Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

29 settembre 1938: la conferenza di Monaco

31 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

«Hanno scelto il disonore per evitare la guerra, avranno il disonore e la guerra» Winston Churchill

 

 1938 accordi Monaco

 

Per le dittature in Europa, un modo per uscire dalla crisi del 1929 è quello di preparare la guerra.

La svolta avviene nel 1936. In marzo, il Reich occupa la zona smilitarizzata della Renania, in flagrante violazione delle clausole del trattato di Versailles; in ottobre la Germania e l’Italia firmano un protocollo che preconizza la realizzazione di una grande intesa antibolscevica. Il 1° novembre, Mussolini parla di un «asse Roma Berlino».

1937-manifesto-asse.jpg    tre popoli Vincere

L’intervento delle dittature al fianco dei nazionalisti spagnoli, primo frutto dell’alleanza, fa apparire la guerra di Spagna come la prova generale del futuro conflitto mondiale.

 

annessioni della Germania nazista

Di fronte alle azioni di forza hitleriane, quando tra l’estate del 1936 e la primavera del 1939 quattro stati europei perdono la loro indipendenza, le democrazie rifiutano di intervenire militarmente. L’anno 1937, che sembra dare ragione ai governi pacifisti, non è che un momento di calma. Dal novembre 1937, durante una conferenza segreta (*), Hitler mette al corrente i suoi generali e ministri dei suoi intenti di lungo termine, nel momento che Mussolini dichiara che «l’Italia è stanca di fare da guardia per l’indipendenza dell’Austria»: la via per l’Anschluss è aperta. L’11 marzo 1938, il cancelliere austriaco Schuschnigg è costretto a dare le dimissioni per lasciare il posto al filonazista Seyss-Inquart; il 12, l’Austria viene occupata e l’Anschluss ratificata dalla popolazione dei due paesi. Le democrazie condannano senza intervenire.

 

Forte dei successi, Hitler si rivolge verso la Cecoslovacchia, stato multinazionale creato nel 1919 dallo smembramento dell’impero austro-ungarico. In un violento discorso il Führer rivendica la riannessione al Reich dei Sudeti, territorio dove risiedono tre milioni di abitanti di origine germanica. La guerra sembra imminente: si mobilizza la Cecoslovacchia, la Francia, l’Italia, l’U.R.S.S. e la Germania richiamano i loro riservisti. All’ultimo momento, sir Chamberlein, primo ministro inglese, ottiene da Hitler il consenso per la convocazione di una conferenza internazionale. Il 29 settembre 1938, Hitler, Mussolini, Daladier, primo ministro francese, e Chamberlain si ritrovano a Monaco senza che l’U.R.S.S. e la Cecoslovacchia, direttamente interessate, siano state invitate. Per evitare la guerra, Daladier e Chamberlain accordano a Hitler tutti i territori rivendicati.

1938-Chamberlain-e-Hitler-a-Monaco.jpg   1938-Mussolini-e-Chamberlain-a-Monaco.jpg

 

A Parigi come a Londra, un grande entusiasmo popolare saluta il ritorno dei negoziatori. Léon Blum, al contrario, ritiene gli accordi di Monaco il prezzo di un «codardo sollievo». La Francia ha perso il prestigio dei suoi alleati orientali.

 

Quando il primo ministro inglese Chamberlain definì «la pace per i nostri tempi» gli accordi di Monaco,

1938-ottobre-giornale-inglese.jpg

Churchill dichiarò: «Hanno scelto il disonore per evitare la guerra, avranno il disonore e la guerra».

 

L’annessione dei Sudeti non è che il preludio a quello dell’intera Cecoslovacchia. All’indomani della Conferenza di Monaco, inizia lo smembramento dello Stato cecoslovacco: la Polonia e l’Ungheria estendono i loro territori. La Slovacchia di Tiso, alleato del Reich, proclama la sua indipendenza, e la Germania fonda un «protettorato di Boemia-Moravia». La Cecoslovacchia non esiste più.

 

(*) il resoconto di questa riunione è chiamato “protocollo Hossbach”.

 


Il “protocollo Hossbach”

Il 5 novembre 1937, Hitler riunì segretamente i suoi pricipali collaboratori. Nel resoconto di questi colloqui, conosciuto come “protocollo Hossbach”, dal nome del colonnello che trascrisse fedelmente il lungo monologo del Führer, sono sviluppati e specificati i temi contenuti nel Mein Kampf del 1924. La germania doveva conquistare con la forza uno spazio vitale (Le-bensraum) nell’Europa orientale, in modo da assorbire la sua eccedenza demografica; L’obiettivo primario è dunque quello di «abbattere in un sol colpo l’Austria e la Cecoslovacchia» per proteggere il Reich e accrescere le sue risorse. Solo nel 1943, secondo i calcoli del Führer, quando la Germania avrà raggiunto la piena potenza militare, si potrà intraprendere lo scontro ineluttabile con la Francia.

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Arnaldo Pellizzoni: prigioniero di guerra numero 20765 - Stammlager VI G

29 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi


Arnaldo Pellizzoni (Lissone il 24/8/1915 - 24/12/1999) ha venticinque anni, quando viene richiamato alle armi nel Maggio 1940; partecipa alla seconda guerra mondiale, prima sul fronte francese poi sul fronte greco-albanese. Sull’ isola greca di Tinos, occupata dagli italiani, viene fatto prigioniero dai tedeschi subito dopo l’ 8 Settembre 1943 e deportato in campo di concentramento in Germania, prigioniero numero 20765.

Liberato dagli americani nell’ Aprile 1945, ritorna a Lissone il 4 Settembre 1945.

 

Nel documento “Per non dimenticare: diario di guerra di Arnaldo Pellizzoni” ho ritrascritto parti del diario di mio padre; altri fatti me li ha raccontati.

Il diario si riferisce ai cinque anni, dal 1940 al 1945, in cui l’Italia è stata trascinata in una guerra inutile e sciagurata da un regime dittatoriale, il fascismo, che "aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani, lo sbocco inevitabile di una concezione falsa di dominio e di oppressione”. Sono anche gli anni di vita che un giovane, dai 25 ai 30 anni, avrebbe desiderato, come tanti suoi coetanei, vivere diversamente: penso a quante sofferenze abbia provato  personalmente e con lui i suoi diretti familiari. Nonostante tutte le traversie, è riuscito a sopravvivere, a resistere ed a ritornare dal campo di concentramento, a differenza di tanti altri, caduti o dispersi in guerra, o dei 20.000 militari deceduti in prigionia.

Dice Gerard Schreiber, ufficiale della marina tedesca, nel suo libro “ I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943–1945 Traditi - Disprezzati – Dimenticati”: “… i militari rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, nel rifiutare ogni forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, attuarono anche loro, sia pure senza l’uso delle armi, una forma di resistenza …”

La prigionia nei lager tedeschi va considerata parte integrante della resistenza antifascista e si iscrive a pieno titolo nella Storia della Resistenza che ebbe molte forme: quella operata dagli intellettuali e da uomini politici (che si opposero alla dittatura fascista, assassinati  o imprigionati per diversi anni o mandati al confino o costretti a rifugiarsi all’estero), quella degli operai in sciopero nelle fabbriche, quella dei partigiani sulle montagne; resistenti furono anche i civili che li aiutarono, i militari che si schierarono con il Regno del Sud.

Anche Nuto Revelli, scrittore-partigiano, così si espresse sulla vicenda dei militari italiani internati: “ la prigionia nei lager tedeschi è una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione”.

Il diario di mio padre è fitto di annotazioni nel primo anno di guerra: dalla partenza dall’Italia fino all’arrivo a all’isola di Tinos. Credo che ciò sia dovuto al forte impatto con la cruda realtà della guerra da parte di un giovane venticinquenne, che vede la morte particolarmente vicina e che vede morire alcuni suoi commilitoni.

Il diario diventa scarno durante il presidio sull’isola di Tinos: è questo forse il periodo che, nonostante la lontananza dalla propria terra e dagli affetti familiari (una sola volta rientrerà a Lissone durante i due anni di permanenza sull’isola), trascorre con una certa tranquillità.

Pur essendo gli Italiani degli occupanti, riesce a stabilire una buona relazione con una famiglia greca (i Prelorenzo, di antiche origini italiane) che addirittura gli chiedono di fare da padrino al battesimo del loro figlio ultimogenito Giovanni: ho potuto conoscere personalmente Giovanni in occasione di una sua visita in Italia.

Durante la permanenza a Tinos trascrive a penna su un quaderno il suo diario, di piccole dimensioni e scritto a matita, forse per timore che l’originale diventi illeggibile.

Il diario è sintetico ed essenziale dopo l’8 Settembre e durante la permanenza nel campo di concentramento in Germania. Nel lager ogni sforzo è rivolto alla sopravvivenza; tra la fatica del lavoro, acuita da una alimentazione scarsa e di poche calorie, le marce di trasferimento dal campo alla fabbrica e ritorno, i controlli e le perquisizioni, di tempo per scrivere ne rimane ben poco.

Alcuni episodi mi sono stati raccontati direttamente da mio padre gradualmente. Credo che per diversi anni, perfino all’interno delle famiglie, le esperienze di quel periodo fossero considerate un argomento di cui era meglio non parlare. Penso che anche mio padre abbia condiviso l’affermazione di un altro deportato italiano: “raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare, sono stato prigioniero e bon, dicevo …” .

Pur con una rabbia interiore, il suo intimo desiderio era di ricostrursi una vita, accantonando nella memoria i disagi e i patimenti subiti.

Anche lui era uno dei 600.000 Internati Militari Italiani (IMI): secondo questo status, deciso da Hitler il 20 Settembre 1943, agli IMI doveva essere riservato, e fu riservato in concreto, un trattamento peggiore che a qualsiasi altra persona catturata in guerra.

Erano diventati tali per quel “NO” che dissero quando “con lusinghe e minacce” fu chiesto loro “di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini”.

Renato Pellizzoni, figlio di Arnaldo, attuale presidente dell’ANPI Sezione di Lissone

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Per non dimenticare: diario di guerra di Arnaldo Pellizzoni

29 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta»

Nuto Revelli

(ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, poi comandante partigiano di Giustizia e Libertà e scrittore (1919-2004), dal discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa, 1999)

 

"Anche se ancora pochi di noi sono testimoni, questo nostro passato non deve restare nell’oblio perché ora i nostri ventri sono sazi e le case calde, perché abbiamo un letto pulito per dormire e i nostri nipoti sorridono compassionevoli se ci vedono raccogliere e portare alla bocca le briciole che rimangono sulla tovaglia o se mettiamo da parte un pezzo di pane rimasto sulla tavola.

Faccio mie le parole di Primo Levi:

«Voi che viveve sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici … meditate che questo è stato» ".

Mario Rigoni Stern

(scrittore ed ex-deportato

da "Ritorno nel lager I/B" in "Aspettando l’alba e altri racconti" Einaudi 2004)


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Per non dimenticare: da un diario di guerra (1940 1945)

«In questo documento ho cercato di riassumere gli avvenimenti di cui sono stato protagonista dal 1940 al 1945.

E’ in breve il racconto di cinque anni della mia vita, dall’età di 25 ai 30 anni.

Sono pagine che non si leggono sui libri di storia, ma non sono solamente delle vicende personali; sono un pezzo di Storia degli anni di guerra, simile a quella di molti altri soldati italiani che nell’ estate del 1945 ritornarono dai lager nazisti: lì erano stati deportati dopo l’ 8 Settembre 1943. A loro era stato offerto di tornare liberi indossando le divise della Wehrmacht o della Repubblica di Salò, ma essi rifiutarono.

Ho potuto ricostruire i fatti basandomi non solo sul ricordo ma anche grazie ad un piccolo diario da me tenuto durante gli anni dal 1940 al 1945.

Diario-di-Arnaldo-Pellizzoni.jpgQuesto diario, scritto a matita, e’ stato da me custodito gelosamente soprattutto durante la mia prigionia nel campo di concentramento in Germania. Non e’ stato facile salvarlo da tutte le perquisizioni e anche quando sembrava ormai irreparabilmente perso sotto le macerie della mia baracca, distrutta da un bombardamento, sono riuscito fortunatamente a recuperarlo.

Penso che la mia testimonianza, insieme a quella di altri protagonisti della seconda guerra mondiale, possa essere utile ai giovani.

La conoscenza delle conseguenze della guerra non solo sulla vita delle nazioni ma anche sui singoli individui che la compongono, possono costituire un momento di riflessione per le nuove generazioni, affinché non si ripetano più in futuro tragedie come quelle che noi abbiamo vissuto».
Arnaldo Pellizzoni

Lissone, Aprile 1995

 

«Il periodo della mia partecipazione alla seconda guerra mondiale si può suddividere in quattro fasi:

-  il fronte francese (estate 1940)

-  il fronte greco-albanese (Natale 1940 - Luglio 1941)

-  il presidio a Tinos, isola greca del Mar Egeo (Agosto 1941 - Settembre 1943)

-  il campo di concentramento in Germania (ottobre 1943 - Agosto 1945)

 

FRONTE FRANCESE

«Il mio coinvolgimento diretto nella seconda guerra mondiale ha inizio nel 1940.

All’età di 25 anni, il 24 Maggio 1940 vengo richiamato alle armi al Distretto di Monza in attesa di partire per il fronte francese e poi trasferito ad Ormea, in provincia di Cuneo: il 6 Giugno il 3° Battaglione dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo, di cui faccio parte, si avvicina al Col di Tenda, dove rimane accampato».

L’ 8° Reggimento Fanteria ha sempre fatto parte della Divisione Cuneo (nata dal Reggimento Nizza nel 1701 poi trasformata in La Marina nel 1713 e poi ancora in Brigata Cuneo e da essa in Divisione (nella foto la mia medaglia dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo). 

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò con enfasi l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco della Germania, contro la Francia e l'Inghilterra. Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Ormai per la Francia era la fine: il 14 giugno i tedeschi occuparono Parigi.

Il 22 giugno 1940 la Francia firmò l'armistizio con i tedeschi nella foresta di Compiègne.

Il 24 - Armistizio italo-francese

Pur essendo stata breve la battaglia sul fronte delle Alpi, costò alle nostre forze armate notevoli perdite (circa 600 caduti, 2000 feriti e 600 dispersi).

L'Italia ottenne la smilitarizzazione di una zona di 50 chilometri lungo il confine italo-francese.

«Dopo l’armistizio, con il 3° Battaglione rimango nella zona di Vernante (in provincia di Cuneo) fino al mese di Agosto, passando le giornate a fare esercitazioni, per poi essere trasferito a Monza.  Si cominciava a sperare di essere mandati a casa.

Data la vicinanza con Lissone, durante la libera uscita potevo passare qualche ora in famiglia.

Nel frattempo il 25 ottobre 1940 Mussolini decise di attaccare la Grecia partendo dall'Albania, con la convinzione di ottenere una facile vittoria (ma l'esercito greco non solo resistette valorosamente ma inizialmente occupò addirittura il territorio albanese).

Un giorno furono revocati tutti i permessi.

Il 21 Dicembre 1940 dalla stazione di Milano Rogoredo si parte per una nuova destinazione: il fronte greco-albanese.

Il treno arriva a Brindisi il giorno 23».

 

FRONTE GRECO-ALBANESE

«Il 23 Dicembre con la mia Compagnia, la 11ma Compagnia Fucilieri del 3° Battaglione dell’8° Reggimento Fanteria Cuneo, mi imbarco sulla nave Argentina che con altre due navi, Italia e Firenze, formano un convoglio, scortato da una nave ausiliaria. Ci dirigiamo verso l’Albania. La vigilia di Natale, durante la navigazione in Adriatico, la Firenze viene colpita a poppa da un siluro lanciato da un sottomarino inglese; altri due siluri vanno a vuoto».

«Il mare era in burrasca. L’affondamento avvenne abbastanza lentamente: tutti coloro che si trovavano sul ponte dalla parte opposta al lato silurato e riuscirono a saltare sul ponte della nave Barletta, giunta in soccorso, si salvarono. Nel naufragio morirono circa 100 alpini.

In serata si arriva nel golfo Valona (attuale Vlorë) in Albania e si trascorre la notte di Natale a bordo della nave.

Il mattino di Natale scendiamo e ci dirigiamo verso Valona: in un campo, in mezzo al fieno, trascorro il Natale (sarà il primo di cinque passati lontano da casa).

Il giorno di Santo Stefano trascorre in attesa della partenza.

Il 27 Dicembre 1940 su automezzi si parte per portare rinforzi al fronte.

1940-julia-Albania.jpg

Capodanno 1941: sotto una bufera di pioggia e neve inizia il nuovo anno costringendoci a ritornare verso Valona. Solo il giorno 3 Gennaio si riparte su automezzi per Dhermi, località a circa 80 Km da Valona, per poi proseguire a piedi verso la linea di combattimento, a Vunoi. Qualcuno dice: “laggiù ci saranno i greci, povera e brava gente di montagna, che esporranno la bandiera bianca”… Ed invece …

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Il 4 Gennaio 1941 i primi scontri: 4 caduti italiani sotto i colpi dei mortai».

Dal mio diario:

«Giorno 11 Gennaio 1941, fuoco intenso di artiglieria da entrambe le parti mentre la pioggia cade a dirotto. Un ufficiale greco fatto prigioniero afferma: “I Greci perderanno ma l’Albania sarà la tomba degli Italiani!”

13 Gennaio: finalmente un po’ di sole ma a mezzogiorno, una scarica di mortaio piomba a circa 50 metri dalla mia tenda; il tenente della mia compagnia viene ferito ad una gamba da una scheggia.

Si dorme poco e così nelle ore di riposo (si fa per dire) sotto la tenda, con le pareti rinforzate da sacchi di terra, riesco a scrivere qualche riga sul diario.

18 Gennaio: Neve, pioggia e vento. La nostra artiglieria spara dalla mattina alla sera: il mio plotone riempie sacchi di terra per rinforzare i fortini.

21 Gennaio: 8 nostri aeroplani con manovre in picchiata bombardano le postazioni greche.

23 Gennaio: scambio di diversi colpi di artiglieria; alcuni colpi sparati dai Greci sfiorano la nostra postazione e colpiscono una casetta di fronte sulla vetta e fanno una strage…

24 Gennaio: … colpi sopra colpi di mortaio che fanno rabbrividire…».

«26 Gennaio: verso le due del pomeriggio giungono 3 nostre navi cacciatorpediniere che bombardano la zona costiera.

26 Gennaio: 1 morto e 5 feriti della mia Compagnia …  Oggi le nostre truppe hanno sfondato il fronte a Tepeleni e avanzano ….

3 Febbraio: il sergente della mia Compagnia, che dorme nella mia stessa tenda, mentre sta raggiungendo la tenda comando viene raggiunto da una scarica di mitragliatrice che lo ferisce ad una gamba.

4 Febbraio: fa freddo, c’e’ bufera: un cecchino nemico da un’altura spara ad ogni movimento di soldato.

12 Febbraio: … mattinata primaverile splendida … osservando dalla nostra postazione vediamo il mare calmo … ma la nostra artiglieria spara granate Shrapnel verso quota 1096».

«16 febbraio: mentre io ed alcuni uomini della Compagnia ci apprestiamo alla distribuzione del rancio serale, si scatena il finimondo con bombe che cadono da ogni parte; colpi di mitragliatrice; bilancio: 6 feriti portati su barelle all’infermeria. Il rancio viene distribuito il mattino seguente.

20 Febbraio: la mia tenda viene sfiorata da vari colpi che cadono fortunatamente a poca distanza.

27 Febbraio: dalla nostra postazione assistiamo ad una battaglia aerea.

2 Marzo 1941: massiccio attacco aereo italiano con una trentina tra bombardieri e caccia sulle postazioni greche».

«4 Marzo: di nuovo aerei italiani bombardano le postazioni greche, mentre navi italiane sparano dal mare verso la costa.

20 Marzo: devo lasciare la prima linea per l’infermeria dove rimango per cinque giorni causa febbre alta.

28 Marzo: verso le 9 del mattino tre colpi di mortaio nemico centrano il nostro fortino in quel momento vuoto. Distrutte solo alcune armi.

31 Marzo: mal di denti.

9 Aprile: il comando ci informa che le truppe dell’Asse hanno occupato Salonicco

15 Aprile: il nostro battaglione passa all’attacco; in un punto un po’ esposto una raffica di mitra uccide il tenente ed un soldato della mia Compagnia.

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18 Aprile: l’attacco è riuscito e si procede sul territorio. In uno dei primi paesi occupati gruppi di bambini escono dai rifugi intonando canti patriottici.

L’ avanzata continua verso Porto Edda, lo scalo albanese di Santi Quaranta, dove si entra il giorno 19 Aprile; si procede con cautela, mentre i genieri cercano di bonificare il terreno dalle mine.

Nel mese di Maggio e di Giugno, dopo continui spostamenti a piedi e su autocarri, si arriva ad Igoumenitsa poi al porto di Missolungi, sul golfo di Patrasso».

«24 Luglio 1941: imbarco sulla nave Città di Agrigento; attraverso lo stretto di Corinto arriviamo al Pireo, il porto di Atene, la sera del 26 Luglio.

27 Luglio: partenza per l’isola di Siros, scortati da 4 navi ausiliarie e da aerei che sganciano bombe in mare a protezione da eventuali attacchi di sottomarini inglesi. A Siros si insedia il centro di comando della zona.

29 Luglio: partenza per l’isola di Andros. Si sbarca nel porto di Gavrion sulla costa occidentale dell’isola e poi a piedi si raggiunge Andros, distante circa 30 Km sulla costa orientale.

Dal 1 al 6 Agosto con un motoveliero veniamo trasportati sull’isola di Tinos».

 

PRESIDIO A TINOS (Agosto 1941 - Settembre 1943)

«1 Agosto: arrivo sull’isola di Tinos».

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L’11ma  Armata del generale Carlo Vecchierelli impiegata in Grecia, aveva la sede del Comando ad Atene. Era composta da tre Corpi d’Armata italiani e da un Corpo d’Armata tedesco. Alla fine di Luglio del 1943 l’11ma  Armata passò alla dipendenza di impiego del Gruppo Armate Est e poi a quelle del Comando Supremo. Erano agli ordini dell’ammiraglio Inigo Campioni, con sede del comando a Rodi. L’ammiraglio assolveva anche i compiti di Governatore del Dodecaneso.

Il dislocamento delle truppe dell’esercito italiano su almeno 29 isole (17 isole Cicladi, 3 Sporadi settentrionali e 9 isole del Dodecaneso) comportava un tal frazionamento da far comprendere, almeno in parte, i facili successi ottenuti dalla Wehrmacht quando, dopo l’armistizio, si rivolse contro le isole.

La Divisione Fanteria “Cuneo” occupava con i suoi uomini venti isole (Cicladi e Sporadi).

«A Tinos, isola delle Cicladi, nel mar Egeo meridionale, sono rimasto per ben due anni fino all’ 8 Settembre 1943, tranne una breve parentesi di un mese di licenza in Italia, nell’ottobre 1941. Anche il rientro in Italia per questa licenza è stato avventuroso.

Dal mio diario: 7 Ottobre 1941 – ore 8 partenza da Tinos; alle ore 14 rientro nel porto per mare in burrasca. Altro tentativo il giorno 15, più fortunato: arrivo a Rafina da cui, in autobus, il giorno 16 raggiungo Atene. Dopo 4 giorni, il 21 Ottobre, partenza in treno per l’Italia.  Nel mese di Novembre, ripercorrendo lo stesso tragitto, ritorno sull’isola di Tinos».

«Il compito affidato alla mia Compagnia era di presidiare l’isola. Il nostro alloggio era presso un’ex caserma della polizia greca».

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«Durante questo periodo di occupazione del territorio ellenico, ho cercato di mantenere dei rapporti corretti con la popolazione greca, nonostante alcuni rigidi regolamenti. Ho conosciuto una famiglia di antiche origini italiane, i Prelorenzo, e sono stato il padrino di battesimo di un loro figlio, Giovanni. (Questi, cresciuto, durante un suo viaggio in Italia nel 1965, è venuto a trovarmi a Lissone). I greci con i quali sono stato a contatto, non avevano nulla dello stereotipo delineato dalla roboante propaganda fascista; era gente comune come noi, con gli stessi problemi e le stesse piccole gioie».

«Come sergente ho cercato di frenare le intemperanze di qualche soldato un po’ esaltato, prevenendo delle situazioni che avrebbero potuto avere conseguenze negative sia per i militari italiani che per la gente dell’isola».

Nel complesso tra i militari si era andata formando una sorta di mentalità di pace, perché lo stazionare nelle Sporadi, nelle Cicladi o nel Dodecaneso significava in fondo vivere indisturbati.

«I giorni seguenti il 25 Luglio 1943 ci giunse la notizia dell’arresto di Mussolini. La domanda che circolava tra noi soldati era cosa fosse mai successo a Roma e se il fascismo era finito veramente o no. A queste e ad altre domande non sapevamo dare una risposta. Avevamo anche capito che neanche i nostri ufficiali avevano compreso la situazione che si andava creando in Italia».

Alle 18,30 dell’8 Settembre 1943 il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate.

Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima, con il seguente proclama:

"Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

«In tarda serata cominciò a circolare sull’isola la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione ci si presentava oscura, greve di incognite.

Qualche ufficiale tenta di lasciare l’isola, ma viene convinto anche con minacce a non abbandonare i propri soldati; qualcun altro, per senso di responsabilità, decide di non separarsi dai suoi soldati e di condividerne le incertezze della sorte».

I tedeschi allora diedero il via all’operazione “Achse”, i cui preparativi erano iniziati già nel mese di Agosto; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. Gli italiani dovevano proseguire la guerra a fianco dei tedeschi o, in caso di rifiuto, consegnare le armi e tutto l’equipaggiamento ai tedeschi. In caso contrario le truppe tedesche avevano avuto l’ordine di usare la forza.

L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Dal diario:

«11 Settembre 1943 — I tedeschi sbarcati sull’isola di Tinos, eseguono un rastrellamento: solo 5 militari della mia Compagnia, dismessa l’uniforme, riescono a sfuggire nascondendosi tra la popolazione greca sui monti dell’isola, rischiando la fucilazione.»

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

Riuniti i militari italiani al porto, occorre scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione è unanime, tutti si schierano contro.

Gli ufficiali vengono divisi dal resto della truppa, per evitare che possa “divampare la resistenza di unità intere”.

«Disarmato, come prigioniero vengo portato con un caicco sull’isola di Siros e da qui, il 18 settembre, in nave giungo al Pireo, il porto di Atene. La traversata mi parve eterna, ma alla fine giungemmo nella capitale greca: vengo smistato alla periferia della città, in un primo campo di transito di prigionieri italiani.

Giravano voci che una volta cedute le armi saremmo stati rimpatriati. Ma ben presto ciò si rivelò falso».

Il dominio assoluto del mare da parte degli Alleati ostacolò notevolmente l'evacuazione delle isole. Un ordine criminale del Führer stabiliva che per i trasporti su nave decadevano tutte le norme di sicurezza relative alla limitazione numerica degli imbarcati e che occorreva sfruttare lo spazio al massimo senza curarsi di eventuali perdite.

I trasporti dalle isole dell'Egeo verso il continente, avvenuti in tali condizioni, costarono la vita a migliaia di prigionieri italiani (circa 13.000) periti in seguito all'affondamento di vari piroscafi colpiti da unità di superficie e da sommergibili delle forze alleate.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Lo stato maggiore della Wehrmacht appoggiò il proposito di Speer, il ministro degli Armamenti, di impiegare il più rapidamente possibile i prigionieri italiani come forza lavoro, soprattutto a fronte della necessità di reclutare un sempre maggior numero di lavoratori tedeschi da inviare al fronte per realizzare, secondo le parole del ministro della propaganda Goebbels, la “guerra totale” che aveva come obiettivo la vittoria finale della Germania.

«Inizialmente considerati “prigionieri di guerra” la nostra qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”».

Il 20 settembre 1943, dopo la liberazione di Mussolini e poco prima della proclamazione del nuovo stato fascista (la Repubblica Sociale Italiana), Hitler ordinò di trasformare i prigionieri italiani in “internati militari”.  Il mantenimento dello status di prigionieri di guerra per gli internati militari avrebbe di fatto significato trattare alla stregua di una potenza nemica lo stato che Mussolini si apprestava a proclamare.

“Né d’altra parte i nazifascisti avrebbero potuto fare diversamente: chiamarci con il vero nome di “prigionieri di guerra” avrebbe significato che quasi settecentomila italiani ci eravamo schierati con altri italiani che si battevano contro il nazifascismo sul fronte italiano, in Jugoslavia e con i partigiani del Nord Italia. Sarebbe stato il riconoscimento dello stato di guerra in cui si trovava nuovamente quasi tutto il popolo italiano, ma ora contro la Germania; sarebbe stata un’ulteriore prova dell’assurdità della fantomatica repubblica fascista”.


 

Oltre il reticolato / la vita è bella

qua dentro c'è la morte / di sentinella.

Sotto una coltre bianca / sta un internato

ormai non ha più freddo / se ha nevicato.

Per la seconda volta / m'han prelevato

lo schiavo dei Tedeschi / son diventato.

Stanotte per la fame / non so dormire

vorrei chiudere gli occhi / e poi morire.

Ma non posso morire / così per via

devo portar quest'ossa / a mamma mia.

Canzone degli internati, sull' aria di Sul ponte di Perati.



 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO IN GERMANIA (Ottobre 1943 - Agosto 1945)

«1 Ottobre 1943: vengo caricato su un vagone ferroviario con la scritta "Hommes 40, chevaux 8"; 40 uomini in un carro merci, del tipo usato per il trasporto di cavalli. I trasporti ferroviari venivano effettuati sfruttando lo spazio disponibile sino all’estremo limite delle capacità di carico.

Indossavamo le nostre uniformi, con zaino, cinturone senza baionetta, tascapane con gavetta e borraccia.

Il treno parte per una destinazione a noi ancora sconosciuta. Durante alcune soste in piccole stazioni, offriamo alle persone che si avvicinano al treno qualche indumento leggero, contenuto nei nostri zaini, in cambio di alimenti.

Poi i carri ferroviari vengono piombati. Allora anche i più ottimisti cominciano a perdere la fiducia di essere riportati in Italia.

Passata Lubiana, il treno prende la direzione verso nord. Ora sappiamo che non si torna in Italia. Si viaggia solo di notte; non si sapeva dove si andava. Durante il giorno veniva aperto un vagone alla volta e i 40 uomini venivano fatti scendere per i bisogni e la distribuzione di pane e zuppa.

Dopo dieci giorni giungiamo nel campo di Stablack, nei pressi di Konigsberg, in territorio della Prussia Orientale, l’attuale Kaliningrad (Russia) dove nel Campo Stellare n. 1 ci ritroviamo nel giro di pochi giorni in 25.000 prigionieri. (L’enorme campo di concentramento di Stablack arrivò a contenere fino a 70.000 prigionieri). Passiamo con gli stessi indumenti dai 35/40 gradi della Grecia alla piena stagione autunnale, con freddo, nebbia e pioggia, del Nord Europa».

«Vengo poi smistato in un altro lager: la mia nuova destinazione è un campo di concentramento nei pressi di Julich, città distante circa 40 chilometri da Colonia. Il nostro gruppo di amici più stretti cerca di non dividersi: lo stare uniti ci dà un po’ di coraggio nella sventura. Qui veniamo numerati, fotografati, schedati: sono il prigioniero N° 20765. In base alla mia professione di meccanico, vengo destinato ad una fabbrica metalmeccanica».

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Sulla carta per la corrispondenza sono riportati anche i seguenti dati:

N° di prigioniero: 20765

M. – Stammlager = Mannschaftsstammlager = campo di prigionia per sottufficiali e militari di truppa               VI = Regione Militare sede del Comandante dei prigionieri

G = Bonn a Rhein                     Arbeits–Kommando = comando di lavoro 669

Lo Stammlager VI G era nell’attuale Lander Renania Settentrionale Westfalia.

Alle dipendenze degli Stammlager vi erano gli Arbeits–Kommando, distaccamenti di minori dimensioni ubicati nelle vicinanze delle fabbriche o dei luoghi di lavoro in cui venivano impiegati i prigionieri.


«Il nuovo campo di concentramento si trova a circa sette chilometri di distanza dalla fabbrica: è composto di alcune baracche di piccole dimensioni, ognuna delle quali contiene 20 letti a castello, per 40 persone, circondate da torrette e filo spinato.

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Si effettuano due appelli giornalieri, uno di primo mattino e uno alla sera per il conteggio dei prigionieri: questa operazione generalmente si protrae per un’ora, a volte due, costringendoci a stare in piedi all’aperto con qualsiasi condizione di tempo».

E’ durante uno di questi appelli che mio padre, per non so quale motivo, riceve un pugno all’occhio destro da una di queste SS. Dopo qualche anno dal suo rientro in Italia, verrà operato: l’operazione non gli restituirà completamente la vista all’occhio destro.

«Ogni giorno, esclusa la Domenica, inquadrati e scortati dalle SS, raggiungiamo a piedi la fabbrica. Alla Domenica, nel campo di concentramento è possibile assistere alla messa.

Nel mio reparto si riparano locomotive a vapore: spesso i danni consistono in perforazioni dei serbatoi dell’acqua dovuti quasi sempre ad azioni belliche.

Nel capannone della fabbrica si lavora con personale tedesco: ci sono anche prigionieri francesi e russi, questi ultimi facilmente riconoscibili perché indossano una divisa a strisce e hanno la testa parzialmente rasata (anche i prigionieri russi non sono tutelati dalla Convenzione di Ginevra e nella gerarchia dei prigionieri del Terzo Reich vengono dopo gli italiani).

Il regolamento, nonché dei limiti invalicabili, segnati sul pavimento e controllati dall’alto da soldati delle SS, impedisce ogni contatto tra prigionieri di diversa nazionalità.

Il lavoro diventa pesante soprattutto a causa della scarsissima alimentazione, del tutto insufficiente ed inadeguata per turni di lavoro di 8-10 ore.

L’unico pasto giornaliero consiste in una minestra di rape, cioè acqua con pezzi di rape, consumato in fabbrica; ogni 3 giorni al capo baracca vengono consegnati due pezzi di pane da dividere tra 40 prigionieri. Per evitare discussioni sulle parti, qualcuno costruisce una piccola bilancia. Un giorno arrivano nel lager alcuni vagoni carichi di patate. Durante la notte alcuni di noi decidono di tentare di prenderne qualcuna. Mentre siamo sui vagoni arrivano alcune SS con i cani; ci nascondiamo tra le patate per non farci vedere e per trarre in inganno l’odorato dei cani: l’operazione riesce, ma con uno spavento tale che questo alimento sarà escluso dalla mia alimentazione di libero cittadino.

Un giorno, durante una marcia di trasferimento dal campo di concentramento alla fabbrica, un prigioniero del mio gruppo, vedendo delle piccole patate ai bordi della strada, abbandona le file per raccoglierle, ma viene freddato da una mitragliata della SS che ci segue.

Durante la notte le baracche vengono chiuse dall’esterno e viene staccata l’illuminazione interna, che consiste di una piccola lampada dalla luce molto fioca. Come servizi igienici viene usato un bidone posto nel centro della baracca.

E’ consentito scrivere ai familiari solo su lettere e cartoline postali appositamente distribuite al campo: la corrispondenza è sottoposta a censura».

«Non si doveva, infatti, scrivere dove eravamo e come eravamo trattati. Si scriveva che si stava ottimamente, che il trattamento era buonissimo e che i congiunti vivessero tranquilli».


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«Buoni utilizzati nel campo di concentramento come danaro:

 peccato che nel lager non ci fosse nulla da poter acquistare, soprattutto di generi alimentari tranne qualche volta della birra».

Traduzione del testo sul soldo: Questo buono vale come mezzo di pagamento per prigionieri di guerra e può essere accettato e speso solamente nel campo di prigionia, presso i campi di lavoro negli spacci esplicitamente indicati. Lo scambio di questo buono come mezzo di pagamento legale deve aver luogo solamente presso le casse competenti dell’amministrazione del campo. Trasgressioni, intimidazioni e falsificazioni verranno puniti. Il capo del comando superiore delle Forze Armate.

 

Nel luglio 1944 scarseggia anche la carta per la corrispondenza.

Gli internati militari non potevano rivendicare per sé i diritti derivanti dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra; erano pressoché sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale e restarono alla mercé dell’arbitrio dei tedeschi. Berlino classificando i militari italiani non come prigionieri di guerra bensì facendoli passare per internati militari, si riservò piena libertà di decidere se autorizzare o meno le attività assistenziali delle organizzazioni internazionali.

Nel dicembre 1944 Vaccai, responsabile della Repubblica Sociale Italiana, del SAI Servizio Assistenza agli Internati militari, afferma: “non era stato fatto nulla” per gli internati militari. Lo stato fantoccio di Mussolini, costretto a pagare un enorme contributo in generi alimentari non solo alle truppe della Wehrmacht presenti in Italia ma anche al Reich – ossia alla popolazione tedesca - evidentemente non era in grado di prestare dovuta assistenza ai cittadini italiani prigionieri che si trovavano in Germania.

Anche il Consolato d’Italia, in una lettera datata 17 novembre 1944, fornisce un quadro della realtà dell’internamento in Germania: il Console di Cratz, rivolgendosi al Podestà di Menaggio scrive:

“[…] in base a superiori disposizioni impartite, i militari italiani già internati in Germania in seguito agli avvenimenti dello scorso anno, sono stati passati recentemente quali lavoratori civili. Nella mia Circospezione Consolare il numero di tali ex militari internati, distribuiti nei vari campi, ammonta a circa 6000. La maggior parte di essi si trova - in fatto di vestiario e di indumenti- in una situazione veramente disastrosa. Trattasi invero di persone che già da oltre un anno trovansi qui internate ed adibite a lavori quasi sempre pesanti, che non hanno avuto finora la possibilità di rinnovare nessun capo del proprio corredo, nella maggior parte dei casi già in cattive condizioni al momento del loro arrivo in Germania dai vari fronti di guerra. L’inverno nordico con i suoi terribili rigori è ormai alle porte e si rende indispensabile e indilazionabile la necessità di provvedere in qualche modo a favore di questi infelici. […] Rimane ancora una sola via aperta: quella della solidarietà dei fratelli italiani che vivono in Patria. […]”.


La maggior parte degli internati attendeva generi alimentari e vestiti dai familiari, a volte anche inutilmente perché i vagoni ferroviari venivano saccheggiati durante il viaggio.

In una cartolina postale del lager, scritta il 18 Luglio 1944, vi sono i ringraziamenti per aver ricevuto dalla famiglia il terzo pacco con indumenti.

In un'altra lettera scritta il 24 Agosto 1944, giorno del 29° compleanno, mio padre ringrazia i genitori per aver ricevuto un pacco con indumenti personali e soprattutto cibo.

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La sopravvivenza è legata a qualche pacco che si spera di riceve da casa e che si divide tra compagni di prigionia ( “… siamo come fratelli …” ).

L’arrivo di un pacco assumeva un’importanza particolare, e siccome il suo contenuto era anche un segno della partecipazione dei congiunti a casa, la sua apertura era un momento di intensa emozione che, almeno per un istante, riusciva a lenire la straziante nostalgia di casa e apriva nuove prospettive di vita.

«Gli indumenti che indosso sono gli stessi di quando sono partito per l’Albania; cerco di mantenerli in ordine come posso anche con l’aiuto del mio più caro amico, Angelo Fusetti di Cislago, che è un sarto. Un giorno nel lager faccio la conoscenza con un giovane di Vedano al Lambro, Tullio (*). Fa il parrucchiere per i tedeschi, ma anche ci rapa per aiutarci a liberarci dai parassiti.»

(*) Tullio impara il tedesco. Alla liberazione del campo di concentramento, conosce una bella ragazza tedesca. Subito si sposano. Tullio incarica Arnaldo, al rientro in Italia, di recarsi a Vedano per tranquillizzare genitori e i parenti circa la sua esistenza in vita e di prepararli alla novità del suo matrimonio con una ragazza tedesca. Tullio rientrerà in Italia solo alla fine del 1945 per tornare subito in Germania dove vivra fino al 2005, anno della sua morte.

 

«Durante i trasferimenti dal lager alla fabbrica sovente venivamo insultati dai civili che incontravamo: ci chiamavano in senso spregiativo “badogliani”, “traditori” oltre a sputarci addosso.

Spesso giungevano al campo di concentramento delegazioni per convincerci a collaborare con il regime fascista e nazista in cambio della libertà: la scelta era tra una vita di stenti nei lager o il lavoro coatto e un “posto” da soldato regolare del terzo Reich o della Repubblica Sociale Italiana (in questo caso vi era la possibilità di ritornare subito in patria). Ma quelli che accettarono, i cosiddetti “optanti” furono una minoranza. Durante una di queste visite nel lager, un fascista italiano ci insultò gravemente dicendoci "Voi badogliani siete la feccia dell’Italia"».

 

I motivi del rifiuto a qualsiasi forma di collaborazione con il regime fascista e nazista furono diversi: dalla volontà di mantenere fede al giuramento prestato al Re, dal rispetto per se stessi, suscitato in modo particolare dal trattamento ricevuto dai tedeschi, e dal dichiarato antifascismo. In particolare negli animi degli internati militari italiani covava il rancore silenzioso e cupo verso quelli che ritenevano responsabili della loro miseria, ossia il “fascismo e i tedeschi” accompagnato dalla generale convinzione che la guerra sarebbe presto finita con la vittoria degli alleati, rafforzata dalle notizie travolgenti che giungevano dai vari fronti di guerra e dalla visione delle città della Germania distrutte, nelle quali i prigionieri venivano spesso impiegati per rimuovere le macerie.

Nonostante tutto la massa dei soldati italiani disarmati ebbe la forza di resistere alle offerte e alle pressioni. Fin dai primi giorni da questa forza si sviluppò “una resistenza cosciente che parve essere stata motivata soprattutto politicamente ed eticamente da sentimenti antifascisti.

Fin dall’inizio il trattamento riservato agli IMI oscillò tra propositi di rappresaglia e di sfruttamento.

In seno alla dirigenza nazista i propositi di vendetta, di cui si fece portavoce lo stesso Hitler, si scontrarono con posizioni più pragmatiche che alla fine indussero il Führer ad accogliere le proposte avanzate da Sauckel (dal 1942 plenipotenziario generale per la mobilitazione del lavoro) e Speer (ministro per gli armamenti) affinché gli internati venissero trasformati in “lavoratori civili”.

Il 20 luglio 1944 (giorno del fallito attentato contro di lui), Hitler decise di acconsentire al cambiamento di status.

Il 3 Agosto 1944 il comando supremo della Wehrmacht comunicò che ufficiali, sottufficiali e militari di truppa sarebbero passati ad un rapporto di lavoro civile. Tutti quanti i comandi dislocati in Germania dovevano cambiare “status” senza però interrompere le attività in corso.

Nell’autunno 1944 molti internati si opposero alla loro trasformazione in “lavoratori civili”.
«Per noi nessun cambiamento! o internati militari o lavoratori civili, ma sempre nel filo spinato». 

“Il problema base per noi dal momento in cui si è iniziata la campagna per farci di buona o di cattiva voglia passare civili è stato quello di rifiutarci in tutti i modi di firmare qualsiasi documento che possa più o meno direttamente implicare il nostro consenso a quella strana operazione o, comunque, al lavoro obbligatorio per l’astuto ma odiatissimo nemico tedesco. Soldati siamo stati catturati, soldati siamo trattenuti con la forza; soldati vogliamo un giorno tornare in patria”.

A partire dall’inizio di settembre 1944 il cambiamento di status venne attuato con metodi coercitivi. Tutta quella operazione si presentò comunque come un inganno destinato esclusivamente ad etichettarli in maniera diversa.

Le imprese cercarono di gestire gli internati, dai quali si aspettavano un vantaggio sul piano del rendimento, esclusivamente secondo i loro intendimenti e con i loro metodi.

«A settembre 1944 il campo di concentramento viene distrutto da un bombardamento, per fortuna mentre eravamo in fabbrica. Il mio diario, che tenevo nascosto sopra una trave della baracca e che avevo faticosamente salvato da tutte le perquisizioni, sembra ormai irreparabilmente perso. Con alcuni miei compagni, cercando tra le rovine nel tentativo di recuperare i nostri zaini, riesco a ritrovarlo intatto.

Vengo trasferito in un altro lager a Schwerte, nei pressi di Dortmund, sul fiume Ruhr, la zona più industriale della Germania».
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documento-di-riconoscimento.jpg Documento-d-identit--numero-1074.jpg

Traduzione

Documento d’identità n° 1074

Fabbrica: Reichsbahnausbesserungswerk = Fabbrica nazionale di riparazione delle ferrovie Schwerte (Ruhr)

Reparto K                  Occupato: Hilfsschlosser = aiutante meccanico

Attenzione!

  1. La cessione del documento di identificazione a persone non autorizzate è considerato reato
  2. Lo smarrimento deve essere comunicato immediatamente alla Direzione o all’ufficio del Personale
  3. La carta d’identità deve essere portata sempre con sé durante il servizio
  4. Non consente di entrare ed uscire dal lavoro durante il servizio. Il documento di identificazione è di completamento …    è punibile colui che ne è sprovvisto quando gli viene richiesto.


«Gli alloggiamenti sono degli stanzoni all’interno della fabbrica.

Tra i tedeschi con i quali lavoro ci sono due personaggi emblematici che tengono un comportamento antitetico nei miei confronti. Il primo, che avevo soprannominato “Milankaputt”, al mattino, al mio arrivo nel reparto, conoscendo la mia provenienza, mi accoglie dicendomi “Milan Kaputt” (per farmi credere che Milano è stata distrutta dai bombardamenti), suscitando in me una certa apprensione. Una mattina “Milankaputt” non si presenta al suo posto di lavoro: sulla morsa del suo banco di lavoro vedo appoggiato un mazzo di fiori; vengo poi a sapere che l’aereo da combattimento sul quale si trovava il figlio era stato abbattuto. L’ altro che avevo soprannominato “il Campagnolo”, perché proveniva da una vicina zona di campagna, di animo buono e che ritenevo contrario al regime, all’ora del caffè che viene distribuito in mattinata, per un mese mi allunga, stando bene attento a non farsi notare, un pezzo di pane con la mortadella, che a volte consumo subito oppure, quando è possibile lo divido in baracca con i miei più intimi amici».

In seguito alla trasformazione da Internati Militari Italiano in “lavoratori civili” ai prigionieri viene concessa una retribuzione fittizia in “reichmark”.

«L’alimentazione insufficiente per svolgere qualsiasi attività lavorativa rimane».

Nell’inverno 1944-1945 il gelo, la mancanza di abiti adeguati, di coperte, di cibo, rese penosissime le condizioni degli ex-internati, ai limiti della sopravvivenza. I sintomi del crollo ormai imminente, d’altro canto, non mancarono di suscitare negli ex-internati la speranza che la loro prigionia sarebbe presto finita. Certo, gli attacchi aerei mettevano in pericolo la loro vita.

«11 Aprile 1945:

rombi di motori; il cielo diventa buio per la scia che le fortezze volanti che solcano il cielo sopra di noi emettono per non farsi colpire dalla contraerea. Cadono bombe; la fabbrica, che aveva già subito alcuni bombardamenti aerei lievi, viene bombardata in modo intensivo: i tedeschi la abbandonano, noi prigionieri cerchiamo riparo nei sotterranei. Mentre cerco dì nascondermi, a causa di uno spostamento d’aria dovuto ad una esplosione, vengo scaraventato ad alcuni metri di distanza, finendo in un tombino. Per fortuna me la cavo con alcune escoriazioni e qualche botta.

Nei sotterranei, con nostra sorpresa, scopriamo i magazzini pieni di ogni ben di Dio: e pensare che per noi non c’ erano neanche le bende; in caso di ferite sul lavoro ci si fasciava con pezzi dì carta!

15 Aprile 1945:

i soldati americani arrivano nella fabbrica e veniamo liberati. Momenti di grande sollievo e gioia. Siamo alquanto dimagriti e non siamo più abituati ad una alimentazione normale tanto che al primo pasto dì latte e riso stiamo tutti male. Poi piano piano ci si riprende. Ci sistemano presso abitazioni private, abbandonate dai proprietari, dove provvediamo autonomamente alla nostra alimentazione mediante i viveri che ci vengono consegnati.

Riprendiamo le forze tanto che costituiamo una squadra di calcio che partecipa ad un mini-torneo internazionale».

7 Maggio 1945: il generale tedesco Jodl firma la resa incondizionata della Germania.

«Luglio 1945: ai primi del mese la nostra zona passa sotto il controllo degli Inglesi, mentre gli americani si portano più a nord nella Germania. Con gli Inglesi ci troviamo un po’ più a disagio: non solo per l’alimentazione ma anche per il nuovo regolamento che non consente di restare fuori fino a tardi alla sera e che prevede il rientro entro le ore 19».«Il tempo trascorreva lentamente e attendevamo con ansia il fatidico giorno del rimpatrio. A metà Agosto ci assicurano che entro la fine del mese avremmo lasciato la Germania e ci invitano a preparaci. Partimmo da Dusseldorf; attraversammo diverse città tedesche, tra cui Colonia, Stoccarda, tutte devastate dai bombardamenti. Il treno procedeva lentamente».

«Ai primi dì settembre attraverso la Svizzera, passando dal lago di Costanza, arrivo a Ponte Chiasso. Il pensiero continuo era la casa, i familiari. Non ne avevo notizia da alcuni mesi. Il mio paese era stato bombardato? Le nostre case avranno subito danni? Arrivo poi a Como. Con alcuni compagni di viaggio andiamo in un’osteria; avevo cucito nella mia giacca prima, e salvato poi, 500 Lire: con mia grande sorpresa mi accorgo che sono appena sufficienti per comprare una bottiglia di vino!

Ritorno in stazione dove trovo un lissonese al quale subito mi rivolgo per avere notizie del mio paese. Sotto la sua guida, salgo sul primo treno diretto a Milano.

E’ il 4 Settembre 1945: arrivo alla stazione di Lissone. Saluto i miei compagni che continuano il viaggio per Milano e scendo dal treno. Una mia conoscente, che in quel momento era in stazione, mi vede e corre verso via Padre Reginaldo Giuliani, dove allora abitavo, ad annunciare ai miei parenti e al vicinato il mio ritorno. Mentre mi dirigo verso casa, un gruppo dì conoscenti della via mi si fa incontro e mi accoglie festosamente: poi l’incontro con i miei cari ….».

Arnaldo Pellizzoni
Lissone 25 aprile 1995


Quand'ero in prigionia / qualcuno m'ha rubato

mia moglie e il mio passato / la mia migliore età.

Domani mi alzerò / e chiuderò la porta

sulla stagione morta / e mi incamminerò.

Boris Vian, 1956 (trad. di Ivano Fossati, 1992)

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Milano, 8 settembre 1943

24 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nell'estate alcuni Azionisti, tra cui Poldo Gasparotto, organizzano una rete informativa, per segnalare agli alleati gli spostamenti delle truppe tedesche.
Nei primi giorni di settembre, quando appare imminente il rovesciamento delle alleanze militari, Poldo Gasparotto progetta la formazione della Guardia nazionale, struttura militare per il reclutamento di volontari decisi a opporsi ai tedeschi.

 

I comandi dell’Esercito italiano lasciano agire i tedeschi nell’occupazione della città, nonostante la volontà di molti cittadini decisi ad opporsi.

“A metà agosto 1943 Milano è colpita da terribili bombardamenti aerei; chi può lascia la metropoli, per sfuggire a una situazione insostenibile. Le distruzioni acuiscono l'odio verso la guerra e alimentano la sensazione di un prossimo rivolgimento di fronte.
 
Nell'estate alcuni Azionisti, tra cui Poldo Gasparotto, organizzano una rete informativa, per segnalare agli alleati gli spostamenti delle truppe tedesche; ne fanno parte l'avvocato Giovanni Barni e il notaio Virgilio Neri. La villa di famiglia in località Cantello Ligurno, a mezza strada tra Varese e la Svizzera, diviene la base logistica dell'attività illegale, avviata nella prospettiva della lotta contro l'occupazione nazista. Le notizie sul dispiegamento militare d'occupazione vengono trasmesse da Neri a Giovanni Gronchi e a Mario Badoglio, figlio del capo del governo.

In agosto si costituisce a Milano il Comitato interpartitico, nello studio dell'avvocato socialista Roberto Veratti. Badoglio ha affidato la difesa territoriale della città al generale Vittorio Ruggero, già comandante della divisione Granatieri, inviato nel capoluogo lombardo col compito di tenere la situazione sotto controllo. L'alto ufficiale cerca di arginare gli scioperi operai e accetta il dialogo col Comitato antifascista; esortato a preparare con i civili misure difensive contro i tedeschi, presenti in città con forze assolutamente esigue, si dice disponibile a trasmettere al governo le richieste presentategli da Alfredo Pizzoni, portavoce di un'ampia area politica, estesa dai comunisti ai liberali.

Nei primi giorni di settembre, quando appare imminente il rovesciamento delle alleanze militari, Poldo Gasparotto progetta con Pizzoni la formazione della Guardia nazionale, struttura militare per il reclutamento di volontari decisi a opporsi ai tedeschi. Al mattino dell'8 settembre il generale Ruggero assicura l'esecutivo antifascista dell'imminente consegna di armi, ma prende tempo. In serata Badoglio rende noto l'armistizio. L'indomani mattina si presenta alla sede del Comando di piazza, in via Brera, una delegazione del Comitato di liberazione nazionale milanese; accanto al comunista Girolamo Li Causi vi è Luigi Gasparotto, tra i più decisi nell'incalzare il titubante generale Ruggero. Pizzoni così ha riassunto il tempestoso incontro: «Ruggero temporeggiava, Gasparotto voleva che si andasse alle barricate, io chiesi ci si dessero le armi e dichiarai che la Guardia nazionale e il popolo milanese avrebbero fatto il loro dovere e avrebbero combattuto contro i tedeschi. Ma lì non si decise nulla e allora noi venimmo via e decidemmo di aprire gli arruolamenti». Li Causi e altri antifascisti presenti all'incontro ricordano la determinazione del vecchio Gasparotto, deciso a trasformare Milano in baluardo della resistenza antitedesca, con la collaborazione dell'esercito e dei civili. Luigi Gasparotto era sospinto dalla sensazione di riprendere le tradizioni familiari, risorgimentali e di rivivere l'epopea della grande guerra.

Il colonnello Alfredo Malgeri, comandante della III Legione della Guardia di finanza, ha tracciato un ritratto emblematico del vecchio radicale, di cui egli ignorava i trascorsi patriottici e persino l'identità:

Una commissione di cittadini si presenta, chiedendo armi per la difesa della città. Fra essi, un vecchio signore mi è rimasto impresso: baffi e barba a pizzo, cappello a larghe falde, figura che ricorda vecchie stampe dei nostri uomini del Risorgimento. Quanta anima ha nei suoi occhi inquieti, quanta decisione nei suoi gesti! Rivivo quel momento di commozione: vedevo col pensiero quell'uomo dietro una barricata e con lui migliaia e migliaia di milanesi rinnovare - in unione coi grigioverdi - le gesta delle Cinque giornate. Era un sogno del mio animo, ritornato per un momento fanciullo, ma un sogno che avrebbe potuto realizzarsi se Milano non fosse stata tradita dagli eventi. Non so chi fosse quel vecchio signore. Il generale Ruggero, uscito dal proprio ufficio, gli dice che penserà lui a tutelare l’onore del Paese e dell'Esercito e lo invita a starsene tranquillo con i suoi compagni.

Il 9 settembre il Partito d'Azione stampa e distribuisce un volantino inneggiante al binomio Esercito e Popolo: «chiunque tenti di spezzare questa unità è nemico del popolo e della nazione italiana», proclamano gli azionisti, nel rivolgere un appello all'arruolamento della cittadinanza:

Italiani! In nome dei martiri della libertà, in nome di Battisti, di Matteotti, di Amendola, di Gobetti, di Gramsci, di Rosselli, in piedi.

Cittadini, formate i vostri comitati di ordine pubblico per la saldatura tra esercito e popolo in ogni fabbrica e in ogni rione. Giovani, si è costituito il Fronte Italiano della Resistenza: arruolatevi nei Volontari della Nazione Armata.

…Antonio Fussi, descrive il clima di fervore patriottico misto a ingenuità, imprudenza e generosità in cui, nel volgere di un paio di giornate, si è consumata l'iniziativa:

La base era in via Manzoni: l'ultima casa di via Manzoni, a sinistra, prima di arrivare ai portici di porta Venezia. C'era, in un cortile, la Società dei radiatori: lì si raccoglievano le iscrizioni alla Guardia nazionale. C'erano Poldo, Ugo di Vallepiana, Martinelli. Una radio funzionava a tutto spiano e dava la posizione dei tedeschi, che occupavano la città. E io mi lamentavo con Martinelli: «Ma senti, è inutile che fai una lista di nomi e cognomi ... non ce n'è bisogno ... ». C'erano decine di persone, giovani e meno giovani, studenti, impiegati ... In uno stanzone una persona faceva un discorso ai giovani: parlava di Mazzini... Ho domandato a Martinelli chi fosse quel tipo che in un momento così particolare aveva tanto fiato in gola per parlare di Mazzini: era il professor Achille Magni, un repubblicano convinto. Nel frattempo Poldo e Vallepiana facevano la spola con l'ufficio del Comando di piazza, tornavano con qualche mezza promessa. Poi, a un certo punto, c'è stato un mezzo tradimento.

L'azionista Giuliano Pischel, partecipe degli eventi, indica la paternità del progetto e ne sintetizza gli immediati sviluppi: «L'idea che aveva ventilato Poldo Gasparotto, della costituzione di una Guardia nazionale, veniva ripresa dal Comitato interpartiti tramutatosi in Comitato di Liberazione Nazionale» Ma l'unità operativa tra esercito e popolo resta un'utopia.

Il generale Ruggero, timoroso delle ritorsioni tedesche, si è limitato a generiche promesse, senza esporsi a livello operativo. Il suo atteggiamento è influenzato dall'arrivo del tenente colonnello dei Carabinieri Candeloro De Leo, presentatosi quale emissario del Comando supremo. De Leo, dirigente del servizio segreto militare, vanta contatti col generale Ambrosio e induce Ruggero alla passività.

Il 10 settembre i rappresentanti del comitato cittadino (Gasparotto, Li Causi, Damiani e Pizzoni) consegnano al comandante di Corpo d'armata una lettera programmatica, per indurlo a rompere gli indugi e ad assecondare l'azione patriottica:

Signor Generale,

a nome di tutti i gruppi antifascisti e in relazione alla conversazione di ieri, riteniamo possibile organizzare la difesa di Milano, in cooperazione colla popolazione.

La nostra convinzione deriva dalla considerazione che la zona di Milano è il centro della produzione bellica, per cui indiscutibilmente si potrà preparare coll'attività di tecnici (che noi stessi potremo mettere a vostra disposizione) un regolare rifornimento di armi e munizioni sia alle forze esistenti che alle nuove unità da costituire.

Siamo inoltre certi che lo spirito della truppa potrà essere galvanizzato se non la si lascerà sotto l'impressione di essere già in partenza disposti a cedere.

Il vostro spirito di cittadino e di militare ci rende certi di avere la vostra adesione d'opera, che sotto la vostra guida, vi proponiamo di svolgere nell'interesse e per l'onore militare della Nazione. Un Comitato Tecnico di ex Ufficiali che vi chiediamo di richiamare in servizio, potrà assolvere a questo compito.

Quel medesimo giorno il generale Ruggero incontra gli emissari del Comando germanico, da lui rassicurati sulla propria disponibilità. Nel pomeriggio un nuovo abboccamento con gli esponenti antifascisti sancisce la rottura dei rapporti: l'alto ufficiale ha infatti concordato coi tedeschi che l'esercito non ostacolerà l'occupazione della città. La defezione del Comando militare si ripercuote sull'opinione pubblica in modo rovinoso, deprimendo gli animi; tramonta bruscamente il progetto della Guardia nazionale, «con vera disperazione di Poldo Gasparotto». Privi di armi, i promotori del CLN tengono un comizio in piazza Duomo e poi passano nella clandestinità. Scontri sporadici con i tedeschi culminano il pomeriggio del 10 settembre nei pressi della stazione centrale: civili armati si oppongono all'occupazione della stazione e negli scontri uccidono tre militari germanici. In serata il generale Ruggero legge alla radio un comunicato in cui informa dell'avvenuta occupazione delle principali città della Lombardia e dell'Emilia Romagna. In sostanza il Comando di piazza, su direttiva di De Leo, ha lasciato agire indisturbati i tedeschi. Da un giorno all'altro la situazione è cambiata e Mario Boneschi si accorge di avere costruito l'edificio della Guardia nazionale su fondamenta di sabbia: «La città era ben diversa da quella del giorno precedente. Esultanza per l'armistizio ed entusiasmo erano spariti. Sui volti si leggevano ansia e sgomento. Era il momento del "si salvi chi può". Ritornai a casa e bruciai le liste».

Al mattino dell’11 settembre i punti nevralgici della metropoli sono sotto controllo germanico. Su istruzione di De Leo, il generale Ruggero scioglie la Guardia nazionale, sulla base della normativa che vieta ai cittadini l'uso non autorizzato delle armi. Le dinamiche del capoluogo lombardo si ripetono con impressionante analogia in numerose altre città: da Torino a Firenze a Roma ... In Lombardia, quel medesimo giorno, reparti germanici assumono pacificamente il controllo di Brescia e di Cremona. l vertici militari restano inerti, quando non collaborano apertamente con l'occupante. Le modalità dell'armistizio, l'ambiguità del comunicato letto da Badoglio alla radio, la fuga del re e dei ministri gettano le forze armate nella confusione, tanto più che i tedeschi sferrano un'impressionante offensiva nella penisola e nei presidi italiani all'estero. Il comportamento di De Leo si chiarirà con l'immediata adesione alla Repubblica sociale italiana, per la quale dirigerà il Servizio informazione militare (SIM).

Il 12 settembre i tedeschi, completata l'occupazione di Milano, perquisiscono i cittadini e fermano i militari, in violazione degli accordi stipulati col generale Ruggero. La popolazione è disorientata e demoralizzata dallo scioglimento dell'esercito, disgregatosi all'apparire del nemico. Lo stesso giorno vengono occupate, senza colpo ferire, Varese, Como e Sondrio.”

 

da “Leopoldo Gasparotto – Diario di Fossoli” a cura di Mimmo Franzinelli



Leopoldo Gasparotto, militante del Partito d'azione dal 1942, durante il periodo badogliano è tra i protagonisti della rinascita democratica di Milano. Entrato nella clandestinità, diviene il comandante militare delle forze resistenziali della città e promuove e coordina alcuni gruppi nelle vallate delle province di Como, Varese e Bergamo. Arrestato l'11 dicembre 1943 e rinchiuso a San Vittore, viene torturato dai tedeschi. Il 27 aprile 1944 è internato a Fossoli, dove anima il collettivo dei «politici». Il 22 giugno, su ordine del Comando delle SS di Verona, è prelevato dal campo e ucciso a tradimento. È stato insignito di medaglia d'oro al valor militare alla memoria. 

 

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L’8 settembre 1943 in alcune località d’Italia

23 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Vittorio Emanuele III abbandona Roma ancor prima d'averne tentata la difesa, senza preoccuparsi in nessun modo di ciò che resta dietro di lui. «La fuga di Pescara» sancisce definitivamente la separazione tra monarchia e popolo, né può essere più cancellata. E lo stesso sovrano, o chi gli è più vicino, non può prevederne le conseguenze, poiché non prevede in nessun modo che quel «popolo », cosi abbandonato al suo tragico destino, possa esprimere una propria volontà autonoma; non può prevedere che lo stesso 8 settembre possa trasformarsi nel principio della rinascita.

a Roma


La giornata del 9 mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d'orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell' Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell'esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del CLN è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d'ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall'8 settembre e traendo da questa constatazione l'indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:

“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”

Intanto nella città incerta fra le più contrastanti notizie, fra le voci più assurde, si organizzano i primi gruppi d'armati facendo. capo ai partiti di sinistra, ai comunisti Longo e Trombadori, ai socialisti Pertini e Gracceva, agli azionisti Baldazzi e Lussu.

La distribuzione delle armi provoca vari incidenti con la polizia, a stento repressi dall'intervento dei dirigenti antifascisti; ... I primi gruppi di civili sono ben presto in linea in uno dei punti più delicati del «fronte», mischiati insieme con un reparto di paracadutisti al bivio dell'Ardeatina e dell'Ostiense e nella giornata del 10 si accentua di ora in ora l'intervento popolare sul campo di battaglia. I granatieri hanno ricevuto il rilevante rinforzo del Montebello, l'eroico squadrone che sino all'ultimo condurrà una serie di contrattacchi sacrificando quasi tutti gli ufficiali e tutti i pezzi; altri reparti delle Forze Armate affluiscono sull'Ostiense alla spicciolata. È la prima volta nella storia d'Italia dal 1848 in poi che il popolo interviene spontaneamente a fianco delle Forze Armate, supera d'un balzo il distacco tradizionale. Quando già la resistenza «regolare» va esaurendosi e già firmata la «resa», allora è il momento che quest'intervento svela tutta la sua importanza non solo militare, ma politica. Dalla piramide di Caio Cestio al Testaccio sono in linea i«civili» armati e cade fra essi, a Porta San Paolo, Raffaele Persichetti, giovane studioso, il primo degli intellettuali sacrificatisi nella Resistenza. E in più punti della città si accendono i combattimenti mossi, più che dalla speranza della vittoria, da uno spirito indomito di odio antinazista: fra via Cavour e via Paolina, in via Marmorata, a piazza dei Cinquecento ove sino a sera si spara contro l'albergo Continentale tenuto dai tedeschi. Sono episodi confusi, di cui è difficile rintracciare volta per volta l'origine e i risultati; ma certo è che in quella resistenza disperata, dispersi in uno spazio quanto mai vasto, isolati l'uno dall'altro, si mischiano insieme i vari ceti sociali e le generazioni diverse, l'operaio e l'ufficiale, il vecchio e il ragazzo; sono i primi bagliori dell'unità della Resistenza ... Roma non è caduta senza resistere: è stata evitata dal sacrificio solidale dell'esercito e del popolo la più profonda umiliazione che potesse essere inferta alla capitale.

 

Se bastò un ordine «sbagliato» del Comando supremo a dissolvere il nucleo più importante del nostro esercito attestato alla difesa di Roma, nel resto del territorio nazionale, ove le divisioni esistevano in gran parte sulla carta ed erano quasi totalmente prive dei mezzi necessari per ottenere una valida resistenza, bastò assai meno: bastò la mancanza di ordini per far precipitare tutto nel caos, per pregiudicare nel volgere di poche ore anche le sorti d'una difesa onorevole. La Memoria op. 44, diramata da Badoglio ai comandi militari in Italia, subordinava la sua applicazione all'emanazione d'un ordine successivo (che fu impartito dal Sud troppo tardi: solo l’11 settembre); richiedeva cioè agli alti quadri dell'esercito la cosa più difficile da attuare date le stesse tradizioni della nostra casta militare educata fin dall'unità ad «eseguire gli ordini senza discutere», a considerare «l'iniziativa individuale» come un pericolo per la saldezza delle istituzioni. Proprio facendo leva su tale caratteristica il fascismo aveva potuto condurre la guerra nel modo che l'aveva condotta, vincendo l'opposizione dei generali di dissenzienti col richiamo alla «disciplina», alla subordinazione cieca ed assoluta al potere politico; ... Chiedere «d'agire d'iniziativa» era già cosa avventata alla fine d'agosto, quando essa contrastava così evidentemente con la mentalità della nostra casta militare e con la situazione di fatto, con l'estremo punto di consunzione e di logoramento cui era pervenuto l'esercito territoriale: diveniva semplicemente pazzesco nella situazione non solo militare, ma politica creata l’8 settembre con la diserzione dal suo posto di lotta del Comando supremo. ...  

Come nella difesa di Roma non mancano gli esempi che dimostrano come, malgrado tutto, l'8 settembre non era «fatale» nella forma in cui si presentò, come anche all'ultimo momento era possibile «salvare il salvabile» e come in molti casi ufficiali e reparti seppero dar prova di valore e di coraggio. Se sul momento tutto sembrò sommerso nella tragedia e nella vergogna del disfacimento, ora è possibile dare un primo ordinamento a quegli episodi di resistenza che allora parvero del tutto sporadici o semplicemente d'eccezione e trarre da loro qualche conclusione più organica.

Innanzitutto è da osservare che qualsiasi direttiva militare mancò nelle grandi città industriali del Nord come a Milano e a Torino ... Nelle grandi città industriali, più che in ogni altro luogo, i generali responsabili della difesa ... elusero con ogni sorta d'inganni le pressanti richieste di partecipare alla lotta e decisero in ultimo che era preferibile consegnare le armi ai tedeschi piuttosto che agli operai.


a Milano

Così accadde a Milano dove il generale Ruggero, malgrado che la sera del 9 fosse stato respinto da un gruppo di civili il tentativo tedesco d'impadronirsi della stazione, stipulò un accordo con i tedeschi in base al quale l’esercito rimaneva provvisoriamente armato (molto provvisoriamente) ma i civili dovevano consegnare subito le armi di qualsiasi tipo in loro possesso.

“Chiunque userà le armi contro chiunque sia, sa senz'altro passato per le armi sul posto. Da questo momento sono proibite nel modo più assoluto le riunioni anche in locali chiusi salvo quelle del culto nelle chiese. All'aperto non potranno aver luogo riunioni di più di tre persone. Contro gruppi di numero superiore sarà senza intimazione aperto il fuoco dalla forza pubblica”.

Sono frasi tolte dal« proclama ai Milanesi» del 10 settembre, sottoscritto dal generale Ruggero e non da un comandante tedesco.

a Torino

Così si ripete a Torino in forma ancor più sfacciata, se possibile, per opera del generale fascista Adami-Rossi che consegnò la città ai tedeschi «per evitare un'inutile strage», senza nemmeno il minimo cenno di opposizione.


a Genova

Così si ripete a Genova ove l'apparato aggressivo tedesco, subito dopo l'annuncio dell'armistizio, occupa fulmineamente la città senza trovare opposizione nei Comandi militari.

a La Spezia

Un certo accenno di resistenza organizzata sembra di poter scorgere intorno alla piazza militare di La Spezia; qui il comandante del XVI corpo d'armata, generale Carlo Rossi, respinge l’ultimatum tedesco, permettendo alla flotta di porsi in salvo e la divisione Alpini Alpi Graie combatte strenuamente fino all’11 settembre.

 

Altrove non si può parlare di esecuzione di alcun piano militare difensivo, ma d'improvvisi e imprevisti focolai di resistenza che s'accendono qua e là, a Verona come a Parma, a Cuneo come ad Ancona, dove nuclei o reparti dell'esercito, nella generale dissoluzione, si oppongono di propria iniziativa all'aggressione nazista.

a Piombino

L'episodio più notevole di resistenza cittadina fu quello offerto da Piombino abbandonata senza ordini dai Comandi responsabili, quando il 10 settembre si profilò la minaccia d'uno sbarco tedesco in forza proveniente dalla Corsica. Soldati, marinai, operai reagirono per loro conto, occupando le fabbriche, il porto e manovrando, fianco a fianco, le batterie costiere. Dopo una furiosa battaglia il tedesco fu annientato: seicento morti, duecento prigionieri, le zattere di sbarco e due corvette affondate: solo riuscì a scampare al disastro un caccia benché duramente colpito.

al confine occidentale

Una particolare importanza - anche per le. conseguenze che ne seguirono, è da attribuirsi a ciò che avvenne, in quei tragici giorni, nelle zone di confine. Al confine occidentale la IV armata fu colta di sorpresa nel momento critico della sua marcia di trasferimento dalla Francia all'Italia e spezzata in più tronconi dal pronto attacco tedesco: vi fu qualche scontro, saltò la galleria del Moncenisio, ma la IV armata era praticamente dissolta.

a Trento

A Trento, ove l'allarme era stato dato fin dai primi giorni di settembre (il 31 agosto Rommel vi aveva presieduto una riunione di generali tedeschi in vista dell'imminente occupazione militare del territorio italiano), non si verificò alcuna reazione degna di nota da parte dei comandi militari italiani, ai quali gli antifascisti locali, sotto la guida del socialista G. A. Manci avevano trasmesso un dettagliato memoriale per la difesa del Trentino.

Nella città, provata dai duri bombardamenti alleati, reagirono per loro conto i soldati della guarnigione, riportando notevoli perdite (49 morti, 200 feriti).

a Trieste

A Trieste il generale Ferrero, comandante il XXIII corpo d'armata, dopo aver promesso agli esponenti del Fronte democratico nazionale (fra cui l'azionista Gabriele Foschiatti e i comunisti Ernesto Radich e Giovanni Pratolongo) di armare il popolo per la difesa, abbandonò il 10 settembre la città, dopo aver emanato un'ordinanza che stabiliva l'orario del coprifuoco e faceva divieto dell'esercizio della caccia in tutto il territorio del corpo d'armata.

Ed inoltre

a Fiume

il generale Gambara, arrivato da Roma con ordini di difesa ad oltranza, si preoccupò di vietare la ricostituzione dei partiti politici e precisò in un'ordinanza che «nel grave momento che l'Italia attraversa, c'è un solo partito per tutti, nessuno escluso: quello della concordia, dell'onore, dell'ordine. Nessuna iniziativa da qualunque parte venga sarà da me tollerata». La sera del 10 la polizia spara, causando numerose vittime, sulla folla che richiede la liberazione dei detenuti politici. Il 14 il Gambara conclude un accordo con il colonnello Völcher affinché «i soldati italiani potessero difendere la città dalle minacce slave» e poi anch'egli abbandona Fiume, lasciando i suoi soldati in mano ai tedeschi (un mese più tardi, sulla base d'una simile prova d'onore militare, verrà scelto da Graziani quale capo di Stato maggiore dell'esercito fascista in via di costituzione).

a Pola

Così anche Pola verrà consegnata ai tedeschi senza colpo ferire.

a Gorizia

Solo a Gorizia il generale Malagutti si rifiutò di collaborare e venne arrestato insieme a numerosi ufficiali.

Ma la disgregazione delle forze armate è totale e già in quei tragici giorni si può dire che si determina il distacco definitivo di gran parte della Venezia Giulia abbandonata all'invasore tedesco senza resistenza degna di rilievo.

 

nell'Italia meridionale

a Salerno


da "La Stampa" 14 settembre 1943
Infine, un carattere tutto particolare essa ebbe nell'Italia meridionale: qui infatti, dove la guerra operava la sua maggiore pressione, fu più urgente e grave la scelta a chiunque vestisse una divisa ... In contrasto con i molti generali fuggiaschi o disposti a ogni compromesso col tedesco, ... vi furono episodi individuali di sicuro valore: il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una divisione costiera a Salerno, sorpreso con pochi uomini da una pattuglia germanica, si rifiutò sotto la minaccia delle armi su di lui puntate, di impartire l'ordine della resa ai suoi uomini e affrontò senza esitazione la morte cadendo trucidato sul posto; con la stessa serenità e in circostanze simili affrontò la fucilazione il comandante del 48° reggimento fanteria di Nola insieme ai suoi ufficiali.

a Bari

Una notevole resistenza si attuò, contrariamente agli ordini superiori, in alcune caserme di Napoli, e un carattere più esteso ebbe la reazione dell'esercito in Puglia; a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi, marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto battendosi come «un civile qualunque» nel corpo a corpo che seguì con i reparti tedeschi (lo stesso Bellomo finì poi fucilato dagli alleati sotto l'accusa di avere provocato la morte d'un prigioniero inglese).

in Sardegna

In Sardegna, maggiori che in ogni altra parte d'Italia furono le possibilità offerte al nostro esercito per eliminare le truppe tedesche stanziate nella parte meridionale dell'isola, assai inferiori per numero anche se superiori per armamento. C'era a nostro vantaggio, prima di ogni altro elemento, la compattezza delle Forze Armate, composte in gran parte di reparti sardi, ... inserite in un ambiente tradizionalmente ostile al fascismo «fenomeno del continente» (né lo stato d'animo della popolazione sarda era soltanto spontaneo: vi agivano gruppi attivi di antifascisti, che da Sassari diramavano il giornale clandestino «Avanti Sardegna!» già dal maggio '43 incitante alla lotta antitedesca e alla guerriglia). Tale possibilità fu sprecata dal Comando che, dopo essersi accordato con i tedeschi per un'evacuazione pacifica, solo il 13, in seguito ad ordini ricevuti dal Comando supremo, decise di attaccarli, quando già con rapidissima manovra essi avevano raggiunto i porti d'imbarco nella parte settentrionale.

Troppo tardi per tagliare loro la strada, appena in tempo per accelerarne la fuga e impossessarsi d'un notevole bottino di guerra. Le speranze dei patrioti sardi andarono deluse e solo alla Maddalena s'ebbe un rilevante fatto d'armi, quando l'isola fu riconquistata da marinai e operai in un'aspra battaglia (8-11 settembre).

Comunque il bilancio non può considerarsi del tutto negativo: poiché furono quei corpi d'armata rimasti in Sardegna, in mezzo al generale sbandamento, la leva su cui cercò d'insistere il governo Badoglio in Italia meridionale per rivendicare un maggior contributo bellico a fianco degli alleati. Nel Mezzogiorno infine, più che in ogni altra parte d'Italia, la resistenza dell'esercito rifluì quasi subito nella resistenza della popolazione civile.


da “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia  Einaudi 1964


 

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Enrico Consonni: storia vera di un soldato allo sbando

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

In occasione dell’8 settembre, pubblichiamo un articolo in cui vengono narrate le vicissitudini di un lissonese, Enrico Consonni, durante la  seconda guerra mondiale.

È tratto da un racconto, curato da Walter Consonni, socio dell’ANPI Lissone e figlio primogenito di Enrico, che ha trascritto le memorie del padre.


Enrico Consonni, figlio unico di Pietro Consonni e Maria Proserpio, è nato a Lesmo (Milano) il 30 gennaio 1922 ed è deceduto a Monza il 9 luglio 1979.

La madre Maria muore subito averlo partorito e suo padre, contadino nelle terre di Lesmo e Camparada, lo affida ad una zia che lo cresce fino ai 14 anni circa; nel frattempo frequenta la scuola materna “Ratti” e le Scuole Elementari di Lesmo insieme al suo migliore amico e coetaneo Tarcisio Beretta che condividerà con lui anche tutte le disavventure militari narrate successivamente in un memoriale.

A 14 anni viene inviato a Lissone presso il forno dei Meroni per imparare il mestiere di panettiere; Enrico, per il suo carattere buono, è accolto benevolmente dalla già numerosa famiglia del panettiere e cresce con i figli di questi come un nuovo fratello.

Viene chiamato alle armi nel 1942 a guerra iniziata.

I coscritti della classe 1922 di Lissone, in attesa di partire per il fronte di guerra. Enrico Consonni è il primo da destra della seconda fila (dal basso).

Prima inviato all’autocentro di Milano, dove condivide l’addestramento anche con Romeo Brugola (il futuro partigiano Rom ancora vivente a Lissone) e ottiene la patente di guida per condurre automezzi pesanti e autoblindo.


Da Milano viene trasferito a Caserta con i reparti destinati alla campagna nel Nord Africa;
 

imbarcato per la Libia durante il tragitto in mare l’imbarcazione è assalita dalla RAF e costretta al rientro immediato alla base; le tragiche sconfitte di El Alamein e Tobruk costringono il suo reparto allo spostamento sul fronte della Jugoslavia.

Enrico Consonni (a sinistra, con il suo migliore amico e coetaneo Tarcisio Beretta, a destra, che condividerà con lui anche tutte le disavventure militari narrate successivamente in un memoriale).

Enrico rimane in Istria e Croazia fino all’8 settembre del 1943 quando l’armistizio coglie di sorpresa i reparti motorizzati del regio Esercito e da quel giorno inizia il racconto autobiografico che narra delle sue tribolazioni e del suo vagabondare durato fino al novembre 1943.

Dal diario di Enrico Consonni, in cui descrive il suo avventuroso viaggio dalla Jugoslavia a Lissone:

"8 SETTEMBRE 1943

Era una sera limpida e prima ancora che calassero le tenebre il tenente radunò gli uomini rimasti nell'accampamento... L'ufficiale comunicò che il Governo Badoglio, costituito da appena 45 giorni, si era reso incondizionatamente alle forze alleate e ordinò agli uomini che prendessero essi stessi misure precauzionali arbitrarie onde difendere gli automezzi in caso di aggressione da parte di qualsivoglia forza bellica. ... si innalzò al cielo un generale urlo di gioia e immediatamente si manifestò un primo atto di rifiuto all'ordine di restare calmi. “Vogliamo andare a casa” era la parola d'ordine diffusa ovunque e già tutti si premuravano di organizzare, ognun per sé e Dio per tutti, la partenza. ...

9 SETTEMBRE 1943

L'alba del 9 settembre era serena, il sole non era ancora sorto e già gli uomini si radunavano spontaneamente in gruppetti per interpellarsi tra loro sui fatti della sera precedente. Nei loro occhi si poteva leggere una grande felicità, i loro cuori avevano un solo anelito: la casa. In ogni argomento di discussione, in ogni frase proferita non ci si poteva esimere dal ripetere “Andiamo tutti a casa”. Gli automezzi partiti la sera prima non erano ancora rientrati; ne arrivarono invece tre dal distaccamento di Cerquinicza. In quel paese erano scesi dai monti i partigiani e avevano chiesto al locale comando italiano la consegna pacifica di ogni sorta di materiale giacente, perché in caso contrario, avrebbero agito di conseguenza con le loro forze dislocate a pochi chilometri di distanza, nascoste negli antri più oscuri, celate dai boschi delle montagne adiacenti. ... Si passò il pomeriggio all'insegna di una certa calma. La continua eco di voci che provenivano dalla piccola borgata giungeva ai nostri orecchi come un palese invito a desistere da tutto e ad avviarsi sollecitamente verso la meta che cuore e pensiero sempre più desideravano. La nostra presenza sulla loro terra aveva rappresentato una vera oppressione; erano stati privati della libertà. In quel pomeriggio i visi della popolazione oppressa non erano tuttavia corrucciati da quei biechi e torvi sguardi che solevano mostrarci. I volti di quella gente, come noi provata da guerra, fame e stenti, apparivano in quel momento più sereni, ma lo sarebbero stati ancora di più se noi soldati italiani avessimo abbandonato in fretta la loro terra, dopo averla “conquistata” con non pochi sacrifici (guerra maledetta!). Durante quel pomeriggio nulla di particolare accadde. Soltanto verso il tramonto un aereo tedesco sorvolò il territorio e da bassa quota lanciò nugoli di manifestini. Corremmo per i campi a raccoglierne qualcuno, credendo di leggere possibili messaggi o ordini per il nostro reparto in attesa. Erano  fogli che riportavano frasi in lingua slava, indirizzati non agli italiani ma a quella popolazione. Mi imbattei in un uomo già anziano e gli chiesi di tradurmi nella mia lingua il contenuto dei volantini; lo fece abilmente e in poche parole mi spiegò che i tedeschi esortavano la popolazione slava ad unirsi compatta a loro per continuare la guerra contro i nemici della Germania. ...

10 SETTEMBRE 1943

... Nell'attesa dell'ordine di partenza della colonna degli autocarri, si vedevano dai finestrini transitare alcuni uomini mai visti fino a quel momento; erano vestiti per metà borghese e per metà militare e portavano all'occhiello una stella rossa. Si dirigevano verso il vicino baraccamento dei guastatori alla ricerca di armi. Notavo dal loro aspetto trasandato e sobrio che doveva trattarsi di persone appena scese dalle montagne circostanti oppure appena usciti dai nascondigli naturali che in quella zona abbondavano. A questi uomini piuttosto giovani si univano anche donne e ragazzi e tutti si accalcavano in quel luogo per procacciarsi un'arma. Il comandante in persona si dava un gran da fare per distribuirle elargendo anche preziosi consigli sull'uso; vedemmo anche  mpartire istruzioni per maneggiare i lanciafiamme. Fu una scena che ci rese tutti intimamente compiaciuti e concordi con la determinazione e la risolutezza di quel popolo che voleva essere definitivamente libero, e più che mai desiderava riconquistare la propria libertà anche combattendo, se necessario. ...

Finalmente il nostro reparto, rimasto ancora compatto, si mosse e in poco tempo raggiungemmo Fiume dove sostammo sulla strada provinciale per Abbazia. ...

Di queste soste prolungate ne approfittavano parecchi militari che si spostavano a piedi: autisti e soldati dei veicoli abbandonati, sbandati e sconosciuti di altre compagnie montavano con destrezza sul primo carro disponibile per poter proseguire con noi la marcia verso l'interno. Uno di quei soldati abbandonati o dispersi era proprio Tarcisio Beretta, il mio caro amico d'infanzia nativo di Lesmo, come me; il destino ci aveva voluti anche compagni d'armi e, durante la noia dell'addestramento, con lui ingannavo il tempo scrivendo liberi componimenti, in una strana lingua italiana frammista al dialetto brianzolo; continuammo poi le nostre imprese letterarie anche durante le ore libere negli accampamenti di Monastero e San Martino. Egli da tempo si era impegnato nella mia ricerca e proprio allora mi rintracciò tra la grande confusione; abbracciandomi mi spiegò le sue disavventure recenti. Lo invitai a rimanere con me per dormire e a dividere lo spazio sul mio autocarro, ancora funzionante, e poi aggiunsi: “D'ora in poi tutto quello che faremo sarà deciso insieme!”. Gli porsi una galletta delle mie e cercammo di venire a capo di quella situazione controversa. ...

11 SETTEMBRE 1943

Tra mille perplessità ed incertezze giungemmo così alle porte di Pola dove, appena superato l'aeroporto di Astura, ci assestammo. In poco tempo capimmo che era stato organizzato in quell'area un concentramento gigantesco di reparti mobili del nostro sfasciato esercito italiano: migliaia di automezzi erano dislocati nei boschi circostanti. ... Proseguire la marcia diventava impossibile. In quello stesso momento giungeva di gran carriera un motocarro della Wehrmacht con a bordo quattro uomini armati di grosse mitragliere. Era diretto verso l'aeroporto con uno scopo che fu presto chiaro: occuparlo. ... Tutti noi, coraggiosi soldati italiani sparsi a migliaia in quel luogo, non fummo capaci di intervenire in alcun modo. ... Fu così che quattro soli soldati tedeschi presero possesso dell'area aeroportuale, confiscarono tutto quanto esisteva al suo interno e vi posero una sentinella armata a guardia. Le ore passavano inesorabilmente, ma di ordini nemmeno uno. ... Passammo una notte insonne, rotta da continue scariche di mitra e sibili di proiettili che non facevano presagire niente di buono.

12 SETTEMBRE 1943

Con la luce del giorno vedemmo i nostri tenenti di guardia, allo scoperto lungo la linea ferrata, che rientravano verso di noi. Alle sette essi informarono tutto il nostro esercito di mezzi e uomini, o almeno ciò che ne era rimasto, di aver ricevuto dal comando tedesco una sorta di ultimatum che in sintesi poneva le seguenti due condizioni da scegliere: deporre ogni genere di armamento nelle mani dei tedeschi e quindi essere deportati al campo di concentramento di Lubiana - via Pola - come prigionieri; accettare di continuare a combattere a fianco delle armate germaniche contro le forze alleate. Il nostro tenente, soldato tutto d'un pezzo, rigoroso ufficiale del Regio Esercito Italiano, ci concedette cinque minuti per prendere una decisione e riportare ai tedeschi gli elenchi di coloro che dovevano essere ritenuti combattenti o prigionieri. Non occorse comunque molta meditazione a noi tutti per operare una scelta che escludesse nel modo più assoluto entrambe le proposte-capestro dei nostri ex-alleati, considerate a dir poco mortali. Il rifiuto del nostro gruppo fu dunque unanime e in un batter d'occhio ognuno prese a correre disordinatamente verso i luoghi dove poter rimediare tutto ciò che riteneva necessario per fuggire. Visto ciò che stava accadendo e capito che la situazione gli sfuggiva di mano, il tenente si piazzò col mitragliatore al lato nord del nostro luogo di concentramento, presumendo un esodo di massa da quella parte. L'intenzione era quella di scongiurare l'ammutinamento e fermare con estremo rimedio la fuga della sua truppa ormai allo sbando. A quella vista, l'affiatato terzetto di commilitoni composto da me con gli inseparabili amici Tarcisio Beretta e Luigi Spada, si gettò allora a spronbattuto in direzione opposta, verso il Mare Adriatico. Il dado era ormai tratto e l'azione decisiva aveva preso la strada del non-ritorno. ...

per la notte ... Ci coricammo sul nostro letto fatto di erba e zolle inumidite dalla frescura notturna e per coprirci usammo, Tarcisio ed io, una unica giacca divisa in due. ...

13 SETTEMBRE 1943

Spuntò l'alba del nuovo giorno, dopo lo snervante dormiveglia con i suoi torbidi e tristi sogni, e il chiarore dell'aurora cancellò presto ogni paura dalle nostre menti per lasciare spazio al nuovo progetto di riprendere il cammino ...  Dall'alto del colle si poteva vedere una parte della costa e sull'orlo di una insenatura, che il Mare Adriatico sembrava avere dipinto su una tela, era abbarbicato un paesello dall'atmosfera tranquilla e domestica. ...

Entrammo con decisione nella strada principale di Medolino, questo era il nome riportato sulla segnaletica stradale, camminando uno di fianco all'altro. Sulle porte delle case comparivano simultaneamente al nostro passaggio le donne del paese e, dal nostro abbigliamento e dal nostro modo di fare, subito riconobbero in noi dei soldati allo sbando. Qualcuna di loro, che più era sensibile ai dolori e alle pene dell'umanità e probabilmente ben conosceva le ristrettezze e gli stenti propri ed altrui, ci chiese se avessimo fame. Un gesto assai caritatevole al quale rispondemmo con immediatezza e positivamente. Ci rifocillarono con quel poco di pane e verdure che avevano, ci dissetarono, senza chiedere nulla di noi. Sentivamo di essere capitati tra persone amiche e quindi osammo domandare se non avessero da offrirci anche un rifugio nel quale rimanere a riposare pochi giorni. ...

ci incamminammo con passo spedito in direzione della strada provinciale costiera di Albona, con l'intenzione di operare un largo giro intorno a Pola ed evitare i tedeschi....

17 SETTEMBRE 1943

Verso le dieci fummo in vista di Pisino, un paese infossato in una verde conca, circondato da colline. Alle sue porte stazionavano di guardia alcuni partigiani armati. Ci avvicinammo ad essi con passo sicuro e, quando gli fummo di fronte, ci invitarono ad attendere l'arrivo di un altro gruppo di sbandati appena avvistati. Fummo inquadrati ed avviati alla vicina caserma accompagnati da un uomo già attempato. Sul portone di ingresso si potevano leggere ancora i nomi dei battaglioni dell'esercito italiano che vi erano stati insediati, ma sul pennone sventolava ormai la bandiera comunista dei partigiani di Tito. ... Lasciato Pisino, prendemmo la direzione di Pinguente. La strada provinciale era normalmente battuta da persone di diverse età, donne e uomini, accomunati da un unico fregio all'occhiello: la stella rossa ...  Una stella che, tuttavia, sembrava diffondere più il significato universale della libertà che quello troppo restrittivo di un ideale politico. ...

18 SETTEMBRE 1943

... Ci confortava sapere di avere coperto ormai una distanza di 120 chilometri; se le nostre stime erano esatte mancavano “solo” 45 chilometri circa a Trieste e pertanto decidemmo di percorrerli tutti nello stesso giorno. ... Erano le diciannove circa ed approssimandosi la sera, cercammo sistemazione ad Ospo, un piccolo paese dietro un colle in prossimità del capoluogo giuliano. Ci sentivamo ormai vicini al grande balzo ma non volevamo rischiare di compromettere quanto di buono avevamo combinato  fino ad  allora; pertanto ci mettemmo prima di tutto alla caccia di informazioni utili per entrare ed attraversare Trieste nel modo più sicuro. Ricevemmo qualche notizia da alcuni militari provenienti da  Aquila ed altre ancora dalla popolazione locale; fummo anche portati a conoscenza di alcuni gravi fatti. Una signorina appena rientrata in bicicletta da Trieste disse di aver sentito parlare di un silos nel quale erano concentrati militari e sbandati rastrellati nella zona in attesa di essere deportati e, inoltre, di avere letto un bando fatto affiggere sui muri della città dal comandante germanico Barnbek. Il testo del manifesto era rivolto agli appartenenti alle forze armate italiane e conteneva la diffida di presentarsi alle più vicine caserme dei carabinieri o ai comandi tedeschi entro 48 ore, pena la fucilazione o l'impiccagione. Questa brutta notizia fece naufragare d'un colpo tutte le nostre speranze. ...

20 SETTEMBRE 1943

Trovammo una nuova famiglia che ci ospitò con affetto, disposta a trattenerci con loro anche parecchi giorni, in attesa che gli eventi prendessero una piega più favorevole. ... I due vecchi Novak si spezzavano la schiena per star dietro alle campagne; i due figli non potevano essere d'aiuto in quanto, farsi vedere troppo in giro, significava rischiare di essere prelevati con la forza dai tedeschi. Così decidemmo di renderci utili ai Novak come contadini e manovali, in modo da sdebitarci con loro. Partecipammo alle operazioni di vendemmia nelle vigne del circondario; raccoglievamo uva dalla mattina alla sera o spannocchiavamo il granoturco e le giornate passavano in fretta. ...

Prendemmo così la decisione di tentare ulteriormente il passaggio di Trieste l'indomani ... ma... Non erano ancora le nove quando fummo distratti dal rumore di numerosi motori provenienti dalla strada di Trieste, prima piuttosto in lontananza e dopo pochi minuti decisamente più vicini a noi. ... Dalla vigna dove stavamo lavorando potevamo ormai scorgere diversi carri armati e autoblindo tedesche e ancora, subito dietro, autocarri che scaricavano a terra centinaia di soldati. Seguimmo con attenzione e terrore ogni movimento e, quando fummo certi che i temuti tedeschi avevano nel mirino proprio il nostro paese e i dintorni, fu il panico. Gli uomini delle S.S. si disposero a ventaglio per una retata capillare e tremenda; un reparto prese la nostra direzione ed un altro si spostò su tutta la collina di fronte. Si udirono i primi colpi, prima isolati e sporadici e poi più insistenti. Cercammo un nascondiglio mentre le S.S. salivano inesorabilmente ... Di lì a poco, nascosti nell'erba, sentimmo tutta la vallata rintronare di cannonate, raffiche di mitra e scoppi di bombe a mano. Sul versante opposto le fiamme stavano divorando San Servolo. Ci trovavamo dunque al centro di un rastrellamento in grande stile e le nostre vite correvano un drammatico pericolo. La paura ci aveva ipnotizzati; eravamo in quel frangente come due automi incapaci di pensare, privi di energie e paralizzati nei movimenti ... Con la coda dell'occhio vidi sbucare dalla cima un soldato tedesco e poi, circa dieci metri più in basso, eccone un altro. Anche Tarcisio vedeva altri soldati avanzare su tutto il  fronte dell'intera vallata. Il momento era drammatico. Udimmo alcuni rumori tra le foglie e dei passi, poi una raffica scaricata con rabbia; istintivamente chiudemmo gli occhi, ci stringemmo forte la mano ... Dopo ancora un attimo di sconcerto, socchiudemmo gli occhi e ci trovammo di fronte un soldato della S.S. con il mitra spianato e ancora fumante. Fu un incontro agghiacciante. Egli ci fissò per qualche secondo immobile e anche noi lo guardammo impauriti. Era un ragazzo molto giovane vestito con una tuta mimetica e carico di armi. Non so bene che cos'altro sia successo in quel terribile momento: ricordo che Tarcisio, con voce tenue guidata probabilmente da una forza sovrumana, disse: “Guten camerata, volete uva?” Con aria apparentemente seccata il tedesco rispose semplicemente e rudemente “nicht” e se ne andò. Ad una cinquantina di metri un gruppo di S.S. in rastrellamento sparava sventagliate di raffiche radenti il suolo e si allontanava in direzione opposta. L'avevamo scampata bella ... "

 

Occorreranno ancora diverse settimane, contrassegnate da immensi pericoli, disagi, privazioni e dal continuo altalenare sospeso tra la vita e la morte, prima che Enrico Consonni arrivi a Lissone.


Giunto sano e salvo a Lissone presso la famiglia di adozione, probabilmente tramite il Meroni, riesce a ottenere un lavoro di pubblica utilità presso la Ditta Motta (quella dei panettoni) che operava con una sede proprio a Lissone; il lasciapassare delle autorità tedesche gli permette di essere esentato dalle forze armate e dalla deportazione.

 

Per sdebitarsi dell’ospitalità concessagli dalla famiglia Meroni, mio padre partecipa al lavoro notturno nel forno di famiglia con i “fratelli”; Enrico nel tempo libero ama disegnare e dipingere e utilizza le sue opere da autodidatta di talento per pagare i pranzi e le cene nella vicina trattoria del Sole.

Dopo la guerra riesce anche a frequentare per un paio d’anni una Scuola di Avviamento Professionale e si fidanza nel 1948 con la sua futura moglie e mia madre Ines Valagussa che sposa nel 1951.



Tramite il suocero riesce ad aprire un’attività propria a Monza, un negozio di alimentari, panetteria e vino dove lavora fino a 57 anni quando muore improvvisamente di leucemia acuta.

 

Nella seguente poesia di Tarcisio Beretta, amico fraterno di Enrico Consonni, e suo compagno nelle vicissitudini della guerra, traspaiono le sensazioni provate dai due giovani, durante la loro fuga nei giorni seguenti l’8 settembre 1943, e nel momento terribile quando la loro vita è stata per un attimo nelle mani di un giovane soldato tedesco.


SETTEMBRE 1943


Folle la nostra fuga

concepita nella paura

verso ignoti orizzonti.

Allucinanti pensieri di morte

visioni di cimiteri spettrali

e molti scoppi nel cuore.

Sette interminabili giorni

con le membra logorate,

aggrediti dalla fame

e traditi

da tanti miraggi.

Su quelle aspre

doline carsiche

lasciammo lembi di carne

senza imprecazione

e nessun lamento.

Silenzio

per ascoltar rumori,

scrutare oltre lo spasimo

per non vedere

tute mimetizzate.

Le notti di pece

insidiavano i nostri trasferimenti

franando

nei cespugli delle valli.

Non un lume

per l'orientamento

ed il digiuno astronomico

arretravano il nostro cammino.

Nelle gambe piegate

le cinquecento miglia,

la mente indebolita

dall'urlo agghiacciante

della nostra fine

su uno dei tanti abeti

o spezzati

lungo i turgidi vigneti.

Trieste,

città promessa,

atterrita,

trafitta da fili spinati

distrusse le nostre speranze.

 

Ricacciati nella valle di Ospo,

la feroce trappola

del rastrellamento

stroncava le ultime forze

e le labbra

balbettavano preghiere.

Dei passi s'arrestarono

alle nostre spalle

per eterni istanti.

Un giovane S.S.

s'allontanò;

con l'alba

sulla dorsale

si compiva il miracolo

della Resurrezione.
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Lissonesi nel Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.)

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Con questo articolo vogliamo rendere omaggio a quei Lissonesi che dopo l'8 Settembre 1943, rimasti nell'Italia meridionale, combatterono per la Liberazione dell'Italia nel 1° Reggimento Motorizzato, nei Gruppi di Combattimento nel Corpo Italiano di Liberazione e nei Gruppi di Combattimento:

 

Arosio Ennio

Arosio Giuseppe

Ballabio Oreste
Galimberti Renzo

Mussi Mario

Paltrinieri Bruno
Rivolta Franco

Rovera Massimiliano
Sala Giulio

 

 

"Nel settembre del 1943 gran parte della popolazione italiana “indossava l’uniforme”. 4.666.600 erano gli uomini inquadrati nei ranghi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, compresi Carabinieri e Guardia di Finanza (l’Esercito disponeva di 82 Divisioni, la Marina di 349 navi e l’Aeronautica di 1.500 aerei, il tutto dislocato in Italia e all’estero).

Considerato che la popolazione italiana a quella data era di circa 43 milioni di persone, quasi l’11% della popolazione era in armi, percentuale che sale a più del 22% se si considera la sola componente maschile della popolazione; comunque oltre l’80% della “forza lavoro” era assente dalle attività produttive. Alla data dell’8 settembre, circa 700.000 militari erano fuori del territorio nazionale, e furono coloro che, soprattutto per mancanza di chiare direttive, subirono le perdite più gravi.

Fu inevitabile, pertanto, che subito dopo l’8 settembre, la spaccatura nell’ambito delle Forze Armate, e dell’Esercito in particolare, si manifestasse in tutta la sua evidenza. I “soldati di Mussolini” e pochi loro simpatizzanti si precipitarono nelle formazioni tedesche e al nord, nella Repubblica Sociale, mentre gli altri fecero, come abbiamo visto, una scelta coerente, anche se, in molti casi, estremamente dolorosa. È opportuno indicare, anche se succintamente, la frenetica cadenza delle trasformazioni attuate (in qualche caso imposte dagli alleati) nell’ambito delle ricostituite unità delle Forze Armate italiane. Anche se nei giorni successivi all’8 settembre le formazioni dislocate in Puglia, Lucania e Calabria si erano battute con determinazione contro i tedeschi, gli Alleati non consentirono ai reparti italiani di proseguire la lotta. Le unità furono riordinate, inglobando anche molti elementi che erano giunti dal nord, attraversando le linee, e militari provenienti dai Balcani.

Il 26 settembre fu costituito il 1° Raggruppamento Motorizzato (in pratica una brigata su 4 battaglioni di fanteria e supporti, per un totale di circa 3.000 uomini). Il 13 ottobre 1943 venne formalizzato lo stato di guerra contro la Germania.

 

Il 7 dicembre il 1° Raggruppamento entrò a linea, a Monte Lungo, sul fronte di Cassino. Dopo due tentativi, la posizione fu conquistata. Ci furono 350 caduti (più del 10% della forza).

Nel febbraio del 1944 il Raggruppamento, con una forza di circa 5.000 uomini, combatté sugli Appennini e il 18 aprile venne inquadrato nel “Corpo Italiano di Liberazione”.

A fine maggio la linea Gustav in corrispondenza di Cassino fu infranta e il “Corpo Italiano di Liberazione”, forte ora di 24.000 uomini, fu inquadrato nell’VIII Armata Britannica, impegnata sul fronte adriatico; questa allocazione fu attuata per evitare che le truppe italiane partecipassero alla liberazione di Roma.

II 24 settembre 1944 gli alleati chiesero al Governo italiano di approntare, per essere impiegate in prima linea, 6 divisioni leggere, denominate “Gruppi di Combattimento”; denominazione che rispondeva a ragioni politiche, per minimizzare il contributo bellico italiano alla causa alleata, in previsione degli accordi di pace. Le uniformi dei Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno) erano inglesi, con simboli e mostrine italiane. I Gruppi di Combattimento furono inizialmente schierati sulla linea Gotica (che, partendo dalle alpi Apuane, a nord di Pisa, raggiungeva l’Adriatico a nord di Ravenna) e, sempre inquadrati nell’VIII Armata inglese, liberarono Bologna, Modena, Mantova e nel settore orientale Ferrara, Venezia e, infine, risalendo la valle dell’Adige, raggiunsero Bolzano.

Quelle donne e quegli uomini che parteciparono attivamente alla guerra di Liberazione, nei ranghi delle Forze Armate o nelle formazioni partigiane, o anche semplicemente attuando la resistenza passiva, avevano in mente l’ideale di una nazione libera, democratica, pacifica, profondamente rispettosa dei diritti umani. Quelle donne e quegli uomini operarono con determinazione, affrontando gravissimi rischi, in un Paese distrutto, diviso e occupato da eserciti stranieri, con alle spalle centinaia di migliaia di morti e di invalidi, e con un morale provato da oltre tre anni di guerra. E in aggiunta con l’accusa di essere anche dei traditori. Quelle donne e quegli uomini, invece, erano convinti che l’accusa infamante era profondamente ingiusta: la maggior parte del popolo italiano aveva preso coscienza sia dei tragici errori politici commessi, sia di essere stato ingannato, sia della necessità, proprio perché colpevoli, di porre fine alle immani distruzioni provocate dalla guerra. Il popolo italiano non aveva tradito! Era stato tradito! " (da una conferenza del generale Franco Angioni)

dal sito dell' Esercito
 

Il C.I.L., trasferito sul fronte adriatico alle dipendenze dell'8a Armata britannica e agli ordini del Generale Umberto Utili, iniziò, dall'8 giugno, una travolgente offensiva che doveva portarlo allo sfondamento della Linea "invernale", alla conquista di Canosa Sannita, Guardiagrele e Orsogna e alla liberazione di Bucchianico da parte di bersaglieri e alpini, mentre i paracadutisti raggiungevano Chieti ed altre località della costa adriatica.

Nei giorni 11, 13 e 15 giugno elementi della 1a Brigata del C.I.L. raggiunsero, senza colpo ferire, Sulmona, L'Aquila e Teramo. Nonostante la dura resistenza opposta dai tedeschi sul fiume Chienti, i nostri reparti si erano scaglionati in progressione per decine di chilometri, fino a occupare Tolentino e Macerata, superando la posizione tenuta dai tedeschi in direzione di Cingoli.

Il Comandante del C.I.L. dispose che la Divisione "Nembo" gravitasse nella zona di Teramo, spingendo le avanguardie verso Ascoli, città che fu raggiunta da una pattuglia della 184 a compagnia motociclisti il 18 giugno alle ore 13,00 circa. La zona di Filottrano costituì per i germanici la posizione più forte, ma la sua conquista era indispensabile per la presa di Ancona. In verità fu un po' sottovalutata la difficoltà dell'operazione, il che determinò la morte di oltre 300 nostri soldati, a causa della forte reazione dei tedeschi che contrattacarono con carri armati e intenso fuoco di artiglieria. All'alba del 9 luglio però i paracadutisti italiani issarono il Tricolore sulla torre e sul campanile della cittadina.

A metà luglio i polacchi conquistarono Ancona e il C.I.L. riprese il suo movimento lungo la direttrice più interna rispetto a quella costiera. Santa Maria Nuova, Ostra Vetere, Belvedere Ostrense, Pergola, Corinaldo, Cagli, Urbino, Urbania: sono tutte località legate al ricordo dell'eroismo e del sacrificio dei soldati del C.I.L..

Dopo una logorante guerra di movimento fino alle prime propaggini della "Linea Gotica", il Corpo Italiano di Liberazione giunse al fiume Metauro completamente stremato, avendo abbandonato lungo la strada la maggior parte dei logori mezzi. Il 24 settembre 1944 la Grande Unità venne sciolta e ripiegata dal fronte. L'alto morale dei soldati italiani e la loro decisa volontà di battersi per la liberazione del suolo patrio destò ancora una volta l'incondizionata ammirazione degli Alleati che decisero di aumentare in notevole misura le possibilità di impiego dei nostri reparti e di assegnare loro armi ed equipaggiamenti più moderni. Fu così possibile costituire con i reparti del disciolto C.I.L., integrati da nuove forze italiane provenienti dalla Sardegna, 6 Divisioni che assumeranno la denominazione di "Gruppi di Combattimento".

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8 settembre 1943, l'Italia si sfalda

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel documento vengono riportate alcune pagine tratte dal libro "La Resistenza in Brianza 1943-1945" di Pietro Arienti, edito da Bellavite. Nel libro, frutto di una lunga e profonda ricerca storiografica, l'autore ricostruisce in modo documentato l'evoluzione dell'attività resistenziale in Brianza, dalle difficoltà iniziali all'individuzione della forma appropriata di opposizione e combattimento, fino all'apporto determinante delle formazioni partigiane brianzole nel corso dell'insurrezione dell'aprile 1945.


 

La storia della Resistenza armata italiana nasce nel momento della confusione, quella generata dall'armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre e dichiarato l'8 settembre 1943. Il giorno dopo lo Stato italiano si disgrega a partire dall'alto, la famiglia reale abbandona Roma e fugge a Brindisi. Le motivazioni sono varie: si vuole risparmiare alla capitale gravi conseguenze, si pensa che salvando il re si salvi la nazione e la sua continuità. Ma nessuna di queste spiegazioni può essere valida di fronte alle conseguenze che scatena in successione. Scappa il re e allora scappano i generali e quelli che non fuggono rimangono senza ordini, senza indicazioni di comportamento. L'abbandono, l'incertezza e la paura si trasmettono giù giù fino alla truppa, e allora tutti a casa e l'Italia si trasforma in un formicaio impazzito di ex-militari che s'incrociano sulle strade, cercando quella del proprio paese.

I tedeschi, intanto, non hanno perso tempo. Subodorando il tradimento italiano, il loro piano d'occupazione scatta rapido. Al nord le divisioni di Rommel disarmano facilmente i reparti che si fanno trovare ancora nelle caserme, al sud Kesselring fa la stessa cosa. Così già l'11 settembre si può dire che l'occupazione è cosa fatta. Con la liberazione del 12 settembre di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso, l'occupante prepara il terreno per la costituzione del suo stato fantoccio. Intanto in Grecia a Cefalonia e Corfù e in Jugoslavia a Spalato, si consuma il primo sanguinoso atto dell'opposizione al tedesco. Le divisioni di fanteria Acqui del generale Gandin, e la Bergamo del generale Cigala Fulgosi, combattono i nazisti per quindici giorni. Esaurite le munizioni depongono le armi e i tedeschi danno l'ennesima dimostrazione di ferocia contro chiunque resista loro. li massacro di quelle migliaia di soldati italiani fu il primo sfogo dell'odio tedesco, atavico verso il latino inferiore, presente per il traditore.

Anche in Italia avvengono eccidi. A Curtatone, nei pressi di Mantova, dieci soldati italiani sono fucilati il 19 settembre per aver sparato su di un reparto germanico in marcia, cioè per aver eseguito gli ordini del legittimo governo italiano. Tre di questi sono brianzoli: Luigi Binda e Alessandro Corti di Rogeno, Bruno Colombo di Lurago d'Erba.

Ma in questo caos che favorisce chi ha la forza, chi ha la possibilità e i mezzi per impossessarsi di tutte le leve del potere, non tutti scappano, non tutti si adeguano. Inoltre i quarantacinque giorni trascorsi dalla caduta del fascismo del 25 luglio, hanno fatto maturare in alcuni e soprattutto nei vecchi antifascisti la decisione di non accettare più una nuova dittatura, la decisione a questo punto di combatterla con le armi.

Ecco quindi che in tante città gli elementi storici dell'opposizione al regime si fanno interlocutori verso l'esercito chiedendo armi per la cittadinanza che si opporrà al fianco dei militari contro il tedesco che viene ad occupare. Ma i comandi militari, oltre che incerti, sono prevenuti verso i civili. Il no è più politico che strategico. Hanno più preoccupazione del possibile o presunto potenziale sovversivo del popolo in armi che del tedesco infuriato che viene a picchiare il suo pugno di ferro. Anzi, ad esso tanti aprono le porte.

Il generale Ruggero, a Milano, di spirito antifascista, dà qualche arma alla delegazione che va a parlargli. Poi tratta coi tedeschi che promettono lo stato di città aperta per il capoluogo lombardo, promessa che non manterranno. E così le città sono consegnate al nazista che se ne impossessa senza far fatica. Le sue forze in questo momento non sono schiaccianti. In un rapporto del 24 settembre il colonnello Sassenberg riteneva esigua la presenza in Milano di un reparto corazzato delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler con 40-50 carri e una compagnia e mezza di Panzerjager, in tutto circa 400 uomini.

Ruggero si giustificò così:

L'accordo apparve imposto dalla necessità di evitare gravi danni alla città, inevitabili nel caso di una resistenza che in ogni caso sarebbe stata di breve durata e non tale da potère conseguire risultati decisivi.

Anche in Brianza avvengono queste trattative fra presidi militari e volontari. A Desio già il 7 settembre alcuni cittadini prendono contatto con il comandante del presidio locale, il tenente colonnello Pietro Barbieri. All'armistizio ci si accorda per un'adunata in piazza Conciliazione, dove l'ufficiale dà la propria disponibilità a difendere la città. Barbieri si reca a Milano per ricevere disposizioni dal generale Ruggero. Verso le 13 è di ritorno e comunica, con grande dispiacere, che Ruggero firmerà la resa. Alle 18, il colonnello con i soldati lascia Desio.

Nei giorni seguenti questo distaccamento raggiunge Villa Albese, nel comasco, dove rende inservibili gli automezzi, nasconde le armi, regala il materiale di casermaggio all'ospedale locale e poi si scioglie. Un sottufficiale di questo reparto, Giuseppe Amelotti, con pochi altri decide di passare alla Resistenza e più avanti fonderà una formazione autonoma, la brigata Porpora, che opererà soprattutto a Milano e che dipenderà dal Comando generale delle brigate Matteotti.

A Monza, la situazione si evolve in modo diverso da Desio. L' 8 settembre il gruppo storico dell'antifascismo cittadino sta guidando il primo tentativo di ribellione. Dal Palazzo municipale, dal versante di piazza Carducci, Gianni Citterio, comunista, affiancato dai socialisti Fortunato e Carletto Casanova, sta arringando la popolazione invitandola a non recepire passivamente gli eventi, ma a schierarsi contro l'eventuale ritorno fascista e il sicuro occupante nazista. Davanti al Motta intanto, un altro vecchio antifascista, Antonio Gambacorti Passerini, seduto ad un tavolino, raccoglie adesioni per la Guardia nazionale.  Ritroveremo questi nomi nella storia della Resistenza brianzola. Terminato il comizio, Citterio, aiutato da un militare da tempo conosciuto come avverso al regime, il capitano Borrelli, si reca a chiedere armi ed aiuto al colonnello comandante la caserma Pastrengo di via Lecco. Costui però oppone un netto rifiuto, con un atteggiamento in linea con i suoi colleghi del resto d'Italia. Tuttavia lascia caricare su un automezzo qualche fucile modello 91 e qualche cassa di munizioni. I patrioti col carico d'armi decidono di lasciare Monza, ormai i tedeschi sono alle porte. Ci si avvia verso Valmadrera e poi al Resegone, alla Capanna Stoppani, su in montagna, prima culla della Resistenza.

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gli Italiani e l’8 settembre del 1943

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

l’8 di settembre 1943 la collettività italiana usciva da vent’anni di fascismo e di diseducazione politica, con l’aggravante, non secondaria, di una guerra irresponsabilmente mossa in uno scenario internazionale che congiurava a sfavore del nostro paese, intrapresa in condizioni estremamente precarie sul piano militare e con un consenso passivo, manifestato sotto il balcone del palazzo di piazza Venezia, da una folla incosciente del baratro che andava così aprendosi.

L’8 settembre è sospeso tra la tragedia di un collasso politico-istituzionale e la farsa che fece da corredo al disfacimento di quel che rimaneva di un regime che si voleva totale e totalitario.

Una intera generazione ne visse più direttamente gli effetti: i giovani coscritti, impegnati nella leva e dislocati nei diversi reparti militari, operanti in tutto lo scenario del Mediterraneo, subirono per primi le conseguenze del cambiamento di alleanze e della vacanza di comando.

Avviene lo sbandamento dei militari, il concreto esautoramento e il dissolversi delle figure di comando, la comprensione che i vecchi alleati diventavano i nuovi invasori, l’avvio di una vendetta per parte tedesca che sarebbe durata fino alla conclusione della guerra e che si sarebbe esercitata in prima battuta contro l’esercito ed immediatamente dopo contro la stessa popolazione.

Vi è come una linea di continuità tra date diverse: il periodo tra settembre e novembre del 1938, con l’emanazione e l’introduzione dei provvedimenti legislativi e amministrativi meglio conosciuti come “leggi razziali”, che segnarono la radicalizzazione del regime fascista; il 10 di giugno 1940, che segna l’entrata in guerra dell’Italia; il marzo del 1943 con i ripetuti scioperi, a carattere corale e con spiccata connotazione politica, nelle fabbriche del Nord; il 25 luglio 1943, con il ribaltone nel Gran Consiglio del fascismo, la caduta di Mussolini e l’eclissi del regime, l’abbandono e il tradimento che le classi dirigenti operarono nei confronti di coloro che avevano considerato sempre e solo come sudditi.

La fuga del re e dei suoi più stretti collaboratori, preceduta dalla scomparsa del fascismo-regime, l’abbandono al suo destino di Roma capitale per parte delle Forze Armate fu il totale fallimento di una politica di guerra faticosamente perseguita da Mussolini e dalla casa regnante.

Una varietà di reazioni ebbero reparti e uomini, chiamati dalla latitanza colpevole dei governanti alla scelta individuale: la resistenza o la resa, la collaborazione con i tedeschi o la fedeltà al re.

Da una parte vi è l’inettitudine e l’irresponsabilità di quanti erano alla guida politica e militare del paese, dal basso un esercito lasciato sì allo sbando, ma pronto in molti casi ad assumersi il peso delle scelte e, come nell’eccidio di Cefalonia o in tanti altri episodi, a pagarle fino in fondo. La reazione armata di questi militari si rivela una componente fondamentale della Resistenza italiana.

L’8 settembre è un vero e proprio spartiacque nella coscienza nazionale con episodi quali il rifiuto per parte delle nostre truppe di arrendersi all’ex-alleato, la reazione popolare contro la presenza tedesca in Roma, negli stessi giorni – soprattutto a Porta San Paolo, dove si ebbero scontri armati tra paracadutisti germanici e elementi militari e civili nostrani.

Il rapporto che i tedeschi stabilirono con il nostro paese dopo l’8 settembre fu l’asservimento della popolazione civile, lo sfruttamento e la rapina sistematica delle risorse e l’eliminazione fisica degli individui presi in ostaggio in totale spregio di qualsivoglia residuo diritto.

Due gli schieramenti che si formarono, interni alla guerra che era in atto nella nostra penisola: i neofascisti repubblichini da un lato, i partigiani dall’altro.

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un capro espiatorio per i nazisti, dopo l’8 settembre 1943: Mafalda di Savoia

21 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale


La tragica storia della principessa Mafalda Maria Elisabetta di Savoia-Assia (Roma , novembre 1902-Buchenwald 28 agosto 1944), secondogenita del re Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro è tristissima e straziante. La pupilla di casa Savoia era andata sposa, il 23 settembre 1925, al principe tedesco Landgrave Philipp von Hesse (Germania , 6 novembre 1896 - Roma, 25 ottobre 1980) tenente dell'Esercito prussiano . Il nazismo, pur non riconoscendo titoli nobiliari utilizzò il Langravio d'assia conferendogli un grado nelle SS e vari incarichi. Non si sa se Filippo fosse un nazista convinto, di certo Mafalda, almeno nei primi tempi ammirava Hitler come del resto aveva ammirato Mussolini.
Una foto storica li ritrae circondati da innumerevoli e importanti invitati sullo scalone d'onore del castello reale di Racconigi il giorno delle fastose nozze.
L'unione principesca fu allietata dalla nascita di quattro figli:

Maurizio - Maurice Frederick Charles (Racconigi, 1926) sposò nel 1964 la Principessa tedesca Tatjana di Sayn-Wittgenstein-Berleburg, da cui divorziò nel 1974 ;
Enrico - Henry William Constantine (Roma, 1927-Langen, 1999) ;
Otto - Otto Adolf (Roma, 1937 –Hannover, 1998) sposò nel 1965 Angela von Doering da cui divorziò nel 1969; seconde nozze nel 1988 con la cecoslovacca Elisabeth Bönker, da cui divorzio nel 1994 ;
 Elisabetta - Elisabeth Margarethe Elena Johanna Maria Jolanda Polyxene (Roma, 1940) sposò nel 1962 Friedrich Carl Gf von Oppersdorff (1925-1985).

La vita scorreva via, felice e piena. Mafalda aveva ricevuto come dono di nozze Villa Polissena, a Roma: è lì che abitava quando tornava in Italia. 
Poi il destino di Mafalda diventa tragico. 
Nel 1943, in piena guerra mondiale, la principessa Savoia partì alla volta della Bulgaria. Voleva abbracciare la sorella Giovanna di Savoia moglie del re Boris III, agonizzante. La firma della resa dell'Italia agli anglo-americani e il suo annuncio (8 settembre) la colsero Oltralpe. In pieno marasma con il piano di Hitler che voleva arrestare il Re Vittorio Emanuele III, la Regina e il principe ereditario. Che elusero la cattura rifugiandosi a Ortona e poi, via mare, a Brindisi. Mafalda volle a tutti i costi ritornare a Roma per riabbracciare i figli. I piccoli Savoia-Assia erano ben nascosti in Vaticano sotto la protezione del cardinal Montini, il futuro Paolo VI. Il resto è noto. Fu catturata con l'inganno dai nazisti di Kesselring (Mafalda è stata arrestata il 22 settembre 1943 a Villa Wolkonski sede dell'ambasciata tedesca dove era stata attirata con un inganno. Che venne in seguito portata all'aeroporto dell'Urbe e imbarcata su un volo per Berlino) e deportata a Buchenwald. Il 18 ottobre del '43 Mafalda varcò il portone del Campo di concentramento.
La principessa possedeva solo i vestiti che indossava al momento dell'arresto . Le sue richieste di vestiti e biancheria furono sempre negate . Le fu proibito anche di scrivere ed il suo nome venne cambiato con quello di MADAME ABEBA .
Rinchiusa in una baracca riservata a prigionieri particolari che non lavoravano e ricevevano il vitto delle SS che era poco migliore di quello che ricevevano i prigionieri comuni , soggiornò insieme al socialdemocratico tedesco ed ex ministro Brenschiel e sua moglie nonché una dama di compagnia
La principessa ebbe occasione di conoscere un prigioniero italiano , il sardo Leonardo Bovini , addetto allo scavo di una trincea antiaerea all'interno del recinto della baracca dove Mafalda era prigioniera . Da lui si ebbe la notizia al Campo della presenza della principessa di Savoia .
Il 24 agosto del '44 Buchenwald venne bombardato dagli alleati anglo-americani. Mafalda rimase ferita gravemente: il braccio sinistro ustionato fino all'osso e una vasta bruciatura sulla guancia. Venne trasportata nella camera di tolleranza del Campo trasformata provvisoriamente in lazzaretto . Fu operata in ritardo dal medico capo delle SS perché non avesse contatti con i prigionieri e con metodo inadeguato alla circostanza . Non venne soccorsa adeguatamente e dopo quattro giorni d'agonia in preda alla cancrena la sfortunata principessa moriva, a soli 42 anni.
La salma della principessa non fu cremata come accadeva normalmente , ma messa in una cassa nera di legno e trasportata a Weimar in Germania dove fu messa nel reparto d'onore riservato ai caduti in guerra nella fossa comune 262 delle SS .
Recentemente fu scoperto che Mafalda non fu mandata subito in Germania ma a Bolzano nel Campo smistamento dei prigionieri (ebrei, zingari, politici). 
Ci sono testimoni oculari che l'hanno riconosciuta nel campo di Bolzano. Era sempre vicina a una signora ebrea. Ma nessuno ha potuto avvicinarla».
Perchè il re non ha avvertito la figlia sul pericolo imminente? «Non sapeva con esattezza la data dell'armistizio. Il dramma è che non sono riusciti a coordinarsi. Lei è stata avvertita, però, al confine italiano. Ma essendo sposata con un principe tedesco s'è fidata, non ha pensato di poter diventare un capro espiatorio per i nazisti. Mafalda invece divenne un simbolo, anche il marito fu spedito nel Campo di concentramento di Flossenburg.

 

da www.lager.it

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