Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Gli scioperi del 1943 e 1944 in Italia

26 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

«Le agitazioni operaie si diffusero da Torino, vero epicentro della protesta operaia, a partire dal 5 marzo, nelle altre città del Piemonte (Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli) e alla fine di marzo le agitazioni coinvolsero anche Milano e il resto della Lombardia. Infatti, a partire dalla giornata del 24 e per tutta l’ultima settimana del mese, il centro della lotta si spostò a Milano, Varese e Como con un’appendice finale espressiva che si registrò nei primi giorni di aprile nuovamente in Piemonte, in particolare nei lanifici di Biella.

I reali protagonisti delle agitazioni operaie, al di là dell’ultima settimana guidata dalle maestranze tessili biellesi, furono quindi gli operai metalmeccanici delle grandi aziende torinesi e milanesi, dalla FIAT Mirafiori alla Falck di Sesto San Giovanni, ai Caproni, alla Ercole Marelli, alle Officine Fratelli Borletti, Bianchi, eccetera. Tuttavia, episodi significativi di lotta si registrarono sia in altre regioni italiane, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, passando per Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche, che negli altri settori manifatturieri oltre che nei rami “chimici” a partire dalle miniere, alle aziende del vetro, nel settore della concia e in quello delle fibre tessili artificiali, ma soprattutto nel settore della gomma, con gli scioperi alla Pirelli di Milano.

Gli operai scesero in sciopero e diedero avvio alla contestazione aperta contro il Regime chiedendo “pane e pace”, quindi, dissociandosi dalla guerra fascista, considerata sbagliata e ingiusta, e segnando la sconfitta di Mussolini sul fronte interno attraverso la perdita definitiva del consenso già prima della sua destituzione.

Gli scioperi operai del marzo-aprile 1943 rappresentano le prime agitazioni di massa dopo quasi un ventennio di repressione sociale.

Tuttavia va sottolineato come il corporativismo fascista e la storia stessa del sindacalismo fascista avevano rappresentato il tentativo di integrare le masse lavoratrici all’interno dello Stato autoritario. Non a caso, nei momenti di crisi, la conciliazione con il mondo del lavoro appare in maniera evidente – anche alle classi dirigenti più retrive – come l’unico modo per evitare il dissolvimento finale.

Di fatti, prima che l’Italia si ritrovasse spezzata in due, sotto il governo Badoglio, nel momento di maggiore disorientamento delle classi dirigenti del Paese, viene concluso l’accordo Buozzi-Mazzini per il riconoscimento delle Commissioni interne: vi è la consapevolezza che la Nazione non può sopravvivere senza riaprire quantomeno il dialogo con il mondo del lavoro. E immediatamente dopo gli anglo-americani capiranno che le forze vive e affidabili del paese sono le forze sociali e sosterranno la riorganizzazione sindacale già decisamente avviata dai lavoratori in tutte le province liberate del Paese. E lo stesso Mussolini, attraverso le norme di indirizzo generale approvate dal Consiglio dei Ministri della RSI, puntava alla impossibile riconciliazione con il mondo del lavoro, proponendo il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese e, più in generale, proponendo una disperata riedizione del fascismo sociale delle origini e rispolverando i motivi anti-borghesi della prima ora.

Ma la strada intrapresa dal mondo del lavoro portava inequivocabilmente verso la democrazia e verso la ricostruzione su nuove basi della vita civile ed economica italiana. Il momento di rottura più significativo che emerge appunto nel primo ciclo di lotte, attraverso gli scioperi del marzo ’43, lo si ha attraverso la presa di distanza dalla guerra fascista. E’ l’atteggiamento di fronte alla guerra che determina la vera rottura tra il fascismo e il Paese. Il senso di una disfatta, quale quella che segue al 25 luglio e all’8 settembre, che è decisiva per dare al mondo del lavoro la percezione della caduta, della vera e propria cesura della storia nazionale.

Gli scioperi, pur nascendo da esigenze strettamente economiche, ebbero una forte valenza politica ponendo al centro i tre temi della libertà, della pace e del lavoro. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori scesi in piazza si riappropriarono con forza, seppure per breve tempo e senza particolari effetti immediati, di una delle tante libertà calpestate dalla dittatura: lo sciopero il cui divieto era stato sancito nel 1926 dal fascismo.

In seguito, la destituzione di Mussolini e la sua sostituzione con il maresciallo Badoglio, e la fine del fascismo, aprono a un periodo di intensa attività politica all’interno dei Comitati di opposizione cittadini e nelle neo-costituite Commissioni interne di fabbrica. Al contempo l’occupazione dell’Italia del Nord da parte della Germania hitleriana, all’indomani dell’armistizio con le forze anglo-americane, e la costituzione della Repubblica sociale italiana danno avvio ad una nuova fase.

Gli scioperi e i sabotaggi alla produzione nelle fabbriche del nord caratterizzano questo periodo che vede la partecipazione diretta dei lavoratori nei Comitati di agitazione, nelle squadre armate dei cittadini e nelle brigate partigiane.

In questo clima si inscrive lo sciopero del 1944, guidato dalla classe lavoratrice. La connotazione e la dimensione politica che si concretizza negli scioperi del 1943 e, ancor più, del marzo 1944 non nasce improvvisa, ma ha alla base una vasta azione di vero e proprio antifascismo che precede il momento insurrezionale, traslandolo dalla dimensione più economica a una più esplicitamente politica. Antifascismo e lotta contro l’occupazione tedesca, quindi, si mescolano e si intrecciano con la repressione repubblichina e la deportazione nazista, complici le strutture e la proprietà delle fabbriche, determinando un nuovo flusso di deportati, che vide protagonisti migliaia di lavoratori italiani a partire dagli operai delle aree industriali ai contadini e braccianti.

Lo sciopero generale del 1944 segna il passaggio definitivo del mondo del lavoro all’azione diretta, alla resistenza più ferma e alla guerra partigiana che assumerà definitivamente i caratteri di guerra di popolo contro l’occupazione nazi-fascista. È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.

Così nel marzo del 1944, la reazione operaia – e questa volta con una estensione straordinaria – annientò il tentativo della Repubblica sociale italiana di tessere nuovi rapporti col mondo del lavoro, di recuperare il consenso perduto attraverso i progetti di socializzazione e attraverso tutte le proposte tardive, velleitarie e contraddittorie del governo mussoliniano di Salò.

La classe operaia italiana che giunge agli scioperi del ’43-44 è una classe che riacquista piena fiducia nelle proprie forze; si assiste al passaggio da una fase difensiva e di lotta di tipo quasi esclusivamente economico, ad una offensiva in cui la caratterizzazione è essenzialmente di natura politica. Non si sciopera solamente contro gli industriali e i padroni, ma contro il fascismo, contro la guerra fascista e a sostegno della lotta partigiana, per l’insurrezione, per la libertà e per la democrazia.

La fabbrica, ma non solo la grande fabbrica, ritorna ad essere quello spazio di socializzazione politica che vent’anni di dittatura non erano riusciti mai a neutralizzare del tutto. A Milano, infatti, i tranvieri paralizzano la città e accanto agli operai entrano in sciopero anche gli impiegati e gli studenti universitari. Emblematico è inoltre lo sciopero del più autorevole giornale della borghesia italiana, il “Corriere della sera”. Le campagne tornano in fermento in tutta Italia. Lo svolgimento degli scioperi al Nord, infatti, è parallelo all’avvio del grande ciclo delle lotte per la riforma della terra partita dal Mezzogiorno, parallelamente all’avanzata Alleata, che contrapponeva la struttura politico e sociale del regime fascista alla opportunità apertasi con i ‘Decreti Gullo’.

È in questa fase che diventa ancora più decisivo l’apporto di tutte le categorie di lavoratori, di tutto il mondo del lavoro, mentre si consuma progressivamente e definitivamente il distacco dell’intera nazione dal fascismo. E il ciclo di lotte dei lavoratori del 1943-1944 – col passaggio dalla richiesta di pace all’aperta resistenza contro la Repubblica di Salò – è l’esperienza che darà poi le più solide basi di massa all’azione insurrezionale dell’aprile 1945.»

 

Dalla relazione di Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Di Vittorio, al convegno tenutosi al Palazzo delle Stelline a Milano il 10 marzo 2007, dal titolo: I lavoratori, il Sindacato e la lotta di Liberazione. "Dagli scioperi del Marzo 1943 ai GAP"

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Le donne nella Resistenza

2 Mars 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne affrontarono tra il 1940 e il 1945 un periodo dei più scuri: figli e mariti al fronte, a casa razionamento e bombardamenti. L'8 settembre anche la loro rassegnazione doveva trasformarsi: la donna, partecipa attivamente alla lotta di liberazione e prende coscienza del suo ruolo nella nuova società italiana. Lo dimostrano alcuni brani di lettere di donne della Resistenza condannate a morte:

«... A voi conver il dovere di addolcire il dolore di mia madre; ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l'ho tanto voluto io stessa. Sono morta per attestare che si può amare follemente la vita e insieme accettare una morte necessari.

 

«Caro figlio, non posso scriverti tutto quello che sento, ma quando sarai grande e ti immedesimerai nella mia situazione, allora capirai. Non consideratemi diversamente da un soldato che va sul campo di battaglia: sento il volere di Dio e con letizia voglio che esso si compia. Credo che questa sera avverrà. Avrei tanto voluto vedere i tempi nuovi».

 

«Mio caro marito, il mio ultimo respiro sia ancora di ringraziamento al destino che mi ha concesso di amarti e di vivere sette anni con te. Avrei tanto voluto vederti ancora una volta, ma poiché non mi sono concessi favori, sono troppo fiera per fare una richiesta inutile».

 

Ha scritto Thomas Mann:

«Tutto ciò sarebbe stato invano, inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte? No, non può essere. Non c'è stata idea per cui gli uomini abbiano combattuto e sofferto con cuore puro ed abbiano dato la vita che sia andata distrutta ».

 

La Resistenza fu un fenomeno europeo. Il termine coniato dai francesi indicò l'opposizione che l'Europa fece al nazismo. Fu insieme lotta armata, resistenza passiva, movimento popolare, rivolta patriottica.

In Italia la Resistenza prese l'aspetto di un secondo Risorgimento; un moto che unì e saldò per la prima volta nella storia nazionale uomini diversi per provenienza di classe e per ideali politici. Fu l'incontro delle grandi masse popolari con i partiti antifascisti.

Vi persero la vita 35.000 partigiani; 10.000 civili furono uccisi in azioni di rappresaglia; 33.000 militari perirono nei campi di concentramento; 8.000 furono deportati nei «Lager» per motivi politici; 32.000 caddero combattendo nelle formazioni partigiane che si organizzarono all'estero. Le donne vi parteciparono largamente: 70.000 presero parte ai gruppi di difesa; 35.000 in azioni di guerra partigiana; 16 furono decorate di medaglia d'oro. Perché? Cosa fu che le mosse? Ne abbiamo intervistate alcune.

 

Lidia Beccaria (Cuneo): «Avevo alcuni amici ebrei per cui non riuscivo a capire la presa di posizione contro di loro. non riuscivo a rendermi conto del perché io avrei dovuto rifiutare alcune amicizie che fino al giorno prima mi erano state molto care. Successivamente penso che il colpo maggiore me l'abbiano dato i miei fratelli di ritorno dalla Russia, quando mi hanno raccontato e quello che era successo durante la ritirata e quello che avevano fatto i tedeschi e quello che avevano visto sia in Polonia che in Russia. L'ultimo colpo certamente, a parte il 25 luglio, avvenne il 12-13 settembre quando i primi carri armati tedeschi sono entrati a Mondovì».

 

Sandra Codazzi (Reggio Emilia): «Era assolutamente assurdo, ingiusto, che i tedeschi portassero via gli uomini in quella maniera e sopratutto vedere (vicino al treno nel quale mio padre si trovava, un treno piombato che portava i deportati in Germania) un gruppo di tedeschi e di fascisti che sparavano su noi donne che eravamo andate là per cercare i nostri genitori, fratelli, eccetera. Ecco, ebbi una ribellione enorme e forse per la prima volta nella mia vita ho provato una cosa che poi non ho provato forse più: ho provato cioè che cosa è l'odio ».

 

A. Ciccetti (Milano): «Mettevano dentro la busta-paga un tagliandino dove c'era scritto "Deve pagare 5 lire (ricordo benissimo) per il Partito Fascista, per la tessera del Partito Fascista". Ci ho scritto su: "Rifiuto". Dopo due o tre giorni mi chiamano in direzione e mi dicono: "Tu sei passabile per il Tribunale speciale". "Perché?". "Perché hai rifiutato la tessera del fascio". "lo la rifiuto semplicemente perché è appena morto mio fratello, in guerra. Aveva vent'anni... Dunque la guerra mica l'ho voluta io, l'avete voluta voi. E basta"».

 

Marta Pellegrino (Cuneo): «L'8 settembre, quando, diciamo, si è sfasciato l'esercito, naturalmente ho scelto questa strada, perché ho capito che questi ragazzi in montagna avevano bisogno anche dell'apporto delle donne. Loro da soli non potevano, perché quelli che erano lassù, in montagna, non potevano naturalmente venire in città, perché sarebbero stati arrestati. Ed allora mi sono decisa a fare la staffetta. Ho cominciato ad andare avanti e indietro, a Boves, con la mia bicicletta, a portare armi, munizioni, documenti, notizie, medicinali, viveri, secondo quello che poteva servire».

 

Con la Resistenza la donna diventa protagonista di un avvenimento storico a fianco degli uomini. Accetta la guerra come individuo che vi partecipa responsabilmente di persona; accetta la guerra con le sue regole di violenza; e la guerra non le risparmierà alcuna violenza. Le donne arrestate, condannate, torturate, sono 4.563; le donne fucilate o che nel corso di azioni armate caddero, furono 623; le donne deportate in Germania furono circa 3.000. In montagna parteciparono a tutte le azioni delle formazioni partigiane; e in montagna la donna scopre un'altra dimensione di sé. L'occasione le dimostra che se necessario può prendere il controllo della situazione, può condurre una azione, guidare una formazione. Oltre cinquecento sono state le donne cui sono stati affidati compiti di comando anche militare. Ne abbiamo incontrato alcune; ecco le loro storie nelle interviste di Liliana Cavani:

La sera del 7 novembre a Bologna si combatte contro i tedeschi la battaglia di porta Lame, decisiva per le formazioni partigiane. Fu una ragazza di 17 anni, Germana Boldrini, a dare il segnale dell'attacco partigiano.

 

Germana Boldrini (Bologna): «In quel momento io mi sganciai dai miei compagni di gruppo ed arrivai a Porta Lame, circa un sei-sette minuti prima; e Il ci fu l'attacco, in piazza della Porta, insomma. E quando arrivai a Porta Lame, con la mia arma automatica e le bombe a mano lanciai il fuoco. I miei compagni mi seguirono e ci fu un grande combattimento. Ci furono delle perdite da parte nostra e delle perdite da parte dei tedeschi».

 

Liliana Cavani: «Da dove le veniva questo grande coraggio? ».

Germana Boldrini: «Forse perché in casa mia si è sempre vissuti in quella atmosfera, date le circostanze del mio povero babbo che aveva vissuto dodici anni di confino e quando era a casa era molestato quasi tutti i giorni dai fascisti; e ne ha subito di tutti i colori ed io essendo la più grande, si vede che mi son messa nel sangue quel certo spirito di coraggio per difendere mio padre fino alla morte, perché aveva passato una gioventù tanto crudele, tanto brutta, che mi rimpiangeva il cuore solo a sentirlo parlare, tante volte. E dopo la morte, la morte brutta, fucilato ... ».

 

Liliana Cavani: «Che cosa era accaduto a suo padre? ».

Germana Boldrini: «Mio padre è stato fucilato. Prima hanno minato la casa e poi l'hanno fucilato sulle macerie della casa».

Liliana Cavani: «E lei, allora, che ha fatto?».

Germana Boldrini: «Ho pensato che volevo difenderlo, volevo vendicarlo ... Questo è stato tutto quello che ho fatto, poiché io non l'ho visto. L'ho visto due giorni prima di morire, poi non l'ho più visto, neanche sono stata al funerale, niente; ché non gli han fatto un funerale civile, gli han fatto un funerale con un carro da buoi, perché non gli hanno dato il permesso neanche di dargli una carrozza, niente ».

 

Nel 1944, Norma Barbolini aveva 24 anni; era in montagna da tempo con una brigata partigiana comandata dal fratello. Uno degli scontri più violenti con i tedeschi fu quello di Ceresologno, nel Modenese, nel corso del quale Norma prese il comando della brigata.

 

Norma Barbolini: «Poiché mio fratello rimase ferito e abba­stanza gravemente (eravamo impegnati in una battaglia molto impegnativa, anche perché quella lotta si svolse così, quasi a tu per tu tra i tedeschi e partigiani e di conseguenza a un certo momento noi eravamo circondati, dopo che la postazione di mio fratello l'hanno messa a tacere, quindi noi abbiamo dovuto cercare con tutte le nostre forze di resistere a questo combattimento) e poiché lì persone che potessero in quel momento prendere delle decisioni non ne vedevo (c'era anche un certo caos) decisi di prendere io quelle decisioni che ritenevo più opportune e ero sicura che i partigiani mi avrebbero appoggiata; si è fatto tutto il possibile, e di conseguenza lì siamo riusciti a portare a termine la battaglia con un enorme successo, fra l'altro ... ».

Liliana Cavani: «Lei che grado aveva? ».

Norma Barbolini: «Io di capitano e avevamo una taglia, io e mio fratello, di 400.000 lire ».

 

In carcere sono sottoposte a interrogatori estenuanti; come i loro uomini, sono al corrente di cifrari, di codici, dei nomi dei capi, della forza numerica delle formazioni. Il nemico non risparmia mezzi per estorcerglieli.

Subito dopo l'8 settembre, Adriana Locatelli raccolse nella sua casa di Bergamo un gruppo di militari sbandati; li guidò per oltre un anno in azioni partigiane, sin quando i tedeschi riuscirono a catturarla e tentarono di farla parlare con ogni mezzo, nel corso di massacranti interrogatori.

In realtà il contributo delle donne italiane non si limitò alle azioni dirette. Nel 1944 le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni. La prima cade a Forlì, nel corso di uno sciopero. È una madre di 5 figli. Nelle case assolvono ai compiti che la tradizione ha loro affidato: lavorano, tagliano, cuciono, preparano indumenti caldi, confezionano pacchi cui aggiungono i viveri che altre donne porteranno in montagna ai partigiani.

 

Norma Barbolini (Modena): «Indubbiamente noi non avremmo potuto far niente senza le donne montanare, anche perché, quando noi siamo arrivati in montagna, nei primi tempi in cui i fascisti hanno cominciato a fare propaganda contro le bande partigiane (perché le chiamavano le bande partigiane, banda, proprio come dei banditi) e quindi noi ci presentavamo nelle famiglie, con queste donne si discuteva, si parlava, e dopo poco quelle donne erano disposte a dividere il loro pane e qualche volta a darci il loro letto, e quando avevamo dei feriti ci aiutavano. Sono state per noi, le donne della montagna, proprio un appoggio indispensabile».

 

In città fanno muro nel corso dei rastrellamenti a difesa degli uomini e ne salvano a migliaia. In campagna avvertono i partigiani del pericolo. Non distinguono tra i propri figli e i figli degli altri e rischiano la vita dei propri per salvare quella degli altri.

Anna Maria Enriquez Agnoletti, fiorentina, era collegata ad una organizzazione che metteva in salvo gli ebrei. Venne catturata, e dopo essere stata brutalmente percossa, fu sottoposta a continui interrogatori, di giorno e di notte, per una settimana. Alla fìne i tedeschi la fucilarono. In carcere, con lei, ma separatamente, era stata rinchiusa la madre.

 

Maria Montuoro venne catturata a Milano e in seguito portata al campo di sterminio di Ravensbruck.

Nei campi le italiane ebbero una vita particolarmente dura. Alla brutalità dell'organizzazione nazista si aggiungeva la diffidenza delle donne degli altri Paesi, che, specie nei primi tempi, consideravano tutti gli italiani responsabili della guerra fascista. Ma ci fu anche per le italiane l'incontro con mondi differenti dal loro. Per la prima volta si trovarono a vivere in una comunità che abbracciava individui diversi per nazione, con un diverso modo di pensare, diverse regole, diverso tipo di comportamento.

Uscirono dai campi di concentramento, dalla lotta partigiana, dalla clandestinità, delle donne diverse.

 

Nelle immagini seguenti: Elisa Sala, Iris Versari, Salvatrice Benincasa

 Elisa-Sala.jpg Iris-Versari.jpg  Salvatrice Benincasa donna-partigiana.jpgpartigiana-in-bicicletta-Modena-liberata.jpg tina anselmi

Bibliografia:

Liliana Cavani e Paolo Glorioso in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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