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Angelo Casnici, prigioniero degli Inglesi

19 Décembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Durante la seconda guerra mondiale fu prigioniero degli Inglesi per tre anni (dal 4 agosto 1943 al 18 maggio 1946).

 

 

 

Nasce a Solferino, in provincia di Mantova, il 27 novembre 1919, da Luigi e Caiola Giovanna.

Di professione agricoltore, viene chiamato al servizio di leva il 7 aprile 1938. Viene congedato 7 aprile 1939.

In guerra

Viene richiamato alle armi il 13 marzo 1940: destinazione Palermo, inquadrato nel 12° Reggimento Artiglieria di Corpo d’Armata.

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista, il 10 giugno 1940, dal 1 agosto 1941 passa alla Direzione Artiglieria della Sicilia e successivamente, dal 26 maggio 1942, al 24° Reggimento Artiglieria facente parte della Compagnia Direzionale della 6a Armata.

La 6ª Armata italiana in Sicilia era comandata dal generale Alfredo Guzzoni consisteva di nove divisioni per un totale di circa 230.000 uomini.

foglio matricolare di Casnici Angelo

foglio matricolare di Casnici Angelo

Le operazioni preliminari dell'attacco all'Italia da parte degli Alleati si erano concluse, più rapidamente del previsto, con l’occupazione delle isole di Pantelleria e di Lampedusa che sbarravano il canale di Sicilia.

Come in Tunisia, gli italiani si arrendevano non soltanto perché soverchiati dalla potenza militare avversaria, ma perché sapevano che ogni resistenza alla potenza distruttiva dei bombardamenti aerei e navali sarebbe stata priva di senso.

La Sicilia doveva essere il primo obiettivo dell'invasione, ma intanto occorreva colpire direttamente tutta l'Italia per indurla ad uscire dalla guerra. Bombardieri degli Alleati colpivano le città italiane con attacchi sufficienti a disorganizzare la vita di un Paese già provato, e ad abbatterne il morale.

Più gravi, agli effetti della continuazione della guerra, erano le distruzioni degli impianti: industrie, porti, stazioni ferroviarie, vie di comunicazione. Distruzioni che paralizzavano la macchina militare. Il terrore spingeva decine di migliaia di persone a sgomberare le città maggiormente esposte agli attacchi. La situazione alimentare era gravissima, accentuata dalla crisi dei rifornimenti e dall'aumento dei prezzi. D'altra parte le razioni assicurate dal tesseramento si rivelavano sempre più insufficienti.

Oltre a Palermo, la rovina si abbatté su Messina. Tutte le navi traghetto, meno una, vennero affondate; i rifornimenti si ridussero ancora e crebbe nell'isola la sensazione d'essere completamente abbandonati dal resto d'Italia.

cartina dello sbarco alleato in Siciliacartina dello sbarco alleato in Sicilia

cartina dello sbarco alleato in Sicilia

Erano complessivamente quasi 1.500 navi da trasporto e oltre 1.800 mezzi da sbarco. 280 navi da guerra facevano da scorta ai due convogli che portavano 160.000 uomini, 14.000 veicoli, 600 carri armati, 1.800 cannoni; 4.000 aerei erano allineati nelle basi nordafricane.

La più grande flotta che avesse mai solcato le acque del Mediterraneo si era data appuntamento nello stretto di Sicilia. A destra il convoglio che portava l'VIII Armata inglese del generale Montgomery puntava sulle coste sud-orientali dell'isola. A sinistra, diretto verso le coste meridionali, il convoglio che trasportava la VII Armata americana, comandata dal generale Patton.

ulteriore avanzataulteriore avanzata

ulteriore avanzata

La situazione economica, sociale e morale della Sicilia era ancor più triste di quella militare. Tutti i mali di cui soffriva allora l'Italia, - miseria, carestia, disorganizzazione della vita civile -, qui erano inaspriti dallo stato di grave isolamento e dal martellamento massiccio dell'aviazione alleata. Il malcontento dei siciliani era aggravato dalla presenza dei tedeschi, che si abbandonavano frequentemente a violenze e ruberie. Era vivo il desiderio di uscire comunque dalla guerra.

Ciò che stupiva gli invasori era la quiete che regnava su quelle coste. Le due o tre batterie che in certi punti avevano risposto al fuoco, erano subito state ridotte al silenzio dai tiri combinati delle navi.

Perciò gli sbarchi avvenivano quasi ovunque senza combattere. Nelle prime ore del mattino, mentre sulle spiagge era un riversarsi continuo di automezzi, carri armati, cannoni, i reparti più avanzati marciavano già sulle strade dell'isola, diretti verso i paesi dell'interno.

Sotto i colpi delle artiglierie navali, le postazioni italiane resistettero tenacemente fino all'esaurimento delle munizioni.

La situazione dei difensori diventava sempre più insostenibile. Il 25 luglio aveva aggravato la crisi dei reparti superstiti della VI Armata italiana, mentre i tedeschi avevano avuto l'ordine di passare al più presto sul continente.

Crollato il fascismo, i siciliani ormai consideravano gli invasori come degli amici. Si manifestavano sempre più forme di opposizione popolare alla guerra, dalle diserzioni in massa delle truppe italiane, aiutate dalla popolazione, sino a scontri armati con i tedeschi nella piana di Catania.

Molti soldati italiani si erano arresi o dispersi per lo scoramento che ormai animava ufficiali e soldati. Tra coloro che cercarono rifugio presso masserie di contadini siciliani vi era anche Angelo Casnici con un gruppo di suoi commilitoni.

Dopo alcuni giorni, il loro nascondiglio viene scoperto da un gruppo di tedeschi in ritirata. Durante il loro trasferimento verso il comando tedesco, riescono ad avere il sopravvento sulla scorta composta da due militari tedeschi e a fuggire.

Vagano sui monti mentre l’avanzata degli Alleati verso Messina continua. Dopo una settimana di continui spostamenti tra mille difficoltà, in una situazione caotica, decidono di consegnarsi agli Alleati.

Prigioniero degli Inglesi

É il 4 agosto 1943.

Il giorno dopo, superate le ultime resistenze, le avanguardie del XIII Corpo britannico entrarono a Catania da ovest e da sud.

Ormai il comando italo-germanico si preoccupava solo di riportare sul continente il maggior numero di truppe.

Nel pomeriggio dell'11 agosto ebbe inizio la fase finale dello sgombero dell'isola.

Su motozattere, traghetti e imbarcazioni di fortuna, sotto le bombe dell'aviazione alleata e il tiro dell' artiglieria, i resti delle Divisioni italiane e tedesche riuscirono a riparare in Calabria.

Il 17 agosto, con l’entrata degli Alleati a Messina la campagna di Sicilia era praticamente chiusa.

Un’«infornata» di prigionieri italiani catturati in Sicilia venne trasportata in Algeria. Altri furono trattenuti in Sicilia, i rimanenti furono trasferiti in Inghilterra.

Il limite principale ai trasferimenti risiedeva nel rischio, effettivamente concreto, che le navi trasportanti i prigionieri fossero affondate lungo le rotte verso la Gran Bretagna.

Per un anno Angelo Casnici rimane internato in Sicilia come lavoratore al seguito delle truppe. Il 5 agosto 1944 viene trasportato in nave nel Regno Unito.

Dopo un viaggio di alcuni giorni, attraverso il mar Mediterraneo occidentale, lo stretto di Gibilterra e l’oceano Atlantico, la nave che trasporta prigionieri italiani, approda nel porto di Liverpool.

Negli stessi giorni di agosto 1944, e precisamente la mattina del 14 agosto, gli Alleati entrano in Firenze liberata dai partigiani. Il 15 agosto le forze alleate sbarcano in Provenza.

Il trattamento dei prigionieri

Al loro arrivo i prigionieri, dopo aver specificato, nome, grado e numero di matricola, dovevano sottoscrivere la seguente dichiarazione:

«Io prometto che in conseguenza dell' armistizio concluso tra le nazioni alleate e il Regno d'Italia e dello stato di guerra che ora esiste tra l'Italia e la Germania, di lavorare secondo gli ordini e per conto delle Nazioni Unite e di assisterle con tutti i miei mezzi nella prosecuzione della guerra contro il nemico comune: la Germania. Io mi impegno a non abusare della fiducia in me riposta e a non violare alcuna delle condizioni sotto le quali i privilegi speciali che la seguente dichiarazione comporta sono stati a me concessi. Io mi impegno a eseguire tutti gli ordini e a uniformarmi a tutti i regolamenti promulgati dalle Autorità Militari Alleate, ben sapendo che, mancando a tali doveri, perderò diritto ai miei privilegi».

A differenza dei tedeschi con i prigionieri italiani, gli Alleati intendevano rispettare la Convenzione di Ginevra. (La Convenzione di Ginevra, che era stata votata il 27 luglio 1929 di comune accordo dalle grandi potenze, codificava il trattamento che dovevano ricevere i prigionieri nelle guerre future: i loro diritti, i loro doveri e tutte le altre esigenze dal punto di vista materiale).

In particolare gli articoli 7 e 9, prevedevano, rispettivamente che i prigionieri non fossero «esposti a rischi, mentre aspetta[va]no l’evacuazione da una zona di guerra» e che non potessero essere inviati «in un’area dove avrebbero potuto essere esposti al fuoco di combattimento, o essere usati per rendere alcuni siti o aree immuni da bombardamenti grazie alla loro presenza».

La situazione dei prigionieri italiani non cambiò neppure dopo la proclamazione dell armistizio dell’8 settembre 1943, né dopo lo stesso riconoscimento della «cobelligeranza», concesso all'Italia dagli Alleati in seguito alla dichiarazione di guerra alla Germania fatta dal Governo Badoglio il 13 ottobre di quell'anno, perché gli inglesi continuavano ad essere estremamente interessati allo sfruttamento della manodopera fornita dai POWs (la forma abbreviata, usata regolarmente nella documentazione britannica, di Prisoners of War).

La scelta dei britannici - come, del resto, degli americani - era dettata soprattutto dalla volontà di non privarsi di manodopera ritenenuta così preziosa che non solo non furono rilasciati i militari italiani già presenti nel Regno Unito, ma si dispose il trasferimento in Gran Bretagna di altri prigionieri italiani detenuti nel Medio Oriente, in India, in Sud Africa, in Kenya e in altri paesi del Commonwealth, così che già nel 1943 risultavano detenuti nel Regno Unito circa 80.000 militari italiani, diventati 140.000 nel novembre 1944 per giungere a 155 - 158.000 nei primi mesi del 1945.

Da prigionieri a «cooperatori»

Le autorità inglesi si mostravano, inoltre, particolarmente interessate a trasformare i POWs in «cooperatori», così da poterli impiegare come manodopera anche nei cantieri, negli stabilimenti e persino nelle installazioni militari, superando le limitazioni imposte dall'articolo 31 della Convenzione di Ginevra all'impiego dei prigionieri. Nello stesso tempo, però, non intendevano minimamente rinunciare al potere di controllo e di comando che potevano esercitare su di loro in quanto prigionieri, e così anche i militari italiani detenuti in Gran Bretagna che accettarono di «cooperare» rimasero a tutti gli effetti «prigionieri di guerra», sia pure dotati di qualche privilegio rispetto al passato.

Il trattamento riservato dagli inglesi ai militari non era dunque neppure lontanamente paragonabile a quello durissimo, realmente disumano, che sarebbe stato imposto dopo l'8 settembre 1943 dai tedeschi ai militari italiani internati nei lager nazisti, minati nel fisico, spesso fino a morirne, per la fame, per il freddo, per le epidemie e per i lavori pesantissimi cui erano obbligati. L'alimentazione dei prigionieri italiani detenuti nel Regno Unito, in particolare, risultò sempre decisamente migliore non solo di quella, largamente inferiore al minimo indispensabile per sopravvivere, fornita ai prigionieri di guerra italiani internati nei campi di concentramento della Germania nazista e della Russia staliniana, ma anche di quella modestissima assicurata agli stessi civili italiani in patria.

Il numero dei «cooperatori», comunque, aumentò progressivamente fino a comprendere la stragrande maggioranza dei prigionieri italiani, anche perché chi aderiva riceveva una paga più alta ed era alloggiato in campi o in hostels migliori dai quali poteva anche liberamente allontanarsi, entro una certa distanza.

I rapporti con i datori di lavoro

Nonostante l’ostilità manifestata dalla popolazione britannica verso gli italiani e alla larga diffusione nel Regno Unito di pregiudizi nei loro confronti, però, si registravano buoni rapporti tra i POWs e i loro datori di lavoro, in particolare con i piccoli proprietari terrieri e le loro famiglie, con cui, anzi, si stabilirono molto spesso forti legami affettivi, perché avevano accolto con rispetto e benevolenza i militari impegnati nei lavori agricoli così da farli sentire, in qualche modo, come a casa propria.

I prigionieri italiani erano tenuti a lavorare sodo e per una paga molto modesta, per gli standard inglesi, ma il lavoro non fu mai eccessivamente pesante e fu comunque sempre sostenuto in buone condizioni fisiche, perché, di norma, erano loro assicurati un'alimentazione soddisfacente (con tre pasti al giorno e razioni abbondanti), degli alloggi puliti, efficienti, riscaldati, dotati di corrente elettrica e di acqua, anche calda, un adeguato vestiario e un'assistenza medica di buon livello. I prigionieri, infine, poterono sempre contare sull'azione di sostegno materiale e di conforto morale prestata con grande generosità dai volontari dell'YMCA (Young Men's Christian Association).

I militari italiani seppero comunque adattarsi alla loro difficile situazione, tanto da spingere le autorità inglesi ad impiegarli anche per lavori particolarmente delicati per la sicurezza militare; e nel settembre 1944 si decise di impiegare gli italiani cooperatori addirittura presso le stazioni della Royal Air Force e Angelo Casnici fu tra questi.

L’impiego

Angelo Casnici lavora presso un aeroporto della RAF (Royal Air Force) nella contea di Norfolk.

La corrispondenza con i familiari in Italia

Come confermato anche dal figlio di Angelo Casnici, Giuseppe, scarsa fu la corrispondenza con i familiari in Italia: i prigionieri italiani incolpavano il servizio postale britannico, la censura, la Croce Rossa anche se cominciava a diffondersi l’idea che, per quanto riguardava la posta diretta all'Italia settentrionale, fossero i tedeschi a impedirne il recapito. Tutto il Nord Italia, dove vi era la Repubblica sociale di Mussolini, era sotto occupazione tedesca.

Dalle poche lettere si constata che  la preoccupazione principale degli italiani riguardava la situazione in cui versavano le loro famiglie in Italia. Consapevoli del fatto che le loro condizioni fossero di gran lunga migliori di quelle della maggior parte dei connazionali in patria, avrebbero voluto - contrariamente a ciò che di solito i prigionieri desiderano, cioè ricevere generi di conforto - spedire a casa cibo e altri beni primari, dei quali in Italia vi era un’estrema necessità per garantire la mera sopravvivenza.

Il ritardato ritorno in Italia

Neppure l'impiego di tutti i POWs presenti in Gran Bretagna bastava a coprire i vuoti lasciati dai lavoratori inglesi ancora sotto le armi. Il rimpatrio dei prigionieri italiani poté perciò essere avviato solo alla fine del 1945 e non poté essere effettuato che per piccoli scaglioni mensili tanto da essere portato a termine solo nell'agosto-settembre 1946.

Il rimpatrio dei POWs italiani fu dunque continuamente rinviato, posticipandolo, prima, alla fine del conflitto in Europa; poi, alla fine delle ostilità contro il Giappone, e, dopo ancora, alla conclusione del raccolto delle patate e delle barbabietole del dicembre 1945, perché per la sua riuscita era indispensabile l'apporto dei prigionieri italiani.

Naturalmente la priorità fu data al rientro dei prigionieri alleati internati nei lager nazisti e poi a quello delle truppe anglo-americane impegnate nel continente europeo.

La documentazione utilizzata da Insolvibile nel suo libro “Wops- I prigionieri italiani in Gran Bretagna (1941-1946) [Wops è anche l'anagramma di P.o.Ws., la forma abbreviata, usata regolarmente nella documentazione britannica, di Prisoners of War] mette bene in luce come la responsabilità dei ritardi nel rimpatrio dei POWs ricada in buona parte sulle stesse autorità italiane, che non si mostrarono mai particolarmente interessate al rientro dei prigionieri o, addirittura, tentarono in ogni modo di incoraggiarli a restare in Gran Bretagna, così come negli Stati Uniti, come immigrati permanenti per ridurre al minimo la pressione dei reduci sul già disastrato mercato del lavoro in Italia e per poter utilizzare la valuta pregiata fornita dalle loro rimesse per finanziare la ricostruzione nazionale.

Angelo Casnici rientrò in Italia il 18 maggio 1946.

Angelo Casnici, prigioniero degli Inglesi

Da prigionieri a reduci

L'enorme stress emotivo che i militari italiani detenuti nel Regno Unito dovettero sopportare per lunghi anni per l'estenuante attesa del rimpatrio e per le deprimenti notizie provenienti dall'Italia sulla critica situazione economica del paese, che li metteva in ansia per la sorte delle loro famiglie e li rendeva rabbiosi e depressi per la propria impotenza, contribuì non poco a rendere amaro il ritorno alla libertà. Anzi, anche il tanto atteso rientro in Italia finì col tradursi nell'ennesima stagione della delusione per questi sfortunati compatrioti, perché il trauma per la situazione trovata in Italia e le difficoltà incontrate per il reinserimento nella vita civile di un paese, uscito semidistrutto dalla guerra e ancora ridotto alla fame, non consentirono loro di sentirsi finalmente davvero «liberi» ma li portarono semplicemente a passare dall'umiliante status di «prigionieri» a quello amaro e insoddisfatto di «reduci».

Estranei ai grandi cambiamenti materiali, politici e psicologici del paese durante la guerra, la Resistenza, la nascita della Repubblica, esclusi per troppo tempo dall'intimità delle proprie case e dei propri affetti, disoccupati, per la maggior parte, in un paese in preda alla fame e alla miseria, dovettero reinventarsi, affrontare nuove sfide, scoprirsi cittadini democratici, dimenticando nel contempo, volutamente o meno, di essere stati sudditi, e fascisti, più a lungo degli altri, anche se non per scelta.

Per chi poté rientrare solamente dopo il 2 giugno 1946

Il 2 giugno 1946, 260.000 italiani, di cui 38.000 ancora in Gran Bretagna, non poterono partecipare al primo appuntamento democratico nazionale dell'Italia postfascista, la scelta tra monarchia e repubblica e l’elezione dei “padri costituenti”, coloro che avrebbero preparato la nuova costituzione dell’Italia repubblicana.

Il giorno prima delle elezioni il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi rivolse un messaggio ai prigionieri:

«Alla vigilia del plebiscito e del voto per l'Assemblea Costituente devo dirvi che pensiamo con particolare dolore a voi, prigionieri di guerra o internati civili, fratelli tutti, di cui da tempo attendiamo invano il ritorno. Anche in occasione della conferenza di Parigi i nostri delegati hanno insistito presso gli Alleati, affinché possiate rientrare in Patria. Si ripetono, si ribadiscono le promesse, e lo stesso progetto del nuovo armistizio contiene un ulteriore solenne impegno degli Alleati, per il rimpatrio dei prigionieri. Non prestate fede a chi insinua che la Patria vi dimentica o trascura di ricorrere ad ogni mezzo per farvi ritornare. Il ritmo dei rimpatri a cura degli Alleati e per quanto comportano i limitati mezzi delle nostre marine da guerra e mercantile a cura dell'Italia sta gradatamente accelerandosi e lascia prevedere non lontano ormai il vostro totale rimpatrio.  [...].  Non credere un momento solo alla calunnia che noi non vi vogliamo. Quando abbiamo fissata la data delle elezioni avevamo ragione di sperare che nel frattempo i trasporti si sarebbero accelerati [...]. Di questo ritardi ci lagniamo amaramente; ma d'altro canto consideriamo che l'elezione di un'Assemblea Popolare, la costituzione di un nuovo governo democratico su basi elettive, darà maggiore forza alla nostra protesta e alle nostre insistenze per il vostro ritorno». Il messaggio di De Gasperi, inciso su disco, fu trasmesso nei campi la sera dello giugno 1946.

Il governo britannico, approffittando della bella stagione, decise di velocizzare i rimpatri effettuando trasferimenti via terra attraverso la Germania e il Brennero. I trasporti Gran Bretagna-Calais-Verona divennero ben presto l'unico sistema utilizzato per il rimpatrio degli italiani dal Regno Unito. Tale sistema permetteva di far rientrare in Italia circa 9.000 uomini al mese. Le fonti italiane riferiscono che a fine luglio 1946 i rimpatri potevano considerarsi (quasi) conclusi.

Angelo Casnici rimase a Solferino sino al 1952, poi emigrò in Svizzera, a Zurigo. Nel frattempo si sposò e rientrò in Italia venendo ad abitare a Lissone nel 1959.

Muore nel 1984 a Vedano al Lambro, dove si era trasferito nel 1966.

Ringrazio Giuseppe Casnici per avermi mostrato i documenti che illustrano le vicissitudini di suo padre Angelo durante la seconda guerra mondiale e per aver raccolto i suoi ricordi che costituiscono una preziosa testimonianza.

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