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Come è stato possibile Hitler?

30 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler?

Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante.

La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.


Hitler: la minaccia

Nel 1924 Hitler scrisse nel suo libro Mein Kampf: «Uno stato che rifiuta la contaminazione delle razze, un giorno comanderà il mondo». E ancora: «La prima guerra mondiale è stato il momento più invidiabile e il più sublime della mia vita».

Caporale, è decorato della “croce di ferro” che sempre porterà. Diventato nazionalista, partecipa alla prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, ferito, viene portato a Berlino. Quando si riprende, viene a conoscenza dell’abdicazione dell’imperatore Guglielmo II, della fine della monarchia, della creazione della repubblica e della firma dell’armistizio.

Una sua ossessione: «L’aquila tedesca è stata pugnalata dagli ebrei». Scrisse nel Mein Kampf: «Se all’inizio e nel corso della guerra, si fossero mandati in una sola volta 15.000 di questi ebrei corruttori del popolo sotto i gas asfissianti, il sacrificio di milioni di uomini non sarebbe stato inutile».

Già nel 1916, le gerarchie militari ultranazionaliste avevano ordinato un censimento dei militari ebrei sospettati di non essere dei patrioti. L’antisemitismo è già diffuso; gli ebrei, sia quelli poveri nei ghetti sia quelli borghesi “assimilati” sono i capri espiatori di tutte le crisi. In Russia all’inizio del XX secolo gli ebrei furono vittime di massacri, i progrom. Molti si erano rifugiati in Germania.

Una grande domanda: Hitler era anche lui un ebreo? Uno dei segreti meglio tenuti nascosti dal suo regime fu quello di non poter provare il contrario. Hitler non conobbe uno dei suoi nonni. Suo padre era figlio di padre ignoto. La nonna aveva sposato un mugnaio chiamato Johan Hitler che aveva riconosciuto il bambino e gli aveva dato il suo nome. Una legge nazista stabiliva che per avere «la protezione del sangue» (legge imposta a tutti i tedeschi) occorreva dimostrare che i quattro nonni non erano ebrei. Così Hitler non ha mai potuto dimostrare di non essere ebreo. 

Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 in una famiglia cattolica, in quello che era l’impero d’Austria, a Branan sull’Inn, un piccolo paese al confine con l’impero tedesco. Suo padre, vedovo, si era sposato con una cugina molto più giovane di lui: un matrimonio tra consanguinei, Klara Hitler Alois Hitler.

A otto anni, scolaro modello, Hitler serve la messa in un monastero. Ammira il senso della missione dei monaci. All’ingresso del monastero, sul frontone, vi era una strana croce che prefigura la croce uncinata che diventerà il simbolo nazista. Hitler ricorderà questo simbolo del monastero come il segno della sua predestinazione.

Questa croce uncinata, in India, è un millenario simbolo benefico del movimento perpetuo dell’umanità, trasformato dai nazisti in simbolo del popolo ariano, mito della razza pura di biondi dagli occhi azzurri ai quali Hitler aggiungerà l’elmetto e la mistica di una razza superiore: «Noi siamo determinati a far crescere una nuova razza».

Suo padre voleva che diventasse un funzionario. Nel 1908, diciannovene, alla morte della madre, parte per Vienna: sogna di entrare all’Accademia di Belle Arti. Grazie ad una sua piccola eredità può condurre vita d’artista e di bohemien. Vienna era allora un centro culturale d’Europa. Hitler scopre questo mondo di aristocratici e di borghesi cui si contrappongono le bandiere rosse dei socialisti. Scopre le molteplici comunità che popolano la capitale dell’impero, tra cui anche quella degli ebrei. Egli più tardi dirà: «Quelli mi sembrarono l’incarnazione della profanazione razziale». Si presenta al concorso di Belle Arti, ma viene respinto. Segue un periodo difficile: vive in un pensionato di uomini, copiando e vendendo cartoline per i turisti. I soldi gli servono per andare a teatro e ascoltare Wagner che lo manda in uno stato di trance. Hitler sogna di diventare uno di quegli eroi della leggenda tedesca. Una delle sue opere preferite è Rienzi, in cui un giovane guerriero riceve la missione di salvare il suo popolo.

Hitler ha venticinque anni quando il 2 agosto 1914 c’è la mobilitazione e la dichiarazione di guerra.

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Fugge dall’Austria per non fare il servizio militare e va in Germania, a Monaco, portato dall’ondata di follia nazionalista che trascina gli Europei.

Hitler è entusiasta della dichiarazione di guerra: ci sono delle immagini che lo ritraggono tra la folla; queste appariranno durante la campagna elettorale del 1932 e saranno diffuse più volte durante il nazismo, anche se gli avversari sosterranno che si tratti di un fotomontaggio.

Partecipa alla guerra. Dopo quattro anni torna a Monaco con il suo reggimento, in una Germania in piena rivoluzione. Hitler ha trent’anni. Inizia un periodo determinante per lui. Vuole rimanere nell’esercito che ormai garantisce l’ordine e la stabilità del nuovo regime del presidente socialista Friedrich Ebert. La giovane repubblica deve fronteggiare dei rivoluzionari marxisti, gli Spartachisti, che tentano di impadronirsi del potere, come i bolscevichi aveva fatto due anni prima.

L’esercito schiaccia la rivolta aiutato dai volontari nazionalisti, i Corpi franchi, vivaio del futuro partito nazista. Nell’esercito Hitler è zelante. Diventa un agente provocatore, informatore della polizia. Denuncia alcuni dei suoi camerati sospettati di essere dei rossi. Le sue convinzioni lo mettono in luce davanti a degli ufficiali che combattono le idee comuniste. Incaricano Hitler di una missione: rieducare politicamente i soldati e i prigionieri rimpatriati. I suoi superiori scrivono nel loro rapporto: «È un tribuno nato. Il suo fanatismo, il suo stile populista attirano l’attenzione e inducono a pensare come lui». Hitler disse: «Fu in quei momenti che capii che sapevo parlare». Apprenderà poi l’arte di mettersi in scena e di dominare il suo pubblico.

Nel 1919 denuncia l’onta del trattato di Versailles.

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Versailles, 29 giugno 1919: dopo i negoziati, i vincitori, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti imposero alla Germania delle condizioni di pace molto dure, come se fosse la sola responsabile dell’immensa carneficina. Il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, condannava la Germania al pagamento di enormi indennizzi e di riparazioni che andranno a pesare sulla sua economia e saranno le cause principali della contestazione tedesca. La Germania perde il 13% del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. L’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia e tutta la riva sinistra del Reno è smilitarizzata. La cosa peggiore è la separazione della Prussia orientale dal resto del Paese, per ricreare la Polonia del XVIII secolo e consentirle l’accesso al mare. Questo corridoio di Danzica sarà la causa scatenante della II guerra mondiale.

I tedeschi si sentono umiliati. Sottomarini, corazzate e aerei sono distrutti. L’esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Hitler è smobilitato. Partecipa alle manifestazioni della DAP, il partito dei lavoratori tedeschi, a cui si era iscritto, dal 1919, per ordine l’esercito tedesco, come un infiltrato.  Diventa un agitatore politico a tempo pieno.

Mentre la Baviera è governata dall’estrema destra, il potere a Berlino è nelle mani del centro- sinistra e porta il nome di Repubblica di Weimar, dal nome della città dove è stata votata la nuova Costituzione.

Hitler, diventato bavarese, fustiga i criminali di novembre, cioè coloro che hanno firmato l’armistizio e l’onta del trattato di Versailles. Le sue idee sono condivise dall’esercito e dagli ex combattenti che si riuniscono nei grandi caffè di Monaco, dove Hitler fa il suo ingresso, il 13 agosto 1920, con una conferenza dal titolo: «Perché noi siamo antisemiti?». Hitler, al di là del suo odio viscerale per gli ebrei, comprende che l’antisemitismo è il mezzo migliore per attrarre i nazionalisti.

Nel luglio del 1921 diventa il capo del suo gruppo di nazionalisti, che gli procurano un’auto, segno della sua importanza. Allora cambia il nome del partito: associa i due termini nazionale e socialismo per incrementare le adesioni e per dimostrare il suo anticapitalismo. Il DAP diventa il NSDAP, il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che sarà abbreviato in “nazi”. In un locale di un caffè di Monaco, disegna il simbolo del partito. Scriverà nel Mein Kampf: «Dopo innumerevoli tentativi, scelsi una bandiera rossa per dimostrare la dimensione sociale del nostro movimento, con un cerchio bianco per simbolizzare il nazionalismo e la croce uncinata simbolo dell’ariano, eterno antisemita». Per proteggere le sue riunioni crea le SA, le Sezioni d’assalto, una piccola milizia a cui procura delle divise come quelle degli ex doganieri austroungarici.

Il suo radicalismo fa aumentare di dieci volte in un anno i suoi membri: da 2.000 a 20.000, grazie al sostegno di un gruppo razzista, la società di Thulé, dal nome di un leggendario regno nordico. I suoi membri finanziano un giornale con fondi di dubbia origine. “L’osservatore razziale”, è questo il nome del giornale, diventa l’organo del partito nazista; il suo direttore è Alfred Rosemberg, membro della società di Thulé, che si proclama il teorico dell’antisemitismo. Confuso e sovente delirante sarà uno dei grandi ispiratori della Shoah. Un altro ex membro della società di Thulé, allora studente, è Rudolph Hesse che diventerà segretario di Hitler e uno dei più servili e fanatici complici. A questi si unirà un eroe della Grande Guerra, Hermann Goering, uno dei più celebri piloti di aerei tedeschi. Diventerà il numero due del regime e uno degli istigatori dei campi di concentramento. 

L’11 gennaio 1923, per il rifiuto a pagare i danni di guerra imposti dal trattato di Versailles, i tedeschi assistono, come ipnotizzati, all’entrata sul loro territorio di soldati francesi e belgi che occupano la Ruhr, regione mineraria e siderurgica. Francesi e belgi esigono di essere pagati direttamente con il carbone. Il governo di Berlino ordina una resistenza passiva, uno sciopero dei ferrovieri e minatori, che i francesi intendono rimpiazzare. Non c’è più carbone per i tedeschi e la situazione diventa particolarmente tesa.

Il 10 marzo 1923, un ufficiale francese, il tenente Colpin, viene assassinato. La sua salma attraversa la città e gli ufficiali francesi schiaffeggiano i tedeschi che non si tolgono il cappello. Questo episodio e quello dei quindici operai della Krupp, uccisi dai francesi il 31 marzo, saranno utilizzati dalla propaganda nazista, come l’esecuzione di un sabotatore, diventato un martire per il giornale nazista. Soldati di origine africana dell’esercito francese sono implicati in stupri: Hitler farà sterilizzare i meticci nati da queste unioni poi si vendicherà crudelmente nel 1940.

Hitler denuncia la debolezza dello Stato che consente ai francesi di trattare la Germania come una colonia. I tedeschi patiscono il freddo e la fame: tentano di rubare del carbone ai francesi. La Repubblica di Weimar è costretta a importare del carbone e a pagare i suoi scioperanti. La banca centrale deve stampare banconote a getto continuo. Il marco si deprezza in modo esagerato. In questa situazione di inflazione e di disoccupazione, l’estrema destra bavarese si mobilita, con alla sua testa il generale Lundendorff. Grazie a questo generale Hitler è riuscito a riunire tutti gli ex combattenti e vuol tentare un colpo di Stato, un putsch. Marciare su Monaco, poi su Berlino. Hitler disse: «Le nostre genti sono sottomesse a tali pressioni economiche che, se non agiamo, passeranno con i comunisti». I nazisti si procurarono delle armi grazie alla complicità dei militari, ma l’esercito e la polizia rimasero fedeli al governo.

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 9 novembre 1923. A Monaco, per Hitler tutto è perso. Ma Lundendorff ha la stravagante illusione di riuscire a trascinare la popolazione: fa, perciò, avanzare le sue truppe verso gli sbarramenti della polizia. I due campi si fronteggiano con Hitler al centro con il suo impermeabile bianco: un fotomontaggio nazista destinato a costruire la leggenda del coraggio di Hitler. In realtà si proteggeva dietro la sua guardia del corpo che rimase ucciso da un colpo di fucile, perché la polizia sparò, ponendo fine al putsch. Dieci anni dopo, quando Hitler si sarà impadronito del potere, istituirà, ogni 9 novembre, una cerimonia funebre alla memoria dei quattordici militanti nazisti uccisi durante il putsch. I loro nomi sono scanditi e i giovani gridano: «Presente». Hitler ha fatto costruire a Monaco un mausoleo dove i tedeschi hanno l’obbligo di sfilare salutando con il braccio teso coloro che vengono definiti da Hitler «i martiri di novembre». Continuando l’esaltazione del mito del putsch, Hitler inventerà un’altra grande cerimonia nazista, la bandiera di sangue. Ogni anno al congresso di Norimberga, mette in contatto, con delle mimiche feroci, le reliquie sacre, la bandiera del putsch macchiata di sangue, con gli stendardi delle nuove unità del partito come per consacrarle. Queste celebrazioni, quasi mistiche, fanno parte della scienza nazista della menzogna. In realtà Hitler aveva preparato male il suo putsch. Si era rivelato impulsivo e ne aveva ignorato le conseguenze. Queste scenografie nascondono un fiasco che metterà fine all’avventura nazista: il putsch è fallito, Hitler arrestato e il partito nazionalsocialista messo fuori legge.

Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, scrisse: «Così, nell’anno 1923, sparirono le croci uncinate, le truppe d’assalto e il nome di Hitler ritornò nell’oblio».

Tre mesi dopo l’arresto di Hitler, a Monaco si apre il processo sul putsch.

2 febbraio 1924: Hitler è accusato di alto tradimento e della morte di quattro poliziotti. È passibile della pena di morte. Lundendorff, che non è stato nemmeno incarcerato, arriva al processo su un’auto di lusso con i suoi avvocati. È subito rimesso in libertà per rispetto al suo «glorioso passato» e perché gode di appoggi influenti. Sarà assolto.

Hitler, che voleva suicidarsi, comprende che il tribunale non gli è ostile; ritrova i suoi talenti di oratore e si lancia in invettive contro il governo e contro gli ebrei. Questo processo diventa una tribuna insperata, davanti a dei giudici sempre più compiacenti e ad un pubblico sempre più numeroso. Il verdetto è logicamente meno pesante di quello che Hitler avrebbe potuto temere. È condannato a cinque anni di prigione e incarcerato in una cella relativamente confortevole, che dà sulla campagna. Le condizioni di detenzione sono simili a quelle di un hotel perché può ricevere in qualsiasi momento dei simpatizzanti nazisti.

hitler-prigione.jpgHitler può ricevere tutti i giornali che desidera e inizia persino la lettura di opere di Marx. Rudolf Hesse, condannato a quindici mesi per la sua partecipazione putsch, occupa la cella vicina.

Il ritorno di Hitler diventa una necessità per i partiti di destra. Dei complici, all’esterno, intraprendono una procedura per la liberazione anticipata. Hitler sa che uscirà presto e sente la necessità di manifestare la sua visione del mondo e i suoi principi politici. Detta il suo libro a Rudolf Hesse, che lo batte su una macchina per scrivere di un banchiere e su della carta di Winifred Wagner, la nuora del compositore adulato da Hitler, che è razzista come Wagner e ammira il suo grande amico Adolf. Il testo del libro, raffazzonato, è riscritto da alcuni giornalisti nazisti; Hitler lo vuole intitolare «quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la vigliaccheria». Questo titolo, troppo lungo, viene cambiato in Mein Kampf, La mia battaglia. Il libro, che i nazisti vogliono considerare come la nuova Bibbia, conferma la concezione del mondo di Hitler. Nel libro, scritto come le sacre scritture e rilegato come i grandi manoscritti del medioevo, Hitler delira sulla lotta della razza superiore, quella dell’ariano biondo germanico, sulla conquista dello spazio vitale, sullo sradicamento del comunismo o sull’annientamento della Francia, per non parlare degli ebrei, che per Hitler non appartengono alla specie umana. Molti sono coloro che giudicano il libro demenziale, ma, all’epoca, sarebbe stato opportuno leggerlo e prenderlo seriamente perché è all’origine di 50 milioni di morti.

Hitler esce da prigione il 20 dicembre 1924, liberato per buona condotta. Immagina di essere l’erede dei grandi fondatori della Germania come Bismarck. Disse: «Il mio soggiorno in prigione mi ha dato una fiducia, una convinzione e un ottimismo che niente poteva più distruggere.

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Il Mein Kampf è un fiasco. Venderà solamente ventimila copie del primo volume.

Hitler passa molto tempo in un villaggio della Baviera, dove affitta un piccolo chalet, a Berchtesgarden. Conosce una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ha una relazione. Lei si vuole sposare ma lui rifiuta. Le propone di essere un’amante segreta, come ad altre donne, per non ostacolare la sua missione. Lei lo lascia. Scrive il secondo volume del Mein Kampf, dedicato al suo progetto di espansione dello spazio vitale verso la Russia. Il libro conoscerà una media diffusione fino alla presa del potere nel 1933. Dopo, il Mein Kampf sarà quasi obbligatorio. Lo Stato lo offrirà ai giovani che si sposano. Non averlo nella biblioteca di casa può essere motivo di denuncia da parte di una collaboratrice familiare; Sarà distribuito dalle acciaierie Krupp agli operai più meritevoli. Il Mein Kampf si venderà in un modo o nell’altro in più di 80 milioni do copie e sarà tradotto in tutte le lingue. I diritti d’autore raggiungeranno cifre astronomiche e renderanno Hitler molto ricco.

Il 27 febbraio 1925, Hitler ritorna alla politica nella sala del caffè dove aveva lanciato il putsch, riaffermando di essere il capo dei nazisti. È allora che si verificherà un avvenimento che gli potrà essere utile. L’incarnazione della nuova democrazia tedesca, il primo presidente della repubblica di Weimar, il socialista Ebert muore, all’età di 57 anni, di un’appendicite malcurata. È un dolore sentito dai tedeschi perché il suo governo era riuscito a controllare l’inflazione e il paese si stava riprendendo. I tedeschi devono eleggere un nuovo presidente e vedono il ritorno delle croci uncinate per la campagna elettorale. L’interdizione del partito è stata tolta perché giudicato non più dannoso. Il candidato dell’estrema destra unita, che è ancora Ludendorff, ottiene appena l’1% dei voti. La sconfitta di Ludendorff, auspicata da Hitler per sbarazzarsi del suo rivale per il quale finge di battersi, rivela il suo fiuto politico. Hitler dice: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».

È l’altro grande capo del 1914-18, il maresciallo Von Hindenburg che viene eletto. Giovane ufficiale nel 1870, ha assistito alla proclamazione dell’impero tedesco a Versailles. Rassicura l’esercito, unisce i conservatori preoccupando la sinistra e l’Europa. Hitler rimane in secondo piano.

Il partito nazista si estende in tutto il paese, fino a contare circa 170.000 aderenti. Hitler ha fatto delle SA un vero esercito privato. Sono molto giovani, ma questi paramilitari sono dei bruti, dei fanatici, degli assassini. La loro nuova uniforme di color marrone li fa soprannominare le “camicie brune”, imitazione delle camicie nere della “marcia su Roma”, qualche anno prima. Un altro segno copiato da Mussolini è il saluto romano, il braccio teso accompagnato da un grido che per Hitler sarà: “Heil Hitler”, “Salute a Hitler”.

L’uniforme delle SA è stata disegnata e fabbricata da un’equipe di stilisti tedeschi, che disegneranno anche quelle nere delle SS e della gioventù hitleriana. I fondi sono frutto della generosità degli aderenti e dei simpatizzanti del fascismo, come il magnate della siderurgia Fritz Thyssen, le cui acciaierie sono pronte a forgiare nuovi cannoni, e uno dei più grandi costruttori di automobili, Henry Ford. L’antisemita Henry Ford, aiuta generosamente il partito nazista, donandogli tutti i guadagni delle vendite in Germania. In più Ford, a ogni compleanno di Hitler, gli fa un dono personale di 50.000 dollari, una bella somma per quell’epoca. Ford sarà il primo straniero decorato dai nazisti dell’Ordine della Grande Aquila tedesca.

1927: una grande riunione del partito per lanciare grandi operazioni di propaganda per galvanizzare l’esercito. Lo stendardo nazista proclama «Germania svegliati».

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Dal 1927 Hitler sceglie Norimberga quale bastione nazista e centro storico medievale, scenografia storica wagneriana che esalta i legami con i guerrieri germanici del medioevo. Hitler la definisce la sua capitale ideologica. Hitler vuole dimostrare la sottomissione del partito al Führer, al capo. Questo culto della personalità sarà ben curato dal fotografo ufficiale di Hitler, Heinrich Hoffman, che realizzerà una serie di foto per mostrare il lato umano del grande uomo e sedurre l’elettorale femminile, tale e quale se lo immaginano i nazisti. Nello studio del fotografo a Monaco, Hitler studia tutti i movimenti degli attori delle opere wagneriane per poi utilizzarle nei raduni nazisti. Hitler disse: «La massa delle donne è stupida. Ciò che la rende stabile è l’emozione e l’odio». L’odio è quello che seminano in tutta la Germania le SA, a cominciare nei quartieri ebrei delle grandi città. In questa società ancora pacifica, Stefan Zweig vede nascere la violenza. Egli scrisse: «Era il metodo fascista ma alla tedesca, esercitato con una precisione militare». Al suono di fischietto, le SA saltavano dai camion con la rapidità di un fulmine, colpivano con i manganelli e al suo di un altro fischietto balzavano sui camion e ripartivano com’erano venuti». Ma l’intimidazione e il terrore danno magri risultati.

Alle elezioni legislative del 1928 i nazisti non ottengono che il 2,6% dei voti, meno di un milione di voti; i comunisti tre volte di più; i centristi 4 milioni e i socialisti 10 milioni di voti.

Al Reichstag, la Camera dei deputati di Berlino, questi 2,6% di elettori tedeschi, soprattutto delle campagne, hanno consentito l’entrata di 12 deputati nazisti. Ciò fa impressione perché sono quasi tutti in uniforme delle SA. Tra loro, Herman Goering. Ferito al basso ventre durante il putsch, è ingrassato parecchio e ha una dipendenza alla morfina. Un’altra grande entrata: Joseph Goebbels, che corrisponde alla definizione di Nietzsche del secolo precedente: «Il fanatismo è la sola forma di volontà che può essere instillata ai deboli e ai timidi». Goebbels è lontano dall’essere un grande biondo ariano. È piccolo, zoppica e il suo piede lo fa soffrire dall’infanzia di un complesso d’inferiorità. Ma la sua intelligenza compensa questo handicap. È un rivoltoso contro la società, tentato dal marxismo prima del grande incontro della sua vita con Adolf Hitler. Tutto diventa luminoso per lui. Gli editori ebrei gli hanno impedito di diventare scrittore rifiutando i suoi manoscritti e questi sono i comunisti che seminano il caos. Egli dice: «Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile». Nessuno degli altri deputati, né il pubblico se ne rendono conto. Ciò che pensano, il giornale Frankfurter Zeitung lo scrisse allora: «Hitler non ha né pensiero né riflessione. È un folle pericoloso, ma se è arrivato là è perché ha avuto l’ideologia della guerra e l’ha interpretata in modo primitivo come se si fosse all’epoca delle invasioni barbariche, alla caduta dell’impero romano». La Germania non si preoccupa. Ci vorrà una grande catastrofe perché Hitler avesse un minimo avvenire. Lo storico Ian Kershaw scrisse: «Senza la Grande Depressione, senza la crisi del 1929, senza la disintegrazione dei partiti liberali e conservatori, Hitler sarebbe rimasto un visionario ai margini della vita politica». Ma Hitler non abbandonerà niente. «Noi continueremo la nostra battaglia».

 

Il Führer

 Quando Hitler sarà il dittatore della Germania, applicherà quello che ha scritto nel Mein Kampf: «Una razza più forte spazzerà via le razze deboli perché la corsa finale verso la vita li annienterà per lasciare il posto ai forti».

Come ha fatto Hitler a impadronirsi del potere e a diventare Führer? 

Norimberga 1929

Al congresso del partito nazista comincia quello che il drammaturgo Bertold Brecht chiama “la resistibile ascesa” di Adolf Hitler.

Una nuova crisi economica partita dagli Stati Uniti d’America devasta il mondo e soprattutto la Germania.

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Ottobre 1929.

Le fabbriche chiudono una dietro l’altra e il numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Disperati, molti si volgono ai nazisti e verso i comunisti, che anche loro hanno le proprie truppe paramilitari in divisa.

Comunisti e nazisti si scontreranno in tutte le elezioni che seguono. Hitler provoca i disordini e pretende di essere il solo a poterlo fermare. Questo vero ricatto si rivela efficace.

Hitler riunisce i commercianti e i piccoli proprietari denunciando “la peste rossa”, i marxisti egalitari che spaventano i contadini. Il risultato è incredibile.

Settembre 1930: cento deputati nazisti sono eletti al Parlamento, il Reichstag.

Hitler è a capo della seconda formazione politica del paese, dopo i socialisti. Ciò non preoccupa i dirigenti che disprezzano Hitler. Stefan Zweig: «Per loro il potere è sempre stato riservato ai baroni, ai principi e a chi ha una cultura universitaria. Niente ha tanto accecato gli intellettuali tedeschi che l’orgoglio della cultura». Hitler invece continua la sua ascesa.

Ottobre 1931. In un anno Hitler s’impone alla estrema destra tedesca. Le federazioni degli ex combattenti, che hanno 500.000 aderenti, si dovranno sottomettere. 

Dietro questa postura dominatrice, Hitler nasconde un terribile segreto. Uno scandalo da cui non è riuscito a rimettersi. Delle voci circolano. Vive un dramma personale. Una passione per la sua nipote, Geli Ranbal, di ventitré anni. Egli l’ha amata in un modo irrazionale, possessivo. Lei si toglie la vita. Viveva con lui nel suo appartamento di Monaco. Aveva confidato a un amico: «Mio zio è un mostro. Nessuno immagina quello che esige da me». Aveva voluto lasciarlo. È morta.

Una campagna di stampa si scatena contro di lui, accusandolo di deviazioni sessuali e di aver fatto uccider Gali. Hitler, molto depresso, minaccia a sua volta di suicidarsi. Il suo entourage si preoccupa e decide di reagire. Il suo fotografo, Heinrich Hoffman, gli aveva presentato una segretaria. Rassomiglia a Geli. Si chiama Eva Braun. Ha diciannove anni. È già disinvolta. Farà l’affare. È sedotta dalla popolarità del capo del partito nazista. Hitler la fa diventare la sua amante segreta. Si proclama celibe, sposato alla Germania, per sedurre l’elettorato femminile.

Le donne in Germania hanno già il diritto di voto grazie al movimento femminista.

Eva Braun è una sportiva, sogna di diventare attrice a Hollywood. Dopo il suo incontro, Hitler ritrova il suo fiuto di animale politico. Nel 1932, quando si annuncia la fine del mandato del presidente della repubblica Hindenburg, Hitler si candida alla sua successione. Dieci anni dopo il suo tentativo di putsch e la prigione, Hitler potrebbe diventare presidente della Germania. I tedeschi scoprono dei manifesti impressionanti. Il capo della propaganda nazista, Goebbels, inventa una campagna elettorale ultramoderna con un aereo: la prima in Europa. Il più grande aereo commerciale è messo a disposizione dal direttore della compagnia aerea Lufthansa che non rifiuta questa possibilità di farsi pubblicità. Hitler con un casco di cuoio fa un giro di cento città della Germania dove può misurare la sua popolarità. Il suo pilota, Hans Baur, testimonia: «Abbiamo volato con tutte le condizioni di tempo; nessuna riunione è stata annullata. Le persone hanno incominciato a perdere la loro paura per l’aereo». E termina: «Hitler ha contribuito allo sviluppo del traffico aereo». Goebbels inventa lo slogan: «Il Führer sopra la Germania».

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Crea il mito di Hitler, salvatore supremo, con il suo sorvolare accuratamente filmato e proiettato in tutto il paese. Ma Goebbels non è così tranquillo. La campagna elettorale costa caro e gli industriali non si fidano ancora delle violenze di Hitler. I nazisti devono far pagare l’equivalente di un euro a chi vuole vedere Hitler. Questi non rifiutano. Al contrario. Uno spettatore, Von Spaum, racconta questa esperienza: «Improvvisamente ho sentito gli occhi di Hitler su di me e ne sono rimasto colpito per tutta la vita».

4 aprile 1932

Una settimana prima delle elezioni presidenziali Hitler raduna centomila berlinesi, stanchi dei partiti tradizionali che si dimostrano incapaci di far fronte alla crisi. Tra la folla Jutta Rüdiger, vent’anni: «La disoccupazione ci aveva fatto sprofondare in uno stato terribile. Si pensava che solamente Hitler ci avrebbe fatto uscire da questa miseria. Nessuno parla delle decine di migliaia di persone che ogni anno si tolgono la vita con il gas perché stanno male».

Grazie al suo discorso pseudo sociale, Hitler è un serio candidato alla presidenza. Allora la stampa si scatena. A destra, Hitler è presentato come il prototipo dell’avventuriero politico. A sinistra gli insulti sono più personali. Hitler viene definito effeminato, truffatore semi pazzo, ciarlatano vanitoso, falso duro dal frustino di pelle di rinoceronte.

Il presidente uscente, il maresciallo Hindenburg, reazionario e monarchico, ha tuttavia il sostegno della sinistra.

Il 10 aprile 1932, il verdetto: Hitler non sarà presidente. Tredici milioni di tedeschi hanno votato per lui, un terzo dell’elettorato. È una cifra enorme ma non è sufficiente. Hindenburg, rieletto grazie ai voti dei socialisti, tuttavia non vuole più dipendere da loro. Ciò causa nuove elezioni.

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E Hitler continua la sua “resistibile ascesa”. Riparte la campagna elettorale. Pronuncia cinque discorsi al giorno. Il suo entourage è sbalordito. È drogato dalla tribuna e dalla violenza. «I nostri avversari dicono che noi siamo, ed io in particolare, intolleranti e odiosi. E ci rimproverano di rifiutare la cooperazione con altri partiti. E bene, questi signori hanno ragione, noi siamo intolleranti. Il mi sono prefissato un obiettivo: sopprimere tutti i partiti».

Per Hitler il primo partito da sconfiggere è quello comunista. Le SA sono incaricate di questo compito. Sono quattrocentomila che si autofinanziano pagando le loro uniformi e il loro equipaggiamento. Uno di loro, Wolf Teubert, lavora in una pasticceria di Amburgo. Può velocemente raggiungere la sua coorte motorizzata. Dice: «Io non penso che a rischiare la mia vita per la Germania. L’umiliazione di Versailles ha fatto di me un appassionato difensore di Hitler». Egli ha la solidarietà, il cameratismo e la fierezza di avere un’uniforme. «Noi che eravamo troppo giovani per combattere nella Grande Guerra, noi approfittiamo dell’esperienza degli anziani». Goebbels ha fatto di loro un idolo. Un piccolo mascalzone berlinese, Horst Wessel, era stato promosso capo della Squadre d’Assalto: ucciso dai comunisti un anno prima, è diventato il martire del nazismo. Ai suoi funerali grandiosi, il capo della propaganda Goebbels, ha paragonato il suo sacrificio a quello di Cristo. Ha fatto filmare il suo funerale per mostrare che il nazismo è una devozione come il cristianesimo. Poi ha fatto diffondere una musica, ispirata come a un poema delle SA, per farla diventare l’inno del partito, il “Horst Wessel Lied”. Il canto “Horst Wessel” è il credo della violenza. «Presto la bandiera di Hitler sventolerà in tutte le strade; Presto la schiavitù non ci sarà più. I nostri camerati uccisi dal Fronte Rosso marciano ancora con noi».

Il Fronte Rosso erano le milizie comuniste, che si distinguevano perché indossavano un berretto da operaio e la casacca alla russa. Anche i loro militanti avevano un canto di battaglia: «Sinistra, sinistra, sinistra, suoniamo i tamburi, diamo un colpo potente al nemico, mettiamo la dinamite sotto il sedere della borghesia, minacciamo i fascisti che avanzano all’orizzonte. Proletari armatevi. Fronte Rosso, Fronte Rosso».

Luglio 1932: l’estate di sangue della campagna elettorale.

Le SA con la complicità della polizia affrontano i comunisti in veri combattimenti per le strade. I comunisti hanno 100 morti e 1000 feriti. Molti tedeschi, sfiniti per l’impotenza dello Stato, approvano le violenze naziste. In base ai risultati delle elezioni, 230 sono i deputati nazisti. Hitler è ormai il capo del primo partito politico del paese. Per la prima volta il potere è alla sua portata. Rapidamente, però l’euforia lascia il posto alla delusione: il presidente Hindenburg rifiuta di nominarlo cancelliere, capo del governo. Hindenburg dice a Hitler: «Davanti a Dio, alla mia coscienza e alla patria non posso dare il potere a un partito così intollerante come il vostro». Hindenburg gli propone di entrare in un governo ma Hitler, che non si considera come un politico ordinario alla ricerca di un posto ministeriale, vuole tutto il potere per fondare uno Stato totalitario.

In qualche settimana, Goebbels, a capo dell’enorme numero di parlamentari nazisti, riuscì a paralizzare il gioco democratico: nessuna maggioranza si poté formare. Goebbels annuncia: «Occorre sciogliere quest’assemblea che non rispecchia più la volontà del nostro popolo».

Si tengono nuove elezioni: le terze in un anno. Avranno luogo nel mese di novembre. Hitler pensa di approfittarne ancora: «Ho avuto la forza e la tenacia di trasformare le migliaia di aderenti degli inizi in quattordici milioni di elettori, ora ne otterrò venti milioni e poi trenta».

Novembre 1932: i risultati sono molto deludenti. Circondato dalla sua guardia personale, Hitler rimugina sulla sua sconfitta: ha perso due milioni di elettori e quaranta deputati.

Goebbels legge con amarezza la stampa mondiale. Il Daily Herald di Londra scrive: «L’hitlerismo, come forza politica, è morto». Il quotidiano francese Le Populaire, diretto da un grande nome del socialismo, Léon Blum, titola «La fine di Hitler». No, tre mesi dopo, Hindenburg, nell’impossibilità di formare una maggioranza, finisce per designare Hitler cancelliere.

Uno studente berlinese Sebastian Haffner scrive: «Apprendo la notizia, sono agghiacciato dal terrore. Sento l’odore del sangue e del fango. Percepisco un pericolo, come una grossa zampa sporca di un predatore che mette i suoi artigli sul mio volto».

Per arrivare là, il lupo diventa un agnello. Hitler ha rassicurato Hindenburg domandando solo due ministeri per i nazisti: gli Interni per un poliziotto di Monaco, Wilhelm Ftick, e Hermann Goering per controllare la polizia, due posti chiave.

30 gennaio 1933. Nomina, ai posti più importanti, un conservatore, Franz Von Papen, che è già stato cancelliere e l’uomo forte della estrema destra, Alfred Hugenberg, ministro dell’economia e dell’agricoltura, un temperamento autoritario e aggressivo. Hitler chiama il suo gabinetto “Governo di unione nazionale” perché non abbia l’aria di un governo nazista, ma di una coalizione nazionalista. Von Papen si sbaglia dicendo a Hugenberg: «Hitler è un nostro uomo». L’altro risponde: «Noi lo inquadreremo».

La sera stessa del 30 gennaio 1933, Goebbels organizza a Berlino, come in tutte le grandi città, una fiaccolata che vuole grandiosa, con i caschi d’acciaio, le SS, e soprattutto le SA. Goebbels dichiara che sono un milione a sfilare. Ma l’addetto militare inglese li stima in meno di 15.000 che Goebbels fa girare intorno per quattro ore. Passano sotto le finestre di Hindenburg, 85 anni, che crede di ritornare ai tempi di Verdun nel 1916 e dice al suo aiutante di campo: «I nostri uomini sfilano bene. Hanno fatto molti prigionieri». Hitler, alla Cancelleria, riceve degli omaggi deliranti. Un insegnante di Berlino, Luise Solmiz, dice: «Era un’ubriacatura senza vino – e aggiunge – ho sentito delle grida “Morte agli ebrei” e “Il sangue degli ebrei sgorgherà sotto i coltelli”».

Il 10 febbraio 1933 al Palazzo dello Sport di Berlino, Hitler pronuncia il suo primo discorso da Cancelliere. Qual è il piano di Hitler: il potere assoluto, ma a tappe. Al Parlamento siedono ancora 200 deputati socialisti e comunisti. La prima decisione di Hitler è di sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. Nel suo discorso radiodiffuso chiama tutti gli elettori a votare per lui, anche quelli di sinistra: «Sono convinto che verrà l’ora per quei milioni di persone che ci maledicono, di entrare nei nostri ranghi e di salvare quello che noi abbiamo ottenuto con tanta fatica, questo nuovo Reich tedesco, quello della grandezza, dell’onore e della forza». Tuttavia, anche con questo discorso conciliante, Hitler continua ad agire di nascosto. Ma Goebbels precisa, tornando ai fondamentali per l’elettorato nazista di base: l’antisemitismo e la violenza: «Se i giornali ebrei credono di poterci spaventare con delle minacce larvate, attenzione a loro. La nostra pazienza ha dei limiti; un giorno si chiuderà il becco a questi sporchi mentitori ebrei. I membri del partito e delle SA possono stare tranquilli. La fine del terrore rosso è più vicino di quanto immaginate».

Due settimane dopo, a Berlino, durante la notte il grande edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, brucia. Di questo simbolo della democrazia tedesca non resta più niente.

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10 febbraio 1933: l’inchiesta condotta dalla polizia agli ordini di Goering, incrimina un comunista olandese Marinus Van der Lubbe, 24 anni, sospettato per un passato da piromane. Rapidamente dichiarato colpevole, sarà decapitato. A chi porta profitto il crimine? Ai nazisti. Hitler e Goering agitano lo spettro del complotto dei Rossi; Goering fa arrestare 4000 comunisti e i loro capi. Ma il partito comunista non è ancora messo fuori legge. Hitler vuol dare un’apparenza di legalità per le elezioni legislative che devono dar fiducia al suo potere. I tedeschi, benché stanchi delle campagne elettorali e dei disordini, vanno a votare in tutto il paese. Le SA si impegnano, come dicono i nazisti, a prevenire tutti gli attentati dei comunisti e a proteggere la popolazione. Le SA sono più di un milione, armati; per il loro statuto, sono come degli ausiliari della polizia. In tutta la Germania, si posizionano davanti alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. Vogliono ancora seminare la violenza mente Hitler mostra di gestire responsabilmente il voto elettorale, per continuare ad assicurare un Hindenburg affaticato. Goering, con fare minaccioso, seduto sulla sua poltrona gotica e impugnando il suo pugnale, dà la sua versione menzoniera dei risultati elettorali: «Il 5 marzo 1933 significa un’immensa vittoria per un uomo e per un movimento. Il vincitore è Adolf Hitler e il movimento è il nazionalsocialismo. E i due non sono che un tutt’uno con il popolo e il Reich!».

Hitler e la sua coalizione, in realtà, raggiungono appena la maggioranza. Nonostante la sua propaganda e le intimidazioni della SA, Hitler non è riuscito a impedire ai comunisti di ottenere il 12% dei voti. Allora Hitler getta la maschera ed entra nell’illegalità con la complicità del suo governo. Fa arrestare i deputati comunisti e li manda nei campi di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino, e di Dachau, che sono allestiti dai nazisti. Sono i primi dei sedici campi aperti nel solo anno 1933. Il numero dei detenuti politici passa a 100.000 nel primo mese del regime. Lo studente comunista Klaus Bastian racconta: «Le guardie li frustano, li immergono nell’acqua gelida, li minacciano di morte, di giorno e di notte». I nazisti sostengono, al contrario, che questi parlamentari, questi funzionari e questi sindacalisti vengono rieducati. L’ombra malefica della dittatura si estende su tutta la Germania. Essendo stato bruciato il Reichstag, Hitler riunisce il Parlamento all’Opéra Royal, circondato dalle SA, per chiedere i pieni poteri.

20 marzo 1933. Nel Parlamento non ci sono più deputati comunisti; i 94 socialisti ancora presenti avranno il coraggio di votare contro Hitler. Saranno anche loro arrestati, imprigionati o costretti all’esilio. 441 deputati, dall’estrema destra al centro cattolico, ascoltano uno scaltro discorso di Hitler destinato a imbrogliare. Promette tutto, come sempre, la fine della disoccupazione, la salvezza dei contadini, il rispetto dei diritti e soprattutto la pace. L’assemblea si suicida votando i pieni poteri a Hitler per quattro anni. Il presidente Hindenburg non potrà più opporsi alle decisioni del Cancelliere. Sotto gli evviva, la democrazia in Germania muore.

Che Hitler, un uomo che ha consolidato il suo potere con l’antisemitismo, possa dirigere uno dei paesi più industrializzati del mondo è sentito come una minaccia universale.

New York. Nel mondo intero le manifestazioni contro Hitler denunciano la sua barbarie, il suo oscurantismo e proclamano che «il giudaismo sopravviverà all’hitlerismo». Tutti gridano al boicottaggio mondiale dei prodotti tedeschi. Hitler, per dissuaderli, ordina una giornata di boicottaggio dei negozi ebrei in Germania. È l’inizio della persecuzione. Edwin Landau, proprietario di un grande supermercato della Prussia orientale, prima di emigrare con tutta la sua famiglia in Palestina, scrive: «In poco tempo è avvenuta in me una trasformazione. Questo paese e questo popolo che avevo amato e stimato fino ad ora sono diventati miei nemici. Non ero più tedesco e non dovevo più esserlo. Mi vergognavo di essere appartenuto a questo popolo, della fiducia che avevo accordato a tante persone che si rivelavano essere miei nemici».

L’antisemitismo ha contagiato le università. Il nazismo ha istigato gli animi contro la cultura moderna e ha imposto un’ideologia settaria e intollerante che spinge gli studenti a bruciare essi stessi dei libri. Con l’aiuto degli studenti, inquadrati dalle SA, in tutta la Germania vengono raccolte dalle biblioteche, dalle librerie e presso gli editori, tutte le opere che corrispondono a quello che Hitler ha definito di «spirito antitedesco». Sulla lista nera nazista vi sono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Stefan Zweig, e più di trecento autori, soprattutto ebrei. 12.000 titoli sono condannati: centinaia di migliaia di libri devono essere bruciati. E le SA preparano il rogo. A Berlino, in piazza dell’Opéra, Goebbels pronuncia il discorso radiodiffuso che apre la “messa nera” di questo incendio di libri di stampo medioevale: «Cari studenti e studentesse di Germania, l’epoca dell’intellettualismo ebreo è passata. L’essere tedesco del futuro non sarà più un essere da libro ma un essere di volontà».

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10 maggio 1933. Una giovane berlinese, Dorothea Gunther, che assiste al rogo dei libri e al rituale nazista, testimonia: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell’autore e urlando “che era ebreo, pacifista, femminista o semplicemente moderno”, pronunciavano la sentenza “noi ti consegniamo al fuoco”. Sono rimasta ammutolita e offesa perché quegli studenti avevano letto e discusso molte di quelle opere che andavano in fumo».

Léon Blum scrisse: «In Germania, sarebbe stato necessario che i comunisti e i socialisti lottassero insieme». Ma i socialisti non avevano voluto. Per i comunisti, Mosca impartiva gli ordini: «Niente alleanze con i socialisti, i socialisti traditori». Le consegne suicide di Stalin hanno aiutato Hitler.

Hitler soppresse i sindacati e il 21 luglio 1933 mise fuori legge il partito socialista.

«SA e SS, Heil. Una grande epoca si apre davanti a noi – pronuncia in un discorso Hitler – La Germania finalmente si è svegliata. Noi abbiamo conquistato il potere. Ora dobbiamo conquistare il popolo tedesco».

Estate 1933. Il popolo tedesco può andare in vacanza. Il partito nazista è ormai il partito unico. I suoi slogan antisemiti non interessano troppo la gente. La sorte dei loro compatrioti di origine ebrea li interessa poco. Sono appena 500.000 mila, meno dell’1% della popolazione. La metà di questi ebrei tedeschi riuscirà a emigrare.

Gerda Blachmann testimonia: «Abbiamo potuto imbarcarci a condizione di lasciare tutti i nostri beni». Gli ebrei più poveri resteranno bloccati in Germania. Saranno deportati nei ghetti dell’Est e poi sterminati nei lager. Gli oppositori del regime fuggiranno come e dove potranno: soprattutto in Francia, dove saranno ripresi in seguito alla guerra e riconsegnati ai nazisti. Molti di loro che non partiranno per tempo e che vorranno resistere, saranno catturati e uccisi nei lager.

La grande maggioranza dei tedeschi si adatta alla dittatura. Alcuni cominceranno ad alzare ogni mattina la bandiera nazista a croci uncinate, diventata l’emblema ufficiale della Germania. Gli altri, una volta messo il bavaglio alla stampa, non potranno che leggere i giornali nazisti. Le bambine impareranno il saluto nazista, i bambini entreranno nella “gioventù hitleriana”, che svilupperà molto bene in loro l’aggressività. A scuola l’insegnante farà imparare ai ragazzi a maneggiare le armi. Nell’insegnamento della matematica, utilizzerà degli esempi del tipo: «Quanto costa in un anno allo Stato un alunno? Un handicappato 1.800 marchi, un alunno medio 320 marchi e un alunno brillante solo 125 marchi». Conclusione: la società non può sopravvivere se non quando i suoi cittadini sono geneticamente sani.

La figlia maggiore di ogni famiglia entrerà nella BDM, la Lega delle giovani tedesche e diventerà una brava sposa che avrà molti piccoli soldati, che si faranno uccidere a dieci anni negli ultimi combattimenti a Berlino, alla fine della seconda guerra mondiale. Ma i tedeschi non lo sapevano ancora in questa estate del 1933. Hitler non è interamente il capo supremo: deve ancora anestetizzare il popolo tedesco con la propaganda.

30 agosto 1933: primo congresso del partito nazista dopo la conquista del potere. Tra i partecipanti Rudolph Hesse, uno dei redattori della legge antiebraica, Goebbels che ha reso grande il Ministero della propaganda, Herman Goering, che ha fatto rinascere l’aviazione tedesca, Ernst Röhm, il capo dell’orda di fanatici che sono le SA. Röhm, che aveva partecipato al putsch del 1923 sarà accusato di tradimento. Le SA sono ormai due milioni, una forza che fa concorrenza all’esercito. Hitler, per avere il sostegno dei militari, deve metterli in riga ed elimina Röhm. Tutto inizia nell’estate del 1934 quando Hitler si reca a Venezia per incontrare Mussolini: è il 16 giugno 1934. Hitler è impressionato dal suo grande modello. Cerca l’accordo con Mussolini per il suo progetto di annessione dell’Austria. Mussolini rifiuta: non vuole la presenza tedesca alle sue frontiere. Mussolini disse: «Questo tipo mi sembra un monaco chiacchierone». Mussolini gli mostra la sua flotta, mentre Hitler non ha una marina. Hitler torna a Berlino mortificato. Comprende che fino a quando non avrà ricostituito la sua forza militare non potrà fare niente.

Hitler si reca alle manovre dell’esercito tedesco, piccolo in seguito al trattato di Versailles, ridotto a 100.000 uomini ma molto addestrato. Hitler sa che per fare una guerra occorrono dei generali, degli ammiragli, degli strateghi degli specialisti competenti. Ha promesso all’esercito di non rispettare il trattato di Versailles, di ridargli i suoi effettivi e il suo armamento. Ma i generali vogliono di più: vogliono la testa di Röhm e delle SA, più importanti per il loro numero dell’esercito. Röhm viene criticato per la sua mania di grandezza: fa ombra a Hitler. Goebbels disse: «È un bolscevico camuffato». Sono complici da più di quindici anni ma Hitler ha deciso di eliminare Röhm accusandolo di preparare un colpo di Stato. Hitler designa i boia: Himmler, capo delle SS, Heydrich, capo della Gestapo, Sepp Dietrich, un ex garzone macellaio divenuto capo della guardia di protezione del Führer. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, quella che Hitler chiamerà «la notte dei lunghi coltelli», le SS uccidono Röhm e 85 possibili oppositori o testimoni ingombranti del passato di Hitler. Dopo la fine di Röhm, le SA perdono tutta la loro influenza e sono ridotte a servizio d’ordine. L’esercito è soddisfatto, come gli industriali che temevano quando sentivano Röhm dire: «La rivoluzione nazionale socialista non è ancora terminata». Sepp Dietrich è promosso generale delle SS. Quando la regista Leni Riefensthal gira “Il Trionfo della Volontà” sul congresso del partito nazista del 1934, solo le uniformi nere delle SS sfilano. Ormai in alto nella piramide del potere Hitler è solo.

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Un mese dopo “la notte dei lunghi coltelli” l’ultimo presidente della repubblica, il maresciallo Hindenburg, muore all’età di 87 anni. La democrazia è morta e sepolta da lungo tempo. La dittatura continua la sua marcia implacabile. Hitler diventa il capo delle Forze armate. Il suo potere è totale. E tutti i soldati giurano fedeltà «al Führer nostro capo e del popolo tedesco, Adolf Hitler».

Luglio 1935. Hitler si reca al festival di Bayreuth per ascoltare Wagner, il suo musicista preferito. La nuora del compositore, Winifred Wagner, che l’ha sostenuto fin dal suo così difficile debutto, lo riceve ora come capo della Germania. Hitler può valutare il cammino percorso; ha realizzato il sogno assurdo della sua gioventù: diventare Rienzi, il suo eroe wagneriano preferito che si sacrifica per il suo popolo in adorazione davanti a lui. S’imbarca come Sigfrido, sul mare del Nord verso le sue chimere, accompagnato da coloro che l’hanno creato e che non possono più domare, colui che è diventato il golem, la creatura della Bibbia fatta di argilla e che accecherà gli umani con la sua potenza infernale.

Hitler si appropria dei successi della repubblica di Weimar, come le famose autostrade, che diventeranno le vetrine del regime nazista.

Germania sinagoga distrutta

Hitler si batte per promulgare le leggi razziali di Norimberga. Brucerà le sinagoghe nei grandi pogrom della “Notte dei cristalli”, preludio della “soluzione finale”. Si prepara a violare il trattato di Versailles rioccupando le zone smilitarizzate del 1919. Quando Francia e Inghilterra non reagiranno, la loro debolezza porterà Mussolini a riavvicinarsi a Hitler, lasciandolo annettere l’Austria per compiere la sua “missione”, riunire la Germania e i popoli che parlano il tedesco. Interverrà nella insanguinata guerra di Spagna, lanciando i suoi bombardieri, uccidendo la popolazione di Guernica e assicurando la vittoria ai fascisti di Franco sui repubblicani della Spagna.

Sogna il suo grande esercito, come quello di Napoleone. Marcerà verso Mosca, proclamando sempre che vuole la pace. «Noi vogliamo essere un solo e unico Reich, e voi dovete prepararvi. Noi vogliamo che il popolo diventi ubbidiente, e siete voi che dovete trascinarlo. Noi vogliamo che questo popolo diventi pacifico ma anche coraggioso, e siete voi che dovete essere pacifici!».

La Germania, trascinata dai discorsi e dalle manifestazioni grandiose, perderà i contatti con la realtà.

Quando la Germania sarà pronta, Hitler, feroce ed ostinato, la trascinerà, e il mondo intero con lei, in una lunga notte popolata di fantasmi di cinquanta milioni di morti.

 

Bibliografia:

Apocalypse Hitler Dvd

La crisi del 1929

25 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #episodi di storia del '900

Il 24 ottobre 1929, i titoli della Borsa di New York crollano, provocando un crac che è il più doloroso della storia.

Il “giovedì nero”

Dovuta ad una speculazione sfrenata, l’aumento dei titoli accelera dal 1927. Culmina il 19 settembre 1929 e s’innesca una svolta il 3 ottobre. Le transazioni quotidiane di Borsa sono in media circa 4 milioni di titoli, mentre il 24 ottobre sono venduti 13 milioni di titoli. L’intervento immediato delle grandi banche limita tuttavia il ribasso dei titoli, ma il sogno di un arricchimento illimitato si allontana. Lo choc decisivo avrà luogo il “martedì nero” il 29 ottobre: 16 milioni di titoli sono venduti e i titoli affondano; l’eccessiva fiducia derivante dalla prosperità del dopoguerra è sostituita da un’ondata di panico che fa piombare l’America nel pessimismo.

 






«Come guadagnare un milione di dollari alla Borsa di New York? Semplice, è sufficiente investirne due!».

 
Questa battuta circola dopo il crollo del mercato dei titoli il 24 e il 29 ottobre 1929, ma gli Americani non sono in vena di ridere. Ancora i più ottimisti, come il loro Presidente repubblicano Hoover, credono che si tratti di una semplice recessione e che “la prosperità si trovi dietro l’angolo“. Al contrario, il crollo della Borsa provoca una crisi senza precedenti, con una serie di effetti domino: fallimento di molte banche, diminuzione dei consumi, difficoltà alle industrie, disoccupazione, che a sua volta, alimenta la depressione, riducendo in modo catastrofico i redditi di milioni di potenziali investitori. Peggio, l’onda di choc, nata negli Stati Uniti, si propaga dappertutto dove gli investitori americani avevano piazzato i fondi brutalmente ritirati. La Grande Depressione rivela così la complessità del moderno capitalismo internazionale.

 

Il 29 ottobre 1929, detto il “giovedì nero“ il panico si impadronisce della Borsa di New York e 13 milioni di titoli cambiano di mano. Cinque giorni dopo, il crollo è confermato dalla vendita di 6 milioni di titoli. Gli Stati Uniti cadono nella crisi trascinando il mondo con loro.

Il New York Times dedica la sua prima pagina della sua edizione del 30 ottobre 1929 al crollo nazionale: il rialzo speculativo delle quotazioni che avviene tra il 1926 e il 1929 è annullato in cinque giorni. Benché non tocchi più di un milione di Americani (su una popolazione di 123 milioni), il crollo borsistico ha un impatto considerevole sul piano psicologico. La crescita cieca in un avvenire economico radioso è spazzata via.

 

L’America sotto choc

Molto rapidamente la recessione tocca il sistema bancario; il ritiro massiccio effettuato dai risparmiatori fa fallire 640 banche nel 1929. L’anno seguente 1300 e più di 2200 nel 1931. Questa brutale paralisi del credito blocca tutti gli investimenti e frena i consumi. La caduta delle vendite accresce gli stock e fa crollare i prezzi: diversi industriali sono rovinati. Dal 1929 al 1932, la produzione americana diminuisce del 46 per cento.

La chiusura delle industrie provoca un tasso di disoccupazione fino ad allora sconosciuto. Il 3% degli attivi nel 1929, il 24% nel 1932.

I colletti blu, - gli operai – per primi, poi i colletti bianchi – gli impiegati e i quadri delle classi medie – perdono il lavoro. Non beneficiando di alcun aiuto piombano nella miseria. Non sono i soli.

Le quotazioni agricole si abbassano della metà durante lo stesso periodo; gli agricoltori, incapaci di pagare i loro debiti, emigrano in California.

Lo choc sociale si ripercuote sulla vita politica: la distruzione delle derrate deperibili, quando milioni di persone soffrono la fame, la nascita di bidonville, ribattezzate “hoverville” dove abitano famiglie una volta agiate, incitano gli elettori a respingere i discorsi del presidente repubblicano, il cui indefettibile ottimismo sembrava molto inadatto alla gravità della situazione.

Nel novembre 1932, Hover cede il posto al democratico Franklin Delano Roosevelt. Contrario ad idee preconcette, questi non ha dei programmi ben definiti né soluzioni miracolose per ristabilire la situazione, ma si impegna tuttavia – questa è un’innovazione – a far intervenire lo Stato nella vita economica.

La depressione del mercato americano tocca rapidamente il Giappone e l’America latina; le loro esportazioni crollano e sono costretti a stabilire un controllo sui cambi a partire dal 1930.

Nello stesso anno il marasma arriva nell’Europa centrale. Il ritiro massiccio dei capitali americani provoca il fallimento di numerose banche che avevano spesso investito a lungo termine le somme di denaro a loro disposizione.

Anche se Hover aveva proposto, per la durata di un anno, la moratoria della riparazione dei danni di guerra dovuti dalla Germania, tuttavia la Germania mise ugualmente, nel luglio 1931, il controllo dei cambi, quando ormai l’orizzonte politico è oscurato dall’accresciuto seguito dei partiti estremisti.

Due mesi più tardi, vista la rapida riduzione della giacenza di oro nelle sue casse, il Regno Unito sospende la convertibilità della lira sterlina, che perde quasi il 30% del suo valore. Quaranta paesi seguono questa svalutazione e formano la “zona sterling”; i prodotti britannici diventano così più competitivi, ma la crisi si estende in tutta l’Europa occidentale e ai suoi fornitori africani o asiatici. Solo l’Unione Sovietica sembra sfuggire al disastro: la collettivizzazione nelle campagne è in pieno sviluppo, la pianificazione industriale ed agricola è esaltata dalla propaganda staliniana, che vuole dimostrare, per mezzo delle statistiche, la superiorità del sistema comunista su un capitalismo senza scampo.

 

La produzione industriale del globo conosce una diminuzione eccezionale: nel 1929, 120 milioni di tonnellate di acciaio escono dagli altoforni, contro i 50 milioni di tre anni dopo. Le industrie dei beni di consumo sono colpite di riflesso. 1,9 milioni i veicoli fabbricati nel 1932 contro i 6,3 milioni nel 1929.

   La disoccupazione esplode; il numero dei disoccupati nei paesi industrializzati è valutato sui 30 milioni nel 1932, di cui 12 milioni di Americani (il 24% della popolazione attiva) e più di 6 milioni di Tedeschi il 17% della popolazione attiva).

Ad eccezione della Gran Bretagna, dove dal 1908 è stato introdotto un sussidio di disoccupazione, gli aiuti ufficiali sono pressoché inesistenti; gli altri paesi sopperiscono come possono alla miseria improvvisa. Molti disoccupati sono costretti a mendicare e sopravvivono unicamente grazie alle mense popolari e ai dormitori.

Una superproduzione agricola fa cadere le quotazioni di oltre la metà o più; ciò spinge a distruggere le scorte con grande scandalo per chi soffre la fame: i Brasiliani utilizzano il caffè invenduto come combustibile per le locomotive a vapore.

Una parte della società trae profitto dagli sconvolgimenti economici: così i risparmiatori vedono aumentare il loro potere d’acquisto man mano che i prezzi diminuiscono; i proprietari di terreni o di immobili beneficiano di un aumento reale delle rendite. Il periodo è nello stesso tempo favorevole a chi conserva il proprio lavoro poiché i salari diminuiscono meno rapidamente dei prezzi. Ma queste disuguaglianze attirano la collera contro i governanti: i regimi parlamentari sono minacciati dal sorgere di movimenti estremisti (partito nazista e comunista in Germania), formazioni di tipo fascista in Europa centrale, leghe in Francia.

 

Per gli economisti liberali il solo modo di favorire la ripresa è di risanare l’economia con dei rimedi classici: riduzione delle spese pubbliche per ristabilire l’equilibrio del bilancio, la difesa della parità monetaria accompagnata da una diminuzione dei prezzi e dei salari per rilanciare le esportazioni (deflazione).

La deflazione è combattuta con vigore da un economista inglese, John Keynes, autore della “Teoria generale del lavoro, dell’interesse e della moneta”. Apparsa nel 1936, quest’opera attribuisce la crisi ad una insufficienza della domanda. I disoccupati sono costretti a consumare meno, questo aggrava le difficoltà dell’industria. Per uscire da questo circolo vizioso, lo Stato ha un ruolo fondamentale da giocare, con il ricorso sistematico al deficit di bilancio, alla diminuzione del tasso d’interesse e, se necessario alla svalutazione.

Conosciute dopo la loro pubblicazione, le idee di Keynes ispirano in parte le politiche economiche delle democrazie: nel 1934 Roosevelt svaluta il dollaro, instaura un deficit di bilancio e mette in moto una politica di grandi lavori pubblici per assorbire la disoccupazione.

La risposta migliore alle difficoltà del momento sembra venire dalle dittature, che basano il rilancio sul riarmo, sull’esclusione dal mondo del lavoro delle donne e sull’autarchia.

Dei successi spettacolari, amplificati dalla propaganda, rasentano dei fallimenti lampanti: l’industria tedesca del 1936 supera quella del 1929, ma l’agricoltura non è autosufficiente. La massa dei disoccupati è quasi interamente riassorbita, tuttavia il Paese è sottomesso al terrore, mentre il riarmo indica la volontà dei dirigenti di conquistare uno “spazio vitale” con la forza.

Le scelte dell’Italia di Mussolini vanno in questa direzione: lo Stato controlla un’ulteriore parte dell’economia, esalta l’autarchia, procede alla bonifica delle terre per uso agricolo, come la celebre “battaglia del grano”. La conquista dell’Etiopia è conclusa nel 1935 e 1936; in quest’occasione, l’avversione inglese e l’indecisione francese creano delle ostilità con le democrazie occidentali e spingono così il Duce nelle braccia di Hitler.

La dittatura militare giapponese impone dal 1931 un protettorato sulla Manciuria, ricca di minerali, prima di attaccare la Cina nel 1937. La ripresa economica del Giappone, favorita dalla caduta dello yen, si orienta verso le industrie strategiche.

 

L’arretramento generale delle economie suscita delle guerre commerciali e monetarie che non migliorano le relazioni internazionali. Dal 1930 gli Stati Uniti aumentano i loro dazi doganali più del 50%; nel 1932, la Gran Bretagna interrompe un secolo di libero scambio per il protezionismo. In base agli accordi di Ottawa, stabilisce dei rapporti di preferenza con il Commonwealth, cioè i territori dell’impero britannico.

La Francia agisce allo stesso modo con le colonie e contingenta le sue importazioni.

La Germania e l’Italia si proclamano “nazioni proletarie” e cercano di essere autosufficienti. In un tale contesto, il valore degli scambi commerciali si riduce di due terzi e il volume totale diminuisce del 30% tra il 1929 e il 1932. A tutto ciò si aggiunge una divisione delle nazioni in aree monetarie: la “zona sterling” esiste dal 1931; l’influenza del dollaro si estende al Canada e all’America latina; il marco domina tutta l’Europa centrale e fin al 1936, l’Unione latina (o “blocco oro”) raggruppa i paesi che si rifiutano di svalutare (Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Polonia e Olanda).

 

Al di là dei suoi effetti destrutturanti immediati, la crisi del 1929 segna la fine del liberalismo economico, di cui i teorici non hanno saputo prevedere ne guarire i danni: molti di loro hanno voluto credere che la crisi si sarebbe assorbita spontaneamente. L’intervento regolatore dello Stato si attua in modo empirico, ben prima di essere legittimato dall’analisi di Keynes. I contemporanei assistono così all’apparizione dello Stato-previdenza: i poteri pubblici aiutano le industrie in difficoltà, combattono l’aggravarsi del disagio degli agricoltori e soccorrono i disoccupati. In modo paradossale i gravi problemi dell’economia capitalista conducono alla realizzazione di una legislazione sociale molto spinta. La crisi del 1929 ha così contribuito a mettere a punto un nuovo capitalismo che trionferà dopo il 1945, che associa la libera impresa, il ruolo in economia dello Stato e la solidarietà sociale.

La "modernizzazione" fascista

20 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Giugno 1930. Mussolini fa visita a Guglielmo Marconi a bordo del panfilo Elettra, utilizzato dallo scienziato per i suoi esperimenti radiofonici.

1930-Marconi-esperimento-Elettra.jpg Guglielmo Marconi presidente Accademia Italia

Marconi verrà insediato, sei mesi dopo dal Duce, alla presidenza dell'Accademia d'Italia. Ma della sua geniale opera di inventore s'era già avvalso da tempo il regime per rivendicare il ruolo d'avanguardia della cultura italiana. Fin dai suoi esordi il fascismo aveva coniugato il tema del nazionalismo con quello della modernità. Determinante in questo senso era stato l'apporto del futurismo.

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Ma il suo alfiere, Filippo Tommaso Marinetti, venne presto ridotto da Mussolini a un ruolo subalterno di fiancheggiatore del regime, sia pur con una certa libertà di giudizio. (Nel 1909 il trentatreenne Filippo Tommaso Marinetti, un irrequieto intellettuale che viveva tra Milano e Parigi, dove aveva già dato alle stampe alcune raccolte di versi liberi, pubblicò su “Le Figaro” di Parigi il primo “Manifesto del Futurismo”. Il movimento esaltava, tra gli eccessi, il patriottismo estremo, le “belle idee per cui si muore”, la “guerra sola igiene del mondo” e inneggiava al motore “alla parte clamorosa” dell’esistenza e delle attività umane).

E del futurismo sarebbero rimasti in auge solo alcuni motivi formali. Essi improntarono non solo l'ideologia del regime, ma soprattutto lo stile e il linguaggio della dirigenza fascista, come l'estremismo verbale e il gusto per l'iperbole, la propensione per le imprese temerarie, l'esibizione di uno spirito gladiatorio. Di fatto, altri erano i cardini su cui il regime aveva edificato un «nuovo ordine fascista». 

L'organizzazione di un regime totalitario aveva comportato il ripudio sia di concezioni attivistiche elitarie, sia di atteggiamenti dissacranti, tipici del futurismo. E aveva imposto per contro il controllo di un partito unico su ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Il problema fondamentale era l'integrazione della società nello Stato fascista. E il regime lo perseguì sulla base di nuovi miti di grandezza e di potenza, tali da mobilitare le masse e da inculcare fin dai più giovani il senso dell'autorità e della gerarchia. In quest'opera di costruzione di una nuova coscienza e identità nazionale (fondata sul primato assoluto dello Stato e sulla fascistizzazione delle istituzioni) Mussolini rivendicò a sé, attraverso l'esercizio di un potere carismatico, il ruolo del demiurgo. E assegnò al partito, organizzato come una milizia, il compito di plasmare il carattere e i comportamenti degli italiani al fine di creare una «nuova civiltà politica», un «nuovo Stato». Si trattava per Mussolini di imporre una modernizzazione dall'alto della società e un nuovo sistema di valori culturali aderente a specifiche caratteristiche nazionali. Artisti e uomini di cultura vennero esortati a mettere da parte concezioni soggettive e personalistiche. L'arte dell'«era fascista» avrebbe dovuto avere per sue principali destinatarie le masse, e per obiettivo fondamentale la fusione fra popolo e regime. «Nello Stato fascista l'arte viene ad avere una funzione sociale, una funzione educativa» così scriveva nel 1932 Mario Sironi, uno degli artisti più impegnati e originali nella costruzione dei canoni e dei miti simbolici del fascismo.

Tuttavia, a differenza del nazismo, il regime fascista non giunse a imporre una "arte di Stato", in quanto lasciò libertà d'espressione sul terreno della ricerca estetica. Perseguì i suoi obiettivi in altri modi, privilegiando e sostenendo (attraverso una politica di committenza pubblica) quegli indirizzi che più si prestavano a creare nel pubblico la coscienza di un nuovo ethos e una "arte nazionale".

manifesto-mostra-1932.jpg ingresso mostra rivoluzione

La Mostra della Rivoluzione Fascista, aperta nell'ottobre 1932, nel quadro delle celebrazioni del decennale della marcia su Roma, riassunse in forma emblematica che cosa il fascismo intendesse per "arte costruttiva" rappresentativa e interprete di una nuova epoca. Agli architetti, scultori e pittori fra i migliori di quell'epoca, che collaborano all'iniziativa (da Prampolini a Terragni, da Valente a Libera, da Martini a Bartoli), Mussolini raccomandò di realizzare un'opera che nel suo insieme ponesse in luce «la modernità dinamica e rivoluzionaria del fascismo».

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Tanto l'allestimento della rassegna quanto l'aspetto scenografico del palazzo che l'ospitava, vennero concepiti in modo tale da evocare e consacrare gli orientamenti antitradizionalisti e modernisti del regime. Dalla facciata dell'edificio (che si sarebbe presentata come un immenso cubo davanti al quale svettavano quattro grandi fasci in rame brunito alti venticinque metri) all'apparato iconografico e documentario delle varie sale, l'intero complesso dell'esposizione costituì una sintesi spettacolare ed efficace dell'immagine simbolica che il fascismo voleva dare di sé e della sua energia creatrice. Tre giorni prima dell'inaugurazione della mostra, il 25 ottobre, parlando a Milano, Mussolini aveva affermato: «Il secolo ventesimo sarà il secolo della potenza italiana, sarà il secolo durante il quale l'Italia tornerà per la terza volta a essere la direttrice della civiltà umana».

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L'urbanistica fu eletta dal Duce a cantiere e laboratorio per la rappresentazione dei valori e delle forme della nuova civiltà» che il regime proclamava di voler costruire. Edifici pubblici, sedi del partito, monumenti, piazze e strade, avrebbero dovuto rendere tangibile l'impronta del fascismo e tramandarla nel tempo, eternando così i tratti distintivi di un'epoca. Fin dal 1925, presiedendo la cerimonia d'insediamento in Campidoglio dal primo governatore di Roma, Mussolini aveva lanciato il progetto di fare della capitale «una città ordinata e potente» mediante un vasto programma di ristrutturazioni che valorizzasse le vestigia dell'antichità e, nel contempo, imprimesse allo scenario urbano i segni di una nuova era. Riprese così l’opera di sbancamento e di risistemazione edilizia del centro storico di Roma, che avrebbe prodotto peraltro parecchi scempi architettonici. Venne demolita una parte del quartiere medievale per dar maggior spazio alla via dell'Impero che, inaugurata solennemente nell'ottobre 1932, collegò piazza Venezia al Colosseo attraverso i Fori Imperiali. Si pose mano così, nella capitale, al piccone demolitore, all'insegna della mistica fascista della romanità, di un rapporto ambiguo e contraddittorio fra antico e moderno.

1932 Roma lavori Piazza Venezia Roma sventramenti fascismo

Nel corso del 1934 fu la volta della zona intorno al Mausoleo d'Augusto. E altri quartieri subirono in quello stesso periodo o successivamente la stessa sorte. Uno dei peggiori misfatti fu la demolizione della Spina dei Borghi davanti a San Pietro e alla piazza del Bernini, per far posto a via della Conciliazione e a un'assurda sfilata di obelischi.

Il progetto più ambizioso del regime fu quello varato (all'indomani della conquista dell'Etiopia) di una grande Esposizione universale romana (l'Eur) per celebrare una «Olimpiade della civiltà». La grande rassegna dell'Eur, prevista nel 1942, non si sarebbe mai tenuta a causa della guerra. Ma i lavori preparatori diedero modo a una schiera di valenti progettisti (da Pagano a Piccinato, da Rossi a Vietti) di sperimentare alcune soluzioni d'avanguardia improntate (pur nel culto della romanità e del littorio) al modernismo razionalista.

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I razionalisti pensavano di poter convertire la politica urbanistica del regime ai loro canoni di severa linearità e funzionalità. In effetti non mancarono importanti applicazioni di questo genere architettonico: dalla stazione ferroviaria di Firenze (firmata da Michelucci) alle Triennali di Milano, a varie Case del Fascio (come quella di Como).

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E di matrice razionalista fu anche l'impostazione di alcune città nuove: da Littoria a Sabaudia (creata sui terreni riscattati alla palude dell'Agro Pontino) ad altre ancora, sorte quali colonie agricole o cittadelle industriali come Guidonia.

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Ma Giuseppe Pagano e altri autorevoli esponenti di questa scuola (a cui fecero capo riviste come Casabella e Domus) dovettero alla fine ricredersi. Nella maggior parte dei casi, finì infatti per prevalere un'architettura d'intonazione monumentale e aulica, congeniale alla simbologia ufficiale e agli intenti autocelebrativi del fascismo. Una serie di edifici massicci, fatti di colonne e portali enormi e opere pubbliche dalla scenografia ridondante. Principale patron dell'architettura del regime, risultato di un compromesso fra tradizionalismo romaneggiante e razionalismo, fu Marcello Piacentini. Innovatore in gioventù, ma convertitosi poi alla retorica fascista e fautore dei più clamorosi sventramenti nella capitale. Piacentini firmò, negli anni Trenta, alcuni dei progetti urbanistici più impegnativi del regime come il centro storico di Brescia. Piacentini progettò inoltre la ristrutturazione di via Roma a Torino, la città universitaria e l'Esposizione universale di Roma.

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Anche alla scultura e alla pittura venne demandato il compito di tradurre i messaggi e i riferimenti ideologici del fascismo in forme espressive che enfatizzassero i temi dell'ordine e della coesione sociale, e i valori della famiglia e del lavoro. Si sarebbe dovuto, stando a quanto affermava nel 1935 un teorico come Carlo Belli, simbolizzare o ridisegnare un ordine tutto italiano e fascista, improntato da «uno spirito mediterraneo fatto di luce e di geometri». Venne tuttavia lasciata un'autonomia relativamente ampia in materia di gusti e stili artistici. Convissero così in quegli anni, tanto il secondo futurismo (con Soffici, Balla e Depero), quanto il novecentismo (con Sironi, Martini e la Marfatti); tanto il neotradizionalismo di Carrà quanto il classicismo metafisico di De Chirico; tanto il ritorno al barocco in chiave espressionistica (con Scipione e Mafai), quanto il cromatismo lirico di Birolli, Rosai, Sassu.

De Chirico metafisica

Cenacoli importanti come quello torinese dei Sei (sostenuto da Lionello Venturi con le sue aperture europee) si mantennero lontani dal "conformismo militante". Artisti (come De Pisis, Campigli, Morandi, Severini) chi lavorando per lo più all'estero, chi tenendosi appartato, rimasero estranei tanto al provincialismo strapaesano quanto al classicismo ufficiale. E non mancarono i critici dell'indirizzo corrente, come quelli che alla fine degli anni Trenta, sensibili all'influsso di Picasso, si raccolsero intorno alla rivista milanese Corrente di Edoardo Persico. Fece il suo esordio pure il movimento astrattista (con Fontana, Radice, Melotti), mentre emersero alcuni giovani di spiccata personalità come Renato Guttuso. Di fatto, grazie alla dialettica interna al partito fra fascismo inteso come regime e fascismo inteso come movimento, ebbero modo di affermarsi orientamenti non del tutto allineati ai canoni ufficiali, se non eterodossi. Ciò fu dovuto anche alla protezione che un autorevole leader fascista come Giuseppe Bottai (teorico dello Stato corporativo e ministro dell'Educazione nazionale) accordò all'intellighenzia, giacché egli intendeva costituire un'élite di artisti e di studiosi attorno a una politica culturale basata su criteri qualitativi e non semplicemente su una logica di servizio.

D'altra parte, il governo fascista badò a dare di sé un'immagine accattivante, promuovendo manifestazioni artistiche e culturali aperte al concorso di esponenti delle più diverse correnti. Così avvenne con la Triennale di Milano, inaugurata nel 1931 e dedicata all'architettura, al design e alle arti decorative.

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Una delle iniziative più prestigiose del regime fu il Convegno Internazionale d'Arte che si aprì nel luglio 1934 a Venezia. Due erano i temi in discussione: il rapporto fra le arti contemporanee e la realtà e quello tra arte e Stato. Ai lavori parteciparono, fra gli ospiti stranieri, Picasso e Le Corbusier, il compositore Béla Bartòk, lo scultore Paul Manship, il regista teatrale Gordon Craig, il poeta Paul Valéry e lo scrittore Thomas Mann. Ma fu soprattutto nell'opera di sensibilizzazione delle masse, che il regime diede prova delle sue capacità di spettacolarizzazione della cultura e della politica, in quanto seppe creare un efficace sistema di suggestioni, di miti e di liturgie, utilizzando gli strumenti e i ritrovati della modernità.

ricevitore-RadioBalilla-1937.jpg programmi radio 1934

La radio fu uno dei principali mezzi di cui si servì il fascismo nella sua pedagogia totalitaria. Alla vigilia della guerra gli abbonati erano numerosi. E numerosi erano i programmi destinati espressamente dalle autorità governative e di partito alle singole categorie di lavoratori.

Il cinema fu un altro mezzo di comunicazione di massa su cui fece leva il fascismo. Sorto nel novembre 1925 l'Istituto Luce (sigla che sta per L'Unione per la Cinematografia Educativa) ebbe il compito di svolgere opera di divulgazione culturale nelle scuole e nel mondo del lavoro e poi di produrre anche cinegiornali di attualità e documentari sulle iniziative del regime. Fra il 1931 e il 1933 un'apposita legislazione accordò, da un lato, particolari sovvenzioni alle case cinematografiche nazionali, e dall'altro, impose dei limiti sempre più rigidi alla diffusione di film stranieri. La produzione di altri paesi finì così per trovare ospitalità, con le sue migliori pellicole, soltanto alla rassegna internazionale di Venezia, una manifestazione di gran lustro e mondanità, inaugurata nel 1932, per iniziativa dell'ex ministro delle Finanze e poi presidente della Confindustria conte Volpi. A sostegno della produzione italiana fu costituito nel 1935 il Centro Sperimentale di Cinematografia. E comparvero l'anno dopo due importanti riviste: Cinema diretta da Vittorio Mussolini e Bianco e Nero diretta da Luigi Chiarini. Tra i collaboratori figuravano Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti.

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Nell'aprile 1937 venne inaugurata, alla presenza di Mussolini, Cinecittà. Si trattava di uno dei più attrezzati complessi europei di teatri di posa per la produzione cinematografica. Il regime mirava a fare di Cinecittà, ideata da Luigi Freddi; una sorta di Hollywood in miniatura e ad affrancare così il mercato italiano dalla produzione americana. Assai popolari erano, infatti, anche da noi Walt Disney e altri divi d'oltreoceano. Nacquero in quel periodo i film cosiddetti del "telefono bianco" le commedie rosa e di costume. E si sviluppò il filone di intonazione storica, dopo che nel 1934, con il film 1860 di Blasetti sull'epopea garibaldina dei Mille, si era registrato il primo grande successo di pubblico.

Particolare attenzione venne prestata anche all'attività teatrale con lo scopo di trasformarla in «spettacolo sociale». Furono così istituiti nel 1929, per conto dell'Opera Nazionale Dopolavoro, i Carri di Tespi che, girando per l'Italia, avrebbero dovuto «elevare il senso artistico» delle masse contadine e operaie. Sagre paesane, feste campagnole, sfilate in costume, divennero altrettanti riti collettivi e veicoli di pianificazione del consenso fra i ceti popolari. Ma il regime prediligeva soprattutto ciò che sapesse di avveniristico o che dimostrasse il nuovo spirito competitivo nazionale. 

Le spedizioni polari di Umberto Nobile (fin quando non si conclusero tragicamente) vennero celebrate dal governo fascista come altrettante testimonianze di una nuova Italia virile e ardimentosa. E così avvenne per l'impresa di Francesco De Pinedo, protagonista nel 1925 di un giro del mondo su un idrovolante, acclamato come «il volo dei tre continenti». A inorgoglire il regime, ma anche tanti italiani, fu in particolare la trasvolata atlantica guidata dal quadrumviro e ministro dell'Aeronautica, Italo Balbo. Atterrato nel luglio 1933 a New York, egli venne ricevuto dal presidente Roosevelt e, al suo rientro in Italia, insignito dal titolo di maresciallo dell'aria. In quello stesso anno, nel 1933, a pochi giorni di distanza, il supertransatlantico Rex conquistava il Nastro Azzurro, stabilendo il nuovo record di traversata dell'Atlantico, compiuta in poco più di quattro giorni.

idrovolante di Balbo transatlantico Rex

Dalle palestre ai campi di gara, ai nuovi grandiosi impianti del Foro Italico nella capitale, il mondo dello sport venne considerato dal regime un vivaio (non meno importante delle adunate del «sabato fascista», dedicate all'educazione politica e all'addestramento militare) per la formazione dell'«italiano nuovo».

 saggio-ginnico.jpg Starace salto fuoco

Una generazione di giovani che offrisse l'immagine di un paese proiettato verso nuovi traguardi all'insegna dell'agonismo, dell'impegno collettivo e dell'attaccamento alla bandiera. A tal fine contribuirono anche i successi della nazionale di calcio ai campionati mondiali del 1934 e del 1938. A Roma la squadra italiana, guidata dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, batté in finale la Cecoslovacchia; la seconda volta, gli azzurri si imposero in Francia sugli Ungheresi.

1936-manifesto-olimpiade-Berlino.jpg Hitler Olimpiadi di Berlino 1936

Nel frattempo all'XI Olimpiade tenutasi nell'agosto 1936 a Berlino, l'Italia era giunta a piazzarsi al quarto posto nella classifica per nazioni. Fra gli atleti che avevano vinto la medaglia d'oro c'era anche una donna: Ondina Valla, prima negli 80 metri a ostacoli. Era vanto del regime che anche le giovani italiane dessero prova di doti atletiche e di vigoria fisica. In verità, non tutti, all'interno del regime, condividevano la passione e l'enfasi per la modernità. Contro il novecentismo, l'urbanesimo, l'industrializzazione, il macchinismo, continuava a tuonare un gruppo di intellettuali raccolti intorno alla rivista Il Selvaggio (sorta nel 1924) in cui figuravano personaggi come Malaparte, Bilenchi, Maccari. All'insegna di «Strapaese», essi vagheggiavano un ritorno alle tradizioni dell'Italia provinciale e rurale quale antidoto a quella che definivano la «barbarie artistica e intellettuale» del modernismo, sinonimo di standardizzazione e americanizzazione. In realtà, il rapporto del fascismo con la modernità era pervaso di parecchie contraddizioni. Non soltanto perché doveva coesistere con il culto e la retorica della romanità. Ma anche perché si trattava di una concentrazione strumentale della modernità, finalizzata al dominio politico della cultura e della società.

Avvenne così che il governo fascista, da un lato, promosse importanti istituzioni scientifiche (a cominciare dal Consiglio Nazionale delle Ricerche) e, dall'altro, cercò all'occorrenza di piegarne l'attività alle mutevoli logiche di potere o alle direttive autarchiche del regime. Tant'è che non esitò a sacrificare anche gli sviluppi più promettenti della ricerca scientifica sull'altare della ragion di Stato e delle discriminazioni razziali.

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Nel dicembre 1938, con l'esodo di Enrico Fermi, colpito dal bando contro gli ebrei, si sciolse in pratica il gruppo romano di Via Panisperna che, promosso da Mario Orso Corbino, aveva rappresentato uno dei nuclei più importanti della fisica europea. Fermi riparerà negli Stati Uniti dove collaborerà alla realizzazione della prima bomba atomica.

Nell'ottobre 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini pronunciò un violento discorso contro la borghesia al Consiglio nazionale del partito fascista. L'imposizione del "voi" in luogo del "lei" (bollato come «servile e straniero») il ripudio di ogni forma di compromesso con le forze tradizionali, e le leggi per la difesa della razza avrebbero dovuto costituire il preludio della cosiddetta «terza ondata» (dopo la marcia su Roma e la messa al bando nel 1925 dei partiti antifascisti).

La lotta contro «quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che ancora si annidano nel paese» (come li definì Mussolini) avrebbe dovuto affiancare non solo la battaglia contro l'individualismo e i retaggi del pluralismo culturale e del cosmopolitismo, ma preparare anche il paese allo scontro con le democrazie occidentali, contro le «nazioni plutocratiche e satolle» (per dirla con le parole del Duce). La "modernità" fascista s'era ormai tinta sempre più di coloriture populiste e bellicistiche.

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

 

La politica sociale del fascismo

15 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il fascismo aveva conquistato il potere grazie all'azione eversiva dello squadrismo e allo sbandamento dei suoi avversari.

1920 fascisti contro sede Il PAESE

Ma, una volta a capo del governo, Mussolini comprese che, per tenersi in sella, occorreva assicurare al fascismo l'adesione dei ceti medi. D'altra parte, il movimento fascista, sebbene fosse stato appoggiato nella sua ascesa da alcuni grossi possidenti agrari e più larvatamente da qualche gruppo industriale, aveva avuto una matrice eminentemente piccolo- borghese. Di fatto la rivalutazione della lira, attuata nel 1926 a un cambio più alto del corso reale di mercato, rinfrancò i ceti medi.

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Tant'è che il flusso dei depositi presso le casse di risparmio raggiunse, nel giro di due anni, un volume pari a quasi quattro volte quello del 1913. Rassicurata in tal modo e con altri provvedimenti la piccola e media borghesia, il governo fascista mirò a eliminare la conflittualità sociale. A tal fine, vennero sciolte d'autorità tutte le organizzazioni di categoria, tranne quella del sindacato fascista a cui fu attribuita la rappresentanza globale dei lavoratori.

Nello stesso tempo, venne introdotta una legge che stabilì l'arbitrato obbligatorio per le controversie sindacali e il principio della validità collettiva, "erga omnes", dei contratti di lavoro. Fu questa la premessa dell'ordinamento corporativo varato con la Carta del lavoro emanata nell'aprile 1927 per opera di Giuseppe Bottai. Non si diede corso alla corporazione integrale, a una organizzazione unica fra datori di lavoro e lavoratori, come rivendicava il leader del sindacalismo fascista Edmondo Rossoni. Ma vennero istituite singole corporazioni di categoria a cui fu affidato il compito, in nome degli interessi nazionali, di coordinare tutti gli aspetti riguardanti il mondo del lavoro e dell'economia.

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La Carta del lavoro ribadì sia il divieto di sciopero che quello di serrata e conferì ad una speciale magistratura del lavoro la soluzione delle controversie fra imprese e dipendenti. Sancito in tal modo, e mediante varie misure repressive, il principio della disciplina sociale, il governo fascista cercò di ridurre le differenze di classe all'interno del mondo rurale, che costituiva la componente di gran lunga prevalente della società italiana. Si pose così mano a diversi provvedimenti rivolti a favorire lo sviluppo della piccola proprietà contadina e ad accrescere il numero dei compartecipanti. In effetti, fra il 1921 e il 1936, stando ai dati ufficiali, i lavoratori senza terra diminuirono dal 44 al 28 per cento degli addetti all'agricoltura. Ciò fu dovuto peraltro, almeno sino al 1926 all'inflazione, che alleviò i debiti contratti da numerosi coltivatori per acquistare un pezzo di terra, e che innalzò inoltre le quotazioni dei prodotti. Non a caso, proprio nelle campagne il fascismo reclutò la sua base di massa più consistente.

Da un lato, l'opera di "sbracciantizzazione" valse infatti a distruggere gli ultimi residui delle leghe socialiste e cattoliche, in particolare nelle regioni del nord e del centro.

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Dall'altra, i provvedimenti assunti con la «battaglia del grano» e la «bonifica integrale» resero possibile un miglioramento delle condizioni dei mezzadri e dei fittavoli. Peraltro, furono i più grossi produttori a trarre i maggiori benefici della politica agricola del regime. Essi si avvantaggiarono inoltre, sia delle più favorevoli condizioni di accesso al credito agricolo, sia della progressività alla rovescia delle imposte (pari in media al 5 per cento sui redditi più alti contro il 10 per cento su quelli più bassi).

Solo dalla metà degli anni Trenta il fisco diverrà meno indulgente nei confronti degli agrari, in seguito all'adozione di un'imposta straordinaria immobiliare e di un prestito forzoso sulla proprietà fondiaria. Il particolare impegno profuso dal regime a favore dei ceti rurali si spiega anche con gli indirizzi di politica demografica del governo fascista. Nel maggio 1927, con il discorso dell'Ascensione, Mussolini aveva sostenuto che la ricchezza della Nazione stava essenzialmente nel numero delle braccia. E aveva eletto il contadino, il piccolo produttore, a simbolo di un'Italia laboriosa e frugale. Da quel momento era stato imposto un freno all'urbanizzazione, all'emigrazione verso le città. Per il regime, l'integrità della popolazione italiana stava infatti nella salvaguardia delle sue matrici e tradizioni rurali.

In realtà le disposizioni che limitavano la libertà di movimento non riuscirono a bloccare del tutto l'esodo delle campagne, malgrado due successive leggi del 1931 e del 1939. In base al teorema che il numero è potenza, il governo premiò le giovani coppie e penalizzò i celibi con un'imposta, istituita nel 1927, che colpiva tutti gli uomini non sposati dai venticinque ai sessantacinque anni, e che venne poi raddoppiata. Mussolini aveva affermato: «Ho approfittato di questa tassa per dare una frustata demografica alla nazione».

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Alle famiglie numerose vennero riconosciute, nel giugno 1928, varie esenzioni fiscali e la priorità nell'assegnazione di alloggi popolari e di altre provvidenze. Si giunse anche a fissare un ordine di grandezza per avere diritto a particolari privilegi: sette figli per le famiglie degli impiegati e dieci per tutte le altre. Fu inoltre stabilito che i coniugati dovessero avere la precedenza sui celibi, e i genitori sui coniugati senza figli, nei concorsi e nelle promozioni negli impieghi pubblici, nelle assunzioni nelle imprese private e nel riconoscimento di licenze commerciali. In verità le aspettative del regime vennero in parte deluse dai risultati del censimento compiuto nel 1931, che registrò una popolazione di poco più di 41 milioni di residenti, contro i 38 milioni del dopoguerra. Fu perciò intensificata anche l'azione di propaganda a sostegno dell'incremento demografico. Nel dicembre 1933 vennero premiate con una visita nella capitale le 93 madri più prolifiche d'Italia. Erano donne che vantavano dai 14 ai 19 figli viventi. Ricevute dal Papa e poi da Mussolini, esse ritirarono dalle mani del Duce un premio in denaro.

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Fu questo il prologo dell'istituzione, alla vigilia di Natale, della «Giornata della madre e del fanciullo», festività che diventerà un appuntamento rituale. Erano trascorsi dieci anni dall'istituzione dell'Opera nazionale per la maternità e infanzia, incaricata di integrare e coordinare le diverse forme di assistenza alle madri bisognose e all'infanzia abbandonata. E da allora si era moltiplicato il numero dei consultori per la maternità, in particolare nei grandi centri urbani, dove più bassi risultavano gli indici di natalità. Un regime benefico e rassicurante. Era l'immagine che Mussolini voleva dare del fascismo. A tal fine venne riorganizzato il sistema previdenziale e assistenziale.

Facendo seguito all'istituzione nel 1925 dell'Ente Nazionale Assistenza Lavoratori fu stabilita, due anni dopo, l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi e, nel maggio 1929, quella sulle malattie professionali.

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Nel dicembre 1928 era stato approvato anche un aumento delle pensioni operaie. Questi provvedimenti vennero accreditati dai leader del regime, a cominciare dal capo del sindacato fascista Rossoni, come la prova della sollecitudine del governo verso le classi popolari. Ma i provvedimenti più significativi furono varati solo nel mezzo della "grande crisi" degli anni Trenta per esorcizzare l'insorgere di particolari tensioni sociali.

Fu così che nel 1933 venne stanziato un fondo per le indennità di disoccupazione, e furono adottate nuove provvidenze per i casi di invalidità, di infortuni sul lavoro e di malattie professionali. A queste e altre misure di previdenza sociale (come quella varata nel 1934 che sanciva il diritto di un giorno di riposo ogni settimana lavorativa) fecero da contrappunto, nei momenti economici più critici, consistenti riduzioni dei salari.

Emerse in questi frangenti il carattere ambivalente e contraddittorio del sindacalismo fascista, la sua perenne oscillazione fra le funzioni di cinghia di trasmissione della dittatura e quelle di rappresentanza dei lavoratori. Si trattò di un dilemma che tormentò soprattutto gli esponenti sindacali che s'identificavano con il fascismo delle origini, o che provenivano dal gruppo dei sindacalisti rivoluzionari. Le direttive del regime imponevano, come esigeva il copione delle manifestazioni ufficiali nei luoghi di lavoro, che si esaltasse il principio della collaborazione di classe e si facesse sfoggio di una perfetta coesione fra le forze del capitale e del lavoro.

In realtà, quel che i leader della sinistra fascista vagheggiavano era una profonda modifica, o comunque una prospettiva di rinnovamento del sistema sociale, che li poneva in contrasto con le tendenze assai più prudenti degli ambienti di partito e di governo. In effetti, nonostante le apparenze, numerosi furono gli scontri con il patronato o le contestazioni nei riguardi delle direttive prefettizie che raccomandavano un atteggiamento accomodante. Lo stesso Mussolini diede talvolta l'impressione di assecondare i propositi degli esponenti sindacali più battaglieri. Soprattutto nel corso degli anni Trenta, quando la recessione economica fu da lui giudicata come una «crisi strutturale» del sistema capitalistico.

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Ciò lo indusse a lanciare la parola d'ordine di «andare verso il popolo» e a enunciare un «piano generale regolatore» dell'economia che avrebbe dovuto dar luogo, sulla base dell'ordinamento corporativo, a una «terza via» fra capitalismo e comunismo. È quanto il Duce rivendicò nell'ottobre 1934 a Milano, in un discorso agli operai, che dava per avvenuta l'integrazione delle masse in quella che si definiva la «rivoluzione fascista». In realtà, proprio in quel periodo venne meno definitivamente il disegno di dar vita al corporativismo integrale. E il sindacato fascista, dopo l'estromissione di Rossoni, finì col rassegnarsi (salvo qualche temporaneo sussulto) a un ruolo sempre più subalterno e strumentale in conformità alle logiche di potere e alle finalità di nazionalizzazione delle masse perseguite dallo Stato totalitario. In funzione di questi obiettivi, il governo fascista intensificò nel corso degli anni Trenta l'azione politica del partito e mobilitò l'Opera Nazionale Dopolavoro, creata fin dal 1925 con lo scopo di estendere il controllo del regime anche sul versante delle manifestazioni aziendali e delle iniziative ricreative.

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Sempre più vasto divenne così il repertorio dei programmi allestiti da enti pubblici, organizzazioni sindacali, federazioni del fascio e amministrazioni locali. Tenevano il cartello i raduni nella capitale con l'appuntamento rituale a Piazza Venezia sotto il balcone del Duce o all'Altare della Patria.

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E c'erano le feste campagnole, quelle ai circoli rionali, le gare a premio, le gite domenicali sui cosiddetti «treni popolari» a tariffa ridotta per una giornata all'aria aperta.

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L'organizzazione di colonie montane e marine per le vacanze dei figli dei lavoratori costituì un altro aspetto rilevante della politica sociale del regime. Era questo un altro modo per integrare le masse nelle istituzioni fasciste e organizzare il consenso dei ceti umili. Particolari provvidenze vennero inoltre assunte nel campo dell'assistenza sanitaria. Si ampliò il numero degli ospedali e degli ambulatori, dei laboratori di analisi e degli impianti radiologici. Anche nei paesi si organizzò un servizio per l'assistenza alle gestanti e la puericultura.

Gli iscritti alla mutua, che all'inizio degli anni Trenta erano poco più di 800.000, divennero dieci anni più tardi tredici milioni. Grazie a queste e ad altre misure la vita media di un italiano raggiunse nel 1939, i 55 anni. Si trattava tuttavia, per la maggior parte della popolazione, di un'esistenza per lo più grama e stentata. La spesa per l'alimentazione assorbiva in media il 57% del bilancio di una famiglia e i consumi pro capite risultavano nel 1931 pari a 2.667 calorie (meno di quelli di dieci anni prima). Erano ancora tanti gli italiani che non si potevano permettere il pane bianco. E quello nero costava comunque relativamente caro in rapporto ai salari: nel 1926 si vendeva a 2 lire e mezzo al chilo quando una paga settimanale media oscillava fra le 27 e le 30 lire. Stando a un'inchiesta condotta nel 1937 dal Bureau International du Travail, il vitto di una famiglia operaia consisteva in pane e qualcos'altro a colazione, in una minestra abbastanza lunga a mezzogiorno, in pane e polenta la sera con baccalà, saracche e qualche pezzetto di carne. E fra i contadini si faceva ancora un gran consumo di mais.

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Di fatto, gli italiani consumavano in media circa un 4% in più di frumento rispetto al 1934, ossia al periodo antecedente le sanzioni e l'autarchia, più riso e più ortaggi, più uova e più patate, ma meno burro, carne bovina, frutta fresca e agrumi. Gli italiani del nord stavano meglio di quelli di altre regioni. Ma solo una ristretta minoranza aveva conservato negli anni Trenta lo stesso standard di condizioni materiali, mentre la parte più cospicua della popolazione aveva dovuto rassegnarsi a "tirare la cinghia". D'altra parte il reddito medio per persona occupata nel triennio 1935-38 era di soli 410 dollari in Italia, contro gli 804 della Francia, i 1206 della Gran Bretagna, i 1309 degli Stati Uniti. Operai e braccianti non avevano di che rallegrarsi, malgrado la concessione della settimana lavorativa a 40 ore (peraltro soggetta a successive sospensioni) e il riconoscimento nel 1932 degli assegni familiari a tutte le categorie.

Migliori erano le condizioni normative e retributive degli impiegati privati e dei dipendenti dell'amministrazione pubblica. Nei loro confronti il regime aveva un particolare occhio di riguardo, a giudicare anche da varie agevolazioni nel campo dell'edilizia convenzionata.

Più consistenti furono, in ogni caso, le garanzie del regime nei confronti della piccola borghesia, sia pur su livelli relativamente modesti e periodicamente rosi da inasprimenti fiscali e altre misure di finanza pubblica. La politica autarchica e le tendenze dirigistiche del governo fascista rafforzarono, a loro volta, le prerogative dell'apparato burocratico. Alla testa dell'amministrazione e di vari enti pubblici e parastatali s'era andata formando una nuova schiera di alti funzionari, di tecnici ed esperti, con incarichi di rilievo nella disciplina e nel coordinamento delle più disparate attività economiche, delle iniziative sociali e dei servizi di pubblica utilità. In queste sue crescenti funzioni la burocrazia ministeriale e degli enti di gestione non contrastò, ma anzi accreditò sovente, gli interessi della grande industria e della proprietà fondiaria. Essa badò tuttavia a far valere il suo ruolo e i suoi poteri di mediazione, quale perno di un ordinamento sempre più centralizzato. Investita di crescenti prerogative d'intervento (e non solo più di controllo giurico-formale), la dirigenza amministrativa finì così per creare una propria gerarchia di valori e di modelli referenziali. E cercò comunque di estendere costantemente il proprio raggio d'azione. Non era ancora una vera e propria "nomenclatura" quella che si venne formando in tal modo nei palazzi romani.

D'altra parte, essa era l'espressione non tanto di una politica orientata a riformare il sistema, a modificare le regole del gioco, quanto piuttosto a tradurre in pratica gli ordinamenti e i vincoli di un regime totalitario. Ma proprio per questo essa aveva concentrato nelle sue mani alcune importanti leve decisionali. Fece così il suo esordio sulla scena un primo nucleo di borghesia di Stato, che costituì fin da allora un "potere forte" destinato a sopravvivere al fascismo. E ciò finì per avviluppare il capitalismo italiano nelle maglie sempre più rigide della struttura burocratica e per accentuare, nello stesso tempo, le connotazioni corporative e autoritarie dell'amministrazione pubblica.

 

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”

 

Un posto al sole

10 Juin 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

«Un grande evento si compie. L'Italia ha finalmente il suo impero ...». Così Mussolini annunciava il 9 maggio 1936, dal balcone di piazza Venezia, l'avvenuta conquista dell'Etiopia. E una gran folla, in tutte le piazze della penisola, aveva festeggiato quello che a molti sembrava non soltanto un successo di prestigio e di potenza nazionale ma anche il preludio a una nuova era di prosperità e di benessere.
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Si pensava all'Abissinia come a una sorta di "terra promessa" ricca di risorse e materie prime. Ma soprattutto la si considerava una vasta colonia di popolamento, che avrebbe consentito all'Italia di cancellare finalmente la piaga penosa e umiliante dell'emigrazione di massa.
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In effetti, fin dai primi decenni successivi all'unità, la politica coloniale italiana aveva mirato alla conquista di un "posto al sole", di qualche territorio africano che potesse costituire una valvola di sfogo alla sovrappopolazione di alcune zone della penisola, fonte di miseria endemica e di pericoloso malcontento sociale.

Infrantosi nel 1896 (con la disastrosa disfatta di Adua) il disegno a cui mirava il governo di Francesco Crispi di impadronirsi dell'Etiopia, non era bastato il possesso dell'Eritrea e della Somalia per arginare un fenomeno come quello migratorio che nell'ultimo quarto dell'Ottocento aveva cominciato ad assumere dimensioni imponenti.

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Neppure l'occupazione nel 1911 della Libia (per altro mai portata a compimento del tutto) era valsa a contenere l'esodo di tanti emigranti in cerca di lavoro. Anzi, proprio negli anni antecedenti la Grande Guerra, il movimento migratorio aveva registrato gli indici più elevati. Così che, alla fine del primo quindicennio del Novecento, ammontava a quasi nove milioni il numero delle persone espatriate: assai più di quante ne fossero partite da altri paesi europei di forte emigrazione come l'Irlanda, la Polonia e la Spagna.

Pesanti erano stati i disagi e gli ostacoli che le comunità italiane avevano dovuto affrontare, anche per via talora di odiose discriminazioni. E tuttavia era andata crescendo la schiera di quanti, a costo di durissimi sacrifici, avevano migliorato la propria posizione e messo da parte qualche gruzzolo. Di fatto, le rimesse degli emigranti, i sudati risparmi che essi mandavano in patria alle loro famiglie o riportavano al loro ritorno, avevano contribuito, sommati insieme, al saldo attivo della nostra bilancia dei pagamenti e perciò allo sviluppo dell'economia italiana. Ma, all'indomani della guerra, alcuni governi europei, in difficoltà economiche, avevano chiuso le loro frontiere. E quello di Washington, in particolare durante la presidenza del repubblicano Hoover, aveva limitato notevolmente l'ingresso negli Stati Uniti agli emigranti dai paesi dell'Europa Orientale e Mediterranea, fra cui l'Italia. Da parte sua il regime fascista aveva cercato, per ragioni di prestigio internazionali, di scoraggiare il movimento migratorio verso l'estero, puntando in alternativa su un vasto programma di colonizzazione interna. Ma il trapianto di pur numerosi nuclei di disoccupati nelle zone di bonifica non poteva certamente bastare a colmare il divario cronico fra la scarsità di risorse e l'eccedenza di popolazione. Si riaffacciò così, quando s'era appena cominciato a mettere a frutto le coste della Tripolitania, il miraggio di un'ulteriore espansione coloniale, come antidoto all'esuberanza demografica. In tal modo, il mito fascista del «destino imperiale» dell'Italia, quale erede della «Roma dei Cesari», venne saldandosi alle vecchie componenti populistiche e ruralistiche che già avevano alimentato le avventure coloniali nell'età liberale. Ancora una volta «l'Italia grande proletaria» (per dirla con lo slogan coniato dal nazionalista Enrico Corradini) si sarebbe mossa per conquistare uno "spazio vitale".

Di fatto l'assoggettamento dell'Etiopia tornò a costituire un obiettivo preminente, nonostante la stipulazione nell'agosto 1928 di un accordo di amicizia ventennale con il governo di Addis Abeba. Che questo fosse il proposito del Duce, lo aveva chiarito senza mezzi termini il ministro degli Esteri Dino Grandi, in una seduta del Gran Consiglio del fascismo dell'ottobre 1930:

«Un'Italia più forte non può rimanere per sempre aggrappata, come siamo oggi in Eritrea, all'estremo ciglio dell'altopiano etiopico, ovvero ristretta, come lo siamo oggi in Somalia, tra il Giuba e i deserti petrosi dell'Ogaden».

Ma si era dovuto attendere, per agire in questa direzione, che giungesse a compimento la totale sottomissione della Libia. Ciò che avvenne nel 1931 quando anche il leader della resistenza senussita, Ornar Al-Muctar, venne catturato e impiccato. Da quel momento erano stati accelerati i preparativi militari per l'attacco all'Abissinia e così pure quelli politici e diplomatici. Essenziale fu, in particolare, l'intesa raggiunta nel gennaio 1935 con il governo di Parigi, disposto a concedere il suo placet per la conquista italiana dell'Etiopia al fine di compensare la delusione subita dall'Italia al tavolo della pace di Versailles e di esorcizzare, in tal modo, il pericolo di un isolamento della Francia di fronte al risorto fantasma (dopo l'avvento al potere di Hitler) di una rivalsa tedesca in Europa.

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Nel frattempo Mussolini aveva affidato alle organizzazioni del partito il compito di mobilitare il paese in favore dell'impresa etiopica, facendo leva tanto sulle masse contadine senza terra, quanto sulla piccola borghesia frustrata da un complesso di inferiorità di fronte allo status imperiale di altri paesi europei. A sua volta, un rapporto della Società delle Nazioni sulla schiavitù nel mondo, nel quale l'Etiopia veniva indicata come uno dei paesi che non avevano ancora ratificato la convenzione del 1926 che ne imponeva l'abolizione, valse ad accreditare presso l'opinione pubblica la tesi che l'Italia si accingeva a intraprendere in Africa Orientale un'opera di civilizzazione.

Tuttavia, non fu soltanto la martellante propaganda condotta dalla radio e dalla stampa, a rendere popolare fra gli italiani la guerra d'Abissinia. Se per alcuni c'era da vendicare Adua e da far valere gli interessi dell'Italia come grande potenza, per tanti altri c'era soprattutto la convinzione che la conquista dell'Etiopia avrebbe procurato nuove possibilità di lavoro in un periodo ancora afflitto dai postumi della grande crisi economica del 1929.

Molti furono i volontari fra quanti salparono per l'Africa e pressoché unanime fu l'adesione degli italiani. Anche dalle file dei vecchi oppositori del regime numerosi e genuini furono i consensi dell'impresa etiopica. Vittorio Emanuele Orlando espresse a Mussolini la sua adesione. E fu presto seguito da altri personaggi fino ad allora contrari al fascismo.

Per sostenere la spedizione in Etiopia il regime non badò a lesinare uomini e mezzi, nell'intento di concludere il più rapidamente possibile la campagna militare per evitare tanto eventuali complicazioni internazionali, quanto ogni ipotesi di compromesso con il Negus Hailé Selassié.

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«Voglio peccare per eccesso non per difetto», dirà Mussolini promettendo ai suoi generali il doppio dei soldati che essi ritenevano sufficienti per la spedizione. Completata così la preparazione bellica, il Duce si rivolse, il 2 ottobre 1935, agli italiani per annunciare loro:

«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quarant'anni. Ora basta!». L'esercito abissino era mal equipaggiato e armato in modo sommario. E il Negus non poteva contare interamente sulla fedeltà dei ras locali. Anche se non si trattò di una passeggiata, non fu difficile per gli italiani avanzare rapidamente fin nel cuore dell'Abissinia. Enorme era la superiorità in truppe, armamenti e tecnica militare. Tant'è che mai s'era visto uno spiegamento di forze così imponente per una guerra coloniale. Non si esitò a usare anche il gas e altre armi chimiche, proibite dalle convenzioni internazionali. Quintali di bombe caricate a iprite vennero sganciate dall'aviazione sulle postazioni nemiche.

Le sanzioni propaganda contro sanzioni 1936

A nulla valsero le sanzioni economiche che cinquantuno stati aderenti alla Società delle Nazioni adottarono nei confronti dell'Italia, quale paese aggressore dell'Etiopia, con una risoluzione votata il 2 novembre 1935. All'embargo sulle armi e sui materiali strategici (peraltro mai interamente applicato) e alla restrizione delle importazioni (ma non per le forniture di carbone e petrolio), il governo fascista reagì con l'autarchia e con un appello alla solidarietà nazionale.

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Il 18 dicembre si svolse la Giornata della Fede in tutta Italia. All'insegna della parola d'ordine «oro alla patria», gli italiani furono invitati a donare le fedi nuziali per sostenere lo sforzo bellico del paese; in cambio ai donatori venne dato un anello di ferro. La raccolta fruttò un'ingente somma. Pur avversario del regime, Benedetto Croce donò la sua medaglia di senatore, mentre Luigi Pirandello offrì quella da lui ricevuta con il premio Nobel.

Corriere della Sera 6 maggio 1936

Il 5 maggio 1936 il generale Badoglio entrò ad Addis Abeba e due giorni dopo il generale Graziani fece ingresso nella città di Harrar. Sebbene una parte consistente dell'Etiopia fosse ancora da occupare e restassero in armi non meno di 50.000 abissini, la guerra poteva considerarsi conclusa. Il 9 maggio Mussolini annunciava al mondo che «sui colli fatali di Roma era tornato l'Impero dei Cesari», L'Italia era giunta così a possedere un grande impero. Lo superavano, per estensione territoriale, solo quelli dell'Inghilterra e della Francia. Per il Duce e il fascismo fu l'apoteosi. Mussolini venne glorificato come «il fondatore del secondo Impero», che avrebbe concluso «due millenni di storia» e coronato le «più profonde aspirazioni della stirpe». Al Re Vittorio Emanuele III andò il titolo di imperatore.

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Sembrò così che la strada fosse oramai spalancata per altre avventure e altri inebrianti successi. Nell'agosto 1936, parlando a Potenza, Mussolini affermava: «Hanno diritto all'impero i popoli fecondi, quelli che hanno l'orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più strettamente letterale della parola».

in Libia spada protettore

L'anno dopo, il 16 marzo, Mussolini presenziò in Libia a un'imponente esercitazione navale in prossimità del confine egiziano. Due giorni dopo, a Tripoli, il Duce, sguainando la spada dell'Islam, si erse a difensore degli interessi dei popoli musulmani del mondo nei confronti delle vecchie potenze coloniali. Ciò che indusse alcuni notabili islamici ad appoggiare per qualche tempo, la sua politica estera. Nel frattempo migliaia di italiani si riversarono nella nuova colonia. Ma poche, non più di 3.500, furono le famiglie che riuscirono a stabilirsi in Abissinia e soltanto 110.000 ettari, sui 50 milioni disponibili, furono le terre bonificate. Assai più numerose risultarono le schiere di impresari e di lavoratori edili, di tecnici e addetti ai trasporti, di esercenti e di artigiani, accorsi in Etiopia. Con il loro lavoro essi concorsero a trasformare il volto ancora arcaico del paese appena conquistato, costruendo strade, edifici pubblici, ospedali, realizzando opere di bonifica e infrastrutture. Lo riconoscerà per primo lo stesso Hailè Selassiè al suo rientro in patria nel 1941, al seguito dell'esercito inglese.

La guerriglia condotta dai superstiti dell'esercito abissino giunse a colpire lo stesso vicerè di Etiopia Graziani (rimasto ferito nel febbraio 1937 in un attentato nella capitale abissina).

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Ma non bloccò l'opera di valorizzazione dei nuovi possedimenti. Nel breve giro di diciotto mesi venne costruita la strada che da Massaua portava sino a Addis Abeba. A tempo di record fu realizzata anche la ferrovia tra Massaua e Asmara che superava un dislivello di oltre 2000 metri. Dalle vie di comunicazione all'urbanistica, dall'irrigazione ai servizi sanitari, ingente fu il fiume di denaro speso dall'amministrazione italiana in Etiopia. Senza tuttavia un adeguato corrispettivo per la madre-patria in materie prime e prodotti agricoli.

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Eliminata la schiavitù, venne peraltro imposto dal governo fascista un regime di rigida separazione fra italiani e indigeni. Solo per la Libia, dove dal 1934 s'era insediato come nuovo governatore Italo Balbo, si continuò a fare un'eccezione. Giacché si trattava - così recitavano le direttive ministeriali - di una «terra abitata da popolazioni anche di razza bianca e di cultura superiore, tenute a freno per giunta dalle rigorose norme morali della religione musulmana».

Per Mussolini non s'era andati in Abissinia, come affermava, per «imbastardirsi». Anche la canzone Faccetta nera, che aveva accompagnato l'avventura etiopica, venne censurata in quanto alludeva a relazioni amorose degli italiani con donne indigene. Si trattava, stando a una pubblicazione ufficiale, di un «accoppiamento con creature inferiori», assolutamente deleterio, non solo per le sue conseguenze fisiologiche, ma anche perché avrebbe generato una «promiscuità sociale in cui si annegherebbero - così si diceva - le nostre migliori qualità di stirpe dominatrice». Ma l'''apartheid'' non trovò mai piena attuazione, nonostante la propaganda segregazionista delle organizzazioni fasciste e le successive leggi razziali. Se le speranze originarie sulla ricchezza dell'Etiopia si rivelarono presto illusorie, altrettanto avvenne per le ambizioni di affermazione internazionale coltivate da Mussolini. Lo spostamento del baricentro della politica estera italiana verso il Mediterraneo e l'Africa comporterà, di fatto, l'abbandono dell'Austria, a vantaggio delle mire espansionistiche di Hitler, e la progressiva perdita delle aree d'influenza acquisite nei Balcani e in Europa centro-orientale.

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In compenso la macchina bellica allestita per l'impresa etiopica aveva ridato ossigeno all'industria, tornata così a produrre profitti e investimenti. La littorina (l'automotrice per le ferrovie divenuta presto popolare), il rayon e le altre fibre tessili artificiali, una nuova gamma di fertilizzanti chimici, il minerale di Carbonia, la Topolino (la prima vetturetta utilitaria prodotta dalla Fiat), furono i risultati più tangibili di questa nuova stagione di euforia economica.

propaganda per autarchia Autarchia

Ma l'indirizzo autarchico si rivelò presto una "camicia troppo stretta" per le imprese. E risultarono spesso inutili le ricerche di materiali sostitutivi di quelli d'impiego normale. Sebbene in quegli anni la produzione industriale fosse giunta a superare per la prima volta il reddito dell'agricoltura, il ruralismo, il primato della terra e dei valori patriarcali, rimase il cardine dell'ideologia sociale del regime. Mussolini continuò a credere, e a far credere ai suoi gerarchi, ma anche a tanti italiani, che le basi fondamentali della ricchezza e della potenza del paese fossero l'espansione demografica e la conquista di un "posto al sole", il numero delle braccia e il possesso di qualche lembo d'Africa.

 

Da un articolo di Valerio Castronovo pubblicato in “Storie d’Italia dall’unità al 2000”