Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

erano le 16,30 del 28 aprile 1945 ...

28 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 27 aprile 1945. Mussolini venne catturato a Dongo (Como). Aveva abbandonato Milano nel tardo pomeriggio del 25 aprile e, con gli ultimi fedelissimi e il codazzo di gerarchi in fuga, aveva raggiunto Como sotto la vincolante custodia di una trentina di SS.

 

 

Da Menaggio nella notte tra il 26 e il 27 aprile, si accodò con i suoi gerarchi ad una autocolonna della Luftwaffe che puntava su Chiavenna per raggiungere Merano attraverso il passo dello Stelvio.

La mattina seguente la colonna venne bloccata dai partigiani in quel di Musso, abbandonò il suo seguito, indossò un cappotto dell’aviazione tedesca e cercò di superare i controlli partigiani nascondendosi in un camion tedesco. Riconosciuto, venne fermato dai partigiani della 52ª brigata Garibaldi.

 

Il 28 aprile 1945 Walter Audisio ufficiale addetto al Comando generale del CVL, col nome di battaglia di "Colonnello Valerio", ricevette l’ordine di recarsi a Dongo, per eseguire la sentenza capitale decretata dal CVL nei confronti di Benito Mussolini, sulla base del decreto emesso, il 25 aprile 1945, dal CLN Alta Italia. L’art. 5 del decreto diceva: " I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di avere contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il fascismo, compromessa e tradita la sorte del Paese e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo".


Sull’esecuzione del capo del fascismo a Giulino di Mezzegra, il Colonnello Valerio ebbe a raccontare:

"… cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Benito Mussolini: Per ordine del Comando generale del Corpo volontari della Libertà, sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano. ..”

 

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LA CRISI E L’ATTUALITA’ DELL’ANTIFASCISMO

25 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

Un contributo di Giovanni Missaglia per il 25 aprile 2008

A  dispetto del ruolo che mi compete in questa giornata di festa e di commemorazione, vorrei iniziare il mio intervento con una nota amara sulla crisi di quello che è stato chiamato il “paradigma antifascista”. Un paradigma che negli ultimi anni ha subito molti attacchi espliciti o, nella migliore delle ipotesi, è caduto nell’oblio, è invecchiato – così si dice – secondo le inesorabili leggi del tempo.

Un giovane storico di idee politiche moderate, Sergio Luzzato, nel 2004 ha scritto un bellissimo libro intitolato La crisi dell’antifascismo. Proprio nelle prime pagine afferma: “Inutile negarlo: l’antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile. E non soltanto a causa della legge generale per cui l’impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo […]. Penso che alla mia generazione competa una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione”.

E invece è proprio nel mare dell’indistinzione che rischiano di condurre, se non hanno già condotto, alcune esigenze di per sé legittime e persino irrinunciabili. Penso, in primo luogo, al tema della pietà per i morti, al rispetto che si deve anche a coloro che decisero di militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. L’ingiunzione etica, che per qualcuno riveste anche un significato religioso, è fuori discussione: non compete agli uomini il giudizio morale. Che, però, non deve essere confuso col giudizio storico: quel che conta, dice ancora Luzzato, quando ci si collochi sul terreno della valutazione storica, non è l’uguaglianza nella morte, ma la disuguaglianza nella vita. “Il saloino era evidentemente disponibile ad immolarsi per l’Italia della Risiera di San Sabba e di Fossoli: per il mondo di cui Mussolini e Hitler andavano berciando da vent’anni, dove i più forti erano i migliori, i più deboli partivano dentro carri bestiame per una destinazione che soltanto gli ipocriti qualificavano ignota. Il garibaldino era pronto a morire per l’Italia di Montefiorino e della Val d’Ossola […], per un mondo che poteva sperare libero, egualitario, solidale”; Luzzato può così concludere che “le concrete circostanze della storia italiana e mondiale attestano oltre ogni margine di dubbio che il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata”.

Un’altra istanza sacrosanta rischia di condurci “nel mare dell’indistinzione”. Penso al grande tema della pacificazione tra gli italiani che una festa come quella del 25 aprile, secondo i suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire. Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Del resto, fu proprio il ministro Togliatti ad assumere nei confronti dei fascisti il provvedimento tanto discusso dell’amnistia. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti. Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe persino insensato sul piano storico; sarebbe, questo sì, un modo per togliere dignità e responsabilità a quegli italiani che scelsero di combattere al fianco del’alleato nazista per la costruzione di un’Italia fascista. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici. Essa non fu altro che quell’opera di democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti, pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.

Non credo, tuttavia, che questi argomenti siano sufficienti a ridare vita a un antifascismo largo e partecipato, sentito, soprattutto, dalle nuove generazioni. Penso, invece, che l’antifascismo vivente sia oggi quello depositato nella Costituzione della Repubblica italiana. Anche per questo è una vera tragedia che troppo spesso, nella formazione dei giovani, la Costituzione non trovi posto. E’ proprio lì l’antifascismo da vivere tutti i giorni; e non come un impegno “contro” –come potrebbe suggerire il prefisso “anti” della parola antifascismo” – ma come un impegno “per”. Per l’uguaglianza, sancita dall’articolo 3, contro tutte le discriminazioni politiche, sociali, economiche e sessiste. Per la pace, che l’articolo 11 annovera tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, a segnare la rottura col bellicismo dell’Italia fascista. Per i diritti civili, ed in particolare per la libertà personale, la libertà di opinione e la libertà di associazione, che il Fascismo aveva pesantemente conculcato e che devono essere coltivate e protette anche dalle minacce odierne, comprese quelle “ad alta tecnologia”, se è vero che i proprietari dei nuovi e poderosi strumenti di comunicazione rischiano di ridurre noi, semplici cittadini, ad una massa di manovra conformista e acquiescente. E ancora: per difendere la centralità del Parlamento, visto che le giuste riforme che pure sono necessarie a renderlo più efficiente non devono mai svilirne il ruolo. Noi italiani sappiamo bene che Mussolini pensava al Parlamento come ad “un’aula sorda e grigia” e sappiamo ancora meglio quali pericoli siano insiti nel leaderismo esasperato, nella cieca fiducia nelle virtù taumaturgiche di un “Capo” che pensa di essere l’unico interprete dell’autentica volontà del popolo, a sua volta ridotto ad una massa indistinta priva di differenziazioni interne, ad un bambino che deve soltanto “credere, obbedire e combattere”. Antifascismo non significa lavorare contro qualcosa o contro qualcuno, ma per l’attuazione piena – e certo anche il miglioramento – della nostra Costituzione. E’ lì, l’antifascismo del XXI secolo.

Ma forse –e mi avvio a concludere- c’è anche un antifascismo eterno. Nel 1995, uno dei più importanti tra i nostri uomini di cultura, Umberto Eco, ha scritto un saggio intitolato Il fascismo eterno. Se c’è un fascismo eterno, ne devo dedurre che c’è anche un antifascismo eterno. Non vi annoierò ricordandovi tutti i quattordici elementi che secondo Umberto Eco caratterizzano il fascismo eterno, quello che non è solo del passato, ma potrebbe anche essere del futuro e, soprattutto del presente; quello che non è solo di un luogo ma potrebbe essere in ogni luogo, anche fra noi. Vorrei solo segnalarvi alcuni di questi elementi, quelli che mi sembrano più attuali e incombenti e rispetto a cui, perciò, più alta deve essere la vigilanza. Primo: l’esaltazione dell’azione per l’azione. Conta solo agire. I dibattiti e le discussioni sono chiacchiere inutili. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, diceva: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”. Il rifiuto della cultura, il fastidio per ogni  critica, conducono ad interpretare ogni disaccordo come un tradimento. Secondo: la paura della differenza. La nostra società è destinata a divenire sempre più multietnica e multireligiosa. E’ normale che questo susciti anche delle ansie e delle paure. Ma non dimentichiamoci mai che la vera e propria criminalizzazione della differenza è la via maestra che conduce alla xenofobia e al razzismo, l’essenza, il cuore di ogni fascismo. Terzo: il machismo, l’esaltazione della virilità e il disprezzo della donna. Mi piace, tra gli elementi del fascismo eterno richiamati da Eco, ricordare questo, che mi pare abbia una sua tragica attualità, ad ascoltare le cronache che ci parlano ogni giorno di donne offese, stuprate e svilite da maschi di ogni colore e di ogni ceto sociale, nei focolari delle famiglie e nei margini del degrado urbano. Quarto: il populismo. L’idea, come dicevo, che il popolo sia una massa compatta, priva di bisogni e di biografie diverse. L’idea che il popolo sia, a seconda delle circostanze, un bambino immaturo, da educare e proteggere con forme di paternalismo statalista, o un consumatore sciocco da sedurre con le sirene delle merci. Mai, in ogni caso, un soggetto politico plurale che ha il diritto di partecipare alla vita pubblica in tutte le forme che la Costituzione suggerisce, non solo quella del voto, certo sacrosanta ma sempre più interpretata e forse vissuta come una delega ad altri.

Questi, insomma, mi sembrano gli elementi di un antifascismo che potrebbe continuare a parlare anche alle nuove generazioni e aiutarci a mantenerci all’altezza della straordinaria testimonianza morale, civile e politica, della Resistenza italiana.

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Il manifesto unitario delle organizzazioni della Resistenza e dell'antifascismo

22 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia






25 APRILE 1945 – 25 APRILE 2008

 

 

 

 

 

Difendiamo i valori

di libertà e giustizia, solidarietà e pace

che hanno animato la lotta di liberazione

e sui quali si fonda la Costituzione della Repubblica

 

Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia.

Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.

Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione.

Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 2006, quando si cercò di snaturarne la sostanza e i valori.

Ma a sessant’anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento.

Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica.

Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE anniversario della Liberazione assume il valore di una ricorrenza non formale.

Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.

 

Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire

tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.

 

Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane

Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL)

ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI-ANFIM

PD-PRC-SDI-PdCI-Sd-Verdi-Italia dei Valori-MRE

CGIL-CISL-UIL-ARCI-ACLI-Centro Puecher

Comitato Permanente Antifascista contro il Terrorismo

per la Difesa dell’Ordine Repubblicano




Fischia il vento
  

 

Fischia il vento, infuria la bufera,

scarpe rotte eppur bisogna andar,

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell'avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle

ogni donna a lui dona un sospir,

nella notte lo guidano le stelle

forte il cuore e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte

dura vendetta verrà dal partigian;

ormai sicura è gia la dura sorte

contro il vile che noi ricerchiam.

Cessa il vento, calma è la bufera,

torna a casa fiero il partigian

Sventolando la rossa sua bandiera;

vittoriosi e alfin liberi siam.

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Giancarlo Puecher

17 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Milano 1923 - Erba 1943

Agli albori della Resistenza in Brianza, possiamo rilevare come l'attività più consistente, la fioritura maggiore d'iniziative, avvenne nella zona tra Erba e Lecco. A Ponte Lambro, piccolo paese sulla collina erbese, già il 13 settembre si costituì un gruppo autonomo. Lo componevano don Giovanni Strada, parroco del paese presso la cui canonica si tennero delle riunioni clandestine. Poi Franco Fucci, ufficiale sbandato del5°alpini, reparto di stanza a Milano ma che era sfollato a Lecco dall'agosto del '43 a causa dei bombardamenti, Giovanni Rizzi quarantenne odontotecnico milanese, Bonamici ex-sottufficiale dell'Auto centro di Milano, Bartolomeo Alaimo, Andrea Ballabio, Enrico Bianchi e soprattutto Giancarlo Puecher Passavalli.

Giancarlo era un giovane di soli vent'anni, appartenente ad una nobile famiglia di origini trentine ma residente a Milano, dov'era nato in via Broletto. Con il padre Giorgio, di professione notaio, i fratelli e le zie era sfollato nella villa di loro proprietà a Lambrugo e già lì diversi sbandati avevano potuto apprezzare l'aiuto disinteressato dei Puecher. Proprio a Lambrugo, Giancarlo raggruppa un nucleo di giovani che fanno della villa il loro punto di riferimento. Il loro "capo" ha un forte sentimento patriottico, del tutto ideale, ma è ben chiara la sua visione del momento: i tedeschi sono invasori da combattere come i loro fiancheggiatori fascisti e la sua determinazione a fare la propria parte in questa lotta è molto forte. Emana grande decisione e carisma, malgrado la giovane età. I primi partigiani di Lambrugo sono dodici: Felice Ballabio, che abbiamo già trovato attivo nel gruppo dirigente di Pontelambro, Antonio Porro, no Ratti, Rinaldo Zappa, Carlo Rossini, Felice Gerosa, Elvio Magni, Guido Porro, Dino Meroni. Altri tre di questo gruppo originario cadranno durante la Resistenza, come Mario Redaelli nei giorni dell'insurrezione dell'aprile '45; Grazioso Rigamonti e Alberto Todeschini deportati e morti entrambi a Mauthausen.

Puecher agì sempre a stretto contatto con Franco Fucci, erano i comandanti, i due più decisi; l'ex- alpino in Grecia aveva aperto gli occhi sulla catastrofica realtà storico-politica del fascismo e aveva deciso di saltare il fosso. Le loro azioni s'indi­rizzarono all'inizio per dotarsi di mezzi per spostarsi rapidamente nella zona. Riuscirono ad avere un'Augusta, una Fiat e Fucci rubò a Milano una Topolino requisita dai tedeschi. L'11 settembre Fucci, con alcuni di Ponte Lambro, recupera due camion a Castelmarte e uno ad Arcellasco. Puecher fa un colpo al Crotto Rosa di Erba, ritrovo di alcuni borsaneristi, "confiscandogli" una buona quantità di ben­zina. A Merone e dintorni il 15 e il 17 , Fucci e Puecher recuperano quattro cavalli e sei muli abbandonati dall'esercito, affidandoli a contadini di Lambrugo. Viene poi il turno delle armi, recuperate a Bindella, a Erba e perfino a Cusano Milanino. Il materiale recuperato è portato prima a S. Salvatore, poi non ritenendo più il luogo sicuro, convogliato a Ponte Lambro.

L'attività del gruppo è rivolta poi a rifornire i nuclei partigiani della vicina mon­tagna. A questo proposito Francesco Magni nel suo libro di memorie, che è praticamente la storia della 55° brigata Rosselli, segnala un incontro che egli ebbe con Puecher il 24 ottobre 1943 a Lambrugo, appunto per intrecciare contatti più stretti fra montagna e pianura.

In novembre pare sia già in atto il salto di qualità del gruppo verso il combattimento. La relazione Morandi riporta un sabotaggio alle linee telefoniche tedesche nella zona di Canzo e Asso da parte del gruppo di Ponte Lambro. Il4 novembre, la scala del monumento ai caduti di Erba viene disseminata di volantini inneggianti alla Patria e alla libertà e una bandiera tricolore con il ricamo Patria e Libertà viene issata in cima.

Questo proto-nucleo partigiano destò l'interesse dei nascenti comandi milanesi, tanto che fu contattato verso la metà di ottobre da Giulio Alonzi, del Comitato militare clandestino di Milano in giro per rendersi conto delle forze ribelli in quel momento. Poi da Poldo Gasparotto e dal colonnello Morandi che stava cercando come già detto di tirare le fila del movimento nel lecchese; infine da un anonimo esponente comunista proveniente dall'Alfa Romeo. Si tratta con molta probabilità di Sabino Di Sibio, residente a Milano e operaio appunto dell'Alfa Romeo, sfollato nel comune comasco di Lipomo dove aveva dato aiuto a molti sbandati e dove aveva cercato di imbastire un'organizzazione resistenziale contattando i gruppi della zona compresi quelli di Erba. Le notizie a questo proposito apparirebbero sicure in quanto provenienti da appunti scoperti e requisiti dalla polizia fascista nel corso di una requisizione in casa del Di Sibio stesso, che nel frattempo si era reso irreperibile.

Questa attività di un personaggio di una famiglia molto nota, in una zona fatta di piccoli paesi, non poteva non attirare l'attenzione delle autorità fasciste che intanto si erano insediate nel comasco come in tutto il resto dell'Italia occupata. La cattura di Puecher e Fucci fu però abbastanza casuale. Tutto parte da un episodio poco chiaro, l'uccisione a Erba da parte di ignoti, del centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia e dell'amico Angelo Pozzoli. Nella stessa serata del 12 novembre, Puecher e Fucci provenienti da Milano dove si erano recati per collegamenti e per finanziamenti, si erano portati a Canzo, nella villa dov'era sfollato l'ex-consigliere nazionale Alessandro Gorini che si dichiarava passato all'antifascismo. I motivi di quella visita sono diversi a secondo delle versioni ma comunque si trattava di ottenere aiuti per il movimento partigiano. I due non sapevano sicuramente niente dell'agguato mortale dei due fascisti, avrebbero potuto rimanere a dormire in un ambiente sicuro, invece verso le 22.30 preferirono ripartire in bicicletta sfidando il coprifuoco. Il loro bagaglio era certo compromettente, avevano in una borsa un tubo di gelatina e due manifestini di minaccia verso alcuni fascisti in vista. Nei pressi di Lezza, i due incontrarono una pattuglia di tre uomini (Fucci in una sua memoria parla di una dozzina). I militi li dichiararono in stato di fermo per violazione delle norme del coprifuoco e dissero che li avrebbero condotti al comando di Erba. A questo punto il fatto probabilmente decisivo: Fucci estrasse la pistola e premette il grilletto ma l'arma s'inceppò, in risposta a ciò il suo custode gli sparò a bruciapelo colpendolo al ventre. A questo punto uno rimase a piantonare il ferito e Giancarlo fu portato a Erba; era riuscito a gettar via la pistola e il materiale esplosivo era sulla bicicletta del Fucci. Puecher fu immediatamente inter­rogato e picchiato dai poliziotti fascisti. Fucci venne portato all'ospedale S. Anna di Como, mentre il fascista Airoldi, uno dei minacciati dai volantini partigiani, stendeva una lista di amici del Puecher che vennero arrestati la notte stessa. Se quel colpo fosse partito, se l'arma di Franco Fucci avesse sparato, buona parte della storia della Resistenza in quella zona sarebbe stata diversa.

A questo punto i destini dei due si separarono senza incontrarsi mai più. Mentre il Fucci rimarrà in prigione fino alla Liberazione peregrinando dal carcere di Como a quello di Vercelli e poi a S. Vittore, la sorte di Puecher fu molto più sfortunata. Ancora un episodio in cui egli non c'entrava niente segnò la sua fine: il 20 dicembre lo squadrista erbese Germano Frigerio venne ucciso in un agguato. I fascisti brancolavano nel buio e allora decisero di usare come capro espiatorio, ciò che avevano in mano. Puecher non aveva nulla a che fare con quell'uccisione, dato che da più di un mese si trovava in carcere. Ma, incredibilmente, venne montato a suo carico e di altri prigionieri, un processo al di là della farsa da un tribunale definito straordinario con l'elenco più completo delle irregolarità processuali che fosse possibile commettere. Ma la sentenza era stata emessa prima ancora d'iniziare: quattro dovevano morire. I difensori riuscirono a salvarne tre, uno, Giancarlo Puecher, fu destinato alla fucilazione, senza avere colpe per una misura così grave. Gli altri, Luigi Giudici, Giulio Testori, Silvio Gottardi, Giuseppe Cereda, Vittorio Testori e Rino Grossi ebbero pene detentive fra i 5 e i 30 anni.

L'atto finale dell'assassinio di Giancarlo Puecher si compì la notte del 21 dicembre, ad un muro del cimitero di Erba. Il cappellano che assistette all'esecuzione raccontò che il condannato abbracciò uno per uno i militi del plotone che l'avrebbero ucciso e morì gridando viva l'Italia.

Giancarlo Puecher Passavalli è la prima medaglia d'oro al valor militare della Resistenza.

Per capire l'assurdità di quel procedimento, è da riferire che nell'estate del 1944, a Brescia, il Guardasigilli della Rsi riconobbe la nullità del processo di Erba e l'arbitrarietà delle condanne, facendo con ciò liberare tutti gli imputati incarcerati.

La sete di vendetta fascista non si affievolì dopo quell'atto criminale. Il padre di Giancarlo, Giorgio Puecher, era stato anche lui arrestato con il figlio. Venne rimesso in libertà subito dopo l'esecuzione del 21 dicembre. Circa un mese e mezzo dopo però, venne nuovamente arrestato con la vaga accusa di opposizione politica e fu rinchiuso nel carcere milanese di S. Vittore. Trasferito poi a Fossoli, venne suc­cessivamente inviato a Mauthausen, dove morì per gli stenti e i maltrattamenti 1'8 aprile 1945.

L'ampio spazio dedicato al gruppo di Ponte Lambro ha molteplici motivazioni.

Sicuramente una è lo spessore morale e la combattività del suo trascinatore, Giancarlo Puecher, il cui nome sarà ripreso da ben quattro formazioni partigiane di diversa origine che si costituirono in seguito. Poi per ciò che rappresenta nell'evoluzione della Resistenza brianzola che stiamo osservando. Pur avendo effettuato azioni non ancora pesanti, questo è l'unico gruppo che riesce a passare, anche se purtroppo per poco, dalla fase cospirativa al confronto armato. Non osiamo pensare cosa sarebbe potuta diventare la Resistenza in questi luoghi se Puecher e Fucci avessero potuto agire ancora per un po’. Lo vedremo spesso in questo nostro percorso, la lotta per la libertà fu condotta comprensibilmente da una minoranza, anche se con il consenso di gran parte della popolazione, e spesso è un individuo particolarmente entusiasta, deciso e coraggioso ad essere determinante per la crescita della ribellione in una determinata zona.

(da ”La Resistenza in Brianza 1943 – 1945” di Pietro Arienti Ed.Bellavite 2006)

ultima lettera di Giancarlo Puecher Passavalli scritta prima di essere fucilato il 21 dicembre 1943

(da Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia:Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana)

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Una delle prime vittime illustri della violenza fascista: Don Giovanni Minzoni

17 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

 

Don Giovanni Minzoni nacque a Ravenna il 29 Giugno del 1885 da famiglia della media borghesia.

Il piccolo Giovanni crebbe tra l'affetto dei genitori, e di due fratelli e due sorelle, dimostrando viva intelligenza, carattere aperto, franco, espansivo, e soprattutto una bontà non comune.

Dopo gli studi in seminario fu ordinato sacerdote, e celebrò la sua prima messa il 10 settembre del 1909.

Nel 1910, si recò in Argenta (antico e storico paese, in provincia di Ferrara e diocesi di Ravenna), per essere cappellano, alle dipendenze dell'allora arciprete Gioacchino Bezzi. Lasciò Argenta nel 1912 per studiare alla Scuola sociale di Bergamo, dove si diplomò.

Argenta era stata ed era teatro di agitazioni e di conflitti operai. Don Giovanni Minzoni fu ammirato per il suo coraggio e per la sua volontà di collaborazione e di dialogo con il proletariato contadino.

Venuto a morte l'arciprete Bezzi, il 29 gennaio 1916, la popolazione volle suo successore D. Minzoni, che venne eletto con votazione plebiscitaria dai capi famiglia aventi diritto all'elezione dell'arciprete, fra l'esultanza degli Argentani. Ma egli non poté prendere possesso della parrocchia: era già scoppiata prima guerra mondiale

Nell'agosto del 1916, chiamata alle armi la classe 1885, lasciò la parrocchia per andare soldato nella settima compagnia di sanità in Ancona. Malgrado le preghiere insistenti dei parenti e degli amici, chiese di poter svolgere il suo servizio come cappellano tra i giovani militari al fronte e, in un momento molto critico della battaglia del Piave, dimostrò tale coraggio da meritare la medaglia d'argento. Al termine della guerra Don Minzoni ritornò ad Argenta.

Attivo promotore di opere caritatevoli, diede vita a circoli sociali per l'acculturamento delle classi umili e ai primi nuclei del sindacalismo cattolico nella Bassa ferrarese.

Alle numerose iniziative in campo sociale egli aggiunse un'adesione entusiasta al cooperativismo, mettendosi contro il regime fascista che invece sosteneva il corporativismo.

Si oppose alle violenze delle squadre fasciste sostenute dai proprietari terrieri retrivi, capeggiate da Italo Balbo, ostili alle più elementari rivendicazioni salariali dei lavoratori agricoli. Nel 1923 i fascisti di Balbo uccisero ad Argenta il sindacalista socialista Natale Galba; don Minzoni condannò la violenza squadristica attirandosi ripetute minacce ma rifiutando ogni collaborazione col fascismo dilagante.

Il 22 agosto 1923, in un incidente di caccia, venne ucciso un suo parrocchiano, Sante Guerrini padre di tre bambini. Don Minzoni venne informato in sagrestia e, subito dopo la messa, corse dalla giovane vedova che già si trovava in condizioni di bisogno ed ora, senza il capofamiglia, unica fonte di sostentamento, avrebbe visto peggiorare la situazione famigliare. Assicurò alla vedova l'assistenza materiale che le avrebbe consentito di allevare i tre orfani, assumendosi lui la responsabilità del loro mantenimento. La sera del giorno seguente, il 23 agosto 1923, don Minzoni venne aggredito e ucciso nei pressi della canonica a manganellate da alcuni squadristi facenti capo a Balbo. Tutta Argenta vibrò di sdegno contro i fascisti.

I fascisti deplorarono l'accaduto e cercarono di riversarne la responsabilità su elementi dell'estrema sinistra, associandosi al dolore dei cattolici e della famiglia; ma sui muri di Argenta comparve un manifesto che invitava i fascisti a non presentarsi al funerale. Cosa che fecero restando in disparte.

 

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il campo di concentramento di Fossoli

16 Avril 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana




Il tramonto di Fossoli (di Primo Levi)

 

Io so cosa vuol dire non tornare.

A traverso il filo spinato

ho visto il sole scendere e morire;

ho sentito lacerarmi la carne.

Le parole del vecchio poeta:

«Possono i soli cadere e tornare:

a noi, quando la breve luce è spenta,

Una notte infinita è da dormire».

 

 Il 22 febbraio 1944 partì da Fossoli un convoglio con destinazione Auschwitz , sul quale vi era anche Primo Levi , anch'egli internato nel campo di Fossoli come deportato politico; fu uno dei 650 che furono deportati con quel convoglio e fu uno dei 23 che ritornarono.


Il campo di concentramento di Fossoli era ubicato in una località di campagna a 3 chilometri da Carpi, in provincia di Modena. Il campo fu allestito nel luglio 1942 come una tendopoli per prigionieri di guerra; qualche mese più tardi vennero costruite le baracche in muratura che nell'estate 1943 diedero riparo a circa 5000 internati militari. Circondato da una doppia recinzione alta 2 metri e con una serie di torrette distanti 50 metri le une dalle altre, il grande recinto era illuminato con riflettori dal tramonto all'alba. La notte dell'8 settembre una colonna di tede­schi circondò la struttura, per impedire - dopo la proclamazione dell'armistizio - la fuga dei prigionieri. Due ufficiali italiani furono incaricati della gestione ordinaria del Lager, mentre i loro colleghi furono incarcerati a Mo­dena. In un paio di settimane si organizzò il trasferimen­to dei prigionieri alleati nel Reich e dal 5 dicembre l'ex Campo prigionieri di guerra n. 73 funzionò come luogo d'internamento per ebrei, sotto il controllo della polizia della Repubblica sociale italiana e alle dipendenze della prefettura di Modena. La collocazione strategica nella rete ferroviaria, sulla linea per il Brennero, agevolava il viaggio verso i Lager del Reich.

Dal mese di gennaio 1944 giunsero a Fossoli prigionieri politici. Da metà marzo 1944 il Comando di Verona della Polizia di sicurezza germanica (Befehlshaber der SIPO-SD) assunse il controllo diretto sugli internati politici e razziali destinati alla deportazione (rinchiusi nei due settori del «campo nuovo»), lasciando alle autorità di Salò la competenza su internati comuni, politici, genitori di renitenti alla leva e civili di nazionalità straniera esclusi dal trasferimento nei Lager del Reich (concentrati nel «campo vecchio»).

Il Polizei- und Durchgangslager era comandato dal sottotenente Karl Titho, ma è il suo vice, Hans Haage, a gestire il campo. Il settore ebraico includeva 8 baracche larghe 11,60 metri e lunghe 47 metri, fornite di latrine e lavatoi, ognuna delle quali poteva accogliere 256 prigionieri; i politici erano ammassati in 7 baracche di dimensioni maggiori. I due settori disponevano di cucina e infermeria. L’alimentazione consisteva essenzialmente in pane e verdure; i prigionieri - che indossavano i loro abiti civili e portavano dei contrassegni a seconda della categoria di appartenenza - venivano suddivisi in gruppi incaricati della pulizia del campo, dei lavori agricoli e artigianali. Fossoli funzionava come centro di smistamento per la deportazione ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbruck. Dal 19 febbraio 1944 (con l'invio di 141 ebrei a Bergen-Belsen), partirono dalla località modenese sei convogli ferroviari carichi di internati, selezionati d'intesa tra il comandante Titho e il Comando germanico veronese. Nel complesso verranno deportati oltre cinquemila prigionieri: 2726 ebrei e 2483 politici.

Per chi proveniva da mesi di isolamento in una cella malsana, esposto inerme alle torture degli aguzzini, il trasferimento a Fossoli - col ritorno alla dimensione sociale - apparve l'uscita da un incubo. Sensazione comune ai prigionieri politici sottoposti nel carcere milanese a pressioni disumane: «La prima impressione fu che il campo di Fossoli fosse un luogo migliore di San Vittore e che anche le SS fossero, per così dire, più corrette», osserverà l'architetto Belgiojoso. Le possibilità di ritrovarsi in compagnia, di poter parlare senza il terrore della punizione, di impostare forme clandestine di aggregazione politica segnavano un deciso mutamento di condizione. Tuttavia gli internati sapevano che la loro sorte era sospesa a un filo: potevano essere condannati a morte per la loro attività cospirativa, oppure fucilati per rappresaglia contro un'azione partigiana, oppure venire deportati in un campo di eliminazione.

Il pensiero della fuga era dominante, alla sorveglianza delle guardie si univa quella - meno appariscente ma ugualmente micidiale - delle spie. L'evasione individuale si presentava ardua, quella collettiva era ancora più problematica. Una volta fuori dal campo i fuggiaschi sarebbero statu alla mercé dell'apparato repressivo tedesco, agevolato dalle estese campagne, che offrivano scarsi nascondigli. A fatica si cercava di stabilire un rapporto con l'esterno; il rischio di cadere in provocazioni era elevato e concedere la fiducia a una spia poteva significare la fucila­zione.

(da Diario di Fossoli di Leopoldo Gasparotto a cura di Mimmo Franzinelli)

 

 

Diario di Fossoli -

L'autobus corre attraverso Carpi, poi Fossoli e infine [ ... ] scorgiamo un cartello POL-LAGER. Siamo al campo.

Ci inquadriamo, ad libitum, a gruppi di venti, veniamo avviati ad una baracca dove ognuno di noi dà le generalità ad un'impiegata ebrea, distinta da un nastro giallo sulla blusa e, in compenso, riceve due triangoli rossi e due rettangolini bianchi recanti il nuovo numero di matricola che altri ebrei si affrettano a cucire sulla giacca, per "modo che, poco dopo, i primi di noi fanno pompa di un riuscito distintivo che non ci riesce affatto antipatico. -

Leopoldo Gasparotto

 

Leopoldo Gasparotto

(Milano 1902 - Fossoli 1944), figlio di un ex ministro radicale, nei primi anni venti milita nella Gioventù repubblicana, poi lavora come avvocato e si cimenta in ascensioni alpinistiche in Italia e all'estero, con spedizioni in Caucaso e in Antartide. Militante del Partito d'azione dal 1942, durante il periodo badogliano è tra i protagonisti della rinascita democratica di Milano. Entrato nella clandestinità, diviene il comandante militare delle forze resistenziali della città e promuove e coordina alcuni gruppi nelle vallate delle province di Como, Varese e Bergamo. Arrestato l'11 dicembre 1943 e rinchiuso a San Vittore, viene torturato dai tedeschi. Il 27 aprile 1944 è internato a Fossoli, dove anima il collettivo dei «politici». Il 22 giugno, su ordine del Comando delle SS di Verona, è prelevato dal campo e ucciso a tradimento. È stato insignito di medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

 

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