Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Com'era il confino a Ventotene

15 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Isole PontineCi sono luoghi cui la natura, la volontà degli uomini e la storia affidano un particolare destino, quello di essere luoghi di esilio, le piccole isole ne sono un esempio peculiare. L’isola di Ventotene, anche per le sue ridotte dimensioni, non si è sottratta a tale sorte e da sempre luogo ideale di segregazione, fu individuata, durante il periodo fascista, come colonia di confino politico.

Il regime fascista per non arrecare pericolo allo Stato, inviò sull’isola, per 13 anni donne e uomini coraggiosi, allontanandoli dalle loro attività e dai loro affetti per fiaccarli, svilirli e umiliarli nella loro dignità, li riunì coattivamente in una sorta di pollaio, ma inconsapevolmente, trasformò l’isola in un’occasione speciale e irripetibile per la storia futura del nostro paese, perché è proprio a Ventotene che si forgiò la classe politica della futura Repubblica. L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

Il confino politico era regolato da alcuni articoli delle leggi speciali del 1926, leggi che avevano abolito i partiti e i loro giornali, i sindacati e le associazioni antifasciste. Con queste leggi fu anche istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e la Commissione Provinciale che assegnava al confino.

Lo scopo del confino era quello di allontanare gli individui ritenuti pericolosi per lo Stato ma anche per l’ordine e la sicurezza pubblica, così finirono al confino anche gli omosessuali, (soprattutto alle Tremiti) e i religiosi di fede diversa, testimoni di Geova, evangelisti.

Per finire al confino bastava veramente poco, come si evince dalle oltre 12000 ordinanze emesse dalle Commissioni Provinciali: partecipare al funerale di un amico comunista, deporre fiori sulla tomba di un antifascista, ironizzare o raccontare barzellette sul fascismo o sulla figura del duce, diffondere notizie ascoltate da una radio straniera, leggere libri ritenuti sovversivi, cantare inni considerati rivoluzionari, anche in abitazioni private. Festeggiare il primo maggio era poi considerata un oltraggio per il regime fascista.

Diversamente dal vecchio domicilio coatto, il confino non era una condanna stabilita dal potere giudiziario, ma una misura preventiva volta a liberarsi degli oppositori politici senza ricorrere ad un processo e soprattutto senza l’esibizione delle prove.

La durata del confino era variabile da uno a cinque anni ma spesso allo scadere del periodo assegnato si utilizzava il meccanismo del rinnovamento perché il confinato non aveva dato segni di ravvedimento e costituiva dunque ancora pericolo per lo Stato.

Per attuare le misure di repressione contro l’opposizione antifascista, il regime si dotò di una nuova forza, una polizia segreta appositamente istituita, l’OVRA, mentre la milizia fascista, M.V.S.N., fu individuata come forza d’ordine nelle colonie confinarie.

La storia della colonia di confino politico di Ventotene inizia nel 1930, quando per ragioni di sicurezza il Ministero degli Interni (Divisione Affari Generali e Riservati) decise di chiudere la colonia di Lipari, anche in seguito alla clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti, e individuò nell’isola di Ventotene il luogo che meglio rispondesse, date le ridotte dimensioni e la scarsa accessibilità delle coste, alle ragioni di sicurezza, il più adatto ad “ospitare” i confinati ritenuti più pericolosi ed irriducibili, comunisti ed anarchici . La colonia divenne veramente importante, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, per i nomi dei suoi confinati, solo a partire dal 1939, quando fu ridimensionata la colonia di Ponza. Da quella data il capo della polizia, Arturo Bocchini, progetta per l’isola la nascita di una vera e propria colonia confinaria dove concentrare i più pericolosi avversari del regime.

Fu costruita a tale scopo una cittadella confinaria, con un’imponente caserma per gli agenti di PS, 12 padiglioni, uno destinato alle donne, uno ai tubercolotici e un’infermeria e fu trasferito sull’isola un intero reparto di milizia volontaria. Tra agenti, militi e carabinieri erano più di 350 ed assolvevano ad un efficiente controllo lungo le coste e per mare. Su circa 800 confinati presenti sull’isola la metà era costituita da comunisti, seguivano poi in ordine di grandezza gli anarchici e i socialisti, il gruppo di Giustizia e Libertà e i Federalisti di Altiero Spinelli. Erano presenti anche gli stranieri, i nuovi sudditi dissidenti dell’impero mussoliniano: albanesi, jugoslavi, dalmati, montenegrini, croati, sloveni.

Antifascisti verso il confinoIl confinato arrivava sull’isola, dopo un lungo ed estenuante viaggio con sosta nelle celle di transito sporche ed infestate di insetti, caricato con i ferri ai polsi e legato a catena con gli altri sul piccolo postale che collegava l’isola al continente, era condotto nei locali della Direzione della colonia e sottoposto ad un accurato controllo, era privato dei suoi documenti personali e fornito di una carta di permanenza, il famoso libretto rosso, nel quale erano segnate tutte le prescrizione alle quali doveva attenersi.

Il confinato poteva passeggiare in un percorso limitato, solo al centro del paese, senza superare il limite di confino che era segnalato da cartelli, da filo spinato o da garitte con guardie armate, poteva passeggiare solo con un altro confinato. Aveva l’obbligo di rispettare gli orari di uscita ed entrata nei cameroni e rispondere, due e in alcuni periodi, anche tre volte al giorno agli appelli; non poteva avere nessun rapporto con gli isolani, non poteva entrare nei locali pubblici se non per il brevissimo tempo dello scambio commerciale, non poteva partecipare a riunioni o intrattenimenti pubblici, non poteva parlare di politica, ascoltare la radio, non poteva avere carta da scrivere se non timbrata dalla direzione, poteva scrivere, con le persone autorizzate dalla direzione, una sola lettera a settimana, lunga 24 righe, ovviamente sottoposta a censura. Vi erano poi alcuni confinati speciali, che avevano come ulteriore umiliazione un milite che li seguiva a tre passi.

I confinati però negli anni seppero organizzarsi in una serie di imprese comunitarie: spacci, botteghe, mense, biblioteche, perfino un’orchestrina che si esibiva la domenica. A Ventotene, a differenza di quanto era avvenuto nelle altre isole di confino, le mense erano organizzate per appartenenza politica: vi erano 7 mense dei comunisti, componente più numerosa, con i nomi più importanti (Terracini, Secchia, Scoccimarro, Longo, Roveda, Curiel, Ravera …), 2 mense degli anarchici dove spiccava la figura quasi leggendaria di Paolo Schicchi; c’era Giovanni Domaschi, conosciuto in tutte le colonie confinarie per le sue rocambolesche fughe. Vi era poi la mensa dei giellisti dedicata ai fratelli Rosselli, con Ernesto Rossi, Bauer, Fancello, Calace, Dino Roberto. Vi era poi la mensa dei socialisti con a capo Sandro Pertini, due mense dei manciuriani, cioè di quei confinati isolati dalla componente politica perché ritenuti delatori al soldo della direzione politica e infine vi era la mensa dei federalisti europei con Altiero Spinelli, mensa che aggregava proprio per il consenso alle nuove idee contenute in quello che poi diverrà famoso come il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera ed unita. C’era anche la mensa A degli ammalati, soprattutto tubercolotici, dove la generosità di alcuni confinati, tra i quali Di Vittorio, faceva arrivare il latte della loro stalla e i prodotti dei campi che coltivavano.

I confinati avevano a Ventotene una fornitissima biblioteca con volumi di storia, di economia, di filosofia di letteratura sia italiana che straniera, accanto alla biblioteca ufficiale vi era poi una biblioteca clandestina a cui potevano accedere solo in pochi.

Attorno alla biblioteca nacque in quegli anni un’intensa attività di studi, di riflessioni di preparazione, non a caso Ventotene è stata definita l’Università del confino, un autentico laboratorio culturale. Nelle stradine dell’isola, in una vera e propria organizzazione, i confinati studiavano, analizzavano, discutevano; si tenevano lezioni sistematiche e specialistiche di storia, di economia, di finanza, di statistica e perfino lezioni di tecniche militari impartite da alcuni ufficiali albanesi e dai combattenti di Spagna. Qualcuno ha poi raccontato che quelle lezioni furono fondamentali nella lotta partigiana.

Ognuno si specializzava nello studio dei testi, ma tutti si arricchivano e si formavano per lo scambio privilegiato con alcune personalità di altissimo spessore culturale e morale presenti allora sull’isola. Nella apparente immobilità della vita confinaria Pietro Grifone, scrisse la sua opera più importante Il capitale finanziario e nell’introduzione all’opera dedica una parte proprio a come si studiava al confino di Ventotene; anche Ernesto Rossi scrisse e soprattutto scrisse Altiero Spinelli il Manifesto di Ventotene .

Parallelamente all’efficiente sistema di sicurezza, di sorveglianza e di censura messo a punto dalla direzione della colonia negli anni, i confinati avevano altrettanto saputo organizzare un’ efficiente organizzazione per la ricezione e la trasmissione di documenti, da e per il continente, con la complicità di qualche familiare in visita o di qualche isolano, partivano messaggi clandestini celati negli oggetti più disparati. Per tutti quegli anni il collettivo del partito riuscì sempre ad essere collegato con il centro sia in Italia che all’estero, non a caso qualcuno argutamente ha definito il gruppo dei comunisti dell’isola, il governo di Ventotene, perché era proprio dall’isola che partivano le direttive più importanti.

Il 25 luglio cade il fascismo, i confinati si sentono liberi, ma il giorno dopo viene affondato, da quattro aerei siluranti inglesi, il piccolo postale che collegava l’isola al continente, e i confinati privi di mezzi rimasero bloccati sull’isola.

Il 28 luglio giunse nel piccolo porto dell’isola un ospite d’eccellenza Benito Mussolini che ironia della sorte, qualcuno aveva deciso di confinare a Ventotene, ma il direttore della colonia, Marcello Guida, per ragioni di sicurezza, considerata la presenza di quasi novecento confinati e della bene armata guarnigione tedesca, (che si occupava di un potente radar) decise di non accogliere. La corvetta si diresse allora verso la vicina Ponza.

Gli ultimi confinati partirono verso la fine di agosto, erano soprattutto anarchici e slavi che furono destinati ai campi di concentramento di Fraschette d’Alatri e Renicci d’Anghiari, gli altri si erano già uniti ai gruppi combattenti per la liberazione d’Italia.

L’8 settembre sull’isola sbarcano 45 paracadutisti americani e grazie alla collaborazione di un ex confinato, che era rimasto sull’isola dopo la partenza degli altri, i tedeschi consegnarono le armi e Ventotene divenne il primo comune della provincia di Latina ad essere liberato dagli alleati, di questo episodio si conosce la testimonianza di un inviato di guerra molto speciale, J. Steinbeck, che accompagnava i soldati in quella che fu chiamata Ventotene Mission; l’episodio è raccontato nel suo libro C’era una volta una guerra.

Siamo un popolo dalla memoria assai corta, che dimentica facilmente gli errori e i sacrifici compiuti dalle generazioni che ci hanno preceduto, così negli ultimi anni è accaduto che nell’immaginario collettivo la mistificatoria associazione confino-villeggiatura sia andata rafforzandosi e qualcuno ha utilizzato l’assonanza isola-villeggiatura per un revisionismo storico alterato e manipolato, rivalutando il regime fascista come benevolo e svilendo la repressione degli oppositori come fatto secondario. L’isola invece da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

 

articolo di Filomena Gargiulo

tratto dal sito dell’ANPI  http://www.anpi.it/a1045/

 

 

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correva l'anno 1923

6 Novembre 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Nell'aprile del 1923, a sei mesi dalla “marcia su Roma”, fu Giovanni Amendola a coniare l'aggettivo «totalitario» per definire il sistema fascista che, con la pratica di violenza e di demagogia, si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato, perseguitando come nemico dell'Italia chiunque rifiutasse di sottomettersi al nuovo regime del partito fascista, e di associarsi al conformismo collettivo, rinunciando alla propria libertà e alla propria dignità.

 

Depretis fu presidente del Consiglio per 3.189 giorni, Crispi per 2.104, Giolitti per 3.837, A nessuno di loro, neppure al più ambizioso dei tre, come era Crispi, era mai passato per la mente di far coniare una moneta, di emettere un francobollo o di organizzare cerimonie di Stato per celebrare la loro chiamata alla guida del Governo come un evento storico. E non lo aveva fatto mai nessun primo ministro di uno Stato parlamentare europeo. Lo fece Mussolini, il più giovane fra i presidenti del Consiglio del Regno d'Italia, appena un anno dopo la «marcia su Roma».

L'idea gli venne pochi mesi dopo la sua nomina alla guida del Governo. Il 1° gennaio 1923 fece approvare dal Consiglio dei ministri, composto, oltre che da deputati fascisti, da rappresentanti del partito popolare, del partito liberale, del partito nazionalista e della democrazia sociale, la proposta di coniare una moneta col fascio littorio. Infine, il 21 ottobre 1923 sulla «Gazzetta Ufficiale» fu pubblicato il decreto col quale erano «istituite monete nazionali d'oro commemorative della Marcia fascista per l'instaurazione del Governo nazionale», nei tagli da lire 100·e lire 20, con l'effige del re da un lato, e dall'altro il fascio littorio «recante la scure completa a destra ornata di una testa di ariete».

Per commemorare «l'ascesa del Governo nazionale», il Consiglio dei ministri deliberò anche l'emissione di una serie speciale di francobolli recanti il simbolo del littorio. In tal modo, il simbolo del partito fascista era incorporato fra i simboli dello Stato e la data della «marcia su Roma» entrava nel calendario dei grandi eventi della nazione.

 Le iniziative per celebrare la «marcia su Roma» non si esaurirono con la moneta e il francobollo. Il 12 luglio, il Gran Consiglio del fascismo, il nuovo organo dirigente del partito fascista, nominò una commissione per «preparare il programma dei festeggiamenti che avranno la durata di tre giorni nell'anniversario della rivoluzione fascista». Il programma conferì alle celebrazioni il carattere ufficiale di una festa nazionale, con la partecipazione del re, del governo e delle autorità civili e militari. Fu inoltre disposto, per tutti i giorni delle celebrazioni dal 28 al 31 ottobre, l'imbandieramento dei pubblici uffici, delle caserme e degli edifici militari.

Anche la Chiesa fu coinvolta indirettamente nelle celebrazioni, che iniziarono la mattina del 28 ottobre 1923 in tutta Italia con messe da campo in suffragio dei «martiri fascisti». Le celebrazioni proseguirono con adunate fasciste a Milano, Bologna, Perugia e Roma, officiate dal duce, che in divisa di caporale della Milizia, rifece simbolicamente il percorso che un anno prima aveva condotto il fascismo al potere. Nei suoi discorsi, Mussolini avvertì minacciosamente gli avversari a rendersi conto «che quello che è stato è stato, che non si torna più indietro, che siamo disposti a impegnare le più dure battaglie per difendere la nostra rivoluzione». E, rivolto ai fascisti agitanti fucili e moschetti, aggiunse: «la rivoluzione venne fatta coi bastoni ... ora la rivoluzione si difende e si consolida con le armi, coi vostri fucili».

Le celebrazioni culminarono a Roma la mattina del 31 ottobre, con una grandiosa sfilata delle «camicie nere», mentre cinquecento aerei volteggiavano nel cielo della capitale. Le celebrazioni si conclusero con un ricevimento a Palazzo Venezia, al quale parteciparono il re, il governo e le più alte cariche civili e militari, e rappresentanti diplomatici: tutti resero omaggio al duce del fascismo, che per l'occasione aveva sostituito l'uniforme di caporale della Milizia con quella di presidente del Consiglio.

La partecipazione popolare alle celebrazioni della «rivoluzione fascista» fu numerosa ed entusiasta, come scrissero i giornali fascisti e favorevoli al fascismo, mentre molti antifascisti liberali, democratici, socialisti e comunisti, ancora si illudevano sulla effimera durata del governo Mussolini.

 

Non condivideva questa illusione l'antifascista ventiduenne Piero Gobetti:

Piero Gobetticommentando sulla sua rivista «La Rivoluzione Liberale» le celebrazioni fasciste, constatò che Mussolini «ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavitù liberali, democratici, popolari .... Ma c'è un fatto che sta sopra tutti i fatti: il regime si consolida, trionfa di tutte le opposizioni, canzona tutti gli avversari». Gobetti era convinto che la dittatura fascista sarebbe durata a lungo, circondata dal conformismo collettivo degli italiani.

 

Analogo fu il giudizio del deputato socialista Giacomo Matteotti,

Giacomo Matteottiche alla fine del 1923 pubblicò un opuscolo intitolato Un anno di dominazione fascista, documentando la realtà di uno «Stato asservito al partito», dove i fascisti godevano di una «seconda e più importante cittadinanza italiana, senza la quale non si godono i diritti civili e le libertà del voto, del domicilio, della circolazione, della riunione, del lavoro, della parola e dello stesso pensiero».

 

Ma il commento più perspicace sulle celebrazioni della «marcia su Roma» lo fece l'antifascista liberale Giovanni Amendola:

Giovanni Amendola«la caratteristica saliente del moto fascista - scrisse il 2 novembre – rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo "spirito totalitario"; il quale non consente all'avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente di nutrire anime che non siano piegate nella confessione "credo". Questa singolare "guerra di religione" che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede (che a voler chiamar fede quella nell'Italia possiamo rispondere che noi l'avevamo già da tempo quando molti dei suoi attuali banditori non l'avevano scoperta!) ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza -la vostra e non l'altrui - e vi preclude con una plumbea ipoteca l'avvenire».

 

Era stato Amendola a coniare nell'aprile del 1923 l'aggettivo «totalitario» per definire il sistema fascista di conquistare con la violenza il controllo delle amministrazioni comunali. Ora, parlando di «spirito totalitario», egli attribuiva un nuovo e più importante significato all'aggettivo, per definire la pratica di violenza e di demagogia, con la quale il fascismo si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato, come dimostravano le celebrazioni della «marcia su Roma», perseguitando come nemico dell'Italia chiunque rifiutasse di convertirsi alla religione fascista, di sottomettersi al nuovo regime del partito fascista, e di associarsi al conformismo collettivo, rinunciando alla propria libertà e alla propria dignità.

 

Giovanni Amendola, fondatore dei gruppi della sinistra liberale, esiliato, morirà a Cannes nell'aprile 1926 non essendosi più ripreso dalle percosse ricevute durante delle aggressioni fasciste; Piero Gobetti, fondatore della rivista "Rivoluzione liberale", perseguitato e colpito più volte da squadre fasciste, morirà a Parigi il 6 febbraio 1926; Giacomo Matteotti, dopo il memorabile discorso alla Camera contro le violenze fasciste nel corso delle elezioni del 1924, fu rapito e assassinato il 10 giugno 1924 da cinque squa­dristi. 

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