Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Le stragi nazifasciste (da luglio 1943 ad aprile 1945)

29 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Italia: dal luglio 1943 ad aprile 1945 sono circa 9.500 le persone perite in stragi nazifasciste, prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive.

Civili inermi e abbandonati

Le vicende della popolazione civile con i suoi travagli e la sua esposizione sul fronte di guerra, hanno inizio ancor prima dell'occupazione nazifascista e contribuiscono a segnare quelle svolte e a preparare quelle reazioni che trovano espressione compiuta nei giorni dell'insurrezione. Nella guerra totale, senza fronti delimitati, la popolazione civile è inconsapevolmentc collocata in una scomoda prima linea alla quale non è prepara ta né materialmente né psicologicamente. I civili non soggetti alla ferma militare (in larga maggioranza si tratta di donne, ragazzi, bambini, anziani), sono quasi sempre impreparati ad una qualsiasi prospettiva di morte sia subita che recata e raramente possiedono armi per difendersi (sempre che siano disposti a usarle). Il militare che combatte vede un fine nella morte del nemico ed è educato a credere che ci sia uno scopo anche nella propria morte; il civile è del tutto estraneo a quest'ordine di idee e vive la morte delle persone care nelle chiavi dell'inutilità e dell'inesplicabilità che portano ad amplificare il sentimento di dolore.

Nel corso di cinque anni di guerra, anche per le donne e gli anziani, la prospettiva della morte è cambiata; si fa l'abitudine alla vista dei corpi senza vita, ma non muta quel sentimento di rabbioso dolore.(che rimanda alla vacuità della morte di un civile cagionata da militari) di fronte alla morte vio. lenta dei propri familiari. Per questo straripamento indistinto dei confini del fronte, sui caduti della seconda guerra mondiale scompare quella particolare costruzione di eroismo, sacralità e perpetua giovinezza che aveva ac. compagnato le morti dei caduti nella Grande guerra. Il fronte totale e le morti dei civili, che per la prima volta, con la seconda guerra mondiale, superano quelle dei militari, fanno rimbalzare sulla sfera pubblica il peso e il rifiuto dei lutti che si protrae anche nei decenni a venire.Complessivamente, tra civili e militari, le vittime della seconda conflagrazione mondiale arrivano a sfiorare i 50 milioni.

La popolazione subisce la violenza indipendentemente dalle sue prese di posizione. Bombardamenti, uccisioni, deportazioni, eccidi sono parte di quella grande macchia sulla quale si è riversato il sangue delle popolazioni civili, italiane ed europee. Questi fenomeni, assieme all'esperienza dello sfollamento, marcano le vicende delle popolazioni civili (e militari) lasciando su queste un segno profondo. Apatia e distacco dal fascismo convivono in percorsi non scontati, passibili di ulteriori mutamenti; certamente i bombardamenti hanno il potere, per le concatenanti reazioni collettive che producono, di cambiare la maniera di esistere e di pensare. Il peso del conflitto sulla popolazione orienta le forze degli individui nella dimensione della sopravvivenza. L'incombenza del pericolo di morte può indurre a istintive reazioni di apatia verso le parti in lotta: «O tedeschi o inglesi per noi è lo stesso, purché finiscano presto questi tormenti, questo lento morire, questa continua ansia mortale».

I bombardamenti, le privazioni e i razionamenti rientrano ancora all'interno di una guerra convenzionale e di conquista. Chi bombarda ha una responsabilità, ma resta anonimo; i nazisti che deportano e uccidono esercitano una violenza diretta e per questo ancora più traumatica: si vedono in faccia, sono vicinissimi. È un destino che si abbatte senza. preavviso, si può uscire di casa e venire rastrellati per essere inviati in un lager perché «la deportazione risulta non un evento eccezionale ma possibile della guerra, un rischio diffuso». Durante il conflitto sono oltre 40.000 gli italiani deportati dopo l'8 settembre nei lager nazisti. Tra questi sono inclusi gli 8.566 cittadini deportati dall'Italia o dalle colonie perché ebrei. Su questi ultimi incombe un destino di morte: l'88% perde la vita nei lager. Alla massa dei deportati vanno aggiunti i circa 730.000 militari dell'esercito italiano internati dai tedeschi. Complessivamente, Fra militari e civili, si stimano in oltre 50.000 gli individui italiani scomparsi nella galassia concentrazionaria.

La soppressione del civile inerme ad opera del militare nazista (o nazifascista) configura la dimensione piu alta del livello di violenza inferto sulla popolazione. È caratteristica delle guerre moderne l'incapacità di controllare l'erogazione del potenziale bellico, tanto che il confine tra militari e civili tende sempre piu a sfumare, ma il civile colpito da un bombardamento può, in diverse circostanze, passare come un evento accidentale é occasionale mentre l'uccisione di un civile senz'armi, abbattuto viso a viso da un militare, assume, inequivocabilmente, i connotati di un intervento deliberato. Nei confronti delle popolazioni italiane i nazisti attuano la strategia deI terrore, capace di sconfinare rapidamente in ripetuti massacri. I nazisti, rispetto a quanto accade nell'Europa dell'Est, non compiono una metodica guerra di annientamento nei confronti dei civili, ciononostante alcune stragi - in primis quella di Marzabotto - ne richiamano i metodi e il risultato d'insieme dell' occupazione nazista è un lungo disseminarsi di eccidi avvenuti per le piu diverse (spesso anche incoerenti) ragioni. La prima strage nazista è compiuta a Castiglione di Sicilia il 12 agosto 1943 e colpisce la popolazione dell'alleato esercito italiano; un numero decisamente basso di eccidi matura per rappresaglia in risposta a un precedente attentato; tale è - ad esempio -la strage del 29 giugno 1944 avvenuta a Civitella in provincia d'Arezzo. Esiste un numero significativo di eccidi che pua essere collocato come ritirata aggressiva (è il casa di alcune stragi nell'Italia centrale e di diverse nell'aprile del 1945, tipico esempio quella di Grugliasco nel torinese del 30 aprile 1945). ln questo caso si assiste a rabbiosi sfoghi di violenza instillati da una coazione ad uccidere insita nell'indottrinamento nazista delle truppe. Ci sono stragi compiute contro i civili eseguite per «ripulire il territorio» dalle formazioni partigiane e da chi offre a queste aiuti e basi; è il caso dell'eccidio di Marzabotto (29 settembre-5 ottobre 1944), che, come altri massacri, non solo si è rivelato strategicamente inutile, ma è stato eseguito in maniera indiscriminata, al di fuori di ogni ragione bellica, come testimonia l'uccisione di 216 bambini, neonati inclusi. La propaganda nazifascista si muove per attribuire la responsabilità morale degli eccidi ai partigiani che vengono indicati come la causa del propagarsi della violenza contro i civili. ln questo modo la pratica della strage vuole essere lo strumento, allo stesso tempo brutale e sottile, per spingere la popolazione a mutare il suo atteggiamento di prevalente complicità con la Resistenza, in un nuovo atteggiamento di totale ostilità verso i partigiani.

Nella pratica della violenza attuata da nazisti e fascisti si scorgono importanti risvoIti psicologici connessi all'ideologia. Ad esempio: per lungo tempo c'è stato il mancato riconoscimento del nemico partigiano - visto solo nella veste di bandito - e ciò ha pradotto l'effetto distorto di vedere nella popolazione civile un potenziale nemico. ln questo modo si muove una contraddizione di fondo tra giustificazione, azione e fini nella condotta nazifascista, che vorrebbe dimostrare che senza partigiani non ci sarebbe violenza, non fosse che l'esecuzione di numerose stragi (tra le altre Castiglione di Sicilia, Bellona, Caiazzo e in larga misura quasi tutte quelle compiute al Sud) ha palesemente provato che l'eccidio prescinde dalla presenza partigiana. Ciò significa che gli stessi civili sono assoggettati al nemico a causa della frequente incapacità dell'esercito straniero e occupante di rapportarsi con la popolazione. Dentro a questo percorso, mentale e materiale, si coglie la ragione che alimenta la violenza nazifascista. Certamente ai nazisti e ai fascisti costa riconoscere il fronte partigiano, soprattutto per quello che i partigiani rappresentano: un'altra autorità, un'altra legittimità, altri valori.Ecco la ragione di fondo celata dietro l'ufficiale disprezzo dei militari di carriera per i gruppi irregolari partigiani che quasi mai si vedono, ma che comunque riescono a colpire. Gli attentati e i sabotaggi subiti sono opera di indistinti banditi, il nemico in quanto tale non esiste, ma cià crea la logica isterica del «nessun nemico tutti nemici» che convive con l'inclinazione all’ esecuzione indiscriminata e sistematica di una violenza che puà sfociare nell' eccidio. L'abitudine alla violenza finisce poi per sovrastare scopi e motivi, cosicché l'esplosione della violenza puà avvenire in modo gratuito e del tutto casuale. Alla negazione del nemico si aggiungono le precise disposizioni emanate, nel luglio 1944, dal comandante delle truppe tedesche in Italia Albert Kesselring che consentono il piu largo uso della violenza anche contro i civili, disposizioni comuni anche alla condotta di occupazione fascista in Jugoslavia e che seguono una pratica già in atto.

Monumento a ricordo della strage di Sant'Anna di Stazzema

Forse non è un caso che, nel corso del successivo mese di agosto, si compiano in Italia almeno 25 eccidi di significative proporzioni facendo entrare la violenza nazista nella sua fase piu intensa. La linea della guerra ai civili è sostenuta senza remore anche dal ministro degli Interni della Rsi Guido Buffarini Guidi il quale, in un rapporto inviato ai prefetti delle province piemontesi, scrive che «la popolazione civile nella sua più ampia maggioranza favorisce i banditi e quindi tutta può e deve pagare».

 

Le vittime degli eccidi

L'esperienza piu traumatizzante per chi vi ha assistito ed è sopravvissuto è senz'aItro quella degli eccidi, di solito attuati nelle pubbliche vie. Sono proprio i civili, in larghissima maggioranza, le vittime di eccidi, persone segnate dalla sventura di trovarsi, non volendolo, in pieno fronte e quasi sempre disarmati. Le donne, gli anziani e i bambini sono le categorie piu deboli; su di lora la violenza puà essere esercitata con minori rischi e su di loro infieriscono impietosamente i nazifascisti tant'è che quasi due terzi dei deceduti nelle stragi nazifasciste appartengono a queste categorie.

Esiste una fitta geografia di eccidi ed uccisioni (con esclusione degli scontri armati). A partire dagli episodi nei quali sono morte più di 7 persone, sono stati individuati in Italia oltre 400 casi di eccidi di civili e di partigiani, con una fitta concentrazione nel Centra-Nord della Penisola. Toscana ed Emilia Romagna sono le regioni che hanno avuto il maggior numero di località teatro di eccidi, eventi che si verifichino soprattutto in quei centri situati in prassimità della Linea Gotica. Il Sud, ad eccezione di alcune aree comprese tra il barese e il foggiano e tra.Napoli e Caserta, resta quasi immune da questa calamità. Nel Nord: Piemonte, Friuli, Istria, Veneto e in particolare nell'area vicentina, risultano tra le regioni piu colpite. Complessivamente sono state stimate in circa 10.000 le vittime civili di stragi e massacri, ma il loro numero - anche sulla base della tabella seguente che non include le numerose circostanz,e dove i caduti sono inferiori al numero di 7 -, deve ritenersi senz'altra superiore. La ricostruzione qui praposta e ancora incompleta delle principali stragi italiane, si è soffermata principalmente sugli eccidi contro i civili. ln diverse circostanze, a perire assieme alla popolazione ci sono anche i partigiani. Complessivamel'lte sono state censite 285 stragi che hanno colpito, 9903 persone. ln questo elenco sono state inserite soltanto alcune delle stragi piu note e sanguinose che hanno colpito i combattenti della Resistenza. Nel nostra computo la categoria di civili include senz'altra ebrei e religiosi mentre, in assenza di ulteriori specificazioni, appare difficile stabilire se le vittime rientrino tra i caduti civili o partigiani quando le fonti indicano denominazioni onnicomprensive come quelle di «detenuti antifascisti» o di «renitenti alla leva».

In base alle indicazioni disponibili, per scindere i ruoli delle persone perite, si può avanzare soltanto una stima approssimativa che include 244 caduti partigiani (cifra in netto difetto perché in numerose stragi di civili sono segnalati caduti partigiani senza che però ne sia riportato il numero), 50 militari (fra questi: forze dell'ordine, vigili urbani, circa 30 disertori tedeschi e 2 soldati alleati). Altro aspetto di non facile soluzione si incontra quando i caduti sono indicati come «patrioti», cioè fiancheggiatori del movimento di Resistenza. Nel caso dei detenuti antifascisti questi individui periscono disarmati di fronte al nemico e spesso, in analoga condizione, si trovano i renitenti alla leva. Si può arrivare a ritenere che possano essere circa 9.500 le persone, perite in queste stragi, prive di una effettiva pericolosità militare e quasi tutte immuni da colpe effettive.

da “La lunga liberazione” di Mirco Dondi - Editori Riuniti/l’Unità - aprile 2008

 

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Giovanni Pesce

28 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

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Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare

Era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand’Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì ragazzino al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la "Pasionaria", a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave.

Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. "Rubini".

Nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a "Visone" (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l’altro "Ferito ad una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito…In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume…".

 

Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi "Un garibaldino in Spagna" del 1955 e "Senza tregua – La guerra dei G.A.P." del 1967. Proprio nel sessantesimo anniversario della Liberazione, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci hanno pubblicato, presso le Edizioni Arterigere-EsseZeta, un "libro della memoria" di 368 pagine intitolato: "Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia".

Dopo la scomparsa del valoroso combattente antifascista, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente dell'ANPI Nazionale e di Milano, Tino Casali, il seguente messaggio: "Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, comandante partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagonista della Resistenza al nazifascismo e della Liberazione di Milano e Torino, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Nel ricordo dei momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui Giovanni Pesce ha dato testimonianza, partecipo sentitamente al dolore dei familiari e al cordoglio del movimento antifascista e democratico".


da "Senza tregua – La guerra dei G.A.P."

La battaglia dei binari

Greco. Giugno 1944. È un piccolo lembo della periferia milanese, isolato dalla città da fasci di binari ferroviari che ne tagliano in due il centro. Non è un luogo attraente: il fumo delle locomotive ha annerito le case e il ponte sul quale corre la strada angusta verso Prato Centenaro, le cascine, le ville padronali. La guerra ha intristito ancor di più il luogo: un senso di desolazione grava su tutto. Le ville sono state abbandonate dai proprietari, trasferitisi in luoghi sicuri, lontano dai bombardamenti. Da più di venti anni la palazzina comunale ignora i dibattiti democratici del consiglio. Un tempo il sindaco, dopo il lavoro, andava a fare una partita a carte all'osteria o a barattare quattro chiacchiere in farmacia o sui cantieri. Ma del mondo di allora è scomparso anche il ricordo. La gente ora, è di­versa. Molti di quelli che abitavano in questo angolo di Milano sono lontani e forse non rivedranno più le loro case. Sono giovani che la guerra ha trascinato in paesi sconosciuti, dove non avrebbero mai immaginato di rimanere come soldati dell'Asse. A Greco è arrivata altra gente: duri, ostili, uomini della Feldgendarmerie, del Genio ferroviario della Wehrmacht e delle SS, diffidenti, sospettosi di tutto, anche dei fascisti, sono incaricati di controllare, di sorvegliare il funzionamento delle grandi officine di riparazione ferroviaria.

Molti i ferrovieri: quando lavorano non possono fare un passo senza essere seguiti dalla sentinella, come nei campi di concentramento; conversano a bassa voce e si interrompono bruscamente allorché si avvicina un collaborazionista.

Lungo i binari che transitano da Greco, sotto il ponte grigio del cavalcavia, sono sfilate a migliaia lunghe colonne di carri merci, una parte notevole del dramma dell'8 settembre è stata recitata davanti alla palazzina: grigia della stazione di Greco, sotto gli occhi dei ferrovieri e della gente di questo piccolo angolo di Milano. Dai vagoni bestiame, sprangati e sigillati, si sono levate di giorno e di notte, invocazioni di aiuto e sono stati lanciati biglietti disperati.

Quando era possibile, qualche vagone è stato forzato e il macchinista ha rallentato in curva più del necessario. Qualcuno ha potuto saltare in tempo dal treno diretto verso i campi di raccolta e i campi di sterminio. La mano di un ferroviere di Greco, aprendo uno spiraglio ha potuto lanciare nei carri-merci una borraccia d'acqua, un pezzo di pane.

Gli uomini del distaccamento della Feldgendarmerie non si fidano dei ferrovieri, non si fidano di nessuno, vivono nell'isolamento della paura, mentre la popolazione vive nell'angoscia, affamata, martellata dalle incursioni aeree, insidiata dai rastrellamenti delle brigate nere, minacciata dall'incubo delle deportazioni, dalle fucilazioni. Ma anche per la gente di Greco il tenue filo di speranza si ingrossa, mentre su tutti i fronti la situazione dei nazisti va precipitando.

La Wehrmacht subisce colpi durissimi sul fronte dell'Est e il preannuncio della catastrofe si chiama Stalingrado. I partigiani di tutta Europa passano all'offensiva, colpiscono senza pietà il nemico. Sul fronte occidentale la pressione degli anglo-americani si fa incalzante.

In Italia ha inizio "la battaglia dei binari", l'obiettivo del comando militare del C.V.L. Azioni di sabotaggio devono impedire spostamenti di truppe tedesche sui fronti minacciati dall'offensiva sovietica o dagli attacchi anglo-americani. Greco diventa zona di operazione; un bersaglio importante; vi transitano le linee ferroviarie verso i valichi svizzeri; le linee anulari che circondano Milano e si spingono in ogni direzione. Ma l'importanza del nodo ferroviario di Greco è accresciuta dalla presenza delle officine di riparazione, affollate di motrici sfasciate dai bombardamenti e dai sabotaggi.

Ogni giorno la direzione ferroviaria di Greco riceve sollecitazioni telegrafiche sempre più pressanti dai vari compartimenti e dai responsabili territoriali del Genio ferrovieri hitleriano. Il traffico ferroviario si svolge in ore notturne per sfuggire ai bombardamenti alleati, ma non riesce a sottrarsi all'attività dei partigiani. I mezzi colpiti dalle incursioni o dai sabotaggi non sono spesso né trasportabili, né recuperabili, tuttavia i locomotori danneggiati giungono continuamente a Greco. È qui, dunque che il sistema di comunicazione della Wehrmacht deve essere scardinato.

Il comando regionale delle formazioni garibaldine, ai primi di giugno, ordina una delle più importanti azioni di sabotaggio della Resistenza, affidandone il compito alla 3n brigata GAP "Rubini."

La formazione ha subito gravi perdite e molti dei suoi combattenti hanno dovuto lasciare la città per evitare la cattura e trasferirsi in montagna. Il nemico aveva individuato troppe basi e colpito' troppi patrioti. Al logorio degli uomini si è aggiunto il dubbio che fossero ormai facilmente individuabili dai fascisti e dalla Gestapo. Nel giugno del 1944 la brigata "Rubini" è decimata al punto che occorre, più che organizzarla, ricostruirla con forze fresche.

Riesco a reclutare quattro·ferrovieri: Guerra, Ottoboni, C. e Bottani; tutti e quattro di Greco. Due ragazze compiono frequenti viaggi da Milano a Rho. Le strade che dalla città conducono in provincia sono sempre affollate. La speranza di trovare un po' di farina per sfuggire alle insopportabili restrizioni del tes­seramento spinge molte massaie a compiere pellegrinaggi annonari alle cascine e alle case dei contadini. Non è strano che due ragazze, Sandra e Narva, scendano anch'esse, assieme a molte altre donne, al capolinea del vecchio tranvai, l'ormai famoso “gamba de legn", a Rho, con le borse vuote e che, qualche ora dopo, risal­gano sullo stesso trenino per Milano, con le borse piene. Ma non sempre il viaggio col trenino è possibile, a causa dei bombardamenti, dei mitragliamenti e dei ritardi enormi. Allora Sandra e Narva salgono sulle loro biciclette e pedalano verso Rho. Pedalano vigorosamente, quelle due ragazze minute, dall'aria sbarazzina, con gli alti tacchi di sughero. I militi le conoscono per i loro frequenti viaggi in bicicletta, rispondono ai loro sorrisi, senza darsi la briga di frugare nelle loro borse o gettandovi soltanto un'occhiata distratta. Alle volte capita alle ragazze di farsi portare i loro carichi di . esplosivo da qualche poliziotto galante. Tra qualche anno le soprannomineranno le "signorine tritolo."

Nel 1944 Sandra e Narva sono tra le più attive staffette gappiste. Scarseggia l'esplosivo alla brigata "Rubini" e bisogna prelevarlo dal deposito clandestino di Rho e trasportarlo a Milano. Per l'operazione di Greco ne occorre poco meno di un quintale. La cautela necessaria, sia per eludere la vigilanza dei nazifascisti, sia per evitare incidenti nel trasferimento del pericoloso materiale suggeriscono di scegliere Sandra e Narva.

Il trasporto dell'esplosivo è effettuato in piccole quantità con successo. A Milano, il tecnico si mette subito al lavoro e dopo alcuni giorni comunica che tutto è pronto.

Visone, a sua volta, lo comunica a Guerra, capo dell'operazione. Con Guerra riesamina ogni particolare, determina con estrema precisione gli obiettivi, stende il piano nei minuti particolari. Guerra è un giovane tranquillo e cordiale. Alla vigilia sarà di una serenità sorprendente. Non lo si direbbe affatto un "novellino" che partecipa alla sua prima azione. A Greco gli vogliono bene. Lo sanno un buon lavoratore, ha molti amici fra i compagni delle officine, ed è benvoluto dalla gente della vecchia cascina dove abita. È a pensione presso un'anziana signora che gli ha affittato una stanzetta al piano terreno. Dalla finestra Guerra vede il via vai dei poliziotti tedeschi che escono ed entrano dal comando. La villa padronale, contigua alla cascina dove egli abita, è stata requisita dalla Kommandantur ed assegnata alla Feldgendarmerie. Sono gli stessi uomini che Guerra incontra nell'officina ferroviaria e che sembrano volerlo perquisire con lo sguardo. Il capo dei gappisti ferrovieri di Greco è sempre a pochi metri dai poliziotti; al lavoro lo sorveglia una sentinella; a casa, oltre la finestra, il corpo di guardia del comando. Le bombe verranno consegnate a Guerra che si affretta a cercare un nascondiglio sicuro. All'esterno i passi pesanti degli uomini della polizia militare tedesca echeggiano sul selciato del cortile confusi con le risate dei militari a mensa.

Sandra è incaricata di far affluire le bombe sul luogo stabilito.

I convogli che transitano per Greco hanno un'aria furtiva. Gli edifici ferroviari, i serbatoi d'acqua in cemento sono stati sottoposti da tempo a trattamento di cosmesi. Colori gialli, verdi, olivastri, si intrecciano a tinte cupe. L'effetto della "mimetizzazione" è sconcertante.

Dall'alto dovrebbe apparire come un innocuo podere coltivato a grano e a erba medica. Ci sono voluti laboriosi progetti e l'impiego di esperti. Per Guerra, Ottoboni, C. e Bottani la "mimetizzazione" non ha alcun senso. Le locomotive ai quattro gappisti ferrovieri sono tanto familiari quanto 'l'incudine a un fabbro. E le locomotive sono allineate, inconfondibili, sotto le reti mimetiche, sui binari che conducono alle varie corsie dell'ospedale "ferroviario" di Greco. Anche le sentinelle tedesche che di notte passeggiano a passi cadenzati davanti agli impianti e si fermano di colpo al primo rumore insolito fanno parte dello scenario consueto.

Ecco, il nemico è lì si chiama Fritz o Rudolf o Heinz, qualche volta saluta e sorride. I ferrovieri di Greco rispondono al saluto, intuiscono che Rudolf ha una ragazza che lo aspetta al paese; che Fritz, più anziano e grasso, ha almeno un paio di figli e una bottega di artigiano e che Heinz, scuro in volto, deve aver più di una preoccupazione. Ma vi sono anche l'Hauptmannkommandant, responsabile degli impianti di Greco, gli squadristi, Mussolini e Hitler, i vagoni bestiame sigillati carichi di donne, di uomini, di vecchi e di bambini, diretti al Nord, verso la Germania. A questo punto che cosa ha ancora importanza? Il ricordo forse degli esami di concorso del personale ferroviario? Le pedanti domande degli esaminatori? L'affetto per le grandi macchine nere? Adesso tutta la conoscenza e tutta l'esperienza accumulata in anni di lavoro confluisce nella preparazione dell'azione di sabotaggio.

Se ne accorge Visone, quando nel corso di una delle ultime riunioni, alla vigilia della grande operazione, discute i dettagli del piano.

Guerra e gli altri sono operai che conoscono pezzo per pezzo le locomotive e ogni angolo delle officine. Si stabilisce di collocare i pacchi di esplosivo con micce da 20 minuti nei forni di combustione delle macchine a vapore; di distruggere l'apparato motore e di comando dell'impianto di sollevamento e spostamento delle locomotive, il ponte mobile, che scorre lungo una fossa, tra i grandi capannoni ferroviari di Greco. Bloccandone l'attività, s'impedisce l'afl1usso degli altri mezzi danneggiati e si impedisce l'uscita delle locomotive riparate.

Le ore della vigilia sono interminabili. I quattro si accorgono di guardare con occhi diversi non solo i tedeschi, ma il repubblichino che dirige gli impianti, i loro compagni di lavoro che non sanno. Immaginano i volti degli operai, dei capisquadra e di tutti gli altri, "il giorno dopo." Non è più il momento di pensare. Bi­sogna scacciare i ricordi che tentano di riaffiorare, i lontani echi dei giorni sereni. Sono ricordi chiari, di gente semplice: una gita con gli amici, una lontana festa in famiglia, il volto di qualcuno cui si vuol bene;

È notte, una notte di guerra. I quattro sono stesi sulla proda di un fossato, con i loro carichi micidiali guardano i profili scuri della stazione e dell'officina, i blocchi cilindrici dei serbatoi d'acqua che si stagliano nitidamente nella notte stellata. È passato un convoglio che ha sostato brevemente nella stazione: lo sferragliare sui binari si è interrotto, forse per una comunicazione ai sorveglianti tedeschi che viaggiano sul treno.

Si è udito gridare un ordine e dalla locomotiva rispondere:

"Jawohl, Jawohl".

Il convoglio è ripartito. Di tanto in tanto si avverte solo il passo cadenzato delle sentinelle davanti alle officine deserte. Un sasso cade sul metallo con un lungo tintinnio. Da lontano arriva il ronzio sordo degli stabilimenti Pirelli, dove si lavora anche la notte. Il vento cambia direzione e porta altrove quella eco di vita. Ri­torna il silenzio.

Ecco, è il momento. Guerra è già scattato in piedi, lo seguono Ottoboni, C. e Bottani: tra poco quando le due sentinelle tedesche si scambieranno le consegne presso la palazzina della stazione, i quattro partigiani entreranno dalla parte opposta nell'interno dello scalo. Percorrono un breve sentiero, camminando curvi sull'erba di un prato che finisce proprio a ridosso dei binari.

"Accidenti, forse era meglio fasciarci le scarpe con gli stracci ...".

L'imprecazione è provocata dallo scricchiolio della ghiaia spostata nella" zona proibita."

Ora è il momento di separarsi, di ricordare le proprie istruzioni e quelle degli altri per non correre il rischio di scambiare i compagni per i tedeschi. Tra poco la sentinella inizierà il suo andirivieni: è meglio affrettarsi, superare di corsa gli ultimi cento passi, che portano alle locomotive ferme in attesa dell'ispezione. Ogni metro è familiare ai quattro gappisti ferrovieri. Un passo pesante si avvicina. Bisogna nascondersi in fretta. Ci sono cespugli lungo le pareti dell'officina e ai piedi delle mura di cinta. I quattro si stendono a terra. Trattengono il respiro. Rimangono accovacciati, immobili, sentendo il battito tumultl1oso del proprio cuore.

Guerra aguzza lo sguardo e strizza gli occhi. Un rumore lo fa rituffare a testa in giu. Ottoboni stringe i denti e si getta a terra premendo il petto contro il suolo. L'eco dei passi si avvicina, poi la sagoma della sentinella spunta all'angolo esterno del capannone. È meglio controllare le rivoltelle.

Lo stesso tragitto: non sembra tipo da procurare sorprese. Anzi il ritmo del suo andirivieni accorda un minuto in più sul tempo calcolato. Un minuto guadagnato. L'eco dei passi si allontana. Guerra, il primo dei quattro stesi a terra, dà il segnale: "Prima le locomotive e ricordiamoci che il tempo delle micce è di venti minuti".

Si mettono in cammino, cauti lungo i binari. Lontano brilla una fiammella, poi si spegne, la sentinella ha acceso una sigaretta.

La scaletta in ferro di una locomotiva ha una decina di pioli, che di solito si superano d'un balzo, ma di notte con un carico di tritolo a tracolla, possono fare incespicare. Uno dei quattro picchia un ginocchio contro il metallo: i denti mordono le labbra per frenare l'imprecazione.

Una locomotiva ha il forno acceso; Guerra deve scendere rapidamente dalla cabina, precipitarsi all'interno di una delle officine, salire su di un locomotore elettrico. Ha ancora tutte le cariche da innescare.

Gli è parso di vedere una fiammella, una piccola luce rossa. Uno degli altri ha già innescato una miccia e il tic tac dell'orologio ha un battito affannoso. Il corridoio del locomotore elettrico è uno stretto budello; ma permette di usare una lanterna cieca. Apre il portello del vano motori e finalmente accende anche lui la sua miccia. Ha qualche difficoltà a tener ferma la mano. È ansia? O l'affanno della corsa per raggiungere l'officina? Venti minuti di tempo. Quanti ne sono trascorsi? Quattro, cinque? Al massimo sei. Ecco un'altra locomotiva a vapore. Il metallo è freddo, il forno è spento. Un balzo, senza inciampare. Le mani sicure aprono il portello del forno, collocano la carica al centro: Il vano del forno si trasformerà in una potente camera di scoppio. L'ansia del rischio va attenuandosi. Si è già a buon punto e si conta di finire prima del previsto. Cinque locomotive dovrebbero essere state minate. A Guerra restano ancora due cariche. Gli altri probabilmente hanno

Ottoboni e C. stanno rattrappiti. Guerra sente un formicolio gelido corrergli per la schiena. Stringe forte la rivoltella. Se il tedesco si avvicina troppo, sarà facile colpirlo. Ma lo sparo darà l'allarme. La sentinella s'allontana proiettando metodicamente la luce della torcia elettrica sulle locomotive e sui binari. Non si può ancora passare all'azione. Bisogna aspettare che passi almeno tre o quattro volte, accertarsi che non cambi il suo itinerario. I quattro attendono, stesi lungo il muro di cinta. Alloro fianco si apre la fossa delle locomotive, davanti al muro si unisce al fabbricato dell'officina, alle spalle c'è un ampio passaggio tra il muro e la seconda officina. È da là che potrebbe spuntare, all'improvviso, la sentinella scrupolosa.

Finalmente si odono di nuovo i passi del soldato, il rumore di stivaletti corti, la cadenza di un uomo non molto giovane.

Spunta dal medesimo angolo dell'officina, percorre già terminato. Gli sembra che si stiano dirigendo verso il punto di partenza. Non è così: camminano circospetti, uno si stacca dal gruppo e sale su una macchina, una fiammella si accende, si spegne di colpo. Rumore di passi. Quanti minuti saranno trascorsi dall'innesco della prima carica? Dieci, quindici? Chi ha acceso l'ultima mic­cia deve rimanere immobile accanto al filo sottile che brucia, nascondendo il lieve chiarore con la mano. Millimetro per millimetro la piccola brace rossastra avanza. Avanzano anche gli stivali sui binari, si avvicinano alle locomotive minate. Guerra deve ancora collocare una carica nel motore del "traghetto", come chiamano familiarmente i ferrovieri l'apparato di spostamento delle locomotive da un binario all'altro. L'uomo che ha attraversato i binari improvvisamente grida in tedesco.

Guerra è come paralizzato. La voce che grida, si fa sempre più vicina. Non muovere la mano, non toccare le armi, forse il tedesco non ha visto. Un movimento, un gesto lo noterebbe. Guerra resiste; ma riusciranno anche gli altri? Ognuno si pone la stessa domanda. Tutti rimangono immobili.

Non si capisce cosa gridi la sentinella, ma dall'altro lato dello scalo, una voce gli risponde. Un uomo attraversa i binari. Poi si ferma. Lo si intravede, con un piede sul viottolo di ghiaia e l'altro su una traversina. Qualcosa gli luccica nell'occhio destro, forse un monocolo. L'uomo alza il piede, supera il binario, si avvia verso la stazione.

Ora non resta più tempo per essere prudenti. Le micce hanno quasi finito la loro corsa. Guerra è vicino ad una locomotiva con il forno acceso. Innesca la miccia e la colloca tra gli assi della macchina. Resta un'altra carica. "Ragazzi, scappiamo."

. Ad un certo momento Bottani vede un'ombra muoversi nell'oscurità che risveglia in lui, bruscamente un ricordo: si ferma allibito pieno di stupore. Mentre il gruppo si allontana Bottani scatta di corsa verso il locomotore da dove è appena sceso.

Un ferroviere ne ha aperto la porta per andarsi a riposare. Ma quel locomotore è destinato ad esplodere. Che cosa accade all'interno del locomotore? Bottani ne scende con l'ordigno e la miccia accesa e si precipita verso un altro locomotore. Di corsa raggiunge il gruppo.

Gli chiedo:

"Come mai hai tardato?" "Quello là stava per ano dare a dormire vicino all'ordigno. L'ho spostato su un altro locomotore. Certo il ferroviere dovrà svegliarsi bruscamente".

Può avere importanza l'intervallo fra una deflagrazione e l'altra?

Non parrebbe a prima vista ma una esplosione unica rivelerebbe immediatamente l'attentato. Gli scoppi si susseguono tutti e quattro come un bombardamento a tappeto. I tedeschi non sparano. Non si precipitano a bloccare le strade attorno allo scalo. I quattro hanno il tempo di fuggire prima che i nazisti si rendano conto dell'assenza del rumore degli aerei. Dopo gli scoppi, si accendono le fiamme del serbatoio dei lubrificanti. Adesso crepitano le "machine-pistole", "le machinengewehr", persino la mitragliatrice a quattro canne; se ne scorgono le scie traccianti dei proiettili nel cielo limpido. Ma i quattro ormai sono tranquillamente sulla via di casa.

Guerra ha il suo letto in una stanza a ridosso del corpo di guardia Feldgendarmerie. Vicino alla cascina dove abita scorge una donna anziana che si cala in una buca, rifugio antiaereo di fortuna. È una vecchia buca ad un paio di metri sotto terra, adibita a deposito di vino. Nella fossa appena illuminata da un lucignolo Guerra si scontra con un avversario imprevedibile e naturalmente imprevisto, la sua padrona di casa, la buona donna che gli ha affittato una delle stanze.

“Lo so che è stata lei a fare quegli scoppi” urla la donna in preda al terrore. Guerra tenta di calmarla. Lo colpisce la sua intuizione.

"Lo so che è stato lei a fare tutto quel fracasso. Chissà che cosa succederà adesso...".

Un viso dolce da nonnina, senza nessuna cattiveria. Ma grida troppo forte. Qualcuno potrebbe udirla. La Feldgendarmerie si trova in linea d'aria a soli tre metri.

Guerra riflette: si tratta di provocarne un altro, innocuo choc: abbracciarla, un po' per calcolo, un po' con affetto, cara, buona e vecchia nonnina .

Il silenzio torna nel piccolo, incredibile rifugio scavato nel cortile della cascina. Guerra e la nonnina si guardano in silenzio. Fuori non sparano più, gridano. Il ferroviere partigiano va a letto. Davanti alla sua finestra corre via l'ultimo degli uomini disponibili della Feldgendarmerie, il cuoco, costretto a partecipare a un rastrellamento di emergenza.

Il lavoro dei ferrovieri nelle officine di Greco è preceduto, seguito, interrotto dalle perquisizioni e dagli interrogatori, sempre più frequenti, sempre più pressanti della Feldgendarmerie; finché arriva all'improvviso nei reparti un alto ufficiale tedesco seguito da un codazzo di uniformi, accompagnato dal direttore delle offi­cine, un romagnolo amico di Mussolini. Gli operai istintivamente si irrigidiscono all'apparire del corteo, ma i fascisti e il direttore ordinano di continuare il lavoro. Il generale tedesco, rigido, scheletrico, proiétta lo sguardo all'intorno, guardando gli uomini come animali impagliati in un museo di storia naturale; l'ira bolle sotto la maschera di ghiaccio. Anche un generale tedesco ha un superiore: Kesserling. E Kesserling deve avergli rinfacciato il comunicato di Radio Londra sull'impresa dei partigiani italiani a Greco. Nello sguardo del generale c'è il disprezzo per la razza inferiore, ma c'è anche e soprattutto la rabbia repressa.

 

"Attenti alle trombe", è la parola d'ordine che circola nelle officine. Le notizie di "radio fante" non sono buone. "Attenti alle spie." Non tutti i fascisti dello scalo Greco indossano la camicia nera. Non si possono individuare le spie vere o ipotetiche ma si conoscono gli amici. Per questo da Greco non giungerà nessuna relazione alla Gestapo, né all'D.P.I. (Ufficio investigativo politico repubblichino), né alla Muti.

Le spie urtano contro una impenetrabile barriera di silenzio. Nessuno parla. Durante l'orario di lavoro quasi tutti i ferrovieri sono presenti in officina, ad eccezione di coloro che hanno i turni irregolari o sono ammalati. Quaranta ferrovieri si recano ogni giorno al lavoro. A fine giugno 1944, come di consueto, entrano in officina. I tedeschi li arrestano; li conducono alla "Sicherei Dienst," alla Gestapo, all'U.P.I. per costringerli a confessare. La potenza della Wehrmacht si infrange contro la volontà di questi poveri diavoli che piangono in carcere e gridano per le torture. Nessuno parla.

Il 16 luglio, venti giorni dopo l'attentato, un furgone carcerario giunge a Greco. Sono le 9 del mattino. Attorno alle cascine di Greco i papaveri punteggiano di rosso vivo i campi di grano in attesa della mietitura.

La notte è trascorsa senza allarmi, senza l'allucinante luce dei bengala che annunciano la morte dal cielo.

Colombi, Mariani, Mazzelli sono tre ferrovieri antifascisti. Li hanno scoperti con dei volantini addosso. Ma anche se non fosse vero, è certo che sono antifascisti. In prigione hanno avuto paura i primi giorni, poi si sono quasi abituati a stare dietro le sbarre e in mezzo a tanta altra gente".

Hanno dormito sul tavolaccio del carcere. I "camerati" tedeschi li hanno lasciati dormire. All'alba li hanno fatti salire sul furgone diretto, alle officine di Greco dove sta per incominciare il lavoro.

Chissà se le formalità li aiutano a morire. Se è meglio che ti facciano firmare qualcosa, magari la ricevuta della tua vita che se ne va, o una carta bollata con tanti timbri. Ma questa non è una condanna. È un delitto e gli assassini non devono preoccuparsi di citare gli articoli di legge o di formulare la motivazione giuridica della sentenza senza appello. Uccidono tre uomini innocenti. Non li hanno nemmeno torturati. È la prova che non sospettano neppure per un momento che siano gli autori dell'attentato. I carnefici applicano la legge di guerra.

Anche questa è una spiegazione falsa. La legge di guerra tedesca è barbara, ma non viene applicata in questo caso, altrimenti i destinati al plotone di esecuzione sarebbero molti di più. No, questa è la legge della burocrazia in uniforme. Il Feldmaresciallo comandante delle forze tedesche in Italia, ha richiamato duramente il comandante della piazza militare di Milano. Questi ha girato il rimprovero al distaccamento di Greco che ha fatto quanto poteva per individuare i responsabili, senza riuscirci. Il Feldmaresciallo Kesserling non si accontenta di assicurazioni generiche. Vuole la punizione dei colpevoli. E il comandante della piazza di Milano, d'accordo col comandante del distaccamento di Greco gliene procura tre; scegliendo a caso tra gli antifascisti colpevoli soltanto di essere ferrovieri ed italiani. La burocrazia del terrore è placata. Colombi, Mariani, Mazzelli. Tre uomini in piedi davanti ai fucili, di fronte ai compagni, condotti a forza ad assistere all'esecuzione. L'ufficiale tedesco legge una carta. Si riesce solo a capire che Mariani, Colombi e Mazzelli si sono rifiutati di fare i nomi dei responsabili dell'attentato. Una raffica. I tre si piegano in avanti.

 

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Roma, 25 luglio 1943

20 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il giornalista scrittore Paolo Monelli, nel suo libro Roma 1943, pubblicato per la prima volta nel 1945, narra “le cose viste e vissute”, gli avvenimenti a cui a preso parte in quell’anno tra i più drammatici della storia d’Italia.

 

Di seguito la cronaca di quel 25 luglio: una storia descritta mentre si svolge nelle vie della città di Roma.

I cittadini aprirono la radio alle 22,45 per il solito giornale radio di quell'ora e non udirono nulla. Insospettiti del silenzio, non girarono subito il bottone. E qualche minuto dopo si udì la voce degli appelli, delle esaltazioni, dei bollettini di guerra, quella che il popolo chiamava «voce Littoria» annunciare senza preambolo: «Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro segretario di. Stato, di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro segretario di Stato il cavaliere maresciallo d'Italia Pietro Badoglio». Poi legge il proclama del re, con quell'ammonimento: «Nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita»; e il proclama di Badoglio, con l'annuncio che la guerra continua, e peggio, con quelle parole: «L'Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni», che offriranno argomento ai disleali tedeschi per accusarci di slealtà verso di loro. Null'altro. ... Una pausa, poi la voce dice, secca: «Fine della trasmissione».

 

E finalmente Roma si desta, capisce di che cosa si tratta. Il silenzio della notte estiva è subito rotto da canti, da grida, da clamori. Un gruppo uscito dal caffè Aragno risale il Tritone, urlando con pazza esplosione: «Cittadini sveglia, hanno arrestato Mussolini, a morte Mussolini, abbasso il fascismo », pare il grido d'un muto che riprenda la parola dopo vent'anni. Le finestre s'illuminano violentemente, si spalancano i portoni, le case si vuotano, tutti son fuori, ad abbracciarsi, a darsi l'uno all'altro la notizia, con quei gesti elementari ed esuberanti di chi si sente traboccare di commozione. Scalmanati si gettano su quelli che hanno il distintivo all'occhiello, glielo strappano, lo calpestano: «Via la cimice». Cittadini vanno ad acclamare al re in piazza del Quirinale, a Badoglio in via XX Settembre. Gruppi di giovani accorrono alle redazioni dei giornali, vogliono fare loro, stampare loro, invadono, strepitano. Davanti al «Messaggero» un generale dell'aviazione arringa la folla ma nessuno lo ascolta, ognuno grida e si agita per conto suo, mosso da un giubilo che gli rampolla dentro. Gente penetra negli uffici del giornale, compare urlando al balcone, butta sulla via un ritratto di Mussolini con la cornice e il vetro; altri corrono in tipografia, ... Sono strani tipi scamiciati, alcuni col petto nudo, o fasciato da una bandiera tricolore, vogliono spaccare tutto, si calmano solo quando alcuni scrittori e giornalisti che sono entrati con loro li assicurano che i fascisti sono già scappati. ... Si compone febbrilmente una pagina di giornale, un foglio volante che sarà gettato ai passanti e appiccicato alle cantonate, in dieci o dodici lavorano all'articolo di fondo, quegli scrittori, quei giornalisti, i redattori che in questo momento son tutti una sola anima e un solo pensiero, i cospiratori, gli intolleranti, i pavidi, quelli che distruggevano ogni giorno il regime al caffè e tornati in redazione mettevano ortodossi titoli e sottotitoli, o cercavano di contrabbandare antifascismo fra le righe di permessi articoli. ...

25 luglio 1943 Roma

La sala della stampa a piazza San Silvestro è messa a sacco, si buttano dalle finestre nella strada, e vi si appicca il fuoco, scrivanie, collezioni di giornali, ritratti di Mussolini scaffali, telefoni. Fiammate si levano qua e là, circoli rionali a cui è stato dato l'assalto (si vide un signore lanciarsi all'attacco armato di lancia); cittadini presi da bellicoso furore vi penetrano dentro, s'impadroniscono delle armi si vede Leo Longanesi che va fieramente per via con un fucile a bracciarm.

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Il giorno dopo la città è imbandierata, ha un'aria festiva leggera; la gente va sorridendo al lavoro, passano autocarri carichi di ragazzi e di scamiciati che sventolano enormi bandiere tricolori e vanno chissà dove; tedeschi sono bastonati ignari o distratti che erano usciti col distintivo o con la camicia nera sono aggrediti, malmenati. Si distruggono rapidamente insegne del fascismo, le più accessibili. Giungono fragori di spari da varie parti della città; la caserma della milizia in via Nazionale apre il fuoco contro reparti di truppa inviati per proteggerla; interviene un ufficiale del ministero della Guerra, i militi dichiarano che sparavano solo per paura di essere maltrattati, se le cose stanno altrimenti sono ben felici di andare a casa e mettersi in borghese. Si dà l'assalto alla casa di Volpi in via del Quirinale, si dà la caccia a qualche noto agitatore fascista; ma si saprà poi che mai ribaltamento politico e avvenuto con maggior calma, nessuno è stato ucciso, pochi sono stati i gesti di violenza, molti altri sono stati soltanto raccontati, e questo è bastato all'educato furore della folla. A gente che avevano morso il freno a lungo, e s'erano sentiti pochi e soli nella folla inerte o rassegnata, gli prudevano le mani e si guardavano attorno per far vendetta, per prendersi una soddisfazione; ma con chi prendersela, che non vedevano che visi raggianti della stessa felicità, non udivano che voci rauche per gli stessi evviva e abbasso; e i più infocati a far festa erano i più disciplinati di ieri, e le asole slabbrate delle giacchette rivelavano che c'era stato infilato per anni il distintivo? Bisognò averle fatte grosse, esser famigerato per antiche prepotenze per correre qualche rischio. Così era corsa la voce che fosse stato ucciso a tumulto di popolo il Pollastrini, che fu feroce squadrista vent'anni prima, si faceva il nome dell’uomo che aveva chiesto d'essere il primo a dargli una coltellata per vendicare il fratello; si apprenderà poi che è stato malmenato si, inseguito e bastonato e costretto a rifugiarsi dentro palazzo Braschi e assediato dalla turba tanto che s'attaccò al telefono invocando che la polizia venisse ad arrestarlo; ma resterà vivo e vegeto, riprenderà attività e ferocia dopo l'8 settembre, comanderà le squadre d'azione, sarà aguzzino e boia e assassino, di nuovo. Cinque minuti dopo che la radio ha parlato, il senatore Morgagni presidente dell'agenzia Stefani si uccide con un colpo di pistola, e lascia sulla scrivania un biglietto in cui è scritto: «Il duce ha dato le dimissioni. La mia vita è finita. Viva Mussolini». L'unico forse che ha fatto oggi i conti con la facile fortuna della sua vita, il solo fedele fino alla morte dei tanti che questa fedeltà si contentavano di cantare con voce di tuono nelle radunate («Duce, duce, / chi non saprà morir? / Duce, duce, / il giuramento chi mai rinnegherà?») Insomma proprio un colpo di Stato «senza spargimento di sangue» come il re voleva, come il re si raccomandava.

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I giornali escono con articoli di fondo violenti; una prima edizione volante del «Messaggero», che aveva un articolo di fuoco, è sostituita da un'altra con parole più miti. Le strade del centro si colmano di folla eccitata, giubilante; si sente in giro il sollievo, quasi la vertigine di ritrovare uno stato di vita dimenticato, l'ingenua speranza che si inizi un tempo migliore, subito, con taumaturgica facilità. Gente prova a imprecare ad alta voce, a Mussolini, al fascismo, con la soddisfatta esperienza che non gli succede nulla. Così i passanti vanno come portati da una nuvola leggera; pochi partecipano agli improvvisati cortei che restano fatti di ragazzetti scamiciati con bandiere e randelli e di energici sudati comandanti che danno ordini da una motocicletta e ripartono subito a corsa sfrenata. Compaiono alle vetrine ritratti del re e di Badoglio. Ai finestrini degli autobus ci sono scritte di evviva, un filobus ha il cofano fasciato da un foglio su cui si legge: «È finita la pappatoria». Davanti al caffè Aragno vecchi signori dal viso bianco e dai capelli bianchi s'abbracciano; uno di essi addita ai passanti la vedova di Amendola, le si fa crocchio intorno. Oratori estemporanei concionano in piazza Colonna; uno celebra Tito Zaniboni e vuole che l'uditorio gli faccia un evviva, i ragazzi attorno non hanno le idee molto chiare e gridano invece «viva Amendola». Nei quartieri popolari il giubilo è spontaneo e semplice; pare una grande esplosiva festa de noantri nella quale tutti si sentono ugualmente attori e spettatori. Naturalmente c'è gente serrata casa, livida di paura; e altri che piangono sul mito distrutto; ma in generale quella esultanza di cittadini appare vera, di buona fede, quale che sia stato il loro contegno fino a ieri; è l'esultanza di chi si ritrova guarito da una lunga malattia e solo dall'alacrità del sangue capisce quanto era ammalato; è genuina l'ebbrezza di sentirsi libero anche in chi s'è acconciato fino adesso alla dittatura e non ne ha mai sentito il peso e aveva finito magari col trovarci il tornaconto. Ma soprattutto il rivolgimento avvenuto pare significhi una cosa sola, la fine della guerra; come, in che modo, nessuno se lo chiede; è vero che alla radio hanno detto «la guerra continua», ma si sa, bisogna darla ad intendere ai tedeschi; la guerra è finita, perché è la sua guerra, la guerra dell'uomo che se n'è ito, e non quella del popolo, anche se fino adesso per disciplina o per inerzia si è cercato di giustificarne la fatalità. ... Vedo ancora un autopullman rosso fiammante carico di suore in bianco e nero che mettevano facce ridenti ai finestrini e facevano dei gran gesti festivi alla gente; e quell'ornino pulito, sui quarant'anni, con una cravattina da impiegato, che sbucò nel Corso da una delle vie laterali trascinandosi dietro con una corda un busto del dittatore; e quando fu nel mezzo del Corso si fermò, si calò le brache e ...

È davvero la caduta dell'albero intarmolito, mangiato dalle termiti, che sembrava di così salde radici, di così vasta corona. Sul mezzogiorno escono i primi reparti di forza pubblica, e manifesti che invitano il popolo alla calma. Ma per dodici ore, pare per accorto disegno del capo della polizia Senise, il popolo abbandonato a se stesso ha dimostrato che il suo sentimento è un grande, un enorme, un pacifico sollievo; si è visto che nessuna reazione seria si è avuta dalle milizie fasciste, e dove sono andati i mille gerarchi che Galbiati (n.d.r. comandante della milizia fascista)doveva schierare attorno a palazzo Venezia, pronti alla morte? Si è visto, insomma, che il fascismo si è dissolto come nebbia.

 

Roma 26 luglio 1943 

 

Bibliografia:

 

Paolo Monelli – Roma 1943 – Einaudi 1993

 

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25 luglio 1943

15 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

La sera del 25 luglio 1943 alle ore 22 e 45 la radio annuncia che Mussolini è stato destituito e che il generale Badoglio, per incarico del Re, ha assunto il potere. Badoglio stesso legge il comunicato. Nel paese esplode il sentimento popolare di avversione per il regime, di entusiasmo, per la sua caduta, e la speranza di pace: nella notte la gente si riversa nelle vie e nelle piazze, i simboli del fascismo - statue e fregi, che hanno segnato il volto delle città italiane - sono divelti e distrutti.

Milano 26 luglio 1943 Roma 26 luglio 1943

 

A Milano la sede del partito fascista è incendiata, le case di alcuni gerarchi sono prese d'assalto. In realtà, a parte rari episodi, le violenze alle persone e alle abitazioni private furono molto limitate: si chiedeva invece con rabbia nelle piazze italiane la punizione degli uomini del regime e di Mussolini per primo, la confisca dei loro beni. Ma più ancora si chiedeva il pane, il lavoro e, soprattutto, la pace. La guerra era di fatto, e sempre più era sentita, come una guerra fascista. La caduta del fascismo veniva spontaneamente associata alla idea, alla certezza, che la guerra sarebbe finita.

E invece il generale Badoglio aveva pronunciato quelle parole, «la guerra continua ... l'Italia resta fedele alla parola data»: parole non prese in considerazione dagli italiani nel momento iniziale di euforia, ma che avrebbero dimostrato la loro pesante realtà. Perché, caduto Mussolini, la guerra continua?

 

A partire dall'autunno del 1942 - con la svolta decisiva nell'andamento della guerra - si avvertono i segni in Italia del distacco di tutti i centri di potere dal fascismo. Gli ambienti militari sono in fermento: l'insofferenza verso il fascismo è diffusa, la certezza della sconfitta incombe ormai sugli alti comandi, il mondo dell'economia, della grande industria e della finanza già inizia a ritessere rapporti con il capitalismo americano e preme sulla Corona per una liquidazione di Mussolini. Alcuni sondaggi verso gli inglesi sono stati già avviati alla fine del' 42. Gli americani guardano con favore ad ogni evoluzione della situazione italiana che porti il paese fuori dal conflitto e alleggerisca di conseguenza il peso delle operazioni militari in Europa. A questo fine la monarchia è un punto di riferimento obbligato, ben più dei partiti antifascisti e dell'antifascismo in esilio. Ma il sovrano, Vittorio Emanuele III, è diviso fra il desiderio di salvare la monarchia dissociandola dal fascismo, ponendo fine alla guerra, e il timore di compiere mosse che possano offrire a Mussolini il pretesto per liquidarlo e quindi temporeggia e aspetta che l'iniziativa venga dall'interno del fascismo stesso.

Il 19 luglio 1943 Roma subisce un pesante bombardamento: nei luoghi colpiti del quartiere San Lorenzo il Re è accolto con freddezza; il Papa Pio XII è acclamato dalla folla che invoca la pace.

Roma 19 luglio 1943

 

In quegli stessi giorni Mussolini incontra Hitler a Feltre e tenta di persuaderlo a sciogliere l'Italia dall'alleanza di guerra, in cambio della neutralità. Ma Hitler gli impedisce perfino di esporre il suo disegno: il Führer intuisce che il crollo del fascismo è imminente e predispone piani per l'occupazione militare della penisola nell'intento di impegnare il più a lungo possibile gli alleati su un fronte lontano dal suolo tedesco.

Il 20 luglio il capo di stato maggiore Ambrosio, che ha partecipato all'incontro di Feltre, riferisce ad alcuni gerarchi fascisti, Bottai e Federzoni che ormai guidano il dissenso, i risultati disastrosi del colloquio con Hitler. Il sovrano è messo al corrente. Una riunione del Gran Consiglio è stata fissata da Mussolini per le ore 17 del 24 luglio: è l'occasione per l'offensiva dei dissidenti. Dino Grandi predispone un ordine del giorno con il quale si invita il governo a «pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione, che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono».

È in sostanza la sfiducia a Mussolini. L'ordine del giorno chiede a quel Gran Consiglio che Mussolini ha voluto inserire nella struttura costituzionale dello Stato a garanzia della continuità del fascismo, di liquidare il fascismo e il suo capo, restituendo al Re i poteri che lo Statuto gli assegnava. Il sovrano è informato dell'iniziativa. La riunione del Gran Consiglio si svolge in un clima di grande tensione. Racconta Grandi: «Palazzo Venezia, il cortile, lo scalone, l'anticamera della sala dove si riunisce il Gran Consiglio è presidiato (il che non è mai accaduto) da reparti della milizia fascista in pieno assetto di guerra». Grandi reca con sé due bombe. La seduta dura dieci ore. Alle 3 della notte l'ordine del giorno è messo in votazione e approvato a grande maggioranza con 19 voti. Mussolini ha in sostanza subìto l'iniziativa: la sua unica possibilità sarebbe stata quella di mobilitare la componente intransigente e filotedesca del fascismo e impedire il pronunciamento contro di lui. Ma così ne sarebbe rimasto del tutto prigioniero e non lo fa. Di fatto rimane passivo. Nel pomeriggio del 25 Mussolini è ricevuto dal Re che lo congeda; all'uscita da villa Savoia, con il pretesto di tutelare la sua persona, è fermato da alcuni ufficiali dei carabinieri e condotto a Ponza.

Il 25 luglio il fascismo non è caduto per iniziativa di popolo o dei partiti antifascisti: è caduto per una iniziativa di settori del fascismo stesso avallata dalla monarchia. Il colpo di stato è il frutto di una congiura, di cui Mussolini stesso, alla fine, ha percepito l'esistenza e che ha subìto passivamente. Tutto è nelle mani del Re e di Badoglio.

 

Torino 26 luglio 1943

 

L'obiettivo che monarchia e governo perseguono non ha nulla in comune con le speranze degli antifascisti dei vari colori: gli uomini del Re non dimostreranno neppure il coraggio di cui hanno dato prova i gerarchi che hanno preso l'iniziativa contro Mussolini. Il loro obiettivo è salvare la monarchia molto più che il paese. Temono soprattutto una degenerazione in senso rivoluzionario della crisi italiana: di fatto dopo la prima esplosione di entusiasmo le manifestazioni popolari hanno assunto un diverso significato. Le manifestazioni popolari diventano, già alla fine di luglio e poi sempre più nel mese successivo, specie nel nord, con epicentro a Milano, scioperi contro la guerra e per il pane. I partiti nel loro insieme non sono pronti ad assumere un ruolo politico di rilievo, lo assumeranno solo dopo l' 8 settembre ma alla base del paese agiscono già quadri militanti, soprattutto dei partiti di sinistra e dei sindacati di un tempo, che tendono a dare un carattere politico alla protesta popolare.

Il governo Badoglio aveva provveduto subito allo scioglimento del Partito Fascista, alla soppressione del Gran Consiglio e del tribunale speciale per la difesa dello Stato, sostituito dai tribunali militari; ma aveva mantenuto in piedi tutte le strutture e gli uomini dello Stato fascista: i prefetti erano rimasti ai loro posti, la legislazione fascista, anche quella razziale, non era stata abrogata. Le norme sulla censura solo in parte attenuate: sono ammesse solo limitate critiche al passato regime e vietata ogni manifestazione di ostilità al nuovo governo. Le porte delle carceri si erano aperte per i condannati politici ma con l'esclusione dei comunisti e degli anarchici, che solo più tardi saranno rilasciati.

Il timore di una insurrezione popolare e l'incubo del bolscevismo dominano i primi atti del governo. Le disposizioni dei comandi sono draconiane. Una famosa circolare, che segue immediatamente il colpo di stato del 25 luglio, firmata dal generale Roatta, è molto esplicita in questa direzione: «Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualsiasi turbamento dell'ordine pubblico, anche minimo, e di qualsiasi tinta, costituisce tradimento [...]. Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito [...] si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza, anche con mortai e artiglieria [...] Non è ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento [...]» . Si ebbero più di 80 morti e oltre 1.500 feriti nei primi cinque giorni.

Mantenere l'ordine è l'obiettivo prioritario del nuovo governo. Si tende a rassicurare i tedeschi per evitare un loro intervento immediato e dare tempo alle trattative per l'armistizio. Una insurrezione popolare si rivolgerebbe contro la guerra e contro i tedeschi e si vuole impedirla ad ogni costo. Anche agli alleati, si vuole dimostrare che il paese è sotto controllo.

Le azioni di guerra, che hanno subìto una battuta d'arresto dopo il colpo di stato, riprendono nei giorni successivi: i bombardamenti alleati si intensificano. Bombardamenti crudeli e inutili di numerose città, su una nazione già sconfitta e prostrata, che aspirava solo alla pace, per piegare un governo che non ha determinazione e coraggio.

«Invano cerchi fra la polvere, povera mano. La città è morta». È la dolente voce di Salvatore Quasimodo nella poesia Milano, agosto 1943.

 

Milano-galleria-.gif Milano-1943.jpg

 

Invano cerchi tra la polvere,

povera mano, la città è morta.

È morta: s’è udito l’ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l’usignolo

è caduto dall’antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta.

 

da un articolo di Pietro Scoppola: “Dal 25 luglio all’8 settembre” in “Storie d’Italia. Dall’unità al 2000” Istituto Luce


Nella seduta del Gran Consiglio furono presentati tre ordini del giorno: quello di Grandi, quello di Scorza quello di Farinacci. Tutti e tre contenevano frasi di circostanza sulla situazione bellica e un incitamento contrastare l'invasione alleata in Sicilia. La differenza fondamentale fra i tre O.d.g. stava nell'invito di Farinacci a un urgente «ripristino integrale di tutte le funzioni statali» che preludeva a una dittatura di partito più stretta; nella richiesta di Scorza di «attuare quelle riforme ed innovazioni nel Governo, nel Comando supremo, nella vita interna del Paese» che consentissero un rafforzamento del partito; infine nell'invito di Grandi al capo del governo perché pregasse il re di assumere «con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione ch le nostre istituzioni a Lui attribuiscono».

Il richiamo, nel documento di Grandi, allo Statuto Albertino del 1848, e in particolare all'articolo cinque era diretto a ripristinare una precisa prerogativa del sovrano (l'articolo cinque dello Statuto recita: «Al re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare: dichiara la guerra, fa i trattati di pace,).

qui sotto l’«atto di accusa» di Dino Grandi contro Mussolini, che provocò, sostanzialmente, la caduta del regime. La seduta del Gran Consiglio, iniziatasi alle ore diciassette del 24 luglio, si concluse dopo le 2 del 25 luglio.

 

Odg Grandi

 

 

 

 

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Le imprese della X Mas

12 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Un consigliere comunale di maggioranza di Lissone, che qualche tempo fa aveva proposto di intitolare una via della città a Giorgio Almirante (il suo suggerimento non ha avuto fortunatamente seguito), recentemente se n’è uscito con delle affermazioni nettamente contrastanti con la verità storica sulla Decima Mas.

 

 

Tra le varie «polizie» fasciste e i corpi speciali che la Repubblica di Salò aveva regalato al padrone nazista, spesso per i più bassi servizi, vi era la X Mas, i cui membri erano addestrati dai tedeschi con  funzioni di repressione della Resistenza.

 

Corpo d'assalto della Marina militare al comando del principe Junio Valerio Borghese, la X Flottiglia Mas, a metà settembre 1943, negoziò con i tedeschi la prosecuzione della guerra contro gli anglo-americani, con divisa e bandiera italiana. Vennero costituiti dei battaglioni terrestri, poi trasformatisi nel reggimento San Marco. Il Corpo d'élite, bene armato e pagato, attirò nelle sue file numerosi volontari, lusingati dall'intensa campagna propagandistica con sfoggio di manifesti murali.

 

manifesto 1 manifesto 2 manifesto 3

 

 

 

La Divisione fanteria di Marina X Mas, costituita formalmente a inizio maggio 1944, si dislocò in Piemonte con funzioni di repressione della Resistenza e in Friuli Venezia Giulia per il contenimento dell'offensiva dei partigiani slavi. La formazione contò circa 3500 uomini e dispose di un Servizio ausiliario femminile. Reparti della X Mas furono schierati ad Anzio (il battaglione Barbarigo, alle dipendenze della 175ma divisione tedesca) e nelle linee difensive sul fiume Senio, presso Alfonsine, in provincia di Ravenna, (il battaglione Lupo). L'utilizzo di gran lunga preponderante fu il controllo delle retrovie e la controguerriglia.

Il battaglione Lupo

Formato all’inizio del 1944 in seno alla X Mas, il battaglione Lupo venne addestrato in primavera dagli istruttori della «Hermann Goering». Il battesimo del fuoco avvenne contro i partigiani, in Toscana e sull'Appennino ligure-emiliano. Partecipò poi alla riconquista di Alba, “città presidiata” dai partigiani.

Negli ultimi mesi dell'anno il battaglione venne riorganizzato e rafforzato, per essere schierato a metà dicembre nella valle del Reno contro l'VIII Armata alleata che avanza verso Bologna. Trasferito a inizio marzo a Marostica (Vicenza), il reparto venne richiamato al fronte il 21 aprile e schierato sulla riva sinistra del Po, in provincia di Rovigo, per assicurare la ritirata delle colonne armate nazifasciste. Il battaglione Lupo cedette le armi a Padova il 29 aprile.

 

Furti e rapine, tra le "imprese" della Decima MAS

Il carattere chiaramente delinquenziale della Decima MAS impensierì perfino le autorità collaborazioniste, per il supplementare discredito che la turbolenta formazione attirava sul regime repubblichino.

In un "appunto per il Duce", il prefetto di Milano Mario Bassi scriveva: «Continuano con costante preoccupazione le azioni illegali commesse dagli appartenenti alla X Mas. Furti, rapine, provocazioni gravi, fermi, perquisizioni, contegni scorretti in pubblico, rappresentano quasi la caratteristica speciale di questi militari. Anche il 12 novembre 1944, tra l'altro, verso le ore 20, quattro di essi si sono presentati in un magazzino di stoffe: dopo aver immobilizzato il custode ne hanno asportato quattro colli per un ingente valore [...]. La cittadinanza, oltre ad essere allarmata per queste continue vessazioni, si domanda come costoro, che dovrebbero essere sottoposti ad una rigida disciplina militare, possano agire impunemente e senza alcuna possibilità di punizione [...]. Sarebbe consigliabile pertanto, che tutto il reparto, comando compreso, sia fatto allontanare da Milano".

Per richiamarlo all'ordine, furono inflitti al Borghese 30 giorni di "arresto in fortezza", per non aver saputo tenere la disciplina tra i suoi reparti.

 

Il commandante della X Mas, Junio Valerio Borghese, alla fine della guerra fu processato

Il processo iniziato a Roma l'8 febbraio 1948 portò a conoscenza dell'opinione pubblica alcuni dei servizi più significativi resi dalla "Decima MAS" agli invasori tedeschi. Nella sentenza di rinvio a giudizio le imputazioni erano, tra l'altro, di aver compiuto «continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti in genere, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che di solito si concludevano con la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e la uccisione degli arrestati, e tutto ciò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori». Diversi gli episodi di violenza criminale addebitati alla formazione di Junio Valerio Borghese. Tra questi quelli di Valmozzola, con uccisione di dodici partigiani in combattimento ed esecuzione sommaria di altri otto partigiani catturati; di Crocetta del Montello, con uccisione di sei partigiani e sevizie efferate di altri arrestati; di Castelletto Ticino, con l'uccisione di cinque ostaggi; di Borgo Ticino, con l'uccisione di dodici ostaggi, oltre a «ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere, ciò che il più delle volte si risolveva in un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni». Condannato a una pena più che mite, Borghese poté riprendere, dopo un breve soggiorno in carcere, le sue attività contro la Repubblica.

 

 

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