Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

L'attacco alla linea Gustav

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Quando la guerra è passata i bollettini militari non si occupano più dei paesi e delle città dove c'è stata la battaglia. Il fronte è più avanti. Tocca ai civili che ritornano fare l'inventario delle rovine. A volte resta molto poco. Sono paesi vecchi, quelli del Sud: due o tre salve d'artiglieria bastano per distruggerli. Mura decrepite, case povere. Inutile cercare fra le macerie: non si ritrova quasi nulla.

Tuttavia la vita riprende, anche quella politica. Alcune provincie, Bari, Brindisi, Taranto, Lecce, sono già rientrate sotto l'amministrazione italiana. Le altre rimangono sottoposte al controllo degli Alleati, che preparano il ritorno all'autogoverno locale. Si tratta di rimuovere le vecchie autorità, legate al fascismo, e sostituirle con persone che godano la fiducia popolare e non siano compromesse col passato regime. Il podestà viene rimosso e ricompare il sindaco.

Al Sud però l'atmosfera politica non era tranquilla.

L'ostinazione del re a restare sul trono provocava malumore negli stessi monarchici, che vedevano compromessa la loro causa, e irritazione negli antimonarchici che non distinguevano fra il re e l'istituzione e rifiutavano l'uno e l'altra.

Benedetto Croce non era diventato repubblicano. Ma considerava il re corresponsabile del fascismo e riteneva necessario il suo allontanamento.

Il conte Sforza invece era antimonarchico, tuttavia sarebbe stato disposto a collaborare col re su un piano decisamente antifascista. Il re non era chiaro su questo punto, e così tutti gli esponenti dell'antifascismo si rifiutarono di entrare nel governo Badoglio.

I rappresentanti dei Comitati di Liberazione Nazionale che il 28 e il 29 gennaio si riunirono, al teatro «Piccinni» di Bari, erano invece apertamente repubblicani. Accanto a Sforza e Croce parteciparono al congresso uomini politici d'ogni tendenza.

congresso Bari CLN 1944

C'erano il democristiano Rodinò, Zaniboni (l'attentatore di Mussolini che con Cianca presiedette i lavori), Spano per il Partito Comunista, il socialista Lizzadri giunto avventurosamente da Roma, Omodeo per il Partito d'Azione. Il governo di Brindisi, che non aveva potuto impedire il congresso, lo sottopose a un rigido controllo di polizia. Non voleva cedere il potere agli uomini che più legittimamente avrebbero rappresentato l'Italia democratica.

Al Congresso di Bari si chiese, in nome del popolo italiano, l'immediata abdicazione del re, vennero poste le premesse del futuro governo a base antifascista e si auspicò l’intensificazione della lotta contro i tedeschi a fianco degli Alleati.

atti del Congresso CLN Bari

La guerra non era lontana e si fece sentire anche a Sud. Proprio a Bari che era la grande base di rifornimento dell'VIII Armata, qualche settimana prima i tedeschi avevano sferrato un duro colpo. Una rapida incursione aerea sul porto: i danni furono enormi. 17 navi affondate, 1.000 uomini perduti. Ed enorme fu anche l'impressione nella gente che da settembre s'illudeva che la guerra fosse finita.

Sulle montagne, al fango era subentrata la neve. Proprio in questa stagione gli italiani cominciarono ad affluire al fronte numerosi. Per ora erano utilizzati nei servizi di retrovia. Era stato l'autunno più piovoso degli ultimi anni; s'annunciava un inverno rigidissimo. Gli Alleati non avevano immaginato che nel «paese del sole» facesse tanto freddo, ci fosse tanto ghiaccio.

I più sorpresi erano i marocchini mandati a raggiungere le posizioni in alta montagna sul fronte della V Armata. I soldati francesi, provenienti in gran parte dal Nord Africa, formavano un Corpo di spedizione al comando del generale Juin.

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Anche i polacchi affluivano al fronte, nel settore dell'VIII Armata. Avevano percorso migliaia di chilometri per arrivare, dai campi di prigionia della Russia, ad incontrarsi col nemico che da più di quattro anni occupava la loro patria. Erano pieni di ardore e di odio. Li comandava un eroe della guerra, il generale Wladyslaw Anders, e appena in linea ricevettero la visita del generale Oliver Leese che aveva sostituito Montgomery nel comando d'Armata.

Sul fronte adriatico, dopo lo sfondamento della «linea d'inverno» e l'occupazione di Lanciano e Ortona, l'offensiva alleata si era arrestata davanti ad Orsogna e al massiccio della Majella, e avrebbe ripreso soltanto in primavera. In un mese l'VIII Armata era riuscita ad avanzare oltre il Sangro appena pochi chilometri.

Infine i tedeschi erano arretrati ordinatamente sulla linea «Gustav», costruita in precedenza lungo i fiumi Rapido, Gari e Garigliano. Era una posizione fortemente organizzata e collegata ai lati con il preesistente sistema difensivo, che aveva come cardine Cassino con il colle del Monastero.

I soldati della V Armata potevano vederlo distintamente: alto, massiccio, bianco, il Monastero era lì, in cima alla collina che dominava l'accesso alla valle del Liri, da quindici secoli.

Intorno, appena fuori del sacro recinto, il monte brulicava di tedeschi, di fortini, trincee, armi da fuoco.

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Ecco la linea «Gustav» su cui Kesselring ha schierato il suo esercito. Dal quartier generale Hitler ha fatto giungere il suo ordine: «Il Führer chiede che ciascuno tenga la linea "Gustav" fino all'estremo e fa assegnamento sulla più accanita difesa di ogni metro di terreno ».

Gli americani sanno che il nemico sta osservando con mille occhi il lento strisciare delle loro Divisioni nel fondo della valle. È la vigilia della grande battaglia che durerà fino alla fine di maggio.

Il piano alleato per superare la linea «Gustav» e decidere della battaglia di Roma prevedeva lo sbarco ad Anzio di due Divisioni e di reparti d'assalto, allo scopo di sorprendere alle spalle il nemico e di puntare sulla via Appia e sulla Casilina tagliandogli possibilmente la ritirata. L'operazione doveva essere preceduta da un attacco della V Armata sulla linea «Gustav» per attirarvi il maggior numero di forze tedesche distogliendole così dalla testa di sbarco. L'offensiva ebbe inizio il 12 gennaio con attacchi del Corpo di spedizione francese a nord dello schieramento e, qualche giorno dopo, del X Corpo britannico a sud, presso la foce del Garigliano. Malgrado la violenza degli scontri i risultati furono scarsi. Al centro, lungo il basso corso del fiume Rapido, la sera del 20 gennaio il II Corpo americano doveva sferrare l'attacco principale.

L'azione fu affidata agli uomini della XXXVI Divisione, la Divisione «Texas». L'obiettivo, dall'altra parte del fiume, era il villaggio di Sant'Angelo.

Di sera, con un tempo nebbioso, i giovanotti del Texas si gettarono attraverso il Rapido sui loro fragili battelli mentre i tedeschi sparavano senza requie.

All'alba del 21 solo poche compagnie erano riuscite a passare il fiume. Si avanzava a sbalzi: per pochi metri di terreno conquistato cadevano decine di uomini.

Il 21 e il 22 gennaio furono giornate dure per i soldati rimasti al di là del Rapido. Poi i tedeschi contrattaccarono. I texani si difesero con le spalle alla corrente che portava via le loro speranze. Solo una quarantina di uomini tornarono sulla riva americana.

Più a destra, nella zona montagnosa, gli Alleati ebbero maggiore fortuna. Qui l'attacco fu sferrato insieme dal corpo di spedizione francese e dalla XXXIV Divisione americana. Si trattava di aggirare Montecassino e di conquistare l'Abbazia scendendo dall'alto.

Le fanterie francesi realizzarono nel nuovo attacco progressi molto modesti.

Anche gli americani incontrarono una resistenza accanita. Riuscirono tuttavia a gettare un ponte di barche sul Rapido a nord di Cassino e a costituire al di là piccole teste di ponte. La penetrazione entro le linee tedesche fu arrestata dal fuoco dei difensori e si limitò alla conquista del villaggio di Caira. La prima battaglia di Cassino volgeva alla fine. Per la prima volta da El Alamein i tedeschi avevano tenuto duro.

Mentre a Cassino i combattimenti infuriavano avveniva lo sbarco di Anzio.

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Erano i due momenti della stessa operazione. In quel modo la linea «Gustav» sarebbe stata presa come una noce fra le due morse di una tenaglia. La navigazione non fu disturbata. I tedeschi avevano mandato a Cassino tutte le riserve e non vigilavano le coste del Lazio.

Inglesi e americani presero terra sulle brevi spiagge ai lati della città. Calcolavano di dover combattere per impadronirsene. Ma Anzio e il suo porto caddero senza resistenza. In tutta la zona c'erano poche centinaia di tedeschi. Mai un'operazione era cominciata così favorevolmente.

1944 alleati in Anzio

Gli ordini erano di avanzare il più rapidamente possibile nell'interno perché la testa di ponte potesse vivere con i suoi mezzi, liberando la flotta per altri impieghi. Ma i capi sembravano perplessi, come se la mancata reazione tedesca li insospettisse. Invece di lanciare avanti le sue Divisioni, il generale Lucas si preoccupava soltanto di sbarcare sulle spiagge quanti più uomini e materiali fosse possibile, perdendo del tempo prezioso.

Al termine della prima giornata la testa di ponte era profonda otto chilometri, con gli americani a destra e gli inglesi a sinistra. I tedeschi ancora non si vedevano. La strada di Roma era aperta, sarebbe bastato approfittarne.

Quel grande concentramento di navi e di spiagge coperte di materiale erano un magnifico bersaglio per gli «Stukas». Hitler aveva ordinato personalmente il contrattacco. Aveva bisogno di un grande successo, e intravedeva la possibilità di ottenerlo.

Stukas in volo

Da tutte le parti i tedeschi facevano affluire i rinforzi: dall'alta Italia, dal fronte Adriatico, persino dalla «Gustav» e dal Garigliano. In tal modo, approfittando della lentezza e dei dubbi di Lucas, riuscirono a contenere la testa di sbarco. In pochi giorni gli Alleati ebbero di fronte un esercito di 70.000 uomini.

In quei giorni Alexander volle vedere con i suoi occhi i motivi del ritardo che minacciava di far fallire l'impresa. Non approvava la tattica di Lucas. Anche Clark, sebbene cercasse di scusare il comandante del corpo di sbarco, cominciava ad essere preoccupato, e lo invitò ad attaccare. Lucas non seppe fare di meglio che accumulare altro materiale sulla spiaggia esponendosi all'osservazione dei ricognitori tedeschi, a nuovi colpi e a nuove disavventure.

In questa circostanza i tedeschi misero in azione il più lungo cannone mai comparso in Italia. Si chiamava «Leopoldo»; gli Alleati lo avevano battezzato «Anzio Express». Dalla linea ferroviaria che correva ai piedi dei colli Albani i suoi colpi arrivavano fino al mare.

Compiuto il lavoro, prima che gli Alleati lo potessero individuare, veniva ritirato e nascosto in una galleria.

Era un mostro: costituiva da solo uno spettacolo di grande effetto, ma di scarsa utilità.

Finalmente il 30 gennaio Lucas si sentì in grado di sferrare l'offensiva. Mentre a sinistra gli inglesi puntavano sui colli Albani ma erano presto fermati, gli americani attaccarono verso Cisterna. La battaglia fu accanita.

Due battaglioni di «rangers» che si erano spinti troppo avanti vennero tagliati fuori e catturati in blocco. I tedeschi celebrarono vistosamente i loro successi. Era più di un anno che non facevano tanti prigionieri. Bisognava mostrarli: persuadere i romani, i quali attendevano l'arrivo degli Alleati, che la Germania era sempre la più forte. E così i prigionieri furono fatti sfilare per le vie di Roma prima di essere avviati ai campi di concentramento.

In realtà ad Anzio i tedeschi avevano ottenuto solo una vittoria tattica, pagandola molto cara. E quanto ai prigionieri il conto era almeno pari. Dopo gli ultimi scontri nemmeno le minacce di Hitler avrebbero potuto far avanzare di un metro i reparti sfiniti della Wehrmacht.

La spedizione che avrebbe dovuto risolvere il problema di Cassino, era fallita. Anche sul fronte di Anzio cominciava la guerra di posizione. Deluso, Churchill disse: «Avevo sperato di lanciare contro la terra ferma un gatto selvaggio e ora ci trovavamo sulla riva con una balena arenata ».

Fino a maggio il canale Mussolini, principale opera della tanto reclamizzata bonifica pontina, segnò il limite sud-occidentale della testa di ponte.

I colli Albani, l'obiettivo iniziale, sembravano a portata di mano come il primo giorno, ma per arrivarci sarebbero occorsi quattro mesi.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

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Il bombardamento di Cassino

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Per il governo di Salò, lo sbarco di Anzio (con la minaccia che gravava su Roma) fu un'ottima occasione per rilanciare l'esercito fascista. Tra febbraio e marzo uscirono i bandi per l'arruolamento. Non ebbero maggior successo di quelli di novembre, eppure Graziani si era impegnato a fondo.

Il ministro fascista della Guerra cercò di supplire con la solennità delle cerimonie alla deficienza delle convinzioni e delle capacità.

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Pochi generali giurarono fedeltà alla repubblica di Mussolini. I tentativi di rimettere in piedi al Nord le forze armate fallivano per la concorrenza dei tedeschi che arruolavano nei servizi del lavoro quanti più uomini potevano, e del partito fascista che preferiva ingrossare le file della milizia e delle brigate nere.

Quanto alle reclute, erano in gran parte meridionali sorpresi al Nord dall'armistizio per i quali l'arruolamento era una risorsa, e che speravano, andando al Sud, di passare le linee per tornarsene a casa. Con simili truppe non c'era da farsi molte illusioni. Mussolini ricorse alle misure estreme. I nuovi bandi, a fine febbraio, non contenevano più inviti. Parlavano di fucilazione per i disertori e i renitenti, cioè per la maggioranza dei giovani atti alle armi, molti dei quali avevano già preso la via della montagna.

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Riguardo al movimento partigiano, così Parri espone la situazione in quel periodo: 

«L'inverno fu rigidissimo, tuttavia la primavera ritrovò aumentata, allargata, questa piccola, minuscola armata partigiana che io credo si potesse calcolare alla fine del '43, nel dicembre '43, in circa una decina di migliaia di armati regolari, e che aumentò rapidamente a seguito degli stessi bandi di Graziani e degli arruolamenti che i giovani di leva tendevano a sfuggire. Come si fa? Questi gruppi di ragazzi di leva che devono essere ricoverati, istruiti, protetti, armati. Questo complicò terribilmente i problemi militari. Avevamo superato difficili contese interne, avevamo accantonato, tra noi, tra militari, la questione istituzionale, per non portare una divisione nelle nostre file; ci trovavamo ora di fronte a problemi vorrei dire normali di un esercito in formazione, di un esercito che non viene formato dall'alto, che si deve formare dal basso, che deve esso trovare le sue leggi, esso trovare i suoi modi di organizzazione militare, esso trovare il suo inquadramento politico. È allora forse che si stabilisce più chiaramente la divergenza fra la Resistenza e gli Alleati: per gli Alleati essa è un movimento che deve accompagnare, deve precedere, deve facilitare coi sabotaggi l'avanzata degli Alleati, deve permettere la difesa degli impianti, la difesa delle centrali elettriche. Per i partigiani, vi è un impegno; ed è l'impegno che, nonostante le loro divergenze, nonostante le loro lotte, finisce per unificarli. È impegno di una lotta di liberazione». 

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La stampa clandestina d'ogni tendenza rifletteva questo spirito unitario chiamando gli italiani alle battaglie ormai prossime.

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A metà febbraio, intanto, sulla testa di ponte di Anzio la stasi era stata interrotta da un forte contrattacco tedesco che il VI Corpo angloamericano, ora comandato dal generale Truscott, era riuscito a contenere con gravi perdite. Nel frattempo lo schieramento della V Armata sulla linea «Gustav» aveva subìto una variazione nel settore centrale davanti a Cassino. Il II Corpo statunitense, esausto dopo una serie di sanguinosi attacchi, era stato sostituito dal Corpo d'Armata neozelandese, al comando del generale Freyberg, che aveva il compito di conquistare il colle dell'Abbazia.

La sua mole bianca e immutabile nel mezzo della battaglia era diventata un'ossessione per gli Alleati. Un giorno il pilota di un ricognitore tornò assicurando di aver visto soldati tedeschi nel recinto del Monastero. L'unico ad esserne veramente convinto fu il generale Freyberg il quale, in vista dell'imminente attacco, ne chiese il bombardamento. Clark era persuaso del contrario; secondo lui la distruzione dell'Abbazia avrebbe favorito i tedeschi. Il generale Alexander, che aveva trasferito i neozelandesi dall'VIII alla V Armata per l'attacco a Montecassino, non poté opporsi a lungo alla richiesta di Freyberg.

Più di mille civili avevano trovato rifugio tra quelle mura secolari. Il 14 febbraio gli Alleati fecero pervenire loro un invito a lasciare subito il Monastero. Pochi vi credettero. Gli altri pensavano che forse la minaccia sarebbe bastata e nell'ipotesi peggiore contavano sulla robustezza dei muri e sulla protezione di San Benedetto.

Centoquaranta fortezze volanti, con un carico di 350 tonnellate di bombe, giunsero alle 9,45 sul Monastero.

Trecento sfollati rimasero sepolti sotto le macerie. I superstiti si abbandonarono al panico. Terminata la prima ondata, mentre alcuni cercavano scampo in rifugi più riparati, altri come impazziti correvano all'aperto.

Era cominciato, dopo, il fuoco dell'artiglieria. Centinaia di pezzi erano concentrati sull'Abbazia e sparavano sulle sue rovine e sulle pendici del monte. Molti profughi furono uccisi mentre fuggendo credevano di salvarsi.

La seconda ondata giunse verso mezzogiorno. Questa volta anche le poderose mura esterne cedettero aprendosi in larghe brecce. Alle due e un quarto era finito, poi il fumo si dissolse e si vide tutto.

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Il bombardamento di Cassino ha provocato aspre polemiche. Questo è il giudizio del generale Clark: 

«lo fui sempre dell'avviso che dovevamo prendere Cassino senza distruggere il prezioso edificio dell'Abbazia. Quando arrivammo in Italia, ci si pose subito l'alternativa di rispettare i monumenti storici e le opere d'arte o di bombardarli. Se i tedeschi se ne servivano provocando la morte di americani o di inglesi, noi li distruggevamo. Ma nel caso dell'Abbazia, davanti alla quale, a pochi chilometri, le truppe americane avevano passato alcuni mesi, io ero dell'avviso che la sua distruzione non avrebbe arrecato nessun vantaggio dal punto di vista militare, dato che l'esperienza ci aveva insegnato che ogni qualvolta avevamo distrutto un grosso edificio, le macerie erano servite ancor meglio al nemico come riparo e difesa. Feci un'inchiesta dopo la distruzione dell'Abbazia, e nel corso dei colloqui che ebbi con il Santo Padre, con Pio XII, e con i miei uomini dello spionaggio, potei appurare che i tedeschi non si erano serviti dell'Abbazia, ma che dopo che noi l'avevamo distrutta essi ci si installarono ». 

Il bombardamento dell'Abbazia fu un inutile errore psicologico e un atto di stupidità tattica, come disse un generale alleato. Freyberg non seppe neppure approfittarne. Invece di mandare i suoi uomini all'attacco delle rovine prima che i tedeschi vi mettessero piede, perse tempo in azioni marginali. Così il Monastero divenne una fortezza praticamente imprendibile.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Cassino, la più terribile battaglia della “Campagna d'Italia”

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La conquista del Monte Marrone da parte del battaglione alpini “dell’esercito del Sud” Il 18 aprile 1944, il Raggruppamento motorizzato italiano si trasforma in C.I.L. (Corpo italiano di liberazione).

1943 CIL Montelungo

S'avvicinava la primavera: il paese di Cassino e sul monte lo scheletro dell'Abbazia sbarravano ancora agli Alleati la strada di Roma. Il maresciallo Kesselring si sentiva padrone della situazione. Aveva schierato sulla «Gustav» i paracadutisti del generale Heidrich, i terribili «diavoli verdi» che gli inglesi avevano già conosciuto in Sicilia e ad Ortona. A Cassino avrebbero confermato la loro fama.

Alla vigilia del nuovo attacco, la V Armata ebbe un ospite di riguardo: il generale De Gaulle, capo della Francia libera, che teneva moltissimo alla presenza in prima linea delle truppe francesi. Un loro successo in battaglia avrebbe rinforzato la posizione del generale nei confronti degli Alleati e il suo prestigio agli occhi dei francesi.

Nelle retrovie del fronte i primi ad accorgersi dell'offensiva imminente furono gli abitanti rimasti nei paesi da evacuare. Non c'è requie per chi viene a trovarsi sulla strada della guerra. E sul fronte di Cassino la guerra camminava molto piano.

Si sgombera, si va più a sud e chissà quando si potrà tornare. I paesi che si vuotano sono condannati. Il 15 marzo i comandi alleati decisero di distruggere Cassino per poi conquistare di slancio la città diventata la tomba dei suoi difensori. Nelle immediate retrovie i comandi alleati presero gli ultimi accordi in vista dell'operazione. Sotto la tenda, attorno ad una carta topografica furono scambiate queste parole:

Generale americano: «Signori, sappiamo tutti lo scopo di questa operazione contro Cassino». 

Ufficiale americano: «Le cose andranno così, signore. L'attacco sarà iniziato dai bombardieri medi, cominciando con "B 25" dell'aviazione tattica. Seguiranno, a ondate successive, i bombardieri pesanti con intervalli di 15 minuti. Dopo i bombardieri, i "B 26" completeranno l'attacco ». 

Ufficiale inglese: «C'è solo un altro punto che vorrei mi fosse chiarito, signore, e cioè: l'esercito sa con precisione quando si deve ritirare da Cassino prima dell'attacco?».

Altro ufficiale americano: «Sì, intendiamo ritirarci dalla periferia della città questa sera. La linea del bombardamento sarà press'a poco qui e noi saremo bene al di qua di essa prima che faccia buio». 

In prima linea c'era ancora il Corpo neozelandese il cui comandante, generale Freyberg, aveva chiesto il bombardamento giudicandolo indispensabile per la conquista di Cassino. Un mese prima egli aveva detto la stessa cosa per giustificare la richiesta di distruggere l'Abbazia.

Dall'osservatorio di Cervaro, distante quattro chilometri, Alexander, Clark e Freyberg assistevano al terrificante bombardamento.

L'attacco aereo finì a mezzogiorno, e in quello stesso momento cominciarono le artiglierie.

Mai dall'inizio della guerra in Italia c'era stata una così massiccia preparazione di fuoco. 1.300 tonnellate di bombe, 200.000 colpi d'artiglieria caddero in sette ore su Cassino. I crateri delle esplosioni erano tanto profondi che i carri «Sherman», mandati ad aprire la strada alle fanterie, dovettero arrestarsi in periferia.

Un profondo silenzio avvolgeva Cassino quando le avanguardie neozelandesi giunsero alle prime case della città. I tedeschi erano stati decimati dal bombardamento, ma alcuni reparti si erano salvati. Nelle cantine più resistenti e nei «Bunker» d'acciaio e di cemento molti veterani della Divisione paracadutisti erano ancora ai loro posti e aspettavano l'assalto.

In tre giorni i neozelandesi occuparono quasi due terzi dell'abitato. Ma non avevano più la forza per il balzo conclusivo. I bombardamenti, se ne aveva la conferma, non bastavano per espugnare una città difesa da gente risoluta.

Il 23 marzo, con i reparti ormai stremati, Freyberg fece un ultimo tentativo contro i caposaldi ancora occupati dai tedeschi. Il generale Heidrich ordinò un'altra volta il contrattacco, anche con carri armati.

Come a Stalingrado ci si batté di strada in strada, di casa in casa.

I paracadutisti rioccuparono alcuni caposaldi e i neozelandesi non insistettero.

Al tramonto la terza battaglia di Cassino era finita.

Heidrich poteva dirsi soddisfatto: le sue truppe erano riuscite a tenere il margine della città a ridosso del monte.

Era il momento di andare a raccogliere i morti e i feriti.

Freyberg aveva fidato troppo sulla potenza dei bombardamenti: poi aveva mandato avanti un reparto dietro l'altro, invece di sviluppare l'azione simultaneamente in più punti. In otto giorni le sue Divisioni avevano perduto 1.600 uomini. I tedeschi molti di più, ma continuavano a tenere il terribile monte e a sbarrare la strada di Roma.

Dal 15 al 23 marzo gli attacchi delle Divisioni neozelandese e indiana si erano sanguinosamente infranti di fronte alla disperata resistenza tedesca. Una settimana più tardi, nel gruppo delle Mainarde a nord di Cassino, entrava nuovamente in azione il Raggruppamento motorizzato italiano, tornato in linea ai primi di febbraio nel settore di contatto tra V e VIII Armata, alle dipendenze del Corpo di spedizione francese e poi del II Corpo polacco. Obiettivo assegnato ai soldati del Raggruppamento era la conquista di Monte Marrone.

Alto quasi 2.000 metri e coperto di neve, il monte ha l'aspetto di un massiccio alpino, roccioso e tormentato. La sua conquista avrebbe assicurato il controllo di una strada di rifornimento per Cassino.

All'alba del 31 marzo gli alpini del Raggruppamento mossero all'attacco scalando la montagna come i loro padri nel Trentino durante la prima guerra mondiale.

I tedeschi non si aspettavano un attacco da quella parte; così gli alpini, conquistata la cima, ebbero tutto il tempo di organizzarvi un caposaldo.

Qualche giorno dopo un contrattacco nemico venne respinto con molte perdite. La battaglia di Monte Marrone fu breve, ma non inutile. Gli italiani impararono ad avere maggior fiducia in se stessi.

Il generale Boschetti, riassume così la situazione del nostro esercito di quell'epoca: 

«Dopo la conquista del Monte Marrone da parte del battaglione alpini, gli Alleati si decisero finalmente ad autorizzare la nuova denominazione del Raggruppamento motorizzato che si trasformò, il 18 aprile, in Corpo italiano di liberazione.

Non era semplicemente un cambio di nome, perché questa trasformazione aveva un duplice significato: da una parte era il riconoscimento ufficiale dello sforzo militare fatto dall'esercito italiano per la guerra di liberazione, dall'altra questa nuova denominazione permise il rafforzamento del CIL che passò da circa 8.000 uomini a 16.000 uomini. Il generale Utili, che già comandava il Raggruppamento motorizzato, assunse anche il comando del Corpo italiano di liberazione». 

La partecipazione italiana alla guerra cominciava ad avere una sua consistenza. Nella seconda metà di aprile il CIL passò definitivamente all'VIII Armata, inquadrato nel Corpo britannico del generale Mac Creery. Il comando era a Colli nell'alta valle del Volturno, dove il generale Utili ebbe, pochi giorni dopo, la visita del comandante d'Armata generale Leese. Ora il settore affidato agli italiani andava dalle Mainarde a Castel San Vincenzo.

Qualche settimana più tardi il principe Umberto andò a ispezionare il fronte italiano e le truppe del Corpo di liberazione.

Era un segno di grandi mutamenti nel governo e in Casa Savoia.

Il re aveva finalmente deciso di rinunciare al trono e Umberto si preparava ad assumere il titolo di Luogotenente. Visitava il fronte nella sua veste di comandante del nuovo esercito regio.

Per la battaglia decisiva i capi alleati raccolsero a Cassino ed a Anzio un impressionante concentramento di forze.

Ai primi di maggio la V Armata e quasi tutta l'VIII erano pronte per l'offensiva: oltre 28 Divisioni alleate contro 23 tedesche. Soltanto davanti alla linea «Gustav» erano allineate 2.000 bocche da fuoco, una ogni 20 metri. Fino a quel giorno, il più grande spiegamento d'artiglieria della guerra in Italia.

Nel settore dell'VIII Armata due Corpi britannici e il Corpo polacco avevano il compito di attaccare sull'alto Rapido, verso il colle dell'Abbazia e nella valle del Liri e di sfondare la «Gustav» e la retrostante linea «Hitler» puntando quindi su Roma lungo la via Casilina.

Nella parte meridionale del fronte, verso il Tirreno, la V Armata doveva attaccare con il Corpo di spedizione francese e il II Corpo americano sui Monti Aurunci e sul basso Garigliano, per avanzare poi sulla via Appia verso Roma e lungo la costa in direzione di Anzio.

Il piano operativo generale prevedeva inoltre, a distanza di pochi giorni, un'offensiva in forze sulla testa di ponte di Anzio. Obiettivo principale di questo attacco combinato era la conquista di Velletri sulla via Appia e di Valmontone sulla Casilina, per tagliare al nemico le vie di rifornimento e di ritirata, e impedirgli di attestarsi sulla linea «C» ultimo sbarramento davanti a Roma.

Alle ore 23 dell'11 maggio Radio Londra diede il segnale dell'attacco.

Il compito di conquistare l'Abbazia di Montecassino spettava ora ai polacchi del generale Anders.

Avevano chiesto di battersi nel tratto più infuocato del fronte perché tutto il mondo sapesse della loro presenza e del loro coraggio.

All'alba del 12 maggio essi andarono all'assalto.

I paracadutisti di Heidrich erano ancora alloro posto, fra le macerie del Monastero, con le armi puntate. La famosa quota 593, il monte Calvario, fu ancora una volta teatro di terribili combattimenti. Polacchi e tedeschi se la contesero fino all'estremo, poi Anders fu costretto a ritirare i suoi soldati.

Nella valle del Liri l'artiglieria tedesca tentava di reagire.

Tutto il fronte era in fiamme, da Cassino al mare.

Al centro, lungo il basso Rapido, inglesi, canadesi e indiani attaccarono contemporaneamente ai polacchi, entrando, due giorni dopo, a Sant'Angelo.

Davanti a questo villaggio in gennaio gli americani del Texas avevano avuto tante perdite. Adesso erano vendicati.

Oltre Sant'Angelo, nella valle, la resistenza continuava accanita. La linea «Gustav» non era ancora infranta.

Lo sfondamento avvenne in un punto che sorprese i tedeschi: a sud del fiume Liri, sui dossi brulli degli Aurunci, dove i marocchini avevano attaccato con furia selvaggia.

A quaranta ore dall'inizio della battaglia il cardine meridionale della porta di Cassino, che a nord i polacchi si preparavano ad attaccare di nuovo, stava già saltando. La breccia era aperta.

La sera del 13 maggio Castelforte e Santi Cosma e Damiano caddero nelle mani dei francesi del generale Juin, che poi si lanciarono avanti per prendere alle spalle il nemico che fronteggiava gli inglesi nella valle del Liri.

La manovra ebbe successo.

Nel fondovalle i tedeschi dovettero arretrare per non essere tagliati fuori, e i soldati del XIII Corpo britannico poterono avanzare sulla via Casilina, minacciando sul fianco i difensori dell'Abbazia.

Colti di sorpresa dalla violenza dell'attacco, i tedeschi cedevano.

Proprio in quei giorni i loro comandanti, generali Vietinghoff e Von Senger, erano in licenza in Germania. Questo accrebbe la confusione.

Quando tornarono, la battaglia era ormai perduta. L'ultimo assalto al Monastero fu sferrato dai polacchi il 17 maggio. Ci si batté ancora disperatamente sul Monte Calvario e sulla Cresta del Fantasma.

I paracadutisti tennero tutta la giornata. Ma la notte seguente dovettero ritirarsi.

Quando la mattina del 18 i polacchi del reggimento Podolski entrarono nell'Abbazia, vi trovarono solo dei morti e dei feriti. La lotta per Montecassino era durata quasi cinque mesi ed era costata alle due parti decine di migliaia di vite. Sulle rovine silenziose sventolava la bandiera bianca e rossa dei polacchi, ma senza allegria.

La stessa mattina anche Cassino cadeva in mano agli Alleati. Vi entrarono gli inglesi del XIII Corpo.

In quel mare di rovine c'erano ben pochi superstiti, ormai.

Per ritardare fino all'ultimo la marcia dei vincitori, i tedeschi avevano lasciato indietro alcuni uomini. Affranti, inebetiti, che cosa sapevano ormai della guerra, e del perché si trovavano fra quelle rovine?

Proprio davanti all'Abbazia ricostruita, nel luogo dei combattimenti più sanguinosi, si trova il cimitero militare polacco.

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A Montecassino, sulla collina del Calvario detta anche Quota 593, due grandi aquile di marmo dominano l'ingresso del cimitero polacco di guerra e sulla stele di travertino, che ricorda i mille e più morti, c'è scritto: «Noi, soldati polacchi / per la nostra libertà e la vostra / abbiamo dato le anime a Dio / i corpi all'Italia / i cuori alla Polonia».

Il generale Anders, morto a Londra il 12 maggio 1970, è seppellito, secondo la sua volontà, nel cimitero militare polacco di Montecassino, a fianco dei suoi compagni caduti in battaglia.

generale Wladyslaw Anders

Nel '44 era un generale giovane, animoso e brillante.

Per i polacchi sfuggiti al giogo tedesco, era un eroe, rappresentava le speranze della patria. Come i suoi soldati qui raccolti, aveva fatto un lungo cammino per venire a combattere in Italia. Da Varsavia, attraverso i campi di prigionia della Russia, fino a Montecassino. Dice la leggenda dei soldati polacchi di Anders: «Abbiamo dato la nostra fede a Dio, il nostro cuore alla Polonia, il nostro sangue all'Italia».

Il generale così rievocava, vent’anni dopo, i giorni della battaglia, in visita al cimitero polacco: 

«È molto difficile, oggi, immaginare quel che succedeva qui attorno, in questo posto. È rimasto soltanto un cimitero. Non c'erano alberi, c'era l'inferno, c'era il fuoco.

La sera del 17 maggio del '44, i tedeschi furono sconfitti. Abbiamo avuto perdite enormi e queste vite perdute sono sepolte qui. Abbiamo sotterrato anche 900 tedeschi che giacevano sul campo, morti gli ultimi due giorni.

Vi erano state prima tre grandi battaglie vinte dai tedeschi. Alla quarta battaglia, cui partecipò anche il II Corpo polacco (quando già l’Abbazia era stata distrutta), noi dovevamo aprire le porte della strada per Roma. I combattimenti furono eccezionalmente aspri, ma non poteva essere diversamente perché avevamo di fronte soldati molto bravi.

Soltanto il 17 maggio i tedeschi furono sconfitti e si ritirarono sulla seconda posizione in direzione di Roma». 

Ora Cassino non era altro che un nodo stradale sulla contesa via Casilina, dove s'incrociavano le autocolonne alleate che portavano uomini e rifornimenti sulle nuove linee di combattimento.

Passando fra quelle rovine, i soldati non riuscivano a capacitarsi come in quel breve spazio bianco di polvere si fosse svolta la più terribile battaglia della Campagna d'Italia.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Mussolini si incontra con Hitler

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Al Nord Mussolini otteneva intanto di incontrarsi con Hitler che non vedeva dal settembre, e che finora aveva sempre eluso le sue richieste di colloquio. Mussolini avrebbe voluto essere riconosciuto come un vero alleato e chiedeva che la Germania lasciasse maggiore autonomia all'Italia fascista e aiutasse il suo riarmo.

Hitler Mussolini al Brennero

Questa volta Hitler ascoltò il suo interlocutore; non per questo modificò il suo atteggiamento elusivo e diffidente. Egli contava soltanto sulle armi tedesche e su se stesso.

Il convegno durò due giornate. Poi Mussolini andò a visitare il campo di Grafenwohr dove una prima unità fascista, la Divisione «San Marco» di dodicimila uomini, stava ultimando l'addestramento.

Mussolini sentì finalmente di riavere un pubblico. Agli uomini schierati disse che la patria contava su di loro, parlò come al solito di vittoria, poi parti riconfortato, illuso come sempre dalle sue stesse parole e dalle calorose strette di mano di Hitler.

I «Lager» degli internati militari italiani in Germania e in Polonia erano ben diversi dal campo di Grafenwohr. Ospitavano non 12.000, ma 600.000 uomini che non volevano ascoltare le prediche e le minacce dei propagandisti nazisti. Sarebbe bastato poco per uscire da quei recinti di filo spinato, controllati da guardiani spietati sempre all'erta sulle torrette, dove era già trascorso un inverno lunghissimo, mentre il corpo si indeboliva e l'animo era turbato da altre parole, da altri richiami.

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Queste frasi di una lettera scritta da una madre al figlio prigioniero, bastano a rievocare la drammaticità di certi dilemmi: 

« ... semplicemente se tu volessi prestare attenzione a questa preghiera. Ho ottant'anni, sono sola al mondo, non ho che te. Ti scongiuro, ti prego in ginocchio di tornare, di firmare qualsiasi cosa, ma di tornare. È tua madre che ti prega, è tua madre che ha diritto di rivederti prima di morire. Adesso non potrai dire che ci sono ancora dei doveri, con tutta la confusione che è nata ... ».

 Sarebbe bastato firmare un breve modulo per arruolarsi nell'esercito fascista o anche soltanto nei servizi del lavoro, e voltare le spalle a quel mondo di morte.

Furono poche migliaia quelli che accettarono, una percentuale minima. Eppure gli appelli continuavano, incalzanti, mentre le condizioni di vita nei campi diventavano sempre più dure e tristi. La fame, il freddo, il tempo che non passa. Ogni giorno uguale all'altro con le stesse operazioni, gli stessi gesti, le stesse parole, e lo stesso sentimento d'attesa, mentre la speranza e la memoria svaniscono. E ad ogni ora la vista degli stessi simboli di schiavitù e di morte.

La resistenza degli internati militari s'aggiungeva così a quella dei partigiani e dei perseguitati politici che finivano nei campi di sterminio, o che aspettavano le torture e la morte nelle celle delle prigioni nazifasciste. Uomini e donne emersi in gran parte dall'anonimato, operai, contadini e borghesi, uniti in un'identica lotta.

Tra di essi gli ebrei ritrovavano il loro posto nella comunità nazionale da cui una legge servile e impopolare li aveva crudelmente divisi.

Tutta l'Italia resisteva sopportando il peso della guerra che si faceva sempre più gravoso.

Sulle città del Nord infierivano i bombardamenti. Gli attacchi alleati erano diretti contro le linee di comunicazione dei tedeschi, come avvenne in marzo a Firenze, ma spesso interi quartieri andavano in rovina, case e monumenti scomparivano.

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In quel periodo, il bombardamento più micidiale e inaspettato si ebbe a Treviso il 7 aprile, venerdì santo. I morti furono migliaia e il centro storico rimase interamente distrutto. Mai una città italiana era stata colpita con tanta violenza. Ci vollero settimane per disseppellire le vittime dalle macerie. E si ripetevano le scene di miseria, di avvilimento, di dolore.

Pochi giorni dopo, nel palazzo municipale di Salerno, si riuniva il nuovo governo del Sud, uscito dalla crisi determinata dalla decisione del re di trasferire i suoi poteri al figlio con la liberazione di Roma. Ne facevano parte alcuni «leaders» antifascisti, tra cui Togliatti, rientrato il mese prima dalla Russia, che aveva contribuito alla crisi dichiarandosi subito disposto a collaborare con la monarchia, contrariamente a tutti gli altri partiti.

Era ancora un governo di guerra, che aveva per scopo principale l'intensificazione della guerra contro i tedeschi; ma le sue basi poggiavano sulle forze democratiche, quelle che si ispiravano alla tradizione e quelle che venivano dalla Resistenza.

Badoglio restava primo ministro.


Il giorno stesso, a Ravello, il maresciallo presentò al re i nuovi ministri con una generica dichiarazione che sostituiva la consueta formula di giuramento.

Il sovrano fu particolarmente cordiale con Benedetto Croce. Il vecchio filosofo, che rappresentava l'Italia liberale, era per molti la persona che garantiva la continuità dello Stato.

Non lontano da Salerno, proprio in quel tempo il Vesuvio aveva dato spettacolo.

La lava che scendeva alla velocità di 300 metri all'ora, su un fronte molto largo, investì il paese di San Sebastiano e vi passò sopra distruggendolo. Nuovi profughi si aggiungevano a quelli della guerra, ancora tribolazioni per chi abitava sulle pendici del vulcano.

Udendo i primi rimbombi durante la notte, chi si trovava a Napoli aveva creduto che i tedeschi, sfondato il fronte a Cassino, stessero tornando in città.

Fu l'ultima eruzione del Vesuvio, uno spettacolo indimenticabile per gli Alleati. Di lì a poco, più a nord, altre esplosioni e altri boati si sarebbero fatti sentire.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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L'attacco alla linea Gotica

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Un segno che la guerra volgeva ormai al peggio per i tedeschi fu l'attentato contro Hitler nel suo stesso quartier generale: il mito della fedeltà tedesca era infranto. Proprio quel giorno Mussolini, terminato un nuovo giro d'ispezione ai campi d'addestramento delle Divisioni fasciste in Germania, giungeva a Rastenburg. Non era il momento più adatto per una visita. L'incontro fu breve: Hitler aveva fretta di congedare gli ospiti per dedicarsi personalmente alla repressione della congiura.

Se il Führer riuscì nel suo intento, Mussolini invece non fu capace di reprimere la ribellione partigiana che dalla primavera fiammeggiava in tutta l'Italia ancora soggetta ai tedeschi. Ormai i partigiani erano un esercito che si batteva in campo aperto.

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Così ne parlò Parri:

«L'estate del '44 segna il momento della maggiore maturità dello sviluppo militare della lotta partigiana. È il momento delle zone libere che si costituiscono press'a poco in quasi tutto l'arco alpino e appenninico. Merita un cenno particolare quella di Monte Fiorino che ha resistito più delle altre e ha dato luogo ad una battaglia campale tra le più belle della lotta partigiana. Ma quante altre, quante altre in tutte le Alpi venete fino alla Carnia al Cadore e infine a quella più nota, la meritatamente nota Repubblica dell'Ossola. L'ultima forse in ordine di tempo fu quella di Alba. Siamo arrivati all'ottobre, prossimi alla fine di questa fase militare della lotta partigiana nel suo massimo sviluppo. Si era cominciato forse con 80.000 arruolati nelle formazioni regolari e alla fine si arrivò vicino ai 200.000».

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I tedeschi hanno perduto il controllo della situazione.

Nelle Langhe ad esempio il popolo collabora alla luce del sole coi partigiani per preparare un campo d'aviazione su cui saranno lanciati i rifornimenti.

I lanci, una parola densa di ricordi per la collaborazione tra gli Alleati e la Resistenza italiana. Dipende dalla quantità dei rifornimenti il passaggio dalla guerriglia alla guerra dichiarata. I rapporti fra l'esercito partigiano e quello alleato si fanno più stretti. Non si lanciano soltanto armi e munizioni, ma anche uomini, per i collegamenti e l'organizzazione. La liberazione di Roma e l'avanzata alleata che fa sperare in una rapida fine della guerra in Italia, mettono in fermento il fronte partigiano del Nord. Si costituisce il Corpo Volontari della Libertà per l'unificazione e il coordinamento dello sforzo militare; il CLN di Milano diventa CLN dell'Alta Italia (CLNAI).

Ma il Comando Supremo alleato sembra non capire che il momento è favorevole, che il nemico preso tra due fuochi è in crisi, e perderà la grande occasione. ..

L'operazione «Anvil», che Clark definì uno degli errori più gravi della guerra, era in corso.

Lo sbarco in Provenza fu un'azione facile ma inutile.

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Non influì sugli sviluppi delle operazioni in Francia e nello stesso tempo, sottraendo al fronte italiano due Corpi d'Armata, consentì a Kesselring di organizzarsi sulla terribile linea «Gotica».

Il generale Truscott espose il suo punto di vista in proposito: 

«All'epoca della conquista di Roma, sia il generale Alexander che il, generale Wilson sottoposero una proposta ai capi degli Stati Maggiori riuniti, cioé alle autorità inglesi e americane che dirigevano lo sforzo bellico. La proposta era questa: abbandonare l'operazione "Anvil", che prevedeva l'invasione della Francia meridionale, per dedicare tutti gli sforzi alla cacciata dei tedeschi dall’Italia e a un’avanzata nei Balcani.

Alexander e Wilson erano del parere che l'invasione della Francia meridionale, tanto tempo dopo lo sbarco in Normandia non, sarebbe stata di grande aiuto per l'operazione attraverso la Manica. Ma il generale Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate, decise che l'invasione della Francia meridionale era invece essenziale per appoggiare lo sbarco principale in Francia e fu per questa ragione che i capi degli Stati Maggiori riuniti non tennero conto della proposta dei generali Alexander e Wilson». 

«Tatticamente l'operazione "Anvil" determinò un rallentamento delle operazioni in Italia, senza produrre alcun risultato positivo».

«lo non posso dar torto ad Eisenhower per aver voluto assicurarsi il più possibile le spalle, militarmente parlando; ma penso che la situazione strategica in Italia sarebbe stata migliore se avessero lasciata intatta la V Armata ». 

«Eravamo ben piazzati, avevamo avanzato fino all'altezza di Firenze e avevamo l'ultima linea tedesca già davanti a noi.

A questo punto la decisione di togliere, se ben ricordo, tre Divisioni americane e l'intero Corpo di spedizione francese per l'operazione "Anvil" ridusse enormemente il nostro potenziale: non avevamo più la forza né la potenza, per proseguire». 

Churchill non si rassegnava ad accantonare tutte le speranze che aveva riposto nella Campagna d'Italia. Quando arrivò in visita nella penisola, alla vigilia dello sbarco in Provenza, il fronte era fermo, ma il vecchio uomo politico contava che i suoi generali l'avrebbero presto rianimato.

Churchill era stato un tenace avversario dell'operazione «Anvil». Ormai era troppo tardi per fermarla; venendo in Italia egli voleva vedere di persona se fosse rimasta qualche possibilità di attuare ugualmente un suo vecchio piano che aveva proposto con insistenza come alternativa all'«Anvil».

In questo caso la guerra nel nostro Paese sarebbe forse finita prima di Natale.

L'idea di Churchill, che risaliva al tempo della conferenza di Teheran, era di forzare con tutti i mezzi disponibili la linea «Gotica» nel settore adriatico, irrompendo quindi nella valle del Po verso Trieste e il Friuli. Da qui poi, con l'appoggio di un'operazione anfibia contro la penisola istriana, avanzare per i valichi con l'Austria e la sella di Lubiana, allo scopo di tagliar fuori le forze tedesche nei Balcani minacciando da quella parte la Germania. Era un piano brillante, ma per attuarlo occorreva il consenso di Roosevelt e di Stalin.

«Col passar del tempo, vari fattori intervennero in senso sfavorevole al progetto di Churchill, che anch'io sostenevo. Uno era che i francesi non volevano partecipare a quell'operazione, perché naturalmente preferivano lo sbarco in Provenza; secondo, sembrava che gli Stati Uniti avessero una vera fobia per i Balcani.

In realtà, gli americani non intendevano rimettere in discussione le intese raggiunte con i russi, i quali erano sempre stati contrari a grandi operazioni angloamericane nei Balcani. E così ogni sforzo al di là dell'Adriatico avrebbe dovuto essere completamente a carico degli inglesi. Inoltre ci trovavamo di fronte a un altro problema, ed era quello del potenziale umano.

Il potenziale umano in quel momento era piuttosto scarso.

C’era poi il problema dei mezzi da sbarco. Tutto dipendeva dal fatto che potessimo avere abbastanza mezzi da sbarco.

Ma quando a Washington i capi degli Stati Maggiori riuniti fecero il calcolo dei mezzi disponibili, si arrivò alla conclusione che si sarebbe dovuto permettere lo spostamento di una sola Divisione». 

Il piano di Churchill falliva per cause indipendenti dalla strategia militare. Intanto, dopo la battaglia di Firenze con cui si era concluso il loro ripiegamento nell'Italia centrale i tedeschi si erano attestati su una linea di sicurezza all'incirca dall'Arno al Metauro.

La linea «Gotica» era più indietro, solido sistema difensivo da Viareggio a Pesaro per Lucca, Pistoia, fiume Sieve, La Verna, fiume Foglia, con un margine posteriore fortificato da Massa Carrara a Rimini per i principali passi appenninici.

1943 44 carta geo avanzata alleati Italia

Le operazioni preliminari dell'attacco alla «Gotica» cominciarono a fine agosto e, nel settore della V Armata, condussero in pochi giorni alla liberazione di Pisa e Lucca.

Gli americani presero contatto con la linea di resistenza tedesca presso Viareggio e nella zona di Pistoia concentrando quindi i loro sforzi sulle montagne del settore centrale.

Ai primi di settembre le truppe del generale Clark avanzarono lungo la direttrice Firenze-Bologna, allo scopo di avvicinarsi alle forti difese nemiche per attaccarle poi frontalmente.

Sul fronte adriatico la linea del Metauro fu varcata il 27 agosto, ma lo slancio dell'VIII Armata andò presto spegnendosi davanti all'accanita resistenza tedesca e malgrado l'arrivo di nuovi potenti mezzi corazzati, come il carro «Churchill».

Il vecchio Winnie era anch'egli in linea, in quei giorni, prima di lasciare l'Italia. Forse rincorreva ancora sul filo delle colline, dietro le quali già s'intravedeva la pianura romagnola, un sogno che stava tramontando.

Laggiù erano le prime difese della «Gotica», la linea temuta che ora, all'approssimarsi dell'autunno, mostrava la sua faccia arcigna.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Il bando Alexander e l’accordo Wilson

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Con il fronte fermo e mentre s'inaspriva la repressione nazifascista, cominciava per la Resistenza italiana il periodo più duro. Il 13 novembre il generale Alexander aveva rivolto ai partigiani un proclama invitandoli a sospendere le operazioni su larga scala e a riservarsi per la ripresa primaverile. Egli annunciava, inoltre, che gli Alleati avrebbero dovuto ridurre gli aviolanci di armi e rifornimenti.

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Non era un vero e proprio ordine di smobilitazione, ma avrebbe potuto lo stesso mettere in crisi tutta la Resistenza. I giornali fascisti esultavano, il momento era difficile.

Raffaele Cadorna, comandante del CVL così commentò il bando Alexander:

«Le direttive radiodiffuse dal maresciallo Alexander trovavano la loro ragione di essere nel fatto che, sospesa la offensiva alleata contro la linea "Gotica", non vi era ragione di esporre sia le formazioni partigiane che le popolazioni ad una inutile rappresaglia. Giunsero però in ritardo rispetto alla situazione di fatto in quantoché a quell'epoca in seguito ai duri rastrellamenti subìti, alle difficoltà climatiche e di rifornimenti, talune formazioni che erano state particolarmente esposte, avevano dovuto disperdersi o si erano spostate in territori più favorevoli. D'altra parte occorre dire che un comando che si rispetti, in una situazione moralmente tanto delicata quale quella che si era presentata, non poteva che fare un gesto di fermezza, riaffermare cioè la necessità di continuare la lotta, anzi, di intensificarla.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, cui faceva capo tutta la Resistenza, reagì energicamente. Ogni interpretazione pessimistica del bando Alexander fu controbattuta. I partigiani non sarebbero tornati a casa, non avrebbero riposto le armi. Avrebbero soltanto limitato la loro attività, conformemente alla stagione, poco adatta a grandi operazioni. Il Comitato approfittò anzi dell'occasione per stabilire rapporti giuridicamente più precisi e definitivi con gli Alleati. Questi vedevano il movimento partigiano soltanto in funzione delle necessità militari del fronte; il CLN voleva invece dargli una fisionomia autonoma in vista della liberazione dal nazifascismo. Tuttavia gli interessi in comune erano molti: gli Alleati avevano bisogno del movimento partigiano per tenere impegnato al Nord il maggior numero di tedeschi; i partigiani avevano bisogno degli anglo-americani per i loro rifornimenti ». 

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Resistenza e Alleati dovevano trovare un'intesa. Il documento che la sancì prevedeva la subordinazione del Corpo volontari della libertà (espressione militare del CLN Alta Italia) agli Alleati. In cambio questi s'impegnavano ad aiutare il movimento partigiano nella lotta contro i tedeschi e i fascisti. Si chiamò «accordo Wilson» dal nome del Comandante supremo del Mediterraneo che firmò i protocolli. La cerimonia della firma avvenne al Grand Hotel di Roma il 7 dicembre; i colloqui preliminari si erano svolti, nelle due settimane precedenti, al palazzo reale di Caserta, dov'era il comando del XV Gruppo di Armate.

La delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia era composta da Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta, e da Edgardo Sogno su richiesta degli Alleati.

Edgardo Sogno così giudicò quel patto: 

«L'accordo Wilson sul momento fu giudicato in modo contrastante. Alcuni lo ritennero un importante riconoscimento del movimento partigiano da parte del Comando alleato; secondo altri, invece, fu un accordo "capestro", un accordo attraverso cui gli Alleati e indirettamente il Governo di Roma, imbrigliarono il movimento partigiano arrestandone lo slancio rivoluzionario e riformatore.

Molti nel Comitato di Liberazione avevano la sensazione che i comandi alleati non comprendessero la nostra volontà di rinnovamento sociale e politico del Paese e anche che non tenessero in alcun conto il nostro sforzo militare.

L'accordo Wilson, con le disposizioni per l'insurrezione, per l'antisabotaggio, per la collaborazione coi Comandi alleati e con le missioni alleate e anche con la concessione di un contributo finanziario, espresse in modo chiaro l'apprezzamento del comando alleato per il movimento partigiano italiano.

Quando però ritornammo al Nord non tutti furono di questo parere. Secondo molti nel Comitato di Liberazione, noi avevamo sottoscritto un accordo "capestro", un accordo che ci legava le mani perché soprattutto avevamo preso l'impegno di obbedire all'ordine di sciogliere e di disarmare. In realtà una rivoluzione quando è matura è possibile; non si arresta con un pezzo di carta. Noi, poi, al Sud avevamo potuto renderci conto che gli Alleati erano decisi ad impedire qualsiasi sviluppo rivoluzionario e che avevano i mezzi per farlo senza difficoltà.

L'impegno che avevamo sottoscritto quindi non era, non si poteva considerare una gravosa condizione, ma semplicemente il riconoscimento di una situazione di fatto, mentre, d'altra parte avevamo ottenuto un importante riconoscimento, un contributo economico e anche delle assicurazioni verbali, sulla Valle d'Aosta e su Trieste.

In un giudizio più pacato, io credo si possa ritenere che l'accordo Wilson sia stata un'affermazione e un successo della Resistenza italiana».

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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Partigiani e Gruppi di combattimento in azione

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

      Negli stessi giorni in cui la missione del CLN Alta Italia si trovava a Roma, per le strade della capitale sfilarono le rappresentanze dei Gruppi «Cremona» e «Friuli», che andavano al Nord per l'impiego al fronte. Erano le prime grandi unità del risorto esercito italiano, nate dal potenziamento del Corpo di liberazione e dalla sua trasformazione in sei Gruppi di combattimento forti ciascuno di circa diecimila uomini. Quel giorno i romani applaudirono un esercito nuovo, nuovo dagli elmetti alle divise, bene addestrato e pronto a combattere.

Si poteva rimpiangere il vecchio grigioverde ma la vista di quei mezzi e di quelle armi moderne faceva tacere certe nostalgie.

Fu allora che al Lirico di Milano Mussolini pensò di fare un solenne discorso, come una volta, per proporre una sua soluzione agli avvenimenti.

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Ecco alcune frasi del suo appello: 

«Camerati, cari camerati milanesi! Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nella materia del mio discorso: nel 1945 la partecipazione dell'Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi. Non si tratta di armi segrete ma di armi nuove. Che tali armi esistono lo sanno, per una ormai lunga ed amara esperienza, i britannici. Che le prime armi saranno seguite da altre, lo posso io affermare con cognizione di causa. Noi vogliamo difendere con le unghie e coi denti la valle del Po. Noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana, nell'attesa che tutta l'Italia sia repubblicana».

1944 dicembre Mussolini Milano 

Fu l'ultimo discorso pubblico di Mussolini. La fiducia ch'egli ostentava nelle armi segrete di Hitler e nella possibilità di tenere la valle del Po non convinse nessuno. Il regime sarebbe finito con il crollo del nazismo; l'esercito fascista era soltanto un'ombra, neppure i tedeschi se ne fidavano, malgrado fosse stato addestrato in Germania.

L'ultimo inverno di guerra a Milano fu anche il più duro. Con la neve e il freddo la città, disseminata di rovine, divenne tetra. E tuttavia i milanesi (e con loro tutti gli italiani del Nord) sopportavano le privazioni perché una grande speranza li sosteneva. A parte pochi fanatici o illusi, tutti sapevano che la Germania aveva perso la guerra, che il nazifascismo era giunto al termine della sua Sinistra parabola. Lo sapevano anche i soldati della repubblica di Salò. Erano gli ultimi giorni della loro avventura. E dopo? Meglio non pensarci.

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In linea, l'inverno continua a far tacere la guerra.

Quando il fronte si rimetterà in movimento, sarà per l’offensiva finale. Anche nel settore della V Armata non ci sono stati più scontri dopo quello di Natale in Garfagnana. Intere giornate trascorrono senza un colpo.

In quel tempo, solo la X Divisione americana da montagna, con i suoi famosi sciatori, compì qualche azione degna di nota.

A metà febbraio, sui monti a nord di Pistoia, penetrò nello schieramento tedesco fin quasi a Vergato.

Nei comandi c'erano stati grandi mutamenti. Clark aveva assunto la responsabilità di tutto il fronte e Mac Creery era succeduto a Leese alla testa dell'VIII Armata. Il veterano Truscott comandava ora la V.

In quel lungo inverno sulla «Gotica », si intensificò la collaborazione fra i soldati alleati e i partigiani che da tempo ormai combattevano al loro fianco. Dai monti della Garfagnana alle valli di Comacchio i partigiani diventarono le avanguardie esploranti dell'esercito alleato. Pratici dei luoghi, rapidi, decisi nell'assalto, essi costituivano un pericolo costante per i tedeschi.

Dal gennaio del '45, davanti alle paludi di Comacchio, la Brigata «Mario Gordini» operò in linea a fianco dei soldati dell'VIII Armata, meritando il riconoscimento degli Alleati.

Il 4 febbraio, sulla piazza di Ravenna, Arrigo Boldrini, detto «Bulow», che comandava quella Brigata, ricevette la medaglia d’oro dalle mani stesse del nuovo comandante d Armata generale Mac Creery.

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Tre settimane avanti era entrata in linea, nello stesso settore, la prima unità regolare italiana, il Gruppo di combattimento «Cremona» al comando del generale Primieri. Clark lo andò a ispezionare a fine gennaio, quando il Gruppo, che aveva dato il cambio a una Divisione canadese, era già stato impiegato in alcune riuscite azioni.

Il «Cremona» teneva un tratto del fronte sul basso Reno, davanti alle valli di Comacchio, a fianco della Brigata partigiana «Gordini».

Il secondo Gruppo di combattimento, chiamato a far parte dell'VIII Armata, fu il «Friuli ». Il generale Keightly del V Corpo britannico, lo passò in rivista ai primi di febbraio a Forlì, accompagnato dal comandante generale Scattini. In quei giorni il «Friuli» doveva sostituire al fronte la Divisione polacca «Kressowa», precedendo altri due gruppi, il «Folgore» e il «Legnano» che entreranno in linea nel mese successivo. Sull'impiego di queste unità il generale Arturo Scattini, comandante del Gruppo «Friuli» ha detto: 

«Dopo che i comandanti alleati avevano potuto constatare come fossero ben preparati questi Gruppi di combattimento, anche dal punto di vista spirituale, decisero di portarli in linea, e fu una decisione molto saggia, accolta da tutti i nostri combattenti italiani con molto entusiasmo. Tanto entusiasmo che effettivamente nessuno pensò più ad allontanarsi come era qualche volta successo durante il lungo periodo della preparazione. Per tutti i tre mesi, quattro mesi che rimanemmo in linea, durante le giornate dei duri combattimenti, io e i miei colleghi degli altri Gruppi di combattimento non avemmo nemmeno un disertore».

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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