Pubblico qui il
discorso che avrei pronunciato questa mattina durante le cerimonie ufficiali del 25 aprile se non mi fosse stato impedito per arbitraria decisione del Sindaco Ambrogio Fossati, contrariamente a
quanto avvenuto nelle cerimonie degli anni passati, quando, oltre all’oratore dell’A.N.P.I, ho sempre potuto intervenire come presidente della sezione dell’A.N.P.I. di Lissone. Auguro nuovamente
una buona Festa della Liberazione a tutti.
Renato Pellizzoni
Siamo oggi qui per festeggiare la Liberazione dell’Italia dalla dominazione nazista e dal regime
fascista.
Oggi con la nostra presenza vogliamo ricordare
tutti coloro che hanno scritto con il loro coraggio e perfino con il loro sangue una pagina magnifica e tragica della nostra storia, che è la guerra di Liberazione.
Credo che la memoria sia preziosa per la nostra
democrazia, e che i partigiani, le vittime del terrorismo, le vittime di tutte le guerre, i grandi atleti nostri, siano tutti degni di memoria ma siano storie diverse che meritano l’adeguata
attenzione. Credo per questo che confondendo storie e ricordi diversi, accumulandoli in un’unica giornata, noi indeboliamo e annacquiamo la memoria che dobbiamo a queste persone. La legge
italiana prevede giornate diverse. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dal nazifascismo.
Siamo qui per ricordare e comprendere il nostro passato.
La memoria storica arricchisce e allarga la nostra
esperienza, ci connette invisibilmente alle generazioni passate e ci dà un saldo fondamento per il presente.
La Resistenza è stata principalmente azione; la
lotta militare si intrecciò però con l’elaborazione politica; si posero le premesse politiche per la nuova Italia, che sarebbe nata dalla sconfitta del fascismo e del nazismo.
La Resistenza resta un evento cruciale nella
storia del nostro Paese perché in essa si formò la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana.
La guerra di Liberazione è stata la confluenza di
due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era
manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale. La guerra di Liberazione non scoppiò come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nacque come moto
spontaneo.
Resistenti furono i militari italiani che combatterono a Cefalonia, e che
vennero trucidati dai nazisti, i militari che combatterono al fianco degli Alleati nel Corpo Italiano di Liberazione.
Resistenti vanno considerati gli oltre 600.000 italiani che, rifiutando di
combattere a fianco dei nazisti, finirono nei lager tedeschi, costretti al lavoro coatto. Tra questi internati militari vi era anche mio padre Arnaldo, che per 20 mesi fu costretto a lavorare come schiavo in un campo di concentramento in Germania: ho
potuto ricostruire le sue vicissitudini dal suo racconto e da un suo diario.
In Italia 45.000 sono stati i partigiani che morirono.
Importante è stato il contributo delle donne italiane: 35.000 sono state le donne partigiane.
La Resistenza
armata, senza un sostegno diffuso della popolazione, non avrebbe potuto sopravvivere.
Hanno determinato
questa partecipazione popolare le pessime condizioni di vita di una popolazione stremata dall’economia di guerra. E certamente ha pesato la sconfitta militare, lo smantellamento dell’esercito
come è accaduto l’8 settembre, e l’alternativa di nascondersi o di combattere, che si pose a molti giovani che rifiutavano l’ingresso nelle bande della Repubblica di Salò.
Vent’anni di
oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.
Gli Alleati, che ebbero un peso determinante nella conduzione della guerra,
al termine del conflitto, hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza.
La parte migliore del popolo italiano aveva riconquistato, per tutta la
Nazione, la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.
L’Italia è così diventata un paese democratico. Questi valori di democrazia
e di rispetto della persona umana vennero sanciti con la Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e civile.
La conquista della libertà e della democrazia rappresenta un bene che
dobbiamo agli uomini che hanno lottato nella Resistenza.
Quelle donne e quegli uomini che parteciparono
attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, avevano in mente l’ideale di una nazione
libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani.
A loro va il nostro pensiero e la gratitudine per
averci consentito di riacquistare la dignità nazionale.
Una festa come quella del 25 aprile, secondo i
suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire la pacificazione tra gli italiani.
Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina
dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può
equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti.
Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe
persino insensato sul piano storico. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici.
Essa non fu altro che quell’opera di
democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti,
pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.
Ora il mio pensiero va ai 15 lissonesi che
morirono nella guerra di Liberazione.
8 furono fucilati e 7 morirono nei lager
nazisti.
Domani mattina renderemo loro omaggio, portando,
in bicicletta (che era il mezzo molto usato dalle staffette partigiane) dei fiori nelle vie di Lissone a loro dedicate.
Spero
che la Resistenza italiana possa finalmente far parte di una riflessione storiografica condivisa da tutti i cittadini italiani.
“Al vostro fianco, tra voi sempre senza che voi lo sappiate, degli uomini lottano e muoiono gli uomini della lotta
clandestina per la Liberazione. Questi uomini, fucilati, arrestati, torturati, lontani sempre dalle loro case, separati spesso dalle loro famiglie, combattenti senza uniformi e senza stendardi,
reggimenti senza bandiere, i cui sacrifici e le cui battaglie non vengono scritte con lettere d’oro negli annali, ma solamente nella memoria fraterna
e dolorosa di coloro che sopravvivono.
La gloria è come una nave dove non si muore solamente a cielo aperto ma anche
nell’oscurità patetica degli scafi. È così che muoiono gli uomini della lotta clandestina. Rendiamogli onore.”
messaggio ai Francesi di Pierre Brossolette, dai
microfoni della BBC, il 22 settembre 1942
La Resistenza per i Francesi
“La Resistenza occupa un posto a parte nella
nostra memoria collettiva. Più che un avvenimento la Resistenza si è trasformata in un mito fondante che ha dato alla Francia i suoi valori e ai Francesi un’immagine idealizzata di loro
stessi.
Da pagina di storia, la Resistenza è diventata una “memoria collettiva” che struttura
ancora l’immaginario del Paese.
L’essenza della Resistenza è stata una reazione patriottica che è nello stesso tempo un
atto di guerra e una difesa dell’Uomo. Un rifiuto, una reazione che sono anche un progetto di società. Il suo messaggio supera l’avvenimento da dove ha avuto origine. È universale e atemporale. Ogni generazione può farlo suo. Ogni Paese può adottarlo come modello.
Riflesso di un tempo particolare, la Resistenza è anche di tutti i tempi”.
Robert Belot, professore
universitario
Cosi' si festeggiava a Lissone l'anniversario della Liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista e dal regime
fascista.
manifesto del 25 aprile 1970
25 APRILE 1945 - 25 APRILE
2009
Difendiamo la Costituzione della Repubblica italiana nata
dalla Resistenza contro ogni tentativo di snaturarla, di svuotarla, di svilirla.
“La Costituzione è un testamento, un testamento di
100mila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate
nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.
Queste parole di Piero Calamandrei, uno dei Padri della
Patria sono tremendamente attuali. La Costituzione è minacciata sempre più da pericolosi segnali di ostilità
ignorando così la storia con assurde proposte di parificazione tra chi ha combattuto ed è stato ucciso per la libertà e chi ha collaborato con l’occupante. Da qui la necessità di respingere con fermezza tutti i tentativi di chi vuole reciderne le radici che la legano alla Resistenza, alla lotta partigiana, alla guerra di Liberazione nazionale.
Gli Italiani tutti hanno pagato un prezzo altissimo per la
conquista della libertà che oggi 25 aprile celebriamo. In questo dolore, in questa lotta e in questo sacrificio
affondano le loro radici la nostra Repubblica e la nostra Costituzione che la storia chiama tutti a riconoscere come matrice della nostra comunità nazionale.
Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane
Fondazione Corpo Volontari della Libertà
(CVL)
Comitato Permanente Antifascista contro il
Terrorismo per la Difesa dell’Ordine Repubblicano
Comitato Promotore Celebrazioni
Anniversario della Liberazione