Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Dopo la Liberazione. Epurazione ed amnistia: gli obiettivi mancati

9 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Già nel 1943, conseguentemente alla caduta di Mussolini ed allo scioglimento delle organizzazioni fasciste, erano state previste delle sanzioni che avrebbero dovuto colpire i responsabili della dittatura.

Inoltre si trattava di ripulire la pubblica amministrazione da coloro che avessero tratto indebiti benefici anche soltanto grazie ad ambìti avanzamenti di carriera, ottenuti unicamente per "benemerenze fasciste".

Dopo la liberazione di Roma, allorché venne costituita la Repubblica sociale italiana ed i suoi aderenti ripiegarono al nord del Paese, da parte del governo legittimo venne emanato un primo decreto legge luogotenenziale, in data 27/7/1944 n.159, intitolato "Sanzioni contro il fascismo".

Il decreto prevedeva:

l - Epurazione della pubblica amministrazione

2 - Punizione dei delitti fascisti (ante e post 8 settembre 1943)

3 - Avocazione dei profitti di regime

Il decreto recava le firme di tutti i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale.

Tra l'altro esso prevedeva la retrocessione dal grado ed il rinvio ai ruoli di provenienza di tutti i funzionari dello Stato che avessero, dopo l' 8 settembre, seguito al nord il Governo re­pubblicano fascista o, in ogni caso, gli avessero prestato collaborazione.

Si considerava inoltre il riesame e l'eventuale punizione dei delitti fascisti perpetrati sin dal 28/10/1922 che avevano consentito l'instaurazione della dittatura, e successivamente, tutte le forme di collaborazione con il tedesco invasore, delitti commessi che avrebbero dovuto essere sottoposti alle norme del Codice militare di guerra.

Dimessi 200 senatori

Contemporaneamente vennero dichiarati decaduti dalla carica oltre duecento senatori le cui responsabilità furono accertate da una Speciale Corte di Giustizia, che li ritenne responsabili di avere, con i loro voti e con i loro atti, collaborato alla entrata in guerra del Paese, con le drammatiche conseguenze che ora apparivano sotto gli occhi di tutti.

E' alquanto paradossale constatare che il decreto venne firmato dal Luogotenente del Regno, ossia l'erede del monarca Vittorio Emanuele III, al quale si dovevano imputare le maggiori e più gravi responsabilità.

Venne nominato un Alto Commissario, assistito da Commissari aggiunti, ed in ogni provincia furono istituite delle Commissioni per l'epurazione composte da un magistrato, un funzionario di prefettura ed un membro designato dall'Alto Commissario.

Ciò evidentemente per il territorio non più sottoposto ai nazifascisti, ma le stesse regole vennero adottate anche nel resto del Paese all'indomani della sua totale liberazione.

E' facilmente comprensibile la complessività e la mole di lavoro che si presentava a coloro che erano stati designati a tale compito. Presto si sarebbe dovuto constatare come fosse stato ottimistico il giudizio che era stato espresso sullo svolgimento di tale attività, in quanto le norme potevano prestarsi ad interpretazioni di merito e soggettive, sfociando talvolta in criteri di esagerato rigore e tal'altra di eccessiva tolleranza.

Forse anche, aggiungiamo noi, non si era valutato nella effettiva realtà, l'enorme numero di italiani compromessi in un modo o nell'altro col regime.

Vi è da dire che da un primo esame dell'attività svolta dall'Alto Commissario alla data del 31/12/1944, le segnalazioni ottenute dalle varie amministrazioni, per lo più in base ad ordinanze del Governo militare alleato, risultarono ben 2900 contro solo 1258 dell'Alto Commissario aggiunto. Così, dall'attività delle Commissioni di primo grado, su un totale di 3588 casi sottoposti a giudizio di epurazione, 597 furono risolti con la dispensa dal servizio, 1461 con lievi sanzioni e 1530 con il proscioglimento.

Eccessiva tolleranza da parte degli inquirenti o, sotto sotto, un diffuso senso di omertà affiorante dalle coscienze inquiete di tanti italiani?

Seguirono poi un gran numero di ricorsi, generalmente accolti anche, particolarmente dopo al nord, come conseguenza dei mutamenti del clima politico del Paese ed in relazione alle prime avvisaglie di un mondo diviso in due blocchi sostanzialmente opposti.

Tutto ciò si riferisce in un primo tempo a quanto accadde nell'Italia liberata, il che non si discosta però dagli esiti che successivamente si registrarono in tutto il Paese a liberazione avvenuta, coinvolgendo e compromettendo spesso anche l'attività delle Corti d'Assise straordinarie e in minor misura i deliberati di primo grado della magistratura ordinaria.

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La mancata epurazione fra i funzionari

Da una ricerca sull' argomento è risultato infatti che ancora nel 1960, su 64 prefetti di prima classe in servizio, ben 62 erano stati funzionari degli Interni durante la dittatura fascista e, su 241 vice-prefetti, tutti indistintamente avevano fatto parte dell'amministrazione dello Stato negli anni del fascismo.

Inoltre, su 135 questori, 120 avevano fatto parte della polizia fascista e su 139 vice-questori, solo 5 risultavano aver contribuito in qualche modo alla Lotta di Liberazione.

Per contro, nel nuovo clima instauratosi dopo la proclamazione della Repubblica nei confronti dei partigiani e degli antifascisti, i provvedimenti di clemenza furono adottati in maniera palesemente restrittiva, mentre nello stesso tempo, la maggior parte dei funzionari epurati veniva reintegrata con la liquidazione degli arretrati e delle spettanze che erano state loro tolte a seguito dei provvedimenti di epurazione.

Dopo queste per necessità, succinte considerazioni, è d'obbligo esprimere alcune riflessioni sul decreto d'amnistia che, per motivi diversi e seri, contribuì ad una soluzione negativa del problema della defascistizzazione del Paese. Risultato questo che invece, avrebbe potuto essere fondato oltre che su di una giusta punizione, anche e soprattutto, su di una personale e convinta autocritica da parte di quanti si erano infatuati della dittatura o, ancor peggio, avessero, per interessi privati, coinvolto ai vari livelli le istituzioni e gli organi amministrativi. Particolarmente negli anni Cinquanta, ma anche dopo e tuttora, quando si parla di amnistia, si ascoltano giudizi ed opinioni diverse che, come spesso accade, trovano sempre, in maniera spiccia e disinvolta, il solito capro espiatorio al quale addossare colpe e responsabilità.

 

  

Il compromesso: l'amnistia

Una analisi seria venne fatta, alla fine del 1947, da Alessandro Galante Garrone

 

Alessandro-Galante-Garrone.jpg

con un saggio dal titolo: Crisi della Resistenza, nella cui premessa scriveva:

"Non eravamo animati da spirito di vendetta. Non avevamo la pretesa che la magistratura dovesse infierire per mesi e anni contro tutti i responsabili ed i complici, maggiori e minori, del fascismo, per tener fede agli ideali della Resistenza. Non chiedevamo che su tutti i colpevoli del fascismo eternamente gravasse una maledizione inesorabile.

 

Sapevamo che i compagni caduti sulla via della nostra liberazione e del nostro riscatto non avevano combattuto per opprimere i loro oppressori.

E sentivamo anche, con obiettività di magistrati e coscienza di cittadini, che letterale applicazione non avrebbero potuto trovare tutte le norme stabilite per la punizione dei delitti dal legislatore di Roma (quanto lontano e remoto, in quei giorni della Resistenza, allorché ci pervenne il testo del decreto Bonomi, quel governo legittimo che non aveva mai dichiarato ribelli e fuori legge i collaborazionisti del Nord!); perché troppo iniquo e profondo sarebbe stato lo sconvolgimento della nazione se tutte le forme di collaborazione con il tedesco invasore, anche le meno gravi, fossero state colpite come la lettera della legge avrebbe voluto con tanto severo rigore.

Ma ci saremmo ribellati, allora, come cittadini e magistrati se ci avessero detto che i governi e la magistratura della nuova Italia avrebbero tutto, o quasi tutto, cancellato e ricoperto con il velo pietoso dell'oblio e del perdono: tutto, anche le colpe più gravi e le responsabilità più grandi. Ed invece è stato così: ed oggi, a trenta mesi dalla liberazione, non ci resta che il gramo e malinconico compito di un triste e doloroso bilancio".

 

Lo scritto di Galante Garrone si chiude con una severa critica ai modi in cui venne applicato il decreto d'amnistia, per l'indeterminatezza di alcuni articoli della legge che prevedevano giudizi necessariamente severi ma lasciavano ampio margine all’interpretazione.

Era il caso soprattutto di quegli enunciati che condizionavano la pena al fatto di aver commesso:

- atti rilevanti nell'aver contribuito a mantenere in rigore il regime fascista

- stragi particolarmente efferate verso popolazioni e partigiani

- attività antinazionale con prolungate forme di intelligenza, di competenza o di collaborazione con i tedeschi.

Tali formulazioni lasciavano ampio spazio a cavilli, giustificazioni e spesso anche all'impiego di testimonianze favorevoli all'accusato, anche da parte di coloro che i fascisti avevano in vario modo perseguitati.

A completare l'opera sopraggiunse il Decreto Luogotenenziale del 4/8/1945 che garantiva l'amnistia a tutti coloro che, pur avendo collaborato con la RSI ed il tedesco invasore, avessero aiutato in qualche modo i partigiani.

Ne risultò che tutti poterono avanzare benemerenze che, nella maggior parte dei casi, si erano precostituite in vista del crollo finale.

Non soltanto questi furono gli elementi che determinarono il fallimento dell'epurazione, motivazioni e responsabilità diverse ne contribuirono l'inefficacia.

 

Esempio nella provincia di Como

Anche nel caso dell' epurazione nella provincia di Como, emerge come nella maggior parte dei procedimenti di primo grado il giudizio e le sentenze della magistratura furono ispirate ad un corretto senso di giustizia ed equità. Furono gli esiti dei ricorsi sia in Appello sia, peggio ancora, in Cassazione che, con interpretazioni unilaterali e nella maniera più formale del decreto di amnistia, spalancarono i cancelli delle prigioni anche ai maggiori responsabili ed ai seviziatori fascisti.

Sarebbe comunque ingiusto addossare tutte le responsabilità ai politici per il decreto prima e l'amnistia poi, soltanto ed unicamente ad essi od alla magistratura. E' necessario tener conto anche di· altri fattori, non meno importanti, che sicuramente stanno all'origine del parziale fallimento dell'epurazione.

E' notorio come la Resistenza e i CLN, svestiti da ogni tentazione che ne facciano dei miti, non fossero un blocco omogeneo anche se, pur tra difficoltà e contrasti, le diverse forze si sforzassero di agire unitariamente.

Inoltre l'Italia si trovava divisa in due: il Meridione sotto l'influenza alleata inglese ed americana, ciascuno con la propria collocazione politica ed istituzionale, ossia gli inglesi filo monarchici e gli americani democratici o repubblicani e il Nord occupato dai tedeschi con il governo fantoccio di Salò.

All'interno poi dei CLN convivevano comunisti, socialisti, azionisti da una parte e cattolici, liberali e monarchici dall'altra, ognuno con le proprie diversità più o meno palesi.

Tutto ciò non poteva non influire sui risultati finali dell'epurazione anche perché, per affrontare la Lotta di Liberazione, fu giocoforza accantonare la questione istituzionale, monarchia o repubblica, sia per facilitare la partecipazione delle forze militari in buona parte legate alla tradizione monarchica, sia anche perché ciò costituiva la condizione sine qua non per l'appoggio e l'aiuto da parte degli Alleati.

E' fondamentale poi considerare come il concetto di Lotta di Liberazione, mentre da parte di una collocazione politica ed ideologica significava soltanto la liberazione dalla occupazione nazifascista per una democrazia parlamentare erede, sia pure con i dovuti aggiornamenti, di quella prefascista, dall'altra essa rappresentava soltanto l'obiettivo primario, la premessa per una società di tipo nuovo che traesse la sua ispirazione da taluni principi basati su di un profondo rinnovamento di carattere etico-sociale e amministrativo, oltre che su quelli di carattere economico improntati ad una maggiore giustizia sociale.

Ad eccezione della Cassazione, da sempre più vicina ai poteri vecchi e nuovi, e i cui rappresentanti provenivano dal fascismo, al quale molti dovevano le loro rapide e prestigiose carriere, la magistratura stessa era divisa in due categorie: una, più sensibile alle dolorose vicende delle vittime del nazifascismo, per i suoi delitti e le sue stragi, l'altra, non sempre da considerarsi filofascista, che si atteneva scrupolosamente alle norme dei codici.

Codici che in gran parte erano il frutto di quella legislazione che nel ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco aveva trovato ispirazione ed applicazione sia con l'avallo di Mussolini sia, il che fu ancor più grave, dell'inetto monarca.

 

da un articolo di Giusto Perretta in “Monito della storia. Dalla Liberazione alla guerra fredda 1945-1948”. Numero unico a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea Pier Amato Perretta – Como, aprile 1999

 

Giusto Perretta

Nasce a Napoli il 5 luglio 1919; giunge con la famiglia a Como nel 1921. Diplomatosi perito edile, nel 1938 viene chiamato alle armi e destinato ad Homs (Tripolitania) nella Divisione “Sirte”; partecipa quale Tenente di artiglieria contraerea con il Gruppo Divisioni Libiche all’avanzata su Sidi El Barrani. E’ catturato nel dicembre del 1940 nel corso della controffensiva inglese e trattenuto quale prigioniero di guerra in India fino al 1946.

La guerra è particolarmente tragica per la famiglia Perretta: nel 1941 il fratello Fortunato cade sul fronte greco-albanese; l’altro fratello Lucio viene deportato in Germania dopo l’8 settembre 1943 e internato per due anni, inoltre nel settembre 1944 il padre Pier Amato, avvocato antifascista espulso dalla magistratura e dirigente della Resistenza viene ucciso a Milano dai nazifascisti.

Rientrato a Como nel 1946, Giusto Perretta svolge l’attività lavorativa in città, poi a Milano nel settore della Cooperazione come Vice Presidente della Coop Lombardia dedicandosi nello stesso tempo all’impegno civile e politico. E’ Segretario quindi Presidente dell’ANPI e Consigliere provinciale per una legislatura. Da membro dell’Istituto Lombardo del Movimento di Liberazione, nel 1977 promuove la fondazione dell’omonimo Istituto Comasco, del quale ricopre la carica di Direttore fino al 1994, poi quella di Presidente fino all’aprile del 1997. Nel corso di questa attività è fra l’altro promotore della nascita a Como del Monumento alla Resistenza europea. E’ stato autore di numerosi studi di storia locale su Resistenza e Cooperazione è stato insignito dell’Abbondino d’oro da parte del Comune di Como.

 

 

 

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Nemmeno un chicco di grano agli ammassi fascisti

6 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Questo volantino del CLN di Asti è stato ripubblicato in A. BRAVO, La repubblica partigiana dell'Alto Monferrato, Torino, Giappichelli, I964, pp. 226-227.

 

Contadini!

Il grano che avete seminato, che è nato e cresciuto tra mille vostre fatiche, ansie e timori, è ora maturo e sta finalmente per essere raccolto. Ma il vostro grano corre il più grave dei pericoli: quello di cadere nelle mani rapaci dei nazifascisti, per essere trasportato in Germania.

 

Contadini!

Il vostro grano non deve andare in Germania, per prolungare ancora questa obbrobriosa guerra; il vostro grano deve rimanere in Italia, per sfamarci. I saccheggiatori, gli oppressori d'Italia, coloro che hanno deportato i .nostri figli e fratelli, i tedeschi ed i loro vili servi fascisti non debbono avere neppure un chicco del vostro grano: e, perciò, non consegnate il grano agli ammassi! Siate uniti e sarete vittoriosi anche in questa importantissima battaglia.

 

Contadini!

I nemici d'Italia, i nazifascisti, sono agli estremi: colpiti da tutte le parti dai potenti eserciti alleati, stanno per crollare; la presa di Roma ha segnato il principio della fine: non aiutateli col vostro grano, lasciate che il loro regime di infamie crolli al più presto fra le maledizioni di tutti gli onesti.

 

Contadini!

Non consegnando il grano agli ammassi, voi compirete opera altamente patriottica di cui potrete andare orgogliosi e riceverete anche, ben presto, la meritata ricompensa poiché, come sapete, il grano nell'Italia libera viene pagato mille lire al quintale, ed anche voi potrete realizzare tale prezzo.

 

Contadini!

Uniti e compatti avete rifiutato i vostri figli alle leve e ai richiami, salvandoli dalla morte, dai lavori forzati, dalla disperazione: avete vinto una magnifica battaglia. Ora dovete vincerne un'altra più grande e definitiva: unitevi nei più formidabili strumenti per la vostra lotta, nei Comitati di difesa dei contadini, che devono sorgere in ogni frazione, in ogni valletta delle nostre campagne! Uniti e compatti, sia questa oggi la vostra parola d'ordine:

 

Nemmeno un chicco di grano agli ammassi fascisti!

 

Nemmeno un chicco di grano per gli oppressori tedeschi e per traditori fascisti!

 

Il grano dei contadini italiani deve rimanere alle affamate popolazioni italiane!

 

Asti, giugno 1944

 

IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE

 

 


cos'è l'ammasso

 

 

È l’operazione con la quale un produttore agricolo o industriale conferisce i propri prodotti a un ente(pubblico o privato) che li amministra nell’interesse suo e/o delle collettività.

L’ammasso può essere volontario o obbligatorio.

Durante il fascismo, nel 1930, in Italia fu istituito l’ammasso volontario del grano, a gestione statale, per garantire ai produttori un prezzo minimo unico per tutto il territorio nazionale.

Nel 1936, in clima di autarchia, l’ammasso del grano fu reso obbligatorio, anche per permettere alle autorità il pieno controllo delle quantità prodotte. In seguito furono organizzati ammassi obbligatori anche per la canapa, la lana, l’olio d’oliva, i cereali minori, il risone.

  

ammasso 

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Razionamenti: «Ma la gente vuole le gomme per le biciclette»

5 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Dal "Corriere della Sera" del 5 marzo 1943

 

“Milano - Con il primo aprile prossimo sarà attuata, come è stato annunziato, una nuova disciplina per la distribuzione ai consumatori delle coperture e delle camere d'aria delle biciclette e dei tricicli. I richiedenti dovranno inoltrare domanda al Consiglio provinciale delle Corporazioni, per il tramite dell'organizzazione sindacale da cui dipendono. Vagliate le domande caso per caso, il Consiglio delle Corporazioni rilascerà i buoni di prelevamento, da presentare insieme al pneumatico usato dai rivenditori.

Un determinato contingente di pneumatici verrà messo a disposizione dei Consigli provinciali delle Corporazioni, in rapporto all'importanza dei singoli centri. L'ottanta per cento del quantitativo disponibile dovrebbe essere riservato ai lavoratori dell'industria e dell' agricoltura, con particolare precedenza alle maestranze addette a stabilimenti ausiliari o comunque adibite a imprese di interesse bellico. Il rimanente 20 per cento verrebbe ripartito fra tutte le altre categorie di produttori e di lavoratori, ossia artigiani, commercianti e loro dipendenti, impiegati delle amministrazioni pubbliche e private, professionisti, insegnanti, studenti. In questo 20 per cento sarebbero inoltre compresi i ricambi per le carrozzelle dei malati e degli invalidi.

In una provincia come la nostra, dove le attività commerciali e impiegatizie rappresentano cospicua parte della vita economica e sociale, accanto alle attività industriali e agricole, le percentuali suddette sono apparse inadeguate alle reali necessità del consumo. I primi a richiamare l'attenzione dell' autorità sulla sproporzione lamentata sono state le categorie del commercio, facendo osservare che esse sono oggi più che mai impegnate in tutta una serie di servizi distributivi anche di interesse bellico. Senza il prezioso ausilio dell'umile bicicletta e del traballante triciclo, i generi razionati spesso rischierebbero di non arrivare tempestivamente nei negozi di dettaglianti. Il settore del commercio alimentare, ad esempio, ha una importanza di primo ordine.

L'organizzazione sindacale dei commercianti ha fatto rilevare in sede competente che, in moltissimi casi, il triciclo e la bicicletta sono i soli mezzi di trasporto rimasti alle aziende della distribuzione, le quali furono tra le maggiori sacrificate nella requisizione degli automezzi”.

 

Ma già nel 1942 i copertoni e le camere ad aria per le biciclette scarseggiavano:

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I contadini della pianura

3 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Alla fine del 1943 un grande problema della ribellione che cresce è quello di portare la lotta nelle campagne. I comunisti prendono ancora l'iniziativa, ma con l'aiuto dei giellisti e con la concorrenza del clero povero, dei parroci di campagna. Senza l'aiuto del clero tre quarti della pianura padana - il Piemonte, la Lombardia, il Veneto - rimarrebbero chiusi o difficilmente accessibili alla ribellione; ma i parroci di campagna sono dalla sua parte. Pochi, come don Comensoli nel Bresciano, don Mazzolari o don Scagliosi nel Mantovano, si fanno subito promotori della resistenza armata; ma la maggioranza è amica, quasi ogni parrocchia è un possibile rifugio, un sicuro recapito. I comunisti e il clero povero compiranno, nei mesi dell'inverno e della primavera, il miracolo di togliere i contadini padani dal lungo sonno e dalla diffidenza.

L'inizio della lotta è lento e circospetto: i contadini sono cauti, né sanno rinunciare a una loro rivincita. Costretti a un lavoro faticoso, esclusi dalla cultura dell'Italia cittadina, umiliati dal suo disprezzo, considerati degli italiani di seconda categoria, ora possono imporre alle città affamate i prezzi del mercato nero. In mondo contadino è ostile al fascismo per sicure ragioni di classe; ma anche gli interessi egoistici e l'anarchia favoriscono la prima alleanza con la ribellione. Il partigiano è l'alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria; la presenza partigiana gli serve a scoraggiare i controllori e a ingannarli: «Il grano? Me lo hanno preso i ribelli. Le bestie? Le hanno portate in montagna». I ribelli armati del '43 sono quattromila in tutta l'Italia, il problema della loro annona è, in pratica, inesistente per il mondo contadino; e poi il ribellismo è volontario, non toglie d'autorità braccia alle campagne, consente partecipazioni temporanee. Gli interessi egoistici del mondo contadino esistono, dureranno per tutta la guerra partigiana, sono gli egoismi insopprimibili della condizione contadina. Ma dietro sta salendo quanto vi è di probo e di generoso nella campagna, dietro si prepara la grande stagione insurrezionale dell'Emilia. Non a caso l'Emilia offre il primo luminoso esempio di lotta contadina. La storia dei fratelli Cervi è di quelle che svelano un mondo. Specchiandosi nella famiglia Cervi la ribellione si vede più alta e buona.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

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