate, le famose Panzerdivisionen. Attraverso un’apertura a nord, a partire dalla Prussia orientale, e a sud, dalla Sovacchia e dalla Slesia, chiude i polacchi in una morsa. Si susseguono attacchi combinati di carri armati e di aviazione, che utilizza i suoi Stukas dal sinistro sibilo. Queste azioni di guerra stupiscono gli strateghi europei, che, però, non impareranno la lezione e verranno presi di sorpresa qualche mese dopo, quando Hitler utilizzerà la stessa strategia contro la Francia, l’Olanda ed il Belgio.

Il colpo di grazia
Il 1° settembre, la III armata tedesca, venuta da nord, si ricongiunge ad est di Varsavia con la X, venuta dalla Slesia. La capitale polacca è messa sotto assedio. La sorte della guerra è segnata.
Tre giorni dopo, anche l’Armata Rossa di Stalin entra in Polonia, senza dichiarazione di guerra, in virtù del Patto di non aggressione concordato con Hitler, il 24 agosto precedente, che prevedeva una divisione dello sfortunato Paese.
Il governo polacco si rifugia in Romania e Varsavia cade il 27 settembre, dopo una eroica resistenza.
 

Un ufficiale polacco consegna i documenti della resa ai tedeschi (foto tratta da La seconda guerra mondiale di Enzo Biagi)



La Polonia viene divisa tra i due stati conformemente ai loro accordi segreti.

Mentre la parte occidentale rimane ai tedeschi, l’Unione Sovietica si annette la parte orientale della Polonia e riporta le sue frontiere sulla "linea Curzon", dal nome di Lord Curzon, segretario del Foreign Office inglese, che, nel 1919, nel folle trattato di Versailles, aveva disegnato le frontiere della ricostituita Polonia. I polacchi, vincitori sulla Russia bolscevica nel 1920, avevano riportato la loro frontiera verso est. Stalin ristabilisce nel 1939 la linea Curzon, che è ancora oggi quella che segna il confine ori
entale della Polonia.

  

 

I numeri non hanno anima, ma quelli dei lager e della guerra contengono tutto il dolore dell’uomo.


La seconda guerra mondiale ha rappresentato il più grave e terrificante conflitto della storia dell'umanità. A descriverlo, prima delle parole, valgano molto di più le cifre.

I militari italiani deceduti in prigionia furono più di 20.000. Se si aggiungono a questi morti i militari italiani che persero la vita durante i trasporti (13.300), 6300 militari trucidati durante le operazioni di disarmo delle truppe italiane, circa 600 uccisi in massacri dell’ultima ora, e 5400 prigionieri di guerra italiani uccisi o dispersi nella zona di operazioni sul fronte orientale, si arriva a circa 45.000 unità.

Il totale di questa immane carneficina che è stata la seconda guerra mondiale è spaventoso: oltre 55 milioni di morti, di cui 25 milioni di soldati e 30 milioni di civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono, inoltre, sterminati nei campi di concentramento circa 6.000.000 di ebrei.

Gli internati furono, in totale, 7.500.000.

Ai morti vanno aggiunte le distruzioni materiali, le devastazioni di incalcolabili ricchezze, di un immenso patrimonio creato dal lavoro e dalla intelligenza dell'uomo.

Molti paesi furono ridotti nella più completa rovina, con le città trasformate in un cumulo di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.

Nel 1945 il costo totale della guerra fu calcolato in 1.154 miliardi di dollari; il costo delle distruzioni provocate dalla guerra in 230 miliardi di dollari. Si è anche calcolato che nella sola Europa occidentale furono completamente distrutti 1.500.000 edifici e danneggiati 7.000.000.

Mardi 1 septembre 2009
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Arnaldo Pellizzoni (Lissone il 24/8/1915 - 24/12/1999) ha venticinque anni, quando viene richiamato alle armi nel Maggio 1940; partecipa alla seconda guerra mondiale, prima sul fronte francese poi sul fronte greco-albanese. Sull’ isola greca di Tinos, occupata dagli italiani, viene fatto prigioniero dai tedeschi subito dopo l’ 8 Settembre 1943 e deportato in campo di concentramento in Germania, prigioniero numero 20765.

Liberato dagli americani nell’ Aprile 1945, ritorna a Lissone il 4 Settembre 1945.

 

Nel documento “Per non dimenticare: da un diario di guerra (1940 1945)” ho ritrascritto parti del diario di mio padre; altri fatti me li ha raccontati.

Il diario si riferisce ai cinque anni, dal 1940 al 1945, in cui l’Italia è stata trascinata in una guerra inutile e sciagurata da un regime dittatoriale, il fascismo, che "aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani, lo sbocco inevitabile di una concezione falsa di dominio e di oppressione”. Sono anche gli anni di vita che un giovane, dai 25 ai 30 anni, avrebbe desiderato, come tanti suoi coetanei, vivere diversamente: penso a quante sofferenze abbia provato  personalmente e con lui i suoi diretti familiari. Nonostante tutte le traversie, è riuscito a sopravvivere, a resistere ed a ritornare dal campo di concentramento, a differenza di tanti altri, caduti o dispersi in guerra, o dei 20.000 militari deceduti in prigionia.

Dice Gerard Schreiber, ufficiale della marina tedesca, nel suo libro “ I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943–1945 Traditi - Disprezzati – Dimenticati”: “… i militari rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, nel rifiutare ogni forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, attuarono anche loro, sia pure senza l’uso delle armi, una forma di resistenza …”

La prigionia nei lager tedeschi va considerata parte integrante della resistenza antifascista e si iscrive a pieno titolo nella Storia della Resistenza che ebbe molte forme: quella operata dagli intellettuali e da uomini politici (che si opposero alla dittatura fascista, assassinati  o imprigionati per diversi anni o mandati al confino o costretti a rifugiarsi all’estero), quella degli operai in sciopero nelle fabbriche, quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che si schierarono con il Regno del Sud.

Anche Nuto Revelli, scrittore-partigiano, così si espresse sulla vicenda dei militari italiani internati: “ la prigionia nei lager tedeschi è una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione”.

Il diario di mio padre è fitto di annotazioni nel primo anno di guerra: dalla partenza dall’Italia fino all’arrivo a all’isola di Tinos. Credo che ciò sia dovuto al forte impatto con la cruda realtà della guerra da parte di un giovane venticinquenne, che vede la morte particolarmente vicina e che vede morire alcuni suoi commilitoni.

Il diario diventa scarno durante il presidio sull’isola di Tinos: è questo forse il periodo che, nonostante la lontananza dalla propria terra e dagli affetti familiari (una sola volta rientrerà a Lissone durante i due anni di permanenza sull’isola), trascorre con una certa tranquillità.

Pur essendo gli Italiani degli occupanti, riesce a stabilire una buona relazione con una famiglia greca (i Prelorenzo, di antiche origini italiane) che addirittura gli chiedono di fare da padrino al battesimo del loro figlio ultimogenito Giovanni: ho potuto conoscere personalmente Giovanni in occasione di una sua visita in Italia.

Durante la permanenza a Tinos trascrive a penna su un quaderno il suo diario, di piccole dimensioni e scritto a matita, forse per timore che l’originale diventi illeggibile.

Il diario è sintetico ed essenziale dopo l’8 Settembre e durante la permanenza nel campo di concentramento in Germania. Nel lager ogni sforzo è rivolto alla sopravvivenza; tra la fatica del lavoro, acuita da una alimentazione scarsa e di poche calorie, le marce di trasferimento dal campo alla fabbrica e ritorno, i controlli e le perquisizioni, di tempo per scrivere ne rimane ben poco.

Alcuni episodi mi sono stati raccontati direttamente da mio padre gradualmente. Credo che per diversi anni, perfino all’interno delle famiglie, le esperienze di quel periodo fossero considerate un argomento di cui era meglio non parlare. Penso che anche mio padre abbia condiviso l’affermazione di un altro deportato italiano: “raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare, sono stato prigioniero e bon, dicevo …” .

Pur con una rabbia interiore, il suo intimo desiderio era di ricostrursi una vita, accantonando nella memoria i disagi e i patimenti subiti.

Anche lui era uno dei 600.000 Internati Militari Italiani (IMI): secondo questo status, deciso da Hitler il 20 Settembre 1943, agli IMI doveva essere riservato, e fu riservato in concreto, un trattamento peggiore che a qualsiasi altra persona catturata in guerra.

Erano diventati tali per quel “NO” che dissero quando “con lusinghe e minacce” fu chiesto loro “di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini”.

Renato Pellizzoni, figlio di Arnaldo, attuale presidente dell’ANPI Sezione di Lissone

Samedi 29 août 2009
- Recommander

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta»

Nuto Revelli

(ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, poi comandante partigiano di Giustizia e Libertà e scrittore (1919-2004), dal discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa, 1999)

 

"Anche se ancora pochi di noi sono testimoni, questo nostro passato non deve restare nell’oblio perché ora i nostri ventri sono sazi e le case calde, perché abbiamo un letto pulito per dormire e i nostri nipoti sorridono compassionevoli se ci vedono raccogliere e portare alla bocca le briciole che rimangono sulla tovaglia o se mettiamo da parte un pezzo di pane rimasto sulla tavola.

Faccio mie le parole di Primo Levi:

«Voi che viveve sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici … meditate che questo è stato» ".

Mario Rigoni Stern

(scrittore ed ex-deportato

da "Ritorno nel lager I/B" in "Aspettando l’alba e altri racconti" Einaudi 2004)


 

Per non dimenticare: da un diario di guerra (1940 1945)

«In questo documento ho cercato di riassumere gli avvenimenti di cui sono stato protagonista dal 1940 al 1945.

E’ in breve il racconto di cinque anni della mia vita, dall’età di 25 ai 30 anni.

Sono pagine che non si leggono sui libri di storia, ma non sono solamente delle vicende personali; sono un pezzo di Storia degli anni di guerra, simile a quella di molti altri soldati italiani che nell’ estate del 1945 ritornarono dai lager nazisti: lì erano stati deportati dopo l’ 8 Settembre 1943. A loro era stato offerto di tornare liberi indossando le divise della Wehrmacht o della Repubblica di Salò, ma essi rifiutarono.

Ho potuto ricostruire i fatti basandomi non solo sul ricordo ma anche grazie ad un piccolo diario da me tenuto durante gli anni dal 1940 al 1945.

Questo diario, scritto a matita, e’ stato da me custodito gelosamente soprattutto durante la mia prigionia nel campo di concentramento in Germania. Non e’ stato facile salvarlo da tutte le perquisizioni e anche quando sembrava ormai irreparabilmente perso sotto le macerie della mia baracca, distrutta da un bombardamento, sono riuscito fortunatamente a recuperarlo.

Penso che la mia testimonianza, insieme a quella di altri protagonisti della seconda guerra mondiale, possa essere utile ai giovani.

La conoscenza delle conseguenze della guerra non solo sulla vita delle nazioni ma anche sui singoli individui che la compongono, possono costituire un momento di riflessione per le nuove generazioni, affinché non si ripetano più in futuro tragedie come quelle che noi abbiamo vissuto».
Arnaldo Pellizzoni

Lissone, Aprile 1995

 

«Il periodo della mia partecipazione alla seconda guerra mondiale si può suddividere in quattro fasi:

-  il fronte francese (estate 1940)

-  il fronte greco-albanese (Natale 1940 - Luglio 1941)

-  il presidio a Tinos, isola greca del Mar Egeo (Agosto 1941 - Settembre 1943)

-  il campo di concentramento in Germania (ottobre 1943 - Agosto 1945)

 

FRONTE FRANCESE

«Il mio coinvolgimento diretto nella seconda guerra mondiale ha inizio nel 1940.

All’età di 25 anni, il 24 Maggio 1940 vengo richiamato alle armi al Distretto di Monza in attesa di partire per il fronte francese e poi trasferito ad Ormea, in provincia di Cuneo: il 6 Giugno il 3° Battaglione dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo, di cui faccio parte, si avvicina al Col di Tenda, dove rimane accampato».

L’ 8° Reggimento Fanteria ha sempre fatto parte della Divisione Cuneo (nata dal Reggimento Nizza nel 1701 poi trasformata in La Marina nel 1713 e poi ancora in Brigata Cuneo e da essa in Divisione (nella foto la mia medaglia dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo). 

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò con enfasi l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco della Germania, contro la Francia e l'Inghilterra. Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Ormai per la Francia era la fine: il 14 giugno i tedeschi occuparono Parigi.

Il 22 giugno 1940 la Francia firmò l'armistizio con i tedeschi nella foresta di Compiègne.

Il 24 - Armistizio italo-francese

Pur essendo stata breve la battaglia sul fronte delle Alpi, costò alle nostre forze armate notevoli perdite (circa 600 caduti, 2000 feriti e 600 dispersi).

L'Italia ottenne la smilitarizzazione di una zona di 50 chilometri lungo il confine italo-francese.

«Dopo l’armistizio, con il 3° Battaglione rimango nella zona di Vernante (in provincia di Cuneo) fino al mese di Agosto, passando le giornate a fare esercitazioni, per poi essere trasferito a Monza.  Si cominciava a sperare di essere mandati a casa.

Data la vicinanza con Lissone, durante la libera uscita potevo passare qualche ora in famiglia.

Nel frattempo il 25 ottobre 1940 Mussolini decise di attaccare la Grecia partendo dall'Albania, con la convinzione di ottenere una facile vittoria (ma l'esercito greco non solo resistette valorosamente ma inizialmente occupò addirittura il territorio albanese).

Un giorno furono revocati tutti i permessi.

Il 21 Dicembre 1940 dalla stazione di Milano Rogoredo si parte per una nuova destinazione: il fronte greco-albanese.

Il treno arriva a Brindisi il giorno 23».

 

FRONTE GRECO-ALBANESE

«Il 23 Dicembre con la mia Compagnia, la 11ma Compagnia Fucilieri del 3° Battaglione dell’8° Reggimento Fanteria Cuneo, mi imbarco sulla nave Argentina che con altre due navi, Italia e Firenze, formano un convoglio, scortato da una nave ausiliaria. Ci dirigiamo verso l’Albania. La vigilia di Natale, durante la navigazione in Adriatico, la Firenze viene colpita a poppa da un siluro lanciato da un sottomarino inglese; altri due siluri vanno a vuoto».

«Il mare era in burrasca. L’affondamento avvenne abbastanza lentamente: tutti coloro che si trovavano sul ponte dalla parte opposta al lato silurato e riuscirono a saltare sul ponte della nave Barletta, giunta in soccorso, si salvarono. Nel naufragio morirono circa 100 alpini.

In serata si arriva nel golfo Valona (attuale Vlorë) in Albania e si trascorre la notte di Natale a bordo della nave.

Il mattino di Natale scendiamo e ci dirigiamo verso Valona: in un campo, in mezzo al fieno, trascorro il Natale (sarà il primo di cinque passati lontano da casa).

Il giorno di Santo Stefano trascorre in attesa della partenza.

Il 27 Dicembre 1940 su automezzi si parte per portare rinforzi al fronte.

Capodanno 1941: sotto una bufera di pioggia e neve inizia il nuovo anno costringendoci a ritornare verso Valona. Solo il giorno 3 Gennaio si riparte su automezzi per Dhermi, località a circa 80 Km da Valona, per poi proseguire a piedi verso la linea di combattimento, a Vunoi. Qualcuno dice: “laggiù ci saranno i greci, povera e brava gente di montagna, che esporranno la bandiera bianca”… Ed invece …


Il 4 Gennaio 1941 i primi scontri: 4 caduti italiani sotto i colpi dei mortai».

Dal mio diario:

«Giorno 11 Gennaio 1941, fuoco intenso di artiglieria da entrambe le parti mentre la pioggia cade a dirotto. Un ufficiale greco fatto prigioniero afferma: “I Greci perderanno ma l’Albania sarà la tomba degli Italiani!”

13 Gennaio: finalmente un po’ di sole ma a mezzogiorno, una scarica di mortaio piomba a circa 50 metri dalla mia tenda; il tenente della mia compagnia viene ferito ad una gamba da una scheggia.

Si dorme poco e così nelle ore di riposo (si fa per dire) sotto la tenda, con le pareti rinforzate da sacchi di terra, riesco a scrivere qualche riga sul diario.

18 Gennaio: Neve, pioggia e vento. La nostra artiglieria spara dalla mattina alla sera: il mio plotone riempie sacchi di terra per rinforzare i fortini.

21 Gennaio: 8 nostri aeroplani con manovre in picchiata bombardano le postazioni greche.

23 Gennaio: scambio di diversi colpi di artiglieria; alcuni colpi sparati dai Greci sfiorano la nostra postazione e colpiscono una casetta di fronte sulla vetta e fanno una strage…

24 Gennaio: … colpi sopra colpi di mortaio che fanno rabbrividire…».

«26 Gennaio: verso le due del pomeriggio giungono 3 nostre navi cacciatorpediniere che bombardano la zona costiera.

26 Gennaio: 1 morto e 5 feriti della mia Compagnia …  Oggi le nostre truppe hanno sfondato il fronte a Tepeleni e avanzano ….

3 Febbraio: il sergente della mia Compagnia, che dorme nella mia stessa tenda, mentre sta raggiungendo la tenda comando viene raggiunto da una scarica di mitragliatrice che lo ferisce ad una gamba.

4 Febbraio: fa freddo, c’e’ bufera: un cecchino nemico da un’altura spara ad ogni movimento di soldato.

12 Febbraio: … mattinata primaverile splendida … osservando dalla nostra postazione vediamo il mare calmo … ma la nostra artiglieria spara granate Shrapnel verso quota 1096».

«16 febbraio: mentre io ed alcuni uomini della Compagnia ci apprestiamo alla distribuzione del rancio serale, si scatena il finimondo con bombe che cadono da ogni parte; colpi di mitragliatrice; bilancio: 6 feriti portati su barelle all’infermeria. Il rancio viene distribuito il mattino seguente.

20 Febbraio: la mia tenda viene sfiorata da vari colpi che cadono fortunatamente a poca distanza.

27 Febbraio: dalla nostra postazione assistiamo ad una battaglia aerea.

2 Marzo 1941: massiccio attacco aereo italiano con una trentina tra bombardieri e caccia sulle postazioni greche».

«4 Marzo: di nuovo aerei italiani bombardano le postazioni greche, mentre navi italiane sparano dal mare verso la costa.

20 Marzo: devo lasciare la prima linea per l’infermeria dove rimango per cinque giorni causa febbre alta.

28 Marzo: verso le 9 del mattino tre colpi di mortaio nemico centrano il nostro fortino in quel momento vuoto. Distrutte solo alcune armi.

31 Marzo: mal di denti.

9 Aprile: il comando ci informa che le truppe dell’Asse hanno occupato Salonicco

15 Aprile: il nostro battaglione passa all’attacco; in un punto un po’ esposto una raffica di mitra uccide il tenente ed un soldato della mia Compagnia.

18 Aprile: l’attacco è riuscito e si procede sul territorio. In uno dei primi paesi occupati gruppi di bambini escono dai rifugi intonando canti patriottici.

L’ avanzata continua verso Porto Edda, lo scalo albanese di Santi Quaranta, dove si entra il giorno 19 Aprile; si procede con cautela, mentre i genieri cercano di bonificare il terreno dalle mine.

Nel mese di Maggio e di Giugno, dopo continui spostamenti a piedi e su autocarri, si arriva ad Igoumenitsa poi al porto di Missolungi, sul golfo di Patrasso».

«24 Luglio 1941: imbarco sulla nave Città di Agrigento; attraverso lo stretto di Corinto arriviamo al Pireo, il porto di Atene, la sera del 26 Luglio.

27 Luglio: partenza per l’isola di Siros, scortati da 4 navi ausiliarie e da aerei che sganciano bombe in mare a protezione da eventuali attacchi di sottomarini inglesi. A Siros si insedia il centro di comando della zona.

29 Luglio: partenza per l’isola di Andros. Si sbarca nel porto di Gavrion sulla costa occidentale dell’isola e poi a piedi si raggiunge Andros, distante circa 30 Km sulla costa orientale.

Dal 1 al 6 Agosto con un motoveliero veniamo trasportati sull’isola di Tinos».

 

PRESIDIO A TINOS (Agosto 1941 - Settembre 1943)

«1 Agosto: arrivo sull’isola di Tinos».


L’11ma  Armata del generale Carlo Vecchierelli impiegata in Grecia, aveva la sede del Comando ad Atene. Era composta da tre Corpi d’Armata italiani e da un Corpo d’Armata tedesco. Alla fine di Luglio del 1943 l’11ma  Armata passò alla dipendenza di impiego del Gruppo Armate Est e poi a quelle del Comando Supremo. Erano agli ordini dell’ammiraglio Inigo Campioni, con sede del comando a Rodi. L’ammiraglio assolveva anche i compiti di Governatore del Dodecaneso.

Il dislocamento delle truppe dell’esercito italiano su almeno 29 isole (17 isole Cicladi, 3 Sporadi settentrionali e 9 isole del Dodecaneso) comportava un tal frazionamento da far comprendere, almeno in parte, i facili successi ottenuti dalla Wehrmacht quando, dopo l’armistizio, si rivolse contro le isole.

La Divisione Fanteria “Cuneo” occupava con i suoi uomini venti isole (Cicladi e Sporadi).

«A Tinos, isola delle Cicladi, nel mar Egeo meridionale, sono rimasto per ben due anni fino all’ 8 Settembre 1943, tranne una breve parentesi di un mese di licenza in Italia, nell’ottobre 1941. Anche il rientro in Italia per questa licenza è stato avventuroso.

Dal mio diario: 7 Ottobre 1941 – ore 8 partenza da Tinos; alle ore 14 rientro nel porto per mare in burrasca. Altro tentativo il giorno 15, più fortunato: arrivo a Rafina da cui, in autobus, il giorno 16 raggiungo Atene. Dopo 4 giorni, il 21 Ottobre, partenza in treno per l’Italia.  Nel mese di Novembre, ripercorrendo lo stesso tragitto, ritorno sull’isola di Tinos».

«Il compito affidato alla mia Compagnia era di presidiare l’isola. Il nostro alloggio era presso un’ex caserma della polizia greca».


«Durante questo periodo di occupazione del territorio ellenico, ho cercato di mantenere dei rapporti corretti con la popolazione greca, nonostante alcuni rigidi regolamenti. Ho conosciuto una famiglia di antiche origini italiane, i Prelorenzo, e sono stato il padrino di battesimo di un loro figlio, Giovanni. (Questi, cresciuto, durante un suo viaggio in Italia nel 1965, è venuto a trovarmi a Lissone). I greci con i quali sono stato a contatto, non avevano nulla dello stereotipo delineato dalla roboante propaganda fascista; era gente comune come noi, con gli stessi problemi e le stesse piccole gioie».

«Come sergente ho cercato di frenare le intemperanze di qualche soldato un po’ esaltato, prevenendo delle situazioni che avrebbero potuto avere conseguenze negative sia per i militari italiani che per la gente dell’isola».

Nel complesso tra i militari si era andata formando una sorta di mentalità di pace, perché lo stazionare nelle Sporadi, nelle Cicladi o nel Dodecaneso significava in fondo vivere indisturbati.

«I giorni seguenti il 25 Luglio 1943 ci giunse la notizia dell’arresto di Mussolini. La domanda che circolava tra noi soldati era cosa fosse mai successo a Roma e se il fascismo era finito veramente o no. A queste e ad altre domande non sapevamo dare una risposta. Avevamo anche capito che neanche i nostri ufficiali avevano compreso la situazione che si andava creando in Italia».

Alle 18,30 dell’8 Settembre 1943 il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate.

Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima, con il seguente proclama:

"Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

«In tarda serata cominciò a circolare sull’isola la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione ci si presentava oscura, greve di incognite.

Qualche ufficiale tenta di lasciare l’isola, ma viene convinto anche con minacce a non abbandonare i propri soldati; qualcun altro, per senso di responsabilità, decide di non separarsi dai suoi soldati e di condividerne le incertezze della sorte».

I tedeschi allora diedero il via all’operazione “Achse”, i cui preparativi erano iniziati già nel mese di Agosto; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. Gli italiani dovevano proseguire la guerra a fianco dei tedeschi o, in caso di rifiuto, consegnare le armi e tutto l’equipaggiamento ai tedeschi. In caso contrario le truppe tedesche avevano avuto l’ordine di usare la forza.

L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Dal diario:

«11 Settembre 1943 — I tedeschi sbarcati sull’isola di Tinos, eseguono un rastrellamento: solo 5 militari della mia Compagnia, dismessa l’uniforme, riescono a sfuggire nascondendosi tra la popolazione greca sui monti dell’isola, rischiando la fucilazione.»

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

Riuniti i militari italiani al porto, occorre scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione è unanime, tutti si schierano contro.

Gli ufficiali vengono divisi dal resto della truppa, per evitare che possa “divampare la resistenza di unità intere”.

«Disarmato, come prigioniero vengo portato con un caicco sull’isola di Siros e da qui, il 18 settembre, in nave giungo al Pireo, il porto di Atene. La traversata mi parve eterna, ma alla fine giungemmo nella capitale greca: vengo smistato alla periferia della città, in un primo campo di transito di prigionieri italiani.

Giravano voci che una volta cedute le armi saremmo stati rimpatriati. Ma ben presto ciò si rivelò falso».

Il dominio assoluto del mare da parte degli Alleati ostacolò notevolmente l'evacuazione delle isole. Un ordine criminale del Führer stabiliva che per i trasporti su nave decadevano tutte le norme di sicurezza relative alla limitazione numerica degli imbarcati e che occorreva sfruttare lo spazio al massimo senza curarsi di eventuali perdite.

I trasporti dalle isole dell'Egeo verso il continente, avvenuti in tali condizioni, costarono la vita a migliaia di prigionieri italiani (circa 13.000) periti in seguito all'affondamento di vari piroscafi colpiti da unità di superficie e da sommergibili delle forze alleate.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Lo stato maggiore della Wehrmacht appoggiò il proposito di Speer, il ministro degli Armamenti, di impiegare il più rapidamente possibile i prigionieri italiani come forza lavoro, soprattutto a fronte della necessità di reclutare un sempre maggior numero di lavoratori tedeschi da inviare al fronte per realizzare, secondo le parole del ministro della propaganda Goebbels, la “guerra totale” che aveva come obiettivo la vittoria finale della Germania.

«Inizialmente considerati “prigionieri di guerra” la nostra qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”».

Il 20 settembre 1943, dopo la liberazione di Mussolini e poco prima della proclamazione del nuovo stato fascista (la Repubblica Sociale Italiana), Hitler ordinò di trasformare i prigionieri italiani in “internati militari”.  Il mantenimento dello status di prigionieri di guerra per gli internati militari avrebbe di fatto significato trattare alla stregua di una potenza nemica lo stato che Mussolini si apprestava a proclamare.

“Né d’altra parte i nazifascisti avrebbero potuto fare diversamente: chiamarci con il vero nome di “prigionieri di guerra” avrebbe significato che quasi settecentomila italiani ci eravamo schierati con altri italiani che si battevano contro il nazifascismo sul fronte italiano, in Jugoslavia e con i partigiani del Nord Italia. Sarebbe stato il riconoscimento dello stato di guerra in cui si trovava nuovamente quasi tutto il popolo italiano, ma ora contro la Germania; sarebbe stata un’ulteriore prova dell’assurdità della fantomatica repubblica fascista”.

 

 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO IN GERMANIA (Ottobre 1943 - Agosto 1945)

«1 Ottobre 1943: vengo caricato su un vagone ferroviario con la scritta "Hommes 40, chevaux 8"; 40 uomini in un carro merci, del tipo usato per il trasporto di cavalli. I trasporti ferroviari venivano effettuati sfruttando lo spazio disponibile sino all’estremo limite delle capacità di carico.

Indossavamo le nostre uniformi, con zaino, cinturone senza baionetta, tascapane con gavetta e borraccia.

Il treno parte per una destinazione a noi ancora sconosciuta. Durante alcune soste in piccole stazioni, offriamo alle persone che si avvicinano al treno qualche indumento leggero, contenuto nei nostri zaini, in cambio di alimenti.

Poi i carri ferroviari vengono piombati. Allora anche i più ottimisti cominciano a perdere la fiducia di essere riportati in Italia.

Passata Lubiana, il treno prende la direzione verso nord. Ora sappiamo che non si torna in Italia. Si viaggia solo di notte; non si sapeva dove si andava. Durante il giorno veniva aperto un vagone alla volta e i 40 uomini venivano fatti scendere per i bisogni e la distribuzione di pane e zuppa.

Dopo dieci giorni giungiamo nel campo di Stablack, nei pressi di Konigsberg, in territorio della Prussia Orientale, l’attuale Kaliningrad (Russia) dove nel Campo Stellare n. 1 ci ritroviamo nel giro di pochi giorni in 25.000 prigionieri. (L’enorme campo di concentramento di Stablack arrivò a contenere fino a 70.000 prigionieri). Passiamo con gli stessi indumenti dai 35/40 gradi della Grecia alla piena stagione autunnale, con freddo, nebbia e pioggia, del Nord Europa».

«Vengo poi smistato in un altro lager: la mia nuova destinazione è un campo di concentramento nei pressi di Julich, città distante circa 40 chilometri da Colonia. Il nostro gruppo di amici più stretti cerca di non dividersi: lo stare uniti ci dà un po’ di coraggio nella sventura. Qui veniamo numerati, fotografati, schedati: sono il prigioniero N° 20765. In base alla mia professione di meccanico, vengo destinato ad una fabbrica metalmeccanica».

Sulla carta per la corrispondenza sono riportati anche i seguenti dati:

N° di prigioniero: 20765

M. – Stammlager = Mannschaftsstammlager = campo di prigionia per sottufficiali e militari di truppa               VI = Regione Militare sede del Comandante dei prigionieri

G = Bonn a Rhein                     Arbeits–Kommando = comando di lavoro 669

Lo Stammlager VI G era nell’attuale Lander Renania Settentrionale Westfalia.

Alle dipendenze degli Stammlager vi erano gli Arbeits–Kommando, distaccamenti di minori dimensioni ubicati nelle vicinanze delle fabbriche o dei luoghi di lavoro in cui venivano impiegati i prigionieri.


«Il nuovo campo di concentramento si trova a circa sette chilometri di distanza dalla fabbrica: è composto di alcune baracche di piccole dimensioni, ognuna delle quali contiene 20 letti a castello, per 40 persone, circondate da torrette e filo spinato.

 
Si effettuano due appelli giornalieri, uno di primo mattino e uno alla sera per il conteggio dei prigionieri: questa operazione generalmente si protrae per un’ora, a volte due, costringendoci a stare in piedi all’aperto con qualsiasi condizione di tempo».

E’ durante uno di questi appelli che mio padre, per non so quale motivo, riceve un pugno all’occhio destro da una di queste SS. Dopo qualche anno dal suo rientro in Italia, verrà operato: l’operazione non gli restituirà completamente la vista all’occhio destro.

«Ogni giorno, esclusa la Domenica, inquadrati e scortati dalle SS, raggiungiamo a piedi la fabbrica. Alla Domenica, nel campo di concentramento è possibile assistere alla messa.

Nel mio reparto si riparano locomotive a vapore: spesso i danni consistono in perforazioni dei serbatoi dell’acqua dovuti quasi sempre ad azioni belliche.

Nel capannone della fabbrica si lavora con personale tedesco: ci sono anche prigionieri francesi e russi, questi ultimi facilmente riconoscibili perché indossano una divisa a strisce e hanno la testa parzialmente rasata (anche i prigionieri russi non sono tutelati dalla Convenzione di Ginevra e nella gerarchia dei prigionieri del Terzo Reich vengono dopo gli italiani).

Il regolamento, nonché dei limiti invalicabili, segnati sul pavimento e controllati dall’alto da soldati delle SS, impedisce ogni contatto tra prigionieri di diversa nazionalità.

Il lavoro diventa pesante soprattutto a causa della scarsissima alimentazione, del tutto insufficiente ed inadeguata per turni di lavoro di 8-10 ore.

L’unico pasto giornaliero consiste in una minestra di rape, cioè acqua con pezzi di rape, consumato in fabbrica; ogni 3 giorni al capo baracca vengono consegnati due pezzi di pane da dividere tra 40 prigionieri. Per evitare discussioni sulle parti, qualcuno costruisce una piccola bilancia. Un giorno arrivano nel lager alcuni vagoni carichi di patate. Durante la notte alcuni di noi decidono di tentare di prenderne qualcuna. Mentre siamo sui vagoni arrivano alcune SS con i cani; ci nascondiamo tra le patate per non farci vedere e per trarre in inganno l’odorato dei cani: l’operazione riesce, ma con uno spavento tale che questo alimento sarà escluso dalla mia alimentazione di libero cittadino.

Un giorno, durante una marcia di trasferimento dal campo di concentramento alla fabbrica, un prigioniero del mio gruppo, vedendo delle piccole patate ai bordi della strada, abbandona le file per raccoglierle, ma viene freddato da una mitragliata della SS che ci segue.

Durante la notte le baracche vengono chiuse dall’esterno e viene staccata l’illuminazione interna, che consiste di una piccola lampada dalla luce molto fioca. Come servizi igienici viene usato un bidone posto nel centro della baracca.

E’ consentito scrivere ai familiari solo su lettere e cartoline postali appositamente distribuite al campo: la corrispondenza è sottoposta a censura».

«Non si doveva, infatti, scrivere dove eravamo e come eravamo trattati. Si scriveva che si stava ottimamente, che il trattamento era buonissimo e che i congiunti vivessero tranquilli».


 
«Buoni utilizzati nel campo di concentramento come danaro:

 peccato che nel lager non ci fosse nulla da poter acquistare, soprattutto di generi alimentari tranne qualche volta della birra».

Traduzione del testo sul soldo: Questo buono vale come mezzo di pagamento per prigionieri di guerra e può essere accettato e speso solamente nel campo di prigionia, presso i campi di lavoro negli spacci esplicitamente indicati. Lo scambio di questo buono come mezzo di pagamento legale deve aver luogo solamente presso le casse competenti dell’amministrazione del campo. Trasgressioni, intimidazioni e falsificazioni verranno puniti. Il capo del comando superiore delle Forze Armate.

 

Nel luglio 1944 scarseggia anche la carta per la corrispondenza.

Gli internati militari non potevano rivendicare per sé i diritti derivanti dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra; erano pressoché sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale e restarono alla mercé dell’arbitrio dei tedeschi. Berlino classificando i militari italiani non come prigionieri di guerra bensì facendoli passare per internati militari, si riservò piena libertà di decidere se autorizzare o meno le attività assistenziali delle organizzazioni internazionali.

Nel dicembre 1944 Vaccai, responsabile della Repubblica Sociale Italiana, del SAI Servizio Assistenza agli Internati militari, afferma: “non era stato fatto nulla” per gli internati militari. Lo stato fantoccio di Mussolini, costretto a pagare un enorme contributo in generi alimentari non solo alle truppe della Wehrmacht presenti in Italia ma anche al Reich – ossia alla popolazione tedesca - evidentemente non era in grado di prestare dovuta assistenza ai cittadini italiani prigionieri che si trovavano in Germania.

Anche il Consolato d’Italia, in una lettera datata 17 novembre 1944, fornisce un quadro della realtà dell’internamento in Germania: il Console di Cratz, rivolgendosi al Podestà di Menaggio scrive:

“[…] in base a superiori disposizioni impartite, i militari italiani già internati in Germania in seguito agli avvenimenti dello scorso anno, sono stati passati recentemente quali lavoratori civili. Nella mia Circospezione Consolare il numero di tali ex militari internati, distribuiti nei vari campi, ammonta a circa 6000. La maggior parte di essi si trova - in fatto di vestiario e di indumenti- in una situazione veramente disastrosa. Trattasi invero di persone che già da oltre un anno trovansi qui internate ed adibite a lavori quasi sempre pesanti, che non hanno avuto finora la possibilità di rinnovare nessun capo del proprio corredo, nella maggior parte dei casi già in cattive condizioni al momento del loro arrivo in Germania dai vari fronti di guerra. L’inverno nordico con i suoi terribili rigori è ormai alle porte e si rende indispensabile e indilazionabile la necessità di provvedere in qualche modo a favore di questi infelici. […] Rimane ancora una sola via aperta: quella della solidarietà dei fratelli italiani che vivono in Patria. […]”.


La maggior parte degli internati attendeva generi alimentari e vestiti dai familiari, a volte anche inutilmente perché i vagoni ferroviari venivano saccheggiati durante il viaggio.

In una cartolina postale del lager, scritta il 18 Luglio 1944, vi sono i ringraziamenti per aver ricevuto dalla famiglia il terzo pacco con indumenti.

In un'altra lettera scritta il 24 Agosto 1944, giorno del 29° compleanno, mio padre ringrazia i genitori per aver ricevuto un pacco con indumenti personali e soprattutto cibo.

 

La sopravvivenza è legata a qualche pacco che si spera di riceve da casa e che si divide tra compagni di prigionia ( “… siamo come fratelli …” ).

L’arrivo di un pacco assumeva un’importanza particolare, e siccome il suo contenuto era anche un segno della partecipazione dei congiunti a casa, la sua apertura era un momento di intensa emozione che, almeno per un istante, riusciva a lenire la straziante nostalgia di casa e apriva nuove prospettive di vita.

«Gli indumenti che indosso sono gli stessi di quando sono partito per l’Albania; cerco di mantenerli in ordine come posso anche con l’aiuto del mio più caro amico, Angelo Fusetti di Cislago, che è un sarto. Un giorno nel lager faccio la conoscenza con un giovane di Vedano al Lambro, Tullio (*). Fa il parrucchiere per i tedeschi, ma anche ci rapa per aiutarci a liberarci dai parassiti.»

(*) Tullio impara il tedesco. Alla liberazione del campo di concentramento, conosce una bella ragazza tedesca. Subito si sposano. Tullio incarica Arnaldo, al rientro in Italia, di recarsi a Vedano per tranquillizzare genitori e i parenti circa la sua esistenza in vita e di prepararli alla novità del suo matrimonio con una ragazza tedesca. Tullio rientrerà in Italia solo alla fine del 1945 per tornare subito in Germania dove vivra fino al 2005, anno della sua morte.

 

«Durante i trasferimenti dal lager alla fabbrica sovente venivamo insultati dai civili che incontravamo: ci chiamavano in senso spregiativo “badogliani”, “traditori” oltre a sputarci addosso.

Spesso giungevano al campo di concentramento delegazioni per convincerci a collaborare con il regime fascista e nazista in cambio della libertà: la scelta era tra una vita di stenti nei lager o il lavoro coatto e un “posto” da soldato regolare del terzo Reich o della Repubblica Sociale Italiana (in questo caso vi era la possibilità di ritornare subito in patria). Ma quelli che accettarono, i cosiddetti “optanti” furono una minoranza. Durante una di queste visite nel lager, un fascista italiano ci insultò gravemente dicendoci "Voi badogliani siete la feccia dell’Italia"».

 

I motivi del rifiuto a qualsiasi forma di collaborazione con il regime fascista e nazista furono diversi: dalla volontà di mantenere fede al giuramento prestato al Re, dal rispetto per se stessi, suscitato in modo particolare dal trattamento ricevuto dai tedeschi, e dal dichiarato antifascismo. In particolare negli animi degli internati militari italiani covava il rancore silenzioso e cupo verso quelli che ritenevano responsabili della loro miseria, ossia il “fascismo e i tedeschi” accompagnato dalla generale convinzione che la guerra sarebbe presto finita con la vittoria degli alleati, rafforzata dalle notizie travolgenti che giungevano dai vari fronti di guerra e dalla visione delle città della Germania distrutte, nelle quali i prigionieri venivano spesso impiegati per rimuovere le macerie.

Nonostante tutto la massa dei soldati italiani disarmati ebbe la forza di resistere alle offerte e alle pressioni. Fin dai primi giorni da questa forza si sviluppò “una resistenza cosciente che parve essere stata motivata soprattutto politicamente ed eticamente da sentimenti antifascisti.

Fin dall’inizio il trattamento riservato agli IMI oscillò tra propositi di rappresaglia e di sfruttamento.

In seno alla dirigenza nazista i propositi di vendetta, di cui si fece portavoce lo stesso Hitler, si scontrarono con posizioni più pragmatiche che alla fine indussero il Führer ad accogliere le proposte avanzate da Sauckel (dal 1942 plenipotenziario generale per la mobilitazione del lavoro) e Speer (ministro per gli armamenti) affinché gli internati venissero trasformati in “lavoratori civili”.

Il 20 luglio 1944 (giorno del fallito attentato contro di lui), Hitler decise di acconsentire al cambiamento di status.

Il 3 Agosto 1944 il comando supremo della Wehrmacht comunicò che ufficiali, sottufficiali e militari di truppa sarebbero passati ad un rapporto di lavoro civile. Tutti quanti i comandi dislocati in Germania dovevano cambiare “status” senza però interrompere le attività in corso.

Nell’autunno 1944 molti internati si opposero alla loro trasformazione in “lavoratori civili”.
«Per noi nessun cambiamento! o internati militari o lavoratori civili, ma sempre nel filo spinato». 

“Il problema base per noi dal momento in cui si è iniziata la campagna per farci di buona o di cattiva voglia passare civili è stato quello di rifiutarci in tutti i modi di firmare qualsiasi documento che possa più o meno direttamente implicare il nostro consenso a quella strana operazione o, comunque, al lavoro obbligatorio per l’astuto ma odiatissimo nemico tedesco. Soldati siamo stati catturati, soldati siamo trattenuti con la forza; soldati vogliamo un giorno tornare in patria”.

A partire dall’inizio di settembre 1944 il cambiamento di status venne attuato con metodi coercitivi. Tutta quella operazione si presentò comunque come un inganno destinato esclusivamente ad etichettarli in maniera diversa.

Le imprese cercarono di gestire gli internati, dai quali si aspettavano un vantaggio sul piano del rendimento, esclusivamente secondo i loro intendimenti e con i loro metodi.

«A settembre 1944 il campo di concentramento viene distrutto da un bombardamento, per fortuna mentre eravamo in fabbrica. Il mio diario, che tenevo nascosto sopra una trave della baracca e che avevo faticosamente salvato da tutte le perquisizioni, sembra ormai irreparabilmente perso. Con alcuni miei compagni, cercando tra le rovine nel tentativo di recuperare i nostri zaini, riesco a ritrovarlo intatto.

Vengo trasferito in un altro lager a Schwerte, nei pressi di Dortmund, sul fiume Ruhr, la zona più industriale della Germania».


 

Traduzione

Documento d’identità n° 1074

Fabbrica: Reichsbahnausbesserungswerk = Fabbrica nazionale di riparazione delle ferrovie Schwerte (Ruhr)

Reparto K                  Occupato: Hilfsschlosser = aiutante meccanico

Attenzione!

  1. La cessione del documento di identificazione a persone non autorizzate è considerato reato
  2. Lo smarrimento deve essere comunicato immediatamente alla Direzione o all’ufficio del Personale
  3. La carta d’identità deve essere portata sempre con sé durante il servizio
  4. Non consente di entrare ed uscire dal lavoro durante il servizio. Il documento di identificazione è di completamento …    è punibile colui che ne è sprovvisto quando gli viene richiesto.


«Gli alloggiamenti sono degli stanzoni all’interno della fabbrica.

Tra i tedeschi con i quali lavoro ci sono due personaggi emblematici che tengono un comportamento antitetico nei miei confronti. Il primo, che avevo soprannominato “Milankaputt”, al mattino, al mio arrivo nel reparto, conoscendo la mia provenienza, mi accoglie dicendomi “Milan Kaputt” (per farmi credere che Milano è stata distrutta dai bombardamenti), suscitando in me una certa apprensione. Una mattina “Milankaputt” non si presenta al suo posto di lavoro: sulla morsa del suo banco di lavoro vedo appoggiato un mazzo di fiori; vengo poi a sapere che l’aereo da combattimento sul quale si trovava il figlio era stato abbattuto. L’ altro che avevo soprannominato “il Campagnolo”, perché proveniva da una vicina zona di campagna, di animo buono e che ritenevo contrario al regime, all’ora del caffè che viene distribuito in mattinata, per un mese mi allunga, stando bene attento a non farsi notare, un pezzo di pane con la mortadella, che a volte consumo subito oppure, quando è possibile lo divido in baracca con i miei più intimi amici».

In seguito alla trasformazione da Internati Militari Italiano in “lavoratori civili” ai prigionieri viene concessa una retribuzione fittizia in “reichmark”.

«L’alimentazione insufficiente per svolgere qualsiasi attività lavorativa rimane».

Nell’inverno 1944-1945 il gelo, la mancanza di abiti adeguati, di coperte, di cibo, rese penosissime le condizioni degli ex-internati, ai limiti della sopravvivenza. I sintomi del crollo ormai imminente, d’altro canto, non mancarono di suscitare negli ex-internati la speranza che la loro prigionia sarebbe presto finita. Certo, gli attacchi aerei mettevano in pericolo la loro vita.

«11 Aprile 1945:

rombi di motori; il cielo diventa buio per la scia che le fortezze volanti che solcano il cielo sopra di noi emettono per non farsi colpire dalla contraerea. Cadono bombe; la fabbrica, che aveva già subito alcuni bombardamenti aerei lievi, viene bombardata in modo intensivo: i tedeschi la abbandonano, noi prigionieri cerchiamo riparo nei sotterranei. Mentre cerco dì nascondermi, a causa di uno spostamento d’aria dovuto ad una esplosione, vengo scaraventato ad alcuni metri di distanza, finendo in un tombino. Per fortuna me la cavo con alcune escoriazioni e qualche botta.

Nei sotterranei, con nostra sorpresa, scopriamo i magazzini pieni di ogni ben di Dio: e pensare che per noi non c’ erano neanche le bende; in caso di ferite sul lavoro ci si fasciava con pezzi dì carta!

15 Aprile 1945:

i soldati americani arrivano nella fabbrica e veniamo liberati. Momenti di grande sollievo e gioia. Siamo alquanto dimagriti e non siamo più abituati ad una alimentazione normale tanto che al primo pasto dì latte e riso stiamo tutti male. Poi piano piano ci si riprende. Ci sistemano presso abitazioni private, abbandonate dai proprietari, dove provvediamo autonomamente alla nostra alimentazione mediante i viveri che ci vengono consegnati.

Riprendiamo le forze tanto che costituiamo una squadra di calcio che partecipa ad un mini-torneo internazionale».

7 Maggio 1945: il generale tedesco Jodl firma la resa incondizionata della Germania.

«Luglio 1945: ai primi del mese la nostra zona passa sotto il controllo degli Inglesi, mentre gli americani si portano più a nord nella Germania. Con gli Inglesi ci troviamo un po’ più a disagio: non solo per l’alimentazione ma anche per il nuovo regolamento che non consente di restare fuori fino a tardi alla sera e che prevede il rientro entro le ore 19».«Il tempo trascorreva lentamente e attendevamo con ansia il fatidico giorno del rimpatrio. A metà Agosto ci assicurano che entro la fine del mese avremmo lasciato la Germania e ci invitano a preparaci. Partimmo da Dusseldorf; attraversammo diverse città tedesche, tra cui Colonia, Stoccarda, tutte devastate dai bombardamenti. Il treno procedeva lentamente».

«Ai primi dì settembre attraverso la Svizzera, passando dal lago di Costanza, arrivo a Ponte Chiasso. Il pensiero continuo era la casa, i familiari. Non ne avevo notizia da alcuni mesi. Il mio paese era stato bombardato? Le nostre case avranno subito danni? Arrivo poi a Como. Con alcuni compagni di viaggio andiamo in un’osteria; avevo cucito nella mia giacca prima, e salvato poi, 500 Lire: con mia grande sorpresa mi accorgo che sono appena sufficienti per comprare una bottiglia di vino!

Ritorno in stazione dove trovo un lissonese al quale subito mi rivolgo per avere notizie del mio paese. Sotto la sua guida, salgo sul primo treno diretto a Milano.

E’ il 4 Settembre 1945: arrivo alla stazione di Lissone. Saluto i miei compagni che continuano il viaggio per Milano e scendo dal treno. Una mia conoscente, che in quel momento era in stazione, mi vede e corre verso via Padre Reginaldo Giuliani, dove allora abitavo, ad annunciare ai miei parenti e al vicinato il mio ritorno. Mentre mi dirigo verso casa, un gruppo dì conoscenti della via mi si fa incontro e mi accoglie festosamente: poi l’incontro con i miei cari ….».

Arnaldo Pellizzoni
Lissone 25 aprile 1995

Samedi 29 août 2009
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Il capo del Governo Badoglio invia al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio in cui informa Einsenhover di non poter annunciare l'armistizio a causa della consistente presenza di truppe tedesche nei dintorni della capitale e sconsiglia l'invio della divisione aviotrasportata data l'impossibilità italiana di fornire il carburante e i mezzi necessari ai reparti sbarcati. Eisenhower respinge la richiesta di ritardare l'annuncio e minaccia pesanti ritorsioni in caso contrario; anzi, alle 16.30 radio New York anticipa la notizia della firma dell'armistizio con l'Italia.  8settembre1943-1-.jpg Poco dopo il re, Badoglio, Guariglia, Acquarone, Carboni e i ministri della guerra, della marina e dell'areonautica si riuniscono al Quirinale, dove arriva la notizia dell'annuncio dell'armistizio dato dagli americani.               

Il generale Castellano con il generale Eisenhower


Al nord reparti tedeschi comandati da Erwin Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l'occupazione dei punti strategici, in particolare impianti industriali e vie di comunicazione.

 

 

 Alle 19.45 Badoglio con un messaggio alla radio rende nota agli italiani la notizia dell’armistizio, firmato segretamente il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia, dal plenipotenziario italiano generale Castellani e dal generale americano Smith. L'Italia precipita nel caos. Il Re Vittorio Emanuele III e Badoglio lasciano Roma e, a bordo di una nave da guerra, da Pescara raggiungono Brindisi, nella zona già occupata dagli Alleati. L’esercito, lasciato senza ordini precisi, quasi ovunque si dissolve. I tedeschi, che nei giorni precedenti avevano fatto affluire rinforzi dal Brennero, avviano immediatamente l'operazione Achse, che attua le disposizioni a suo tempo predisposte in tale eventualità, e occupano di fatto la penisola italiana, disarmando e catturando centinaia di migliaia di militari italiani, in Italia, in Grecia, in Albania, in Jugoslavia e sugli altri fronti, avviandoli alla prigionia in Germania. Solo la flotta navale, ad eccezione della corrazzata Roma affondata dai tedeschi, riesce a sottrarsi alle mire tedesche e a consegnarsi agli alleati nell'isola di Malta. Per l’esercito italiano l’annuncio dell’armistizio è uno sfacelo: 60.000 fra morti e dispersi, oltre 700 mila soldati internati in Germania; fra i superstiti, molti fuggono verso casa, molti danno vita a bande partigiane che animeranno la Resistenza. Gli antifascisti danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale, chiamando il popolo “alla lotta e alla resistenza”.

La notizia dell’armistizio era stata tenuta segreta proprio per scongiurare la reazione dei tedeschi, in vista del progettato aviosbarco di truppe anglo-americane a Roma. L’operazione, troppo rischiosa, viene però annullata. Nella capitale, in particolare nel quartiere di Porta San Paolo, portasanpaolo.jpg  esercito e popolazione insieme riescono a fermare l'avanzata del maresciallo Kesselring. Durante la notte le divisioni Granatieri, Ariete e Piave fermano i tedeschi intorno a Roma. Incominciano le operazioni di sbarco della V armata americana nel golfo di Salerno, dove sono schierate le forze tedesche comandate dal generale von Vietinghoff. Gli inglesi sbarcano a Taranto.

Il fatto stesso che, dopo il proclama di Badoglio delle 19.43, la radio seguitasse a ripeterlo, con monotonia esasperante, e non vi aggiungesse nessun'altra notizia, aveva convinto la maggior parte degli italiani che tutto era stato disposto per il meglio, da parte del maresciallo Badoglio e del suo governo, ed anche il re era stato previdente, lungimirante, così si pensava. Segno che in alto loco, insomma, erano state calcolate bene tutte le mosse.
Quella notte Vittorio Emanuele III, Badoglio e i generali abbandonano Roma e fuggono a Pescara, da dove la Marina li porterà a Brindisi sotto protezione alleata.


Il testo del messaggio di Badoglio

"Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Lundi 24 août 2009
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