Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

La Resistenza dei militari italiani a Cefalonia

26 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

L’8 settembre 1943 la Divisione Acqui che, forte di 525 ufficiali e 11.500 soldati, presidiava le isole di Cefalonia e Corfù agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte alla consueta alternativa: o arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata, sapendo di non poter contare su alcun aiuto esterno.

Tra il 9 e l’11 settembre si svolsero estenuanti trattative tra Gandin e il tenente colonnello tedesco Barge, che intanto fece affluire sull’isola nuove truppe. L’11 settembre arrivò l’ultimatum tedesco, con l’intimazione a cedere le armi. All’alba del 13 settembre batterie italiane aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco carichi di tedeschi. Barge rispose con un ulteriore ultimatum, che conteneva la promessa del rimpatrio degli italiani una volta arresi. Gandin chiese allora ai suoi uomini di pronunciarsi su tre alternative: alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. Tramite un referendum i soldati scelsero all’unanimità di resistere.

Il 15 settembre cominciò la battaglia che si protrasse sino al 22 settembre, con drastici interventi degli aerei Stukas che mitragliarono e bombardano le truppe italiane. I nostri soldati si difesero con coraggio, ma non ci fu scampo: la città di Argostoli distrutta, 65 ufficiali e 1.250 i soldati caduti in combattimento.

L’Acqui si dovette arrendere, la vendetta tedesca fu spietata e senza ragionevole giustificazione. Il Comando superiore tedesco ribadì che "a Cefalonia, a causa del tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi secondo gli ordini del Führer".

Il 24 settembre Gandin venne fucilato alla schiena; in una scuola 600 soldati italiani con i loro ufficiali furono falciati dal tiro delle mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi a gruppetti nel cortile della casetta rossa. Alla fine saranno 5.000 i soldati massacrati, 446 gli ufficiali; 3.000 superstiti, caricati su tre piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparirono in mare affondati dalle mine. In tutto 9.640 caduti, la Divisione Acqui annientata.

Molti dei superstiti dell’eccidio si rifugiarono nelle asperità dell’isola e continuarono la resistenza nel ricordo dei compagni trucidati e si costituirono nel raggruppamento Banditi della Acqui, che fino all’abbandono tedesco di Cefalonia si mantenne in contatto con i partigiani greci e con la missione inglese operando azioni di sabotaggio e fornendo preziose informazioni agli alleati.

 

Dal discorso del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla commemorazione dei caduti italiani della divisione "Acqui" Cefalonia, 1° marzo 2001

«Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento ...

La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo.

Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, "unanime, concorde, plebiscitaria": "combattere, piuttosto di subire l'onta della cessione delle armi".

Un filo ideale, un uguale sentire, unirono ai militari di Cefalonia quelli di stanza in Corsica, nelle isole dell'Egeo, in Albania o in altri teatri di guerra. Agli stessi sentimenti si ispirarono le centinaia di migliaia di militari italiani che, nei campi di internamento, si rifiutarono di piegarsi e di collaborare, mentre le forze della Resistenza prendevano corpo sulle nostre montagne, nelle stesse città».

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monumento agli italiani della divisione Acqui trucidati a Cefalonia dai tedeschi

 

 

versi in dialetto friulano di un fante della Acqui, Olinto G. Perosa.

 

Il dì plui trist

 

Nus puartin

vers Argostoli

incolonaz

sote la curte cane

del "mascin"

un puar drapel

batut

e dezimat

Vin piardut

guere e speranze

e i nestris muarz

son lì

par tiere

di cà e di là de'strade

cui voi sbaraz

E il mar...lajù

cui tant ò vin sperat

nus vuarde

ndiferent

e mut!

 

Il giorno più triste

 

Noi partivamo

verso Argostoli

incolonnati

sotto le corte canne

del mitra

un povero drappello

battuto

e decimato

Abbiamo perduto

guerre e speranze

e i nostri morti

sono lì

per terra

di quà e di là della strada

con gli occhi sbarrati

E il mare...laggiù

in cui tanto avevamo sperato

ci guarda

indifferente

e muto!

 

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Armi per la Resistenza

19 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dopo l’8 settembre 1943, uno dei principali problemi dei partigiani erano i rifornimenti di armi e di munizioni indispensabili per gli attacchi ai nazifascisti e per la difesa dai rastrellamenti che gli stessi nazifascisti organizzavano periodicamente.

In montagna, il problema non era tanto quello dell'abbigliamento o del mangiare: le popolazioni erano vicine ai loro ragazzi (erano soprattutto giovani, che scappavano dalle città per andare in montagna: le ripetute chiamate alle armi del regime fascista erano disertate in massa. Nel solo distretto di Como ben 1272 ragazzi su 1582 richiamati alle armi disertano tra marzo e aprile '44). Il problema sono le armi: qualche colpo di mano frutta pochi moschetti e qualche pistola, ma ci vuole di più.

E allora come procurarsele?

Varie erano le modalità: prelevandole dai depositi dell’esercito italiano. Erano spesso  fucili e  poche altre armi leggere che non potevano reggere il confronto con quelle dei nazisti. C’era poi il problema delle munizioni.

In alcuni casi venivano utilizzate le armi abbandonate dai soldati allo sbando dopo l’8 settembre, come, ad esempio, accadde a Monza. I militari in fuga avevano sotterrato nel cortile  della scuola Ugo Foscolo di Monza 72 mitra e 2 mitragliatrici. Enrico Bracesco (caposquadra attrezzeria alla Breda, monzese, catturato dai nazisti verrà deportato e morirà a Mauthausen) ed altri gappisti riuscirono a rimpossessarsene con grande coraggio, poiché la scuola nel frattempo era stata occupata dai repubblichini. Enrico Bracesco, provvedeva man mano a distribuirle.


Spesso venivano sottratte, con l’aiuto di alcuni operai, dalle fabbriche che producevano armi: è il caso dell’antifascista lissonese Mario Bettega (
noto e apprezzato calciatore della Pro Lissone, operaio della Breda, cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese, morirà nel lager di Mauthausen).

Si conoscono anche sottrazioni di armi e munizioni dai treni da parte di antifascisti, addetti al carico e scarico di materiale bellico negli scali ferroviari. In altri casi le armi venivano recuperate in seguito ad attacchi ai soldati tedeschi. Per gli esplosivi si ricorreva spesso alla sottrazione dalle polveriere.

Dalla primavera del 1944, gli Alleati rifornivano, tramite i servizi segreti americani Oss (Office of strategic service) ed inglesi MI5 (Military Intelligence Service 5, le forze partigiane mediante aviolanci. 

In qualche caso le armi venivano recuperate mediante attacchi alle caserme della Guardia Nazionale Repubblicana, come viene raccontato da Carlo Levati nel suo libro “Ribelli per Amore della Libertà”: 
«Dal Comando di Brigata ci veniva comunicata l'imminenza di un rifornimento di armi da parte degli Alleati; e la notizia ci procurò molta gioia. Il lancio dall'aereo sarebbe avvenuto entro il territorio sotto il nostro controllo e cioè tra Gorgonzola, Trezzo e Vimercate. Il segnale avrebbe dovuto darlo Radio Londra con queste parole: "Lucio 101" che significava attesa; "Lucio 1O1 il pollo è cotto" voleva significare che la notte seguente noi avremmo dovuto accendere dei falò nelle località citate e quindi recuperare le armi venute dal cielo. Andammo avanti tante notti ad ascoltare la radio e ad aspettare il famoso "pollo", che non venne mai; tant'è che anche il più paziente di noi, dopo un paio di mesi di vana attesa, si lasciò sfuggire questa battuta: "Se il pollo c'è … ormai è carbonizzato!".

Così, senza ulteriori attese di lanci, decidemmo di organizzare l'assalto alla Caserma dei repubblichini di Vaprio d'Adda per recuperare armi.»


Un importante stazione dell’Oss era a Berna in Svizzera. Nel 1944 l’Oss raggiunse il suo massimo sviluppo con 13.000 agenti ed informatori sparsi sui principali teatri di guerra.

 

I contatti tra partigiani, il Corpo Volontari della Libertà (CVL) e gli Alleati avvenivano tramite fuoriusciti in Svizzera (il CVL si costituì a Milano il 9 giugno 1944 ed è stato la prima struttura di coordinamento generale dei partigiani ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal Governo italiano).

Giovanni Battista Stucchi, figura di primo piano dell’antifascismo monzese, Capo di Stato maggiore del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà, collaboratore di Ferruccio Parri, svolse diverse operazioni di collegamento e di direzione dei contatti con le formazioni partigiane dell’Ossola, del Varesotto e della Brianza.


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Nella foto della sfilata della Liberazione a Milano (5 maggio 1945) guidata dal Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, Giovanni Battista Stucchi è il secondo da sinistra. Da destra a sinistra: Enrico Mattei, Luigi Longo, Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Giovanni Battista Stucchi, Mario Argenton.

Un altro monzese, Davide Guarenti (verrà trucidato con altri sessantasei detenuti politici nel Poligono di tiro di Cibeno, frazione di Carpi, in provincia di Modena), capo degli antifascisti lissonesi (a Lissone per quattro anni aveva svolto la funzione di vigile urbano) manteneva i contatti con gli oppositori al regime fascista riparati in Svizzera ed in Francia. Tramite loro faceva pervenire informazioni a Radio Londra che le mandava in onda (le trasmissioni in italiano erano aperte dalle prime note della 5ª Sinfonia di Beethoven).

Da Radio Londra venivano trasmessi anche i messaggi in codice riservati alle formazioni partigiane con le conferme degli aviolanci da effettuare.

Grazie ai buoni rapporti tra le formazioni partigiane e gli Alleati, tramite agenti dell'OSS paracadutati, gli aviolanci si intensificarono soprattutto nella tarda primavera del 1945.

I contenuti di un aviolancio comprendeva generalmente armi automatiche e munizioni, esplosivi, materiale per sabotaggi e bombe a mano, vestiario e viveri di conforto. In qualche caso, come quello avvenuto nel maggio 1944 sui Piani di Artavaggio, in Valsassina, il vento disperdeva i paracadute rendendo impossibile ritrovare tutto il materiale lanciato.

Gli aviolanci ebbero una battuta di arresto durante l’inverno del 1944, quando il “Proclama Alexander” fermò l’avanzata sul fronte meridionale della guerra, rimandando ogni iniziativa a dopo l’inverno.

 

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Cartina indicante il  punto stabilito in accordo tra comando alleato e quello partigiano per un aviolancio. Quando gli aviolanci avvenivano di notte, gli aerei, spesso inglesi, erano guidati dai falò accesi dai partigiani,

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oppure mediante segnali luminosi.

 

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Solo nel corso degli ultimi quattro mesi di guerra, gennaio-aprile 1945, gli Alleati organizzarono 865 lanci di materiale da guerra ai partigiani del nord. 

Due terzi di tali lanci riuscirono, cioè 551 per complessive 1200 tonnellate e precisamente 650 tonnellate di armi e munizioni, 300 tonnellate di esplosivo e 250 tonnellate di altri materiali. Con questi aiuti l’efficacia della Resistenza armata fu maggiore nel nord d’Italia.
 

 

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I bisogni erano tali, che intere flotte di aeroplani sarebbero state necessarie per effettuare i lanci nella misura che avrebbe comportato l'armamento, il munizionamento, l'equipaggiamento di decine di migliaia di uomini.

Come erano organizzati i rifornimenti alle formazioni partigiane? Per mezzo delle radio clandestine della Resistenza, le richieste di ogni formazione, vagliate dai Comandi superiori, venivano trasmesse al Sud con i precisi dati trigonometrici della località e con l'indicazione della più vicina e più elevata cima alpina. Insieme erano forniti due messaggi: uno negativo e l'altro positivo. Quando il Sud decideva di effettuare il lancio, trasmetteva a mezzo radio Londra, per alcuni giorni il messaggio negativo e questo preavvisava la formazione che il lancio era prossimo. Il giorno in cui il lancio veniva effettuato, i partigiani non sentivano più il messaggio negativo, bensì, e per una volta sola, quello positivo e così accendevano subito i fuochi e quella notte, tempo permettendo, il lancio veniva effettuato.

Alcune frasi che per vari giorni erano ripetute dalla BBC: «Marta ha sempre paura», «Le scarpe sono rotte», «Felice non è felice», «Pippo piange», «Il gallo canta», «La luna ri­splende»,  erano frasi negative, trasmesse anche in relazione a condizioni atmosferiche sfavorevoli e che poi scomparivano improvvisamente dando il passo ad altre espressioni rimaste sconosciute, perché dette una volta sola e che erano quelle che effettivamente contavano.

 

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il merito della Resistenza

6 Février 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Dopo l’8 settembre del 1943, 500.000 sono stati i collaborazionisti di Salò asserviti agli occupanti nazisti.

La popolazione italiana in questo frangente storico ha compiuto una scelta chiara e significativa, sostenendo, con piccoli e grandi atti di eroismo, la lotta contro i nazisti.

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Quasi 250.000 sono stati i partigiani che hanno combattuto; 44.720 sono morti.

21.186 sono stati gli invalidi ed i mutilati.

600 le medaglie al valor militare

124.813 sono i cittadini riconosciuti patrioti, ma accanto ad essi centinaia di migliaia gli operai che hanno resistito ai nazifascisti con gli scioperi, difendendo le fabbriche o sabotando la produzione.

Centinaia di migliaia di persone hanno nascosto i partigiani, gli ebrei ed i perseguitati, li hanno curati quando feriti, hanno procurato loro cibo e assistenza.

Gli Alleati, al termine del conflitto, hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza. Molti storici, anche tedeschi, hanno messo in rilievo questo fatto sulla base di documenti rinvenuti negli archivi.

La parte migliore del popolo italiano aveva riconquistato per tutta la Nazione la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.

L’Italia è così diventata un paese democratico. Questi valori di democrazia e di rispetto della persona umana vennero sanciti con la Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e civile.

La conquista della libertà e della democrazia rappresenta un bene inattaccabile che dobbiamo agli uomini che hanno lottato nella Resistenza.

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Lo avrai camerata Kesselring

il monumento che pretendi da noi italiani

ma con che pietra si costruirà

a deciderlo tocca a noi

 

Non coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

non colla terra dei cimiteri

dove i nostri compagni giovinetti

riposano in serenità

non colla neve inviolata delle montagne

che per due inverni ti sfidarono

non colla primavera di queste valli

che ti videro fuggire

 

Ma soltanto col silenzio dei torturati

più duro d'ogni macigno

soltanto con la roccia di questo patto

giurato fra uomini liberi

che volontari si adunarono

per dignità non per odio

decisi a riscattare

la vergogna e il terrore del mondo

 

Su queste strade sé vorrai tornare

ai nostri posti ci ritroverai

morti e vivi collo stesso impegno

popolo serrato intorno al monumento

che si chiama

ora e sempre

resistenza

 

 

Ode di Piero Calamandrei al gen. Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia durante la seconda guerra mondiale.

Kesselring, processato a Venezia da un tribunale militare inglese nel 1947, fu condannato alla fucilazione. La condanna fu poi commutata in ergastolo ed infine, nel 1952, Kesselring venne graziato.

Durante il processo ebbe il coraggio di richiedere un monumento m suo onore, visto che, a suo parere, aveva mantenuto durante l'occupazione nazista in Italia un atteggiamento magnanimo nei confronti delle popolazioni civili e dei  resistenti.

 

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