Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Gli scioperi del 1943 e 1944 in Italia

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Le agitazioni operaie si diffusero da Torino, vero epicentro della protesta operaia, a partire dal 5 marzo, nelle altre città del Piemonte (Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli) e alla fine di marzo le agitazioni coinvolsero anche Milano e il resto della Lombardia. Infatti, a partire dalla giornata del 24 e per tutta l’ultima settimana del mese, il centro della lotta si spostò a Milano, Varese e Como con un’appendice finale espressiva che si registrò nei primi giorni di aprile nuovamente in Piemonte, in particolare nei lanifici di Biella.

I reali protagonisti delle agitazioni operaie, al di là dell’ultima settimana guidata dalle maestranze tessili biellesi, furono quindi gli operai metalmeccanici delle grandi aziende torinesi e milanesi, dalla FIAT Mirafiori alla Falck di Sesto San Giovanni, ai Caproni, alla Ercole Marelli, alle Officine Fratelli Borletti, Bianchi, eccetera. Tuttavia, episodi significativi di lotta si registrarono sia in altre regioni italiane, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, passando per Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche, che negli altri settori manifatturieri oltre che nei rami “chimici” a partire dalle miniere, alle aziende del vetro, nel settore della concia e in quello delle fibre tessili artificiali, ma soprattutto nel settore della gomma, con gli scioperi alla Pirelli di Milano.

Gli operai scesero in sciopero e diedero avvio alla contestazione aperta contro il Regime chiedendo “pane e pace”, quindi, dissociandosi dalla guerra fascista, considerata sbagliata e ingiusta, e segnando la sconfitta di Mussolini sul fronte interno attraverso la perdita definitiva del consenso già prima della sua destituzione.

Gli scioperi operai del marzo-aprile 1943 rappresentano le prime agitazioni di massa dopo quasi un ventennio di repressione sociale.

Tuttavia va sottolineato come il corporativismo fascista e la storia stessa del sindacalismo fascista avevano rappresentato il tentativo di integrare le masse lavoratrici all’interno dello Stato autoritario. Non a caso, nei momenti di crisi, la conciliazione con il mondo del lavoro appare in maniera evidente – anche alle classi dirigenti più retrive – come l’unico modo per evitare il dissolvimento finale.

Di fatti, prima che l’Italia si ritrovasse spezzata in due, sotto il governo Badoglio, nel momento di maggiore disorientamento delle classi dirigenti del Paese, viene concluso l’accordo Buozzi-Mazzini per il riconoscimento delle Commissioni interne: vi è la consapevolezza che la Nazione non può sopravvivere senza riaprire quantomeno il dialogo con il mondo del lavoro. E immediatamente dopo gli anglo-americani capiranno che le forze vive e affidabili del paese sono le forze sociali e sosterranno la riorganizzazione sindacale già decisamente avviata dai lavoratori in tutte le province liberate del Paese. E lo stesso Mussolini, attraverso le norme di indirizzo generale approvate dal Consiglio dei Ministri della RSI, puntava alla impossibile riconciliazione con il mondo del lavoro, proponendo il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese e, più in generale, proponendo una disperata riedizione del fascismo sociale delle origini e rispolverando i motivi anti-borghesi della prima ora.

Ma la strada intrapresa dal mondo del lavoro portava inequivocabilmente verso la democrazia e verso la ricostruzione su nuove basi della vita civile ed economica italiana. Il momento di rottura più significativo che emerge appunto nel primo ciclo di lotte, attraverso gli scioperi del marzo ’43, lo si ha attraverso la presa di distanza dalla guerra fascista. E’ l’atteggiamento di fronte alla guerra che determina la vera rottura tra il fascismo e il Paese. Il senso di una disfatta, quale quella che segue al 25 luglio e all’8 settembre, che è decisiva per dare al mondo del lavoro la percezione della caduta, della vera e propria cesura della storia nazionale.

Gli scioperi, pur nascendo da esigenze strettamente economiche, ebbero una forte valenza politica ponendo al centro i tre temi della libertà, della pace e del lavoro. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori scesi in piazza si riappropriarono con forza, seppure per breve tempo e senza particolari effetti immediati, di una delle tante libertà calpestate dalla dittatura: lo sciopero il cui divieto era stato sancito nel 1926 dal fascismo.

In seguito, la destituzione di Mussolini e la sua sostituzione con il maresciallo Badoglio, e la fine del fascismo, aprono a un periodo di intensa attività politica all’interno dei Comitati di opposizione cittadini e nelle neo-costituite Commissioni interne di fabbrica. Al contempo l’occupazione dell’Italia del Nord da parte della Germania hitleriana, all’indomani dell’armistizio con le forze anglo-americane, e la costituzione della Repubblica sociale italiana danno avvio ad una nuova fase.

Gli scioperi e i sabotaggi alla produzione nelle fabbriche del nord caratterizzano questo periodo che vede la partecipazione diretta dei lavoratori nei Comitati di agitazione, nelle squadre armate dei cittadini e nelle brigate partigiane.

In questo clima si inscrive lo sciopero del 1944, guidato dalla classe lavoratrice. La connotazione e la dimensione politica che si concretizza negli scioperi del 1943 e, ancor più, del marzo 1944 non nasce improvvisa, ma ha alla base una vasta azione di vero e proprio antifascismo che precede il momento insurrezionale, traslandolo dalla dimensione più economica a una più esplicitamente politica. Antifascismo e lotta contro l’occupazione tedesca, quindi, si mescolano e si intrecciano con la repressione repubblichina e la deportazione nazista, complici le strutture e la proprietà delle fabbriche, determinando un nuovo flusso di deportati, che vide protagonisti migliaia di lavoratori italiani a partire dagli operai delle aree industriali ai contadini e braccianti.

Lo sciopero generale del 1944 segna il passaggio definitivo del mondo del lavoro all’azione diretta, alla resistenza più ferma e alla guerra partigiana che assumerà definitivamente i caratteri di guerra di popolo contro l’occupazione nazi-fascista. È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.

Così nel marzo del 1944, la reazione operaia – e questa volta con una estensione straordinaria – annientò il tentativo della Repubblica sociale italiana di tessere nuovi rapporti col mondo del lavoro, di recuperare il consenso perduto attraverso i progetti di socializzazione e attraverso tutte le proposte tardive, velleitarie e contraddittorie del governo mussoliniano di Salò.

La classe operaia italiana che giunge agli scioperi del ’43-44 è una classe che riacquista piena fiducia nelle proprie forze; si assiste al passaggio da una fase difensiva e di lotta di tipo quasi esclusivamente economico, ad una offensiva in cui la caratterizzazione è essenzialmente di natura politica. Non si sciopera solamente contro gli industriali e i padroni, ma contro il fascismo, contro la guerra fascista e a sostegno della lotta partigiana, per l’insurrezione, per la libertà e per la democrazia.

La fabbrica, ma non solo la grande fabbrica, ritorna ad essere quello spazio di socializzazione politica che vent’anni di dittatura non erano riusciti mai a neutralizzare del tutto. A Milano, infatti, i tranvieri paralizzano la città e accanto agli operai entrano in sciopero anche gli impiegati e gli studenti universitari. Emblematico è inoltre lo sciopero del più autorevole giornale della borghesia italiana, il “Corriere della sera”. Le campagne tornano in fermento in tutta Italia. Lo svolgimento degli scioperi al Nord, infatti, è parallelo all’avvio del grande ciclo delle lotte per la riforma della terra partita dal Mezzogiorno, parallelamente all’avanzata Alleata, che contrapponeva la struttura politico e sociale del regime fascista alla opportunità apertasi con i ‘Decreti Gullo’.

È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.»

 

Dalla relazione di Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Di Vittorio, al convegno tenutosi al Palazzo delle Stelline a Milano il 10 marzo 2007, dal titolo: I lavoratori, il Sindacato e la lotta di Liberazione. "Dagli scioperi del Marzo 1943 ai GAP"

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scioperi e partecipazione alla Resistenza dei lavoratori milanesi e lombardi, negli anni dal 1943 alla Liberazione del 1945

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

intervento di Antonio Pizzinato


La partecipazione del mondo del lavoro alla lotta contro la guerra ed il nazifascismo non ha paragoni in nessun altro Paese europeo. 

SCIOPERI MARZO 1943

Gli scioperi, nel 1943, iniziano a Torino il 5 marzo alle “ore 10” alla FIAT, al suonare delle sirene di verifica del “preallarme”, poi si estendono ad altre fabbriche di Torino. A Milano dove da mesi e mesi era in corso la riorganizzazione, dopo gli arresti, di una rete antifascista clandestina – coordinata da Umberto Massola, Giovanni Brambilla e Giuseppe Gaeta – la mobilitazione è prevista nelle settimane successive. Il malessere fra i lavoratori, per i bassi salari, la scarsità dei viveri e le conseguenze della guerra, è forte e si espande. Tant’è che, il 18 marzo, gli operai del turno di notte della Breda Aeronautica scendono in sciopero – per 11 ore – e rivendicano l’aumento delle retribuzioni. Il lavoro viene ripreso a fronte dell’impegno della Direzione a rivedere le retribuzioni. Negli stessi giorni gli operai del “reparto 64” (produzione gomme) della Pirelli protestano, attuano scioperi di due ore, contro l’orario di lavoro continuativo ed ininterrotto per 12 ore, poiché la Direzione ha eliminato i sostituti. Mentre gli operai del secondo turno del “reparto bulloneria” della Falck Concordia di Sesto San Giovanni, dopo aver dialogato, sugli scioperi in Piemonte, con i camionisti FIAT, addetti al trasporto della componentistica (bulloni) dalla Falck alla FIAT, il pomeriggio del 22 marzo, iniziano lo sciopero. Questo costringe il Comitato clandestino del nord Milano ad anticipare lo sciopero nelle fabbriche. Alle ore 10 del 23 marzo, scioperano i lavoratori degli stabilimenti Falck, Breda, Ercole Marelli, Magneti Marelli, Pirelli Bicocca.
Nei giorni successivi gli scioperi, che hanno come epicentro Sesto San Giovanni, si estendono a Milano: Officine Borletti, Alfa Romeo, Brown Boveri (TIBB), Face Standard, Caproni, Salmoiraghi, Geloso nel legnanese, a partire dalla Franco Tosi, in Brianza, e numerose grandi e medie aziende nel milanese ed in Lombardia. Questi scioperi, che si ponevano come obiettivo di migliorare i trattamenti retributivi, le condizioni di lavoro, ottenere la fornitura - attraverso spacci aziendali – di alimenti, olio, vestiario, oltreche la fine della guerra, si svilupparono, in questa o quella fabbrica, anche nei mesi successivi. Scioperi che – tra marzo e luglio del 1943 – interessano, nel Nord Italia, 217 aziende ed oltre 150 mila scioperanti; essi ebbero un peso non secondario sul Consiglio Generale del fascismo e la destituzione di Mussolini il 25 luglio del 1943; la formazione del governo Badoglio e l’avvio di una nuova fase nella storia del nostro Paese. Nello stesso periodo centinaia di lavoratori (di cui 20 donne) vennero arrestati, di notte, nelle loro abitazioni considerati tra gli organizzatori e partecipanti agli scioperi, o per l’attività antifascista. Oltre 60 di essi sono milanesi e vennero rinviati a processo presso il Tribunale Militare di Milano.

Pur con tutti i limiti, presenti in questa prima fase delle lotte nelle fabbriche, si ricrea una aggregazione sociale tra i lavoratori delle fabbriche, i quali scioperano sfidando non solo la dittatura fascista, ma anche le norme della legge del 3 aprile 1926 (poi introdotte, nel 1930, nel Codice penale) che considerano lo sciopero un reato penale punito con due anni di carcere o con una multa di 1.000 lire (un mese di stipendio). Questi scioperi, oltre a scuotere il Paese, contribuiscono a rovesciare Mussolini, portano dei limitati benefici ai lavoratori a livello aziendale, ma sono di stimolo a due misure che vengono adottate dal Governo Badoglio: la nomina, il 3 agosto, dei Commissari sindacali: Bruno Buozzi, Giovanni Roveda e Gioachino Quarello ed, il 2 settembre 1943, la stipula dell’Accordo – tra Commissari sindacali e dell’Industria - per l'elezione delle Commissioni Interne. Quindi, prima dell’armistizio – anche grazie agli scioperi di Torino e Milano – si determina un mutamento della situazione e delle relazioni sindacali che – di fatto – tenta di avviare il superamento del corporativismo sindacale fascista.

8 SETTEMBRE: ARMISTIZIO, OCCUPAZIONE, NUOVI SCIOPERI

La sottoscrizione, da parte del Governo Badoglio, dell’armistizio con gli anglo-americani, l’8 di settembre 1943, e la fine dell’alleanza con i nazisti tedeschi, registra sia manifestazioni e scioperi nelle fabbriche di Milano che manifestazioni in varie città d’Italia. Nell’arco di alcune settimane il Paese è diviso in due, le truppe alleate salgono dal sud, mentre le truppe tedesche occupano, a partire dal Nord, il resto del Paese ed al Nord viene costituita la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.). Nelle fabbriche inizia una nuova fase di lotta, mentre in molte – sulla base dell’accordo Buozzi-Mazzini – dopo un ventennio, si eleggono le Commissioni Interne. Gli scioperi che, nelle grandi fabbriche della Lombardia, iniziano a svilupparsi a partire da novembre hanno contenuti rivendicativi sempre più precisi, vere e proprie piattaforme rivendicative che – pur con diversità, nelle varie fabbriche – prevedono (lo riproduciamo):

- aumento del 100% delle retribuzioni (suddiviso nel 50% in natura (alimentari) ed 50% in denaro),

- corresponsione annuale di 192 ore come gratifica natalizia;

- elevare l’indennità giornaliera a 16 lire, per malattia ed infortunio, da corrispondere anche nei primi giorni di carenza;

- aumento delle razioni alimentari (grassi, olio, zucchero, ecc.) con distribuzione in azienda, creando spacci aziendali (ove non esistono) che devono fornire anche viveri ed indumenti;

- aumento della razione giornaliera di pane a 500 grammi;

- assicurare ai lavoratori combustibile e carbone;

- servizio mensa aziendale con due piatti (primo e secondo), per tutti i turni di lavoro;

- eguale trattamento annonario ed economico agli operai ed impiegati;

- parità di trattamento, per eguale mansione, tra uomini e donne;

- scarcerazione degli ex membri delle Commissioni Interne;

- cessazione della persecuzione politica a danno dei lavoratori;

- abolizione dei licenziamenti e le sospensioni dal lavoro.

A sostegno di tali richieste e della fine della guerra, le quali venivano presentate alle direzioni aziendali, dai comitati d’agitazione (o dalle C.I.), nelle fabbriche si svilupparono gli scioperi.

Il 13 dicembre, con inizio alle ore 10, scendono in sciopero decine di migliaia di lavoratori di Sesto San Giovanni, si bloccano FALCK, Breda, Ercole Marelli, Pirelli Sapsa, Magneti Marelli, ed altre aziende minori.

Lo sciopero è praticamente totale. I confronti con le direzioni non sbloccano la situazione. Il generale tedesco Zimmerman – che su ordine di Hitler e del generale Wolf era stato inviato, con poteri straordinari al comando tedesco di Milano – fa radunare sul piazzale dello stabilimento della Falck Unione, i lavoratori in sciopero della Falck. Dalla torretta di un carro armato, lo stesso svolge un intervento nel quale, dopo aver dichiarato che avrebbe esaminato e ricercato soluzione alle loro richieste, intimò: “chi non riprende il lavoro, esca dagli stabilimenti; chi esce dalla fabbrica è dichiarato nemico della Germania”. I lavoratori, a questa intimidazione, risposero proseguendo lo sciopero e lasciando tutti gli stabilimenti. Durante la notte centinaia furono arrestati; portati in carcere e poi nei campi di concentramento nazisti. La lotta proseguì (è da allora che Sesto San Giovanni, viene soprannominata “Stalingrado d’Italia”, con riferimento all’accerchiamento tedesco che era in corso a Stalingrado) e si estese in molte fabbriche del milanese. Il 5 gennaio 1944, il generale Zimmerman, compie un’analoga azione contro i lavoratori alla Franco Tosi di Legnano che sono in sciopero. I soldati tedeschi, assieme a quelli della RSI, entrano in fabbrica, mettono al muro, nel cortile dell’azienda, 80 lavoratori, poi ne scelgono 60 compresi i componenti la C. I., li portano in carcere a Milano e 11 vengono deportati in campo di concentramento; nove non faranno più ritorno. Stessa operazione le SS attuarono alla Comerio di Busto Arsizio , con la deportazione di 5 lavoratori che non fecero più ritorno. Malgrado la violenta repressione, gli arresti e le deportazioni che vengono posti in atto dai nazifascisti diretti da Zimmerman, gli scioperi tra novembre 1943 e gennaio 1944 si estendono a nuove fabbriche, grandi e medie, della città e provincia. Questa fase, oltre agli scioperi in fabbrica, vede il formarsi dei nuclei partigiani (a partire dalle SAP e dai GAP), con l’attiva partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle brigate partigiane, che si vanno aggregando e costituendo sia sulle montagne che nelle campagne a partire dall’Oltrepò Pavese. Ma questa fase e la successiva, di lotte e scioperi, è caratterizzata - è doveroso porlo in evidenza - da significativi risultati sul piano economico, normativo, ed alimentare. Questo si realizza sia attraverso i confronti che avvengono in fabbrica, con anche la partecipazione – spesso – di rappresentanti del comando tedesco, che quelli presso la Prefettura di Milano, la quale svolge un ruolo di intermediazione. Infatti oltre ad aumenti salariali, forniture di alimenti, gomme e copertoni per le biciclette, carbone, si prevede l’erogazione annuale delle 192 ore (la gratifica natalizia) e l’istituzione nelle aziende del servizio mensa con la fornitura di due piatti (primo e secondo). Il diritto al servizio mensa sarà sanzionato con Decreto prefettizio pubblicato sul Bollettino ufficiale.

Questi parziali risultati rafforzano la nuova aggregazione, coesione sociale tra i lavoratori e la lotta antifascista, riescono a sconfiggere il “neopopulismo”, il falso “operaismo”, che tenta di attuare la Repubblica sociale, nonchè resistere alla repressione nazista.

LO SCIOPERO DEL MARZO 1944

Con alle spalle queste esperienze, l’avviata ricostruzione della rete di nuclei partigiani (dopo gli arresti del 3° GAP, le fucilazioni del 20 dicembre all’Arena, ed il 31 dicembre al Poligono di tiro della Cagnola e molti altri, nonché lo scioglimento dei gruppi partigiani lungo l’Adda ed il Ticino) il primo marzo 1944 si attua lo sciopero generale del Nord Italia. A Milano lo sciopero generale ha una partecipazione superiore al previsto, coinvolge centinaia e centinaia di aziende ed oltre 350.000 lavoratori (oltre un milione 350 mila lavoratori scioperano in tutta Italia), bloccherà la produzione, a partire da quella militare per giorni. Il giorno successivo – il 2 marzo – scendono in sciopero, per la prima volta, i tranvieri bloccando i mezzi di trasporto sia nei depositi che ai capolinea. I repubblichini di Salò, tentano di far circolare i mezzi, ma non riescono a sbloccare la situazione, sia per gli errori che commettono portando i tram fuori dai binari; ma soprattutto per la compattezza dello sciopero e la determinazione dei tranvieri, che protraggono lo sciopero per 5 giorni. Contemporaneamente il Paese viene privato anche di informazioni poiché scendono in sciopero i lavoratori (tipografi e giornalisti) del Corriere della Sera, il più diffuso quotidiano del Paese. In quei giorni, in numerose banche, restano chiusi gli sportelli, poiché i lavoratori del settore creditizio partecipano in forme diverse allo sciopero. Uno sciopero generale che per estensione, partecipazione, combattività e compattezza, assume esplicitamente il carattere di “rivolta”, mobilitazione, contro la fame, la guerra e l’occupante nazifascista. Con sempre più nettezza emerge anche la combattività delle operaie, delle lavoratrici. Le lavoratrici erano state le prime a protestare - già nel 1942 – manifestando per le vie di Sesto San Giovanni rivendicando più viveri. Gli interventi repressivi (arresti, deportazioni) sia da parte delle truppe tedesche che della milizia fascista non riescono a porre fine allo sciopero generale, il primo dopo vent’anni di dittatura fascista. Come fallisce anche il tentativo di far intervenire le imprese (per la resistenza delle stesse) per mediare con i lavoratori e far riprendere il lavoro. Lo sciopero generale incise anche sugli orientamenti delle popolazioni lombarde poiché durante la guerra si ebbe un forte aumento degli occupati nelle fabbriche milanesi. Basti pensare che ben oltre 150 mila lavoratori erano pendolari. Cioè si recavano giornalmente in città, provenienti dalle valli, in specie dal lecchese, bergamasco e bresciano. Tutto ciò favorì la presa di coscienza e la diffusione degli orientamenti antifascisti e dell’esperienza delle lotte in fabbrica, nelle comunità rurali. È in questo quadro che il Comitato d’agitazione interregionale – Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia – decise di diffondere clandestinamente - il sabato e la domenica - un volantino che invitava i lavoratori a riprendere il lavoro l’8 marzo. Lo sciopero generale è prettamente politico, non era caratterizzato da una piattaforma rivendicativa economico-sociale Lo stesso segna una svolta nella lotta contro l’occupante tedesco, il fascismo e la guerra, come indicato nel comunicato sullo sciopero e per la ripresa del lavoro del Comitato d’agitazione della Lombardia. Esso afferma: “La cessazione dello sciopero deve segnare l’inizio di una guerriglia partigiana con l’intervento di tutte le masse lavoratrici dentro e fuori la fabbrica […]. Oggi per l’esistenza del popolo italiano, vi è una sola soluzione: rispondere con la violenza alla violenza. Alle deboli e disordinate forze del nemico, dobbiamo contrapporre le solide e numerose forze armate dei lavoratori”. Questa svolta, partiva certamente anche dal presupposto che vi fosse un’accelerazione dell’avanzata delle truppe Alleate e, quindi, della liberazione del Paese entro il 1944. Ciò che, purtroppo, si verificò solo l’anno successivo. Gli sviluppi della lotta di liberazione videro una forte e ampia partecipazione dei lavoratori sia nei GAP, nelle SAP che nelle Brigate partigiane, le quali andavano costituendosi anche nelle fabbriche, e nei quartieri della città. La repressione durante gli scioperi del marzo 1944 a Milano, portò fra l’altro, arresti, deportazioni che riguardavano sia, in particolare, gli antifascisti, (già condannati dal Tribunale speciale al confino ed al carcere), presenti nelle fabbriche, ritenuti organizzatori degli scioperi, nonché operai, tecnici, impiegati, molti dei quali erano ragazzi e ragazze giovanissimi. Di essi, centinaia , non hanno più fatto ritorno dai lager di sterminio. Gli scioperi nel Nord Italia ed in particolare lo sciopero generale del marzo 1944 – unico in Europa – ebbero una forte ricaduta politica non solo in Italia, ma anche a livello mondiale per la diffusione, da parte delle radio, dei midia, della notizia a livello internazionale. Essi dimostrano la ripresa di un ruolo autonomo della classe operaia, sia come coesione sul piano sociale , che nell’azione per la conquista della indipendenza, libertà e democrazia. Essi contribuirono altresì a portare a conclusione il confronto, già in corso da mesi, fra le correnti sindacali per la definizione del “patto di Roma” sulla ricostituzione del sindacato, del sindacato unitario che venne sottoscritta a Roma il 3 giugno 1944 da Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi, ed Emilio Craveri. Ma mentre nel Paese prosegue la lotta partigiana, con l’attivo apporto della classe operaia ed il sabotaggio della produzione militare, nei luoghi di lavoro non si arrestarono gli scioperi per rivendicare miglioramenti economici, la fornitura di alimenti e carbone per il riscaldamento. I tedeschi e fascisti rispondono a questi scioperi con un’ondata repressiva senza precedenti: rastrellamenti e stragi sulle montagne, nelle valli ed in città, nonché con arresti e deportazioni nelle fabbriche che scioperano. Così, ad esempio, alla Pirelli Bicocca, mentre è in corso uno sciopero aziendale, alle 11 del 23 novembre del 1944, entra nello stabilimento un reparto delle SS tedesche ed arrestano indiscriminatamente 181 operai e due tecnici, che vengono portati in carcere per la successiva deportazione in campo di concentramento. Le SS respingono la richiesta dell’azienda di rilasciare 105 degli arrestati poiché specialisti indispensabili alla produzione. Il comando tedesco respinge la richiesta e convoca Alberto Pirelli “accusandolo, insieme alla direzione della società, di connivenza con gli operai … e di tolleranza verso gli elementi socialisti e comunisti …”. Quindi le SS rilasciano 16 operai e deportano in Germania tutti gli altri. La repressione nazifascista nei confronti degli scioperanti, in Provincia di Milano, durante il periodo resistenziale colpisce migliaia di lavoratori, 800 dei quali vengono deportati –Essi partono, rinchiusi nei vagoni bestiame, dal “binario 21” della stazione F.S. di Milano – con destinazione nei campi di concentramento. Nelle sole fabbriche del Nord Milano (Pirelli, Magneti Marelli, Breda, Falck, Stazione Locomotive di Greco, Ercole Marelli, ecc.), come ricordato sul “Monumento al Deportato” del Parco Nord, sono 635, oltre 200 dei quali non fecero ritorno. Poiché i lavoratori deportati in Germania, da tutta Italia, sono oltre 12.000, queste cifre indicano la dimensione ed il carattere della repressione nazifascista nel milanese. I lavoratori delle aziende più colpite furono nell’ordine: Breda, Falck, Caproni, Alfa Romeo, Pirelli, Innocenti. Infine i lavoratori, oltre a partecipare alla insurrezione armata nella fase conclusiva della liberazione, occuparono e presidiarono le fabbriche per impedire che i soldati tedeschi, in ritirata, distruggessero il patrimonio industriale del nostro Paese.

 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Da quanto sinteticamente illustrato sul ruolo e le modalità di lotta dei lavoratori milanesi nell’azione per la riconquista della libertà, la democrazia e l’indipendenza del paese con la Liberazione, si possono trarre le seguenti conclusioni.

1. La mobilitazione dei lavoratori, la partecipazione agli scioperi è stata possibile perché in modo puntuale la rete clandestina antifascista – già a partire dagli scioperi del marzo 1943 -, elaborò le piattaforme rivendicative da presentare alle direzioni partendo dai problemi concreti (retribuzioni, alimenti, condizioni di lavoro, diritti dei lavoratori - parità fra operai e impiegati, e tra donne e uomini -) oltre alla fine della guerra. Esperienza e prassi tutt’ora valida per aggregare i diversi mondi del lavoro.

2. Con quelle lotte e scioperi, mentre l’obiettivo fondamentale è la Liberazione e la fine della guerra, si conquistano risultati che aiuteranno e segneranno le conquiste sindacali della fase successiva alla Liberazione: la gratifica natalizia, il diritto al servizio mensa (con primo e secondo), la riconquista del diritto dei lavoratori ad eleggere le Commissioni Interne; elementi di parità fra uomo e donna e ed operai e impiegati.

3. Il ruolo dei lavoratori nella lotta di liberazione ed i valori di cui si fanno portatori nelle loro lotte, trovano implementazione nella Costituzione, che saranno poi tradotte in norme (salute, istruzione, previdenza, diritti dei lavoratori in fabbrica, parità –uomo donna) con decenni di mobilitazione e lotte per la conquista delle leggi attuative. Problema più che mai attuale per assicurare la parità di diritti, alle giovani generazioni, a fronte delle trasformazioni intervenute.

4. La ripresa e sviluppo dell’iniziativa dei lavoratori nelle fabbriche, la ricostituzione della coesione e solidarietà della classe operaia, ma anche dei vari strati dei lavoratori, favorisce la ricostituzione del sindacato unitario – la CGIL – come soggetto contrattuale e sociale autonomo (indipendente come diceva Di Vittorio) che dà un contributo importantissimo alla conquista della Repubblica ed alla elaborazione della Costituzione.

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La Resistenza delle donne 1943-1945

2 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il contributo del genio femminile alla Resistenza

La gratuità del servizio alla Resistenza probabilmente allora non era così evidente, ma risulta essere un messaggio ancora oggi estremamente attuale. Offrire un contributo al bene comune (allora era la lotta per la libertà) senza avere la certezza e l'aspettativa di poter trarre nessun altro vantaggio che la possibilità di offrire una società più giusta: un atteggiamento che allora scattò in modo quasi automatico in molti, un atteggiamento che diventa provocazione per il nostro tempo, soprattutto di fronte a un deficit di partecipazione e di voglia di occuparsi delle cose di tutti. Un'altra piccola annotazione che potrebbe ben descrivere il contributo del genio femminile alla Resistenza. Le donne, allora come oggi, sanno portare concretezza e attenzione ai piccoli particolari che sono decisivi per la buona riuscita di qualsiasi azione. La concretezza appartiene soprattutto alle donne ed è merce rara in un universo maschile che rischia di trascurare le piccole cose solo apparentemente inutili.

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Il riconoscimento dell’impegno

Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano fu riconosciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che - salvo casi eccezionali - per loro si sarebbe potuto parlare solo di «contributo» dato alla Resistenza, un termine che già contiene in sé un senso di inferiorità e di dipendenza. Come hanno mostrato ormai diverse studiose, esiste un forte divario tra il numero di donne che a vario titolo si opposero al nazifascismo e il numero di quante si videro effettivamente riconosciuto il lavoro svolto. Ciò non toglie che a livello nazionale furono riconosciute a quel tempo circa 35.000 partigiane e 70.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, una cifra piuttosto consistente. Di loro, 4653 furono arrestate, torturate, condannate; 2750 deportate e 623 fucilate o cadute in combattimento. Alle donne furono assegnate 19 medaglie d'oro al valore militare, di cui 15 alla memoria.

La memoria della Resistenza al femminile è stata poi limitata dal silenzio di tante protagoniste di quegli anni duri. Un silenzio che per molte donne è stato una scelta consapevole. Complessivamente parlando, però, il silenzio delle donne è stato quello più «assordante», per vari motivi: l'abitudine alla sottomissione all'uomo e al capo famiglia, il timore di passare per una «poco di buono» e per una donna rotta a chissà quali avventure, o al contrario l'idea di aver fatto solo il proprio dovere o comunque nulla di eccezionale in un tempo come quello della guerra.

Le donne furono presenti in tutti gli ambiti della Resistenza organizzata: scontro armato, informazione, approvvigionamento e collegamento, stampa e propaganda, trasporto di armi e munizioni, organizzazione sanitaria, organizzazione di scioperi e manifestazioni per il pane e contro il carovita e il mercato nero.

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La «staffetta» era qualcosa di più che una semplice «postina» come verrebbe da pensare: era colei che portava ordini e comunicazioni, ma anche armi e munizioni, che accompagnava uomini in fuga verso la salvezza e così via. Il rischio era sempre elevato e bisognava dimostrare notevole sangue freddo e tanta fortuna quando ci si imbatteva in un qualsivoglia posto di blocco: tanto più che bisognava mettere in conto non solo di rischiare la vita, ma di diventare oggetto di sgradite e pesanti attenzioni maschili.

Inoltre occorre considerare che tutte le attività informative svolte dalle ragazze e dalle donne.

 

La capacità di iniziativa individuale

Il punto di partenza cronologico è naturalmente l'8 settembre 1943, anche se non si possono dimenticare tanti precedenti, come l'antifascismo dimostrato nel corso del Ventennio o come le proteste pubbliche di madri e mogli per il graduale peggioramento delle condizioni di vita tra 1942 e 1943. Proprio al momento dell'annuncio dell'armistizio e di fronte al disfacimento delle nostre forze armate e alla cattura, quasi senza colpo ferire, di centinaia di migliaia di nostri soldati, le donne seppero reagire con inattesa decisione e inventiva.

Il maternage di massa - ovvero la sensibilità e la capacità di esplicare funzioni materne e protettive verso i nostri soldati in quei giorni di settembre - spinse un'infinità di donne di ogni età e di ogni regione italiana a considerare come propri figli quanti passavano davanti alle loro abitazioni, chiedendo un pezzo di pane, un abito borghese, un pagliericcio per riposare. Capacità di iniziativa individuale e fantasia segnarono i comportamenti di molte donne.

Nella pianura emiliana fiorirono le cosiddette «case di latitanza», che punteggiarono tutto il territorio. Per esempio nel Reggiano se ne trovavano a Campegine, Gattatico, Montecchio, S. Ilario d'Enza, Poviglio e così via, fino alla montagna. Erano generalmente poveri casolari sperduti in mezzo alle campagne: alcune nascondevano temporaneamente partigiani, disertori, alleati, ex prigionieri, mentre altre erano adibite allo smistamento dei giovani dalla pianura alla montagna e dalla montagna alla pianura. Le donne di queste case erano disposte a collaborare con la Resistenza e quindi pronte a preparare cibi e coperte per quanti si rivolgevano a loro in un qualsiasi momento del giorno e della notte. Erano le donne che curavano i feriti e li sorreggevano nei primi passi di convalescenza. Erano le donne che sostenevano gli ospiti nei momenti di sconforto, offrendo loro parole di speranza e d'incoraggiamento ed erano sempre loro che sostenevano la curiosità dei piccoli che sapevano, ma non dovevano sapere, inventando frasi di circostanza. Con coraggio nascondevano armi nei rifugi, nei fienili o nei doppi fondi dei mobili e celavano i loro uomini di fronte alle insistenze dei fascisti e dei tedeschi, trovando sempre le scuse più credibili per proteggerli dall'arresto.

In questo caso, se scoperte, al rischio dell'arresto o della fucilazione si aggiungeva quello di veder immediatamente bruciata la propria abitazione:

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fu quel che capitò a Genoeffa Cocconi Cervi, la moglie di Alcide e la madre dei sette celebri fratelli. Genoeffa morì di crepacuore dopo la fucilazione dei figli e dopo un nuovo incendio della sua casa nel novembre 1944.

L’assistenza offerta a tutte le categorie di perseguitati comportava dunque notevoli rischi e non può certo essere intesa come una sorta di scelta più tranquilla e meno coraggiosa rispetto alla lotta armata.

Una forma diversa di solidarietà fu manifestata dalle donne che si attivarono per portare soccorso agli antifascisti incarcerati.

Donne coraggiose si prodigarono negli ospedali per curare i feriti - veri o presunti che fossero - e per celare, magari sotto improbabili ma terribili diagnosi mediche, ebrei e ricercati. Furono in primo piano, naturalmente, molte suore, come quelle dell'ospedale Niguarda di Milano o della Poliambulanza di Brescia. Ricordiamo il caso di Maria Peron, lei stessa infermiera a Niguarda: proprio in quanto coinvolta nelle operazioni di salvataggio di ebrei e partigiani all'interno delle strutture dell'ospedale, ella rischiò l'arresto e dovette lasciare Milano. Si recò presso le formazioni partigiane della Val Grande e divenne ben presto leggendaria per la sua capacità di organizzare i servizi di cura e di reperimento dei medicinali, in una zona di guerra soggetta a numerosi rastrellamenti. Maria esercitò di fatto l'attività del chirurgo e salvò più di una vita, conquistando in tal modo una sorta di parità professionale e diventando popolare anche presso i valligiani.

A Torino donne, appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, si diedero un compito ancora più delicato e rischioso: «quando si veniva a sapere che c'erano dei caduti in città, certe donne andavano a togliere la corda agli impiccati, li lavavano, li componevano. Altre pensavano a portare i garofani rossi al cimitero. Le tombe dei partigiani erano sempre tutte infiorate.

 

I Gruppi di Difesa della Donna

I Gruppi di Difesa della Donna ebbero un importante ruolo: non solo sostenere la lotta partigiana, ma anche sensibilizzare le donne, far loro maturare una coscienza politica e prepararle in tal modo alle responsabilità del dopoguerra. Nati a Milano nel novembre '43 per iniziativa del Partito Comunista italiano, del Partito Socialista di Unità Proletaria e del Partito d’Azione, questi gruppi si diffusero dal 1944 in tutta Italia e vennero riconosciuti ufficialmente dal Comitato di Liberazione Alta Italia. Tra queste donne agirono figure celebri come Camilla Ravera, Lina Merlin e Ada Gobetti. Nell'aprile del '44, nacque il giornale «Noi Donne»

1945-gen-NOI-DONNE.JPG

che insisteva sull'importanza e la specificità del ruolo delle donne nella difesa delle case e nella lotta quotidiana contro il carovita, invitando appunto a prepararsi «ad amministrare e governare». Il loro programma era semplice, ma di notevole importanza:

«Le donne italiane vogliono avere il diritto al lavoro, ma che non sia permesso sottoporla a sforzi che pregiudicano la loro salute e quella dei loro figli. Esse chiedono:

- la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, dell'impiego delle donne nelle lavorazioni nocive;

- essere pagate con una salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini;

- delle vacanze sufficienti e l'assistenza nel periodo che precede e che segue il parto;

- la possibilità di allevare i propri bimbi, di vederli imparare una professione, di saperli sicuri del proprio avvenire; di partecipare all'istruzione professionale e non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici soltanto a lavori meno qualificati;

- la possibilità di accedere a qualsiasi impiego, all'insegnamento in qualsiasi scuola, unico criterio di scelta: il merito;

- di partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi locali e nazionali.

Non mancava, ovviamente, la richiesta del pieno diritto di voto politico e amministrativo per tutte le donne.

In questo contesto, in molte località italiane, si ebbero ripetute mobilitazioni al fine di raccogliere viveri, indumenti, sigarette, medicinali per aiutare concretamente le formazioni partigiane ad affrontare l'inverno del 1944.

 IMI stazione Pordenone

Nella Resistenza armata

Nella Resistenza non furono molte le combattenti vere e proprie, e tuttavia non mancano esempi in tal senso. Furono diverse le ragazze che chiesero, con maggiore o minore successo, di imparare a sparare e di poterlo poi fare davvero.

donna-partigiana.jpg 1945 25 aprile Milano partigiane

Elisa Oliva fu comandante in Valdossola e, in seguito, ricordò di aver così risposto a chi le voleva togliere il comando: «Non sono venuta qua per cercarmi un innamorato. Io sono qua per combattere e ci rimango solo se mi date un'arma e mi mettete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e le azioni. In più farò l'infermiera. Se siete d'accordo resto, se no me ne vado [...] Al primo combattimento ho dimostrato che l'arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire [...]

Anche nei GAP militarono donne che parteciparono direttamente ad azioni rischiose e alla preparazione ed esecuzione di attentati (a Roma, Carla Capponi fu partecipe dell'attentato di via Rasella, nei GAP di Milano Onorina Brambilla, con il marito Giovanni Pesce fu protagonista della lotta armata).

Alcune delle donne martiri della Resistenza hanno conosciuto violenze inenarrabili prima di essere uccise. Occorre tener conto anche la mera violenza psicologica esercitata in occasione di interrogatori o di processi. Rileggere cronache e testimonianze del tempo spinge a guardare con infinita ammirazione a donne che conservarono sangue freddo e dignità assoluta.

Visioni tradizionali e pregiudizi accompagnarono l'impegno delle donne nella Resistenza, specialmente quando esse si trovavano, volutamente o forzatamente a condividere la vita delle formazioni in montagna. Di conseguenza le giovani partigiane finirono per essere sommariamente identificate con figure di donne “facili” tanto che i comandi della Resistenza cercarono di dettare regole e porre limiti rigidi. Nell'agosto del 44 il comando della 19a brigata d'assalto Garibaldi, intitolata a Eusebio Giambone, comunicò al comando generale delle Brigate Garibaldi di aver costituito al proprio interno un distaccamento femminile composto da staffette e da familiari dei propri partigiani.

staffette partigiane

Nacquero comunque molti rapporti affettivi più o meno duraturi, che per lo più ambivano a una situazione di ricerca di solidità e di serietà, tanto che non mancarono i matrimoni celebrati alla macchia o nei paesi delle zone liberate, anche con l'assistenza del prete.

Dopo la Liberazione tutti i pregiudizi emersero - o riemersero - con prepotenza. In tante sfilate per le vie cittadine alle donne partigiane arrivò l'ordine di non sfilare, oppure di farlo figurando solo come crocerossine.

 

La Resistenza e l’impegno politico

Certo è che - una volta fatta la propria scelta - le donne seppero anche passare all'iniziativa, comprendendo che la Resistenza avrebbe costituito un passo decisivo sulla strada dell'emancipazione propria e di tutte le donne.

La partecipazione alla Resistenza - scoperta anche attraverso autonomi percorsi personali - fu così la premessa per un successivo e forte impegno politico: pur tra mille ostacoli e pregiudizi, le donne avrebbero così cominciato a far politica anche entro le istituzioni pubbliche. L’ingresso di quel sparuto gruppetto di 21 deputate alla Costituente (su 110 candidate) può essere visto come il punto di arrivo della lotta resistenziale al femminile e come il punto di partenza per una nuova storia dell'Italia: una volta tanto, in meglio.

1946 donne alla Costituente 

 

Bibliografia

Giorgio Vecchio - LA RESISTENZA DELLE DONNE 1943-1945 – Ed In dialogo – Ambrosianeum – 2010  

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Le donne nella Resistenza

2 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne affrontarono tra il 1940 e il 1945 un periodo dei più scuri: figli e mariti al fronte, a casa razionamento e bombardamenti. L'8 settembre anche la loro rassegnazione doveva trasformarsi: la donna, partecipa attivamente alla lotta di liberazione e prende coscienza del suo ruolo nella nuova società italiana. Lo dimostrano alcuni brani di lettere di donne della Resistenza condannate a morte:

«... A voi conver il dovere di addolcire il dolore di mia madre; ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessari.

 

«Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un soldato che va sul campo di battaglia: sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà. Avrei tanto voluto vedere i tempi nuovi».

 

«Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile».

 

Ha scritto Thomas Mann:

«Tutto ciò sarebbe stato invano, inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte? No, non può essere. Non c'è stata idea per cui gli uomini abbiano combattuto e sofferto con cuore puro ed abbiano dato la vita che sia andata distrutta ».

 

La Resistenza fu un fenomeno europeo. Il termine coniato dai francesi indicò l'opposizione che l'Europa fece al nazismo. Fu insieme lotta armata, resistenza passiva, movimento popolare, rivolta patriottica.

In Italia la Resistenza prese l'aspetto di un secondo Risorgimento; un moto che unì e saldò per la prima volta nella storia nazionale uomini diversi per provenienza di classe e per ideali politici. Fu l'incontro delle grandi masse popolari con i partiti antifascisti.

Vi persero la vita 35.000 partigiani; 10.000 civili furono uccisi in azioni di rappresaglia; 33.000 militari perirono nei campi di concentramento; 8.000 furono deportati nei «Lager» per motivi politici; 32.000 caddero combattendo nelle formazioni partigiane che si organizzarono all'estero. Le donne vi parteciparono largamente: 70.000 presero parte ai gruppi di difesa; 35.000 in azioni di guerra partigiana; 16 furono decorate di medaglia d'oro. Perché? Cosa fu che le mosse? Ne abbiamo intervistate alcune.

 

Lidia Beccaria (Cuneo): «Avevo alcuni amici ebrei per cui non riuscivo a capire la presa di posizione contro di loro. non riuscivo a rendermi conto del perché io avrei dovuto rifiutare alcune amicizie che fino al giorno prima mi erano state molto care. Successivamente penso che il colpo maggiore me l'abbiano dato i miei fratelli di ritorno dalla Russia, quando mi hanno raccontato e quello che era successo durante la ritirata e quello che avevano fatto i tedeschi e quello che avevano visto sia in Polonia che in Russia. L'ultimo colpo certamente, a parte il 25 luglio, avvenne il 12-13 settembre quando i primi carri armati tedeschi sono entrati a Mondovì».

 

Sandra Codazzi (Reggio Emilia): «Era assolutamente assurdo, ingiusto, che i tedeschi portassero via gli uomini in quella maniera e sopratutto vedere (vicino al treno nel quale mio padre si trovava, un treno piombato che portava i deportati in Germania) un gruppo di tedeschi e di fascisti che sparavano su noi donne che eravamo andate là per cercare i nostri genitori, fratelli, eccetera. Ecco, ebbi una ribellione enorme e forse per la prima volta nella mia vita ho provato una cosa che poi non ho provato forse più: ho provato cioè che cosa è l'odio ».

 

A. Ciccetti (Milano): «Mettevano dentro la busta-paga un tagliandino dove c'era scritto "Deve pagare 5 lire (ricordo benissimo) per il Partito Fascista, per la tessera del Partito Fascista". Ci ho scritto su: "Rifiuto". Dopo due o tre giorni mi chiamano in direzione e mi dicono: "Tu sei passabile per il Tribunale speciale". "Perché?". "Perché hai rifiutato la tessera del fascio". "lo la rifiuto semplicemente perché è appena morto mio fratello, in guerra. Aveva vent'anni... Dunque la guerra mica l'ho voluta io, l'avete voluta voi. E basta"».

 

Marta Pellegrino (Cuneo): «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, a Boves, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

 

Con la Resistenza la donna diventa protagonista di un avvenimento storico a fianco degli uomini. Accetta la guerra come individuo che vi partecipa responsabilmente di persona; accetta la guerra con le sue regole di violenza; e la guerra non le risparmierà alcuna violenza. Le donne arrestate, condannate, torturate, sono 4.563; le donne fucilate o che nel corso di azioni armate caddero, furono 623; le donne deportate in Germania furono circa 3.000. In montagna parteciparono a tutte le azioni delle formazioni partigiane; e in montagna la donna scopre un'altra dimensione di sé. L'occasione le dimostra che se necessario può prendere il controllo della situazione, può condurre una azione, guidare una formazione. Oltre cinquecento sono state le donne cui sono stati affidati compiti di comando anche militare. Ne abbiamo incontrato alcune; ecco le loro storie nelle interviste di Liliana Cavani:

La sera del 7 novembre a Bologna si combatte contro i tedeschi la battaglia di porta Lame, decisiva per le formazioni partigiane. Fu una ragazza di 17 anni, Germana Boldrini, a dare il segnale dell'attacco partigiano.

 

Germana Boldrini (Bologna): «In quel momento io mi sganciai dai miei compagni di gruppo ed arrivai a Porta Lame, circa un sei-sette minuti prima; e Il ci fu l'attacco, in piazza della Porta, insomma. E quando arrivai a Porta Lame, con la mia arma automatica e le bombe a mano lanciai il fuoco. I miei compagni mi seguirono e ci fu un grande combattimento. Ci furono delle perdite da parte nostra e delle perdite da parte dei tedeschi».

 

Liliana Cavani: «Da dove le veniva questo grande coraggio? ».

Germana Boldrini: «Forse perché in casa mia si è sempre vissuti in quella atmosfera, date le circostanze del mio povero babbo che aveva vissuto dodici anni di confino e quando era a casa era molestato quasi tutti i giorni dai fascisti; e ne ha subito di tutti i colori ed io essendo la più grande, si vede che mi son messa nel sangue quel certo spirito di coraggio per difendere mio padre fino alla morte, perché aveva passato una gioventù tanto crudele, tanto brutta, che mi rimpiangeva il cuore solo a sentirlo parlare, tante volte. E dopo la morte, la morte brutta, fucilato ... ».

 

Liliana Cavani: «Che cosa era accaduto a suo padre? ».

Germana Boldrini: «Mio padre è stato fucilato. Prima hanno minato la casa e poi l'hanno fucilato sulle macerie della casa».

Liliana Cavani: «E lei, allora, che ha fatto?».

Germana Boldrini: «Ho pensato che volevo difenderlo, volevo vendicarlo ... Questo è stato tutto quello che ho fatto, poiché io non l'ho visto. L'ho visto due giorni prima di morire, poi non l'ho più visto, neanche sono stata al funerale, niente; ché non gli han fatto un funerale civile, gli han fatto un funerale con un carro da buoi, perché non gli hanno dato il permesso neanche di dargli una carrozza, niente ».

 

Nel 1944, Norma Barbolini aveva 24 anni; era in montagna da tempo con una brigata partigiana comandata dal fratello. Uno degli scontri più violenti con i tedeschi fu quello di Ceresologno, nel Modenese, nel corso del quale Norma prese il comando della brigata.

 

Norma Barbolini: «Poiché mio fratello rimase ferito e abba­stanza gravemente (eravamo impegnati in una battaglia molto impegnativa, anche perché quella lotta si svolse così, quasi a tu per tu tra i tedeschi e partigiani e di conseguenza a un certo momento noi eravamo circondati, dopo che la postazione di mio fratello l'hanno messa a tacere, quindi noi abbiamo dovuto cercare con tutte le nostre forze di resistere a questo combattimento) e poiché lì persone che potessero in quel momento prendere delle decisioni non ne vedevo (c'era anche un certo caos) decisi di prendere io quelle decisioni che ritenevo più opportune e ero sicura che i partigiani mi avrebbero appoggiata; si è fatto tutto il possibile, e di conseguenza lì siamo riusciti a portare a termine la battaglia con un enorme successo, fra l'altro ... ».

Liliana Cavani: «Lei che grado aveva? ».

Norma Barbolini: «Io di capitano e avevamo una taglia, io e mio fratello, di 400.000 lire ».

 

In carcere sono sottoposte a interrogatori estenuanti; come i loro uomini, sono al corrente di cifrari, di codici, dei nomi dei capi, della forza numerica delle formazioni. Il nemico non risparmia mezzi per estorcerglieli.

Subito dopo l'8 settembre, Adriana Locatelli raccolse nella sua casa di Bergamo un gruppo di militari sbandati; li guidò per oltre un anno in azioni partigiane, sin quando i tedeschi riuscirono a catturarla e tentarono di farla parlare con ogni mezzo, nel corso di massacranti interrogatori.

In realtà il contributo delle donne italiane non si limitò alle azioni dirette. Nel 1944 le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni. La prima cade a Forlì, nel corso di uno sciopero. È una madre di 5 figli. Nelle case assolvono ai compiti che la tradizione ha loro affidato: lavorano, tagliano, cuciono, preparano indumenti caldi, confezionano pacchi cui aggiungono i viveri che altre donne porteranno in montagna ai partigiani.

 

Norma Barbolini (Modena): «Indubbiamente noi non avremmo potuto far niente senza le donne montanare, anche perché, quando noi siamo arrivati in montagna, nei primi tempi in cui i fascisti hanno cominciato a fare propaganda contro le bande partigiane (perché le chiamavano le bande partigiane, banda, proprio come dei banditi) e quindi noi ci presentavamo nelle famiglie, con queste donne si discuteva, si parlava, e dopo poco quelle donne erano disposte a dividere il loro pane e qualche volta a darci il loro letto, e quando avevamo dei feriti ci aiutavano. Sono state per noi, le donne della montagna, proprio un appoggio indispensabile».

 

In città fanno muro nel corso dei rastrellamenti a difesa degli uomini e ne salvano a migliaia. In campagna avvertono i partigiani del pericolo. Non distinguono tra i propri figli e i figli degli altri e rischiano la vita dei propri per salvare quella degli altri.

Anna Maria Enriquez Agnoletti, fiorentina, era collegata ad una organizzazione che metteva in salvo gli ebrei. Venne catturata, e dopo essere stata brutalmente percossa, fu sottoposta a continui interrogatori, di giorno e di notte, per una settimana. Alla fìne i tedeschi la fucilarono. In carcere, con lei, ma separatamente, era stata rinchiusa la madre.

 

Maria Montuoro venne catturata a Milano e in seguito portata al campo di sterminio di Ravensbruck.

Nei campi le italiane ebbero una vita particolarmente dura. Alla brutalità dell'organizzazione nazista si aggiungeva la diffidenza delle donne degli altri Paesi, che, specie nei primi tempi, consideravano tutti gli italiani responsabili della guerra fascista. Ma ci fu anche per le italiane l'incontro con mondi differenti dal loro. Per la prima volta si trovarono a vivere in una comunità che abbracciava individui diversi per nazione, con un diverso modo di pensare, diverse regole, diverso tipo di comportamento.

Uscirono dai campi di concentramento, dalla lotta partigiana, dalla clandestinità, delle donne diverse.

 

Nelle immagini seguenti: Elisa Sala, Iris Versari, Salvatrice Benincasa

 Elisa-Sala.jpg Iris-Versari.jpg  Salvatrice Benincasa donna-partigiana.jpgpartigiana-in-bicicletta-Modena-liberata.jpg tina anselmi

Bibliografia:

Liliana Cavani e Paolo Glorioso in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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