Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Arturo Arosio

28 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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«Quando il tuo corpo

non sarà più, il tuo

spirito sarà ancora più

vivo nel ricordo di

chi resta.

Fa che possa essere

sempre di esempio»

   (ultimo messaggio lasciato scritto sul muro

di una cella delle carceri di Via  Tasso

a Roma

da uno dei martiri delle Fosse Ardeatine)

 
Il 18 marzo 1945 veniva fucilato dai nazifascisti Arturo Arosio. 

Di anni 19. Nato a Lissone (Milano) il 24 maggio 1925, come molti altri giovani risponde al bando Graziani di chiamata alle armi e si arruola nella Divisione alpina «Monterosa»; addestrato con i commilitoni a Münsingen, in Germania, sotto la diretta supervisione dei tedeschi, rimpatria nella seconda metà del 1944 ed è dislocato in un reparto di presidio nell'entroterra ligure. Valutata la situazione, diserta e si aggrega ai partigiani della Brigata «Centocroci» di La Spezia. Catturato durante un rastrellamento, viene processato per diserzione e condannato a 30 anni di reclusione, grazie alla difesa di un capace avvocato, Emilio Furnò, che riesce ad evitargli (seppure per poco) la fucilazione. La sera del 13 marzo 1945 due partigiani armati di rivoltella irrompono nell'abitazione del tenente della X flottiglia Mas Roberto Gandolfo (arruolato nella 5a Compagnia del Battaglione «Lupo») e lo uccidono insieme a suo padre. Per rappresaglia il Tribunale militare di Chiavari condanna a morte con rito sommario sei prigionieri (Arturo Arosio, Giuseppe Barletta Alessandro Sigurtà, Emanuele Giacardi, Luigi Marone e Mario Piana), prelevati il 18 marzo dalle carceri, condotti sul luogo dell'azione partigiana, in località «Villa Pino» di Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante), e fucilati da un plotone della 3a Compagnia della XXXI Brigata Nera «Generale Silvio Parodi» comandato dal tenente Giuseppe Barbalace. Per cinque di essi la fine è immediata; il sesto, Mario Piana, lasciato per morto, trascinatosi sul terreno riesce a raggiungere il vicino bosco, dove è ritrovato dopo alcune ore dai partigiani; ricoverato all'ospedale da campo di Santo Stefano d'Aveto, si spegne nel giro di pochi giorni per emorragia. Sul luogo della fucilazione, accanto alla casa della famiglia Gandolfo, un cippo ricorda i sei fucilati. La salma di Arturo Arosio è trasportata a fine maggio 1945 a Lissone, suo paese natale, per la celebrazione di solenni funerali partigiani. (tratto da “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza 1943-1945” a cura di Mimmo Franzinelli – Ed. Oscar Storia – marzo 2006 pag.87, 88 e 89)

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Lettera alla famiglia del 5 maggio 1944, scritta durante l’addestramento in Germania


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Tratte dalla pubblicazione “Le Brigate del Popolo” del 17 gennaio 1946 (pagg. 12 e 13)

ARTURO AROSIO 14ma Brigata del Popolo

Partigiano di fede, per il suo ideale sacrificò la vita. Dopo un lungo periodo di dura prigionia venne fucilato a Sestri Levante dai tedeschi, perche appartenente a formazioni partigiane.

Unico sentimento espresso nell’ultima lettera ai suoi cari l'orgoglio di morire per la sua Patria "Italia”.

Fucilato a Sestri Levante il 18 marzo 1945.


UNA LETTERA

Un glorioso caduto ebbe la 14.ma Brigata: il caporale Arturo Arosio, nome di battaglia “Tarzan”, fucilato il 18 marzo 1945 dai nazifascisti di Sestri Levante. Ad illustrare la figura di “Tarzan”ogni nostra parola sarebbe vana per cui ci rimettiamo alla sua penna pubblicando stralci della lettera scritta poco prima di essere condotto alla fucilazione.

 Chiavari, 16 marzo 1945

Cara mamma. Carletto, Antonio, Bruno, Angelina, Ernestina, Luigia e il cognato Luigi, Zii, Zio, parenti, cugini e cugine, amici.

Eccomi a Voi con questo ultimo mio scritto primo di partire per la mia sentenza, io muoio contento di aver fatto il mio dovere di vero soldato e di vero italiano; cara mamma sii forte che io dal cielo pregherò per te; sei stata l'unica consolazione, hai sofferto tanto per me e soffrirai ancora dopo la mia morte? Cara mamma io pregherò tanto per te e per i fratelli e sorelle!

Cari fratelli e sorelle, siate orgogliosi di aiutare la mamma e sopportare la sua pesante croce che dovrà portare in alto dei cieli. Mamma non piangere per me, pensa che tu mamma nell’altra guerra, hai avuto un fratello caduto al fronte, e io vado a raggiungerlo la dove godrò un'altra vita felice e beata, dove ci sarà un altro tribunale davanti a Dio onnipotente, là dove ci sarà finalmente giustizia per quelli che hanno fatto del bene o del male.

Cara mamma, fratelli e sorelle, nel momento della mia morte, invocherò e pregherò per voi, pregherò il Signore perché vi benedica e vi tenga sani in una lunga vita di pace e felicità. Miei cari fratelli ricordatevi di me nelle vostre povere preghiere, credo che tutto il male che vi ho fatto, me l'avrete perdonato; scusatemi se vi ho fatto arrabbiare e perdonatemi di tutto.

Al mio caro Carletto, che tutti giorni facevo impazzire credo che mi perdonerà di tutto il male che gli ho fatto, per le volte che l'ho fatto piangere? Mi perdoni?

Ai miei cari fratelli Anselmo e Bruno, per fare che aiutino la mamma e sia ubbidienti e laboriosi, ricordino che il loro fratello è stato processato e dopo fucilato nella schiena.

Alle care sorelle Ernestina, Angelina e Luigia perché mi perdonino e preghino per me, che io pregherò per loro quando salirò in cielo.

Alla mia cara mammina che tanto piangeva per me, mamma sii forte a sopportare questo tremendo delitto, che Dio pense a maledire questi uomini senza fede e senza speranza in Dio. Dio non paga solamente al sabato, ma paga tutti i giorni. Fate bene fratelli, che il tempo passa e la morte s’avvicina.

Vi mando i miei ultimi saluti e baci, tanti bacioni a te mamma, baci a voi cari fratelli, Carlo, Anselmo, Bruno, baci alle mie care sorelle Angelica, Ernestina, Luigia e Luigi.

Vostro fratello Arturo.

Tuo figlio ti manda tanti baci, tanti saluti; ci rivedremo in cielo.

Arturo, ciao mamma mia.

Salutami la zia Vittorina, Viola, Salvatore, lo zio Giuseppe, la zia Agnese, Arturo, Teresina, Arcangelo, Maria Adelaide, zia Giovanna e tutti i suoi figli, lo zio Alessandro, zia Paolina, Alfonso, sua moglie e i suoi figli, Arturo e tutti gli altri parenti che non ricordo più.

Baci a tutti, ci rivedremo in cielo, Ciao, ciao, ciao.

Mamma, miei fratelli e sorelle, pregate per me. Baci, baci, baci.

Vostro Arturo.

Un inutile commento sciuperebbe la piena di commozioni e sentimenti che suscita la lettura di questa lettera, sono parole semplici di un'anima semplice che va a presentarsi a Dio, conscia di aver fatto null'altro che il proprio dovere.

Ed in pochi minuti prima di morire ecco il suo nobile post scriptum alla lettera.

Chiavari, 18 marzo 1945.

Cara mamma,

sii forte che io vado a trovare il caro e amato papà e tutti i nostri cari morti. Baci, baci, baci.

Saluti a tutti i nostri cari parenti. Ciao mamma, fratelli e sorelle.

Vostro Arturo - Ciao. 

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Arturo era credente: a lui dedichiamo la «Preghiera del partigiano»:


"Signore, cala la notte sui monti, ed io elevo a Te la mia preghiera. Tu che leggi nel cuore degli uomini, ascolta questa voce. Benedici la mia casa lontana, coloro che in ansia attendono il mio ritorno.

Benedici i compagni che vegliano in armi, fa' che l'occhio sia vigile, pronta la mente, salda la volontà.

Benedici la gente d'Italia, i fratelli che soffrono, perché dalle loro pene fiorisca la libertà, ritorni il regno della giustizia.

Accogli nel Tuo mondo di luce i nostri Morti, rendimi degno del loro sacrificio.

Fa' che ogni mio gesto, ogni pensiero, sia puro come le nevi, guarda con misericordia alle mie colpe.

Benedici l'Italia, o Signore, benedici coloro che nel suo nome operano e combattono.

Così sia".

 


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Il cippo in località Santa Margherita di Fossa Lupara (comune di Sestri Levante) che ricorda i partigiani caduti tra cui Arosio Arturo 


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Il Comune di Lissone nel decennale della Liberazione


Arturo Arosio aveva tre fratelli e tre sorelle. Abitavano in Via Crippa a Lissone. Nella foto degli anni ’30, Arturo è il primo a destra.

 

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Due sono stati i processi cui è stato sottoposto Arturo Arosio dopo la sua cattura, il secondo dei quali è stato una vera e propria farsa: una sentenza scontata, pronunciata, nel pomeriggio del 18 marzo 1945 dopo un processo con rito sommario, da giudici militari del Tribunale di guerra della “Monterosa”, giudici succubi del regime tirannico della Repubblica Sociale Italiana, ormai con i giorni contati, e sotto la minaccia delle Brigate Nere.
Emilio Furno, uno dei tre avvocati difensori che con le loro arringhe hanno tentato di evitare la condanna alla fucilazione dei sei partigiani rinchiusi nel carcere di Chiavari, così scrive:

Chiavari, 18 marzo 1945.
Oggi al tramonto, in S. Margherita di Fossa Lupara, Brigate Nere hanno eseguito la sentenza di morte contro un gruppo di Partigiani, pronunciata nel pomeriggio dal Tribunale di Guerra della «Monterosa». Oggi la morte ha stroncato la giovinezza di altri nostri fratelli.
La sera cade sui corpi insanguinati di Barletta Giuseppe, Piana Mario, Marone Luigi, Arosio Arturo, Sigurtà Alessandro, Giaccardi Emanuele.
Come erano giovani!
Barletta, Piana, Arosio, Giaccardi vent'anni. Marone ventuno. Sigurtà ventidue.
Pesa su di me un'invincibile angoscia, fatta di avvilimento e d'ira.
Ho lasciato il Tribunale piangendo né mi· son dato pena di·nascondere le lacrime ai Giudici militari, silenziosamente raccolti sulla scalinata di Villa Navone. Ma non serve a nulla il piangere! Sottolinea soltanto la mia impotenza. E non solo la mia. Quando finirà questa guerra fratricida?
Rolando Perasso, Giovanni Trucco, fraterni compagni nella dolorosa via che essi stessi mi hanno esortato a percorrere, sono stati fino a tardi con me. Rolando ha detto poche parole, vincendo la sua pena di uomo con l'accettazione del combattente. Più loquace Trucco, con il quale ho spartito la fatica e la difesa e che oggi ha pronunciato un'orazione ardente e coraggiosa.
Caro Giovanni! Ricorderò sempre quello che hai detto oggi in Tribunale. Ed i pallidi volti dei giudici.
Domani, forse, sembrerà nulla, sembrerà naturale, ma oggi ci vuole molto coraggio a dire certe cose! Trucco ha detto che voleva portare in aula la voce e l'ammonimento del popolo, assente, ma presente. E ha portato questa voce, chiedendo la liberazione dei giovani con estrema energia.
Il vecchio alpino non ha avuto peli sulla lingua. Trucco ed io abbiamo speso tutte le nostre forze. Qualcosa abbiamo ottenuto. Gli imputati erano dieci. Quattro hanno avuto salva la vita. Ma non basta al nostro cuore. Ho negli occhi i sei condannati.
Piana Mario, ancora ferito al viso, calmissimo. Affrontava risoluto il suo ultimo combattimento. Marone Luigi aveva conservato, ancor dopo la condanna, la sua ligure compostezza. E dalla scalinata del Tribunale guardava il sole, alto nel cielo. Barletta, Arosio, Sigurtà, Giaccardi hanno saputo vincere il tremito della carne. Tutti intorno a me, prima di salire sulla corriera, che li avrebbe portati a S. Margherita di Fossa Lupara. Che sforzo a non piangere davanti ad essi. Marone mi ha consegnato il portafoglio, ricordo per il padre. Lo apro questa notte. V'è la sua fotografia, un'immagine di S. Antonio, una moneta abissina.
La mia angoscia aumenta. Aumenta la mia solitudine. … E' ancora guerra.
Eppure la primavera si è già affacciata sull'appennino e guarda dolce il ligure mare. Ma la primavera non ferma il destino. Avv. Emilio Furno(da “Storia della Divisione Garibaldina «Coduri» di Amato Berti e Marziano Tasso Seriarte Genova 1982)

In corriera i sei partigiani, tra cui Arturo Arosio, vengono portati da militi delle Brigate Nere a Santa Margherita di Fossa Lupara, frazione di Sestri Levante.

Su un dosso tra viti ed ulivi, a poca distanza dal mare, in un paesaggio che suscita sentimenti di pace e di tranquillità in chi oggi raggiunge il luogo, avviene la tragedia.

 

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Nel silenzio della natura, siamo stati anche noi oggi, muti, sul posto dove un cippo ricorda i sei partigiani fucilati: Arturo è il primo della lista.

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Abbiamo trovato dei fiori freschi che gli amici dell’ANPI di Sestri Levante avevano appena deposto. Poi abbiamo scambiato delle parole con gli attuali proprietari del terreno su cui avvenne la fucilazione: a noi, nati con la Costituzione repubblicana, in un Paese libero, hanno raccomandato di far conoscere ai giovani ciò che è stato. E' un impegno che ci proponiamo di mantenere.

 

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Mario Bettega

19 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Il 16 agosto del 1918 nasceva a Lissone Mario Bettega. Calciatore biancoblu della ProLissone, di grande talento, operaio della Breda, antifascista, impegnato nella Resistenza, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945 moriva nel lager di Mauthausen.
 
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Mario Bettega     16/8/1918      19/3/1945 a Mauthausen

 

Dopo l’8 settembre 1943 la Resistenza armata dei partigiani in montagna e delle SAP, Squadre di Azione Patriottica nelle città, aveva bisogno di armi, che arrivavano attraverso vari canali tra cui le fabbriche di armi, soprattutto dalla Breda.

Nell’autunno 1943, proprio mentre trasportava su un motocarro un carico di armi quasi totalmente trafugato dalla Breda, il monzese Enrico Bracesco fu arrestato e ferito (internato politico quale elemento molto pericoloso e uno degli organizzatori degli scioperi del marzo '43 alla Breda di Sesto S. Giovanni; anche lui finì a Mauthausen e poi a Hartheim da dove non tornò più).

Mario Bettega era un suo compagno di lavoro. Riforniva con qualche pacco di otturatori e caricatori, di provenienza dallo stesso stabilimento sestese, un abile artigiano metalmeccanico lissonese, Luciano Donghi, comunista ed ex operaio della Breda (a lui era stata dedicata la Sezione lissonese dei Democratici di Sinistra), che a sua volta s’ingegnava a riparare armi quando addirittura non le costruiva. Luciano Donghi costruiva anche piccole bombe che richiudeva nelle scatolette per la carne in conserva. Queste “scatole esplosive” venivano custodite in una fabbrica produttrice di carne in scatola (la Montana), nei cui pressi il Donghi aveva il suo laboratorio clandestino.

Mario Bettega era un noto e apprezzato calciatore della ProLissone.

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Formazione della ProLissone alla fine degli anni ’30. Mario Bettega è il quarto da destra.
 

Con le sue conoscenze tra i giovani che frequentavano la società sportiva, svolgeva un gran lavoro per sostenere ed estendere l’attività resistenziale, oltre ad aiutare gli sbandati.

Mario Bettega e Luciano Donghi avevano contatti con il movimento clandestino locale e le SAP, oltre che con i gruppi partigiani della Valsassina e della Valtellina.

Purtroppo Mario Bettega cadde presto nelle mani dei repubblichini, scoperto mentre trasportava un pacco di otturatori e caricatori provenienti dallo stabilimento sestese della Breda, che servivano, come detto, ad alimentare la produzione clandestina del Donghi.

Dal carcere di San Vittore di Milano, nel novembre 1943 in seguito ad atti da sabotaggio della produzione da parte degli operai della ditta Caproni (la Caproni costruiva biplani e triplani da bombardamento), definiti "fatti ostili alle forze germaniche di occupazione", viene deportato.
Come altri antifascisti arrestati, fu trasportato, dentro un vagone piombato, fino a Mauthausen (vicino a Linz, in Austria), campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, uno dei più terribili lager nazisti, dove i prigionieri dovevano fare fronte a condizioni di detenzione inumane e lavorare come schiavi nelle cave. Gli italiani deportati qui furono più di 8.000.
Mario Bettega vi morì, all’età di ventisei anni, il 19 marzo 1945.
 

LA CANZONE DI DACHAU di Soyfer Yura (traduzione di Franco Fortini).

Reticolati armati di morte

il nostro mondo hanno accerchiato:

martella gelo e sole dannato,

dall'alto, un cielo senza pietà.

Troppo è lontana ogni gioia da noi.

Lontana la Patria, lontane le donne,

quando a migliaia di bigie colonne

muti nell'alba al lavoro si va.

Ma il motto di DACHAU noi lo sappiamo a mente.

Duri come l'acciaio noi si diventerà.

Compagno, sii un uomo.

Compagno, resta umano.

Dura fino alla fine.

Sotto, compagno, dai!

Lavoro è libertà.

Strascica i massi, spingi i carrelli,

non sia mai troppa la pena per te.

Non resta nulla, più nulla non c'è

di quel che eri ai tuoi giorni lontani.

Pianta il piccone, che scava in profondo,

e seppellisci là in fondo il dolore.

Muta te stesso, nel lungo sudore,

in ferro e in sasso, più forte del mondo.

Ma griderà la sirena un mattino:

« In piedi, fuori, per l'ultimo appello! »

Certo, quel giorno, compagno, dovunque

tu sia, per tutti la gioia verrà.

Incontro al sole, dov'è libertà,

colmo di allegro coraggio tu andrai.

E questo nostro lavoro, vedrai,

buono, quel giorno, compagno, sarà ...

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale con sindaco Fausto Meroni, ha dedicato a Mario Bettega una via di Lissone.

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Ambrogio Avvoi

12 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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Oggi lo ricordiamo.
 12.4.1894 Lissone (Mi) – 12.3.1945 Flossenbürg

 

Nato a Lissone il 12/4/1894, da Ambrogio e Galimberti Giuseppina.

Sposato con Dassi Alessandrina Bice il 5 maggio 1921.

Professione: falegname ebanista.

Comunista, cinquantenne, viene arrestato a Monza nei primi giorni di marzo 1944 e portato nel carcere di Monza. Il 20 marzo 1944 è trasferito a Milano nel carcere di San Vittore. Da qui viene inviato al campo di Fossoli (MO) il 9 giugno 1944 per poi essere mandato, nei primi giorni di agosto 1944, nel lager di Bolzano. Durante il trasporto in treno da Bolzano al lager nazista di Flossembürg, il 18 dicembre 1944, a Vipiteno riesce a fuggire insieme a dieci compagni di sventura (7 sono operai delle industrie di Sesto San Giovanni). Sfortunatamente sono ripresi a Bressanone e rinchiusi nel carcere locale, dove rimangono per qualche giorno, per poi essere nuovamente trasferiti al campo di Bolzano.

Con un nuovo trasporto sono portati a Flossembürg, lager “di frontiera”, situato nel nord-est della Baviera vicino al confine con la regione dei Sudeti, luogo di “sterminio attraverso il lavoro”. Come negli altri lager era in funzione il forno crematorio.

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Ambrogio Avvoi, triangolo rosso di deportato politico, è registrato con numero di matricola 43841. Per il suo tentativo di fuga gli viene riservato un “trattamento particolare”.  
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Muore l’8 marzo 1945. 
Il lager fu liberato il 23 aprile 1945.

 

Nel cimitero di Lissone una lapide lo ricorda.   

 

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Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, ha dedicato ad Ambrogio Avvoi una via di Lissone.

 

 

 

Dati forniti dall’ANED

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Ercole Galimberti

9 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Nei giorni di calma, come erano belle le serate, tutti uniti a cantare le nostre canzoni, a scherzare, a ridere.

un giovane partigiano diciottenne 

  

 Ercole Galimberti 

Ercole Galimberti, nome di battaglia "Balilla"   

  

 

Come Attilio Meroni, anche Ercole Galimberti, nato a Lissone il 9 aprile 1926, abitante in Via don Minzoni, decide di non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale di Mussolini, maturando la scelta di unirsi alle forze partigiane in montagna. Viene indirizzato verso il Piemonte dove è in continuo aumento il numero di partigiani. Ormai le loro azioni si susseguono una dietro l’altra: sono combattimenti locali, trasporto di armi e stampa clandestina, sabotaggi alle macchine nemiche lungo le autostrade, scritte murali, lanci di manifestini in città, scorta alle frontiere dei prigionieri alleati sbandati nel nostro territorio e degli antifascisti che, essendosi troppo esposti, sono ricercati attivamente dalla polizia tedesca e fascista. Ercole Galimberti opera in Val di Susa, con il nome di battaglia di "Balilla".

Entra a far parte della 42a Brigata Garibaldi "Walter Fontan", comandata da Alessandro Ciamei, nome di battaglia "Falco", a sua volta inquadrata nella III Divisione Garibaldi ''Piemonte".

Dalla Val di Susa passa la linea ferroviaria che, tramite il traforo del Frejus, collega Torino e il Nord Italia con l'Europa centro-settentrionale, permettendo così all'esercito tedesco di ricevere rifornimenti. Diventano di fondamentale importanza le azioni partigiane di sabotaggio. Nonostante gli sforzi dei tedeschi per presidiare il percorso dei treni, in particolare tra l'inverno del 1944 e la primavera del 1945 è un susseguirsi di sabotaggi contro tralicci, binari, ponti.

Il 16 febbraio 1945, nella zona di Chianocchio, piccolo paese a dieci chilometri da Susa, le basi della 42a Brigata Garibaldi sono oggetto di un attacco nazifascista.

In un combattimento presso Pavaglione, frazione montana di Chianocchio, Ercole Galimberti viene catturato. Insieme ad altri partigiani della Brigata caduti nelle mani dei nazifascisti, viene portato in stato di arresto a Bussoleno e qui detenuto.

Il 24 febbraio, in uno scontro tra partigiani e truppe tedesche, rimane ucciso un soldato tedesco, mentre continuano le azioni di sabotaggio da parte dei partigiani: i binari dell’importante linea ferroviaria che attraversa la Val di Susa vengono fatti saltare in due tratti nelle vicinanze del comune di Coldimosso.

Per rappresaglia, il Comando tedesco ordina la fucilazione di cinque partigiani detenuti, tra cui Ercole Galimberti. Informati del loro tragico destino, vengono condotti da un plotone tedesco da Bussoleno verso il centro abitato di Coldimosso.  L’esecuzione avviene il 9 marzo 1945, alle 16,30, in un prato adiacente la centrale elettrica.

Esattamente un mese dopo, Ercole, "Balilla", avrebbe compiuto diciannove anni. Mancano quarantacinque giorni alla Liberazione dell’Italia: la guerra per i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica Sociale è ormai persa, ma la loro violenza continua.

comunicato fucilazione Ercole Galimberti 

manifesto del Comando tedesco che informa dell’esecuzione dei cinque partigiani

 

 

Banditen era il nome con cui i nazisti chiamavano i partigiani nei manifesti rivolti alla popolazione civile. «Achtung Banditen!» era il cartello che veniva appeso nelle campagne e nelle zone in cui più forte era la presenza dei gruppi resistenziali, e che spesso veniva anche appeso al collo dei partigiani catturati e impiccati.

Il comandante della Brigata partigiana, “Falco”, e il commissario politico, nome di battaglia “Ugo”, nel rapporto redatto il giorno seguente la fucilazione per il Comando della III Divisione Garibaldi “Piemonte” (il documento originale è conservato negli archivi dell’ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” di Torino) così scrivono:

Relazione istoreto

«Arrivati in località Coldimosso (Susa) i cinque Patrioti vengono allineati in un prato … La popolazione subito intuisce ... atterrita si ritira nelle proprie abitazioni» ... «i Patrioti vengono trucidati». Dopo la fucilazione «viene ordinato alla popolazione», di portare, «entro due ore», i corpi dei cinque partigiani al cimitero di Susa e seppellirli «in un'unica fossa, senza cassa e cerimonia alcuna». … Poco dopo «alcuni si avvicinano … sono due giovani ragazze della frazione che caricano le cinque salme sopra un carro …   e si avviano verso il cimitero di Susa». Come ordinato dai tedeschi, i cinque corpi sono deposti in una fossa comune. Più tardi alcuni abitanti del luogo «sotto la loro personale responsabilità, li rimuovono», e li seppelliscono in cinque bare coprendo le loro tombe di fiori.

A Coldimosso, sul luogo dell’esecuzione, una lapide li ricorda.

lapide Ercole Galimberti lapide Ercole Galimberti 2 lapide Ercole Galimberti 3

 

Il corpo di Ercole Galimberti, nel maggio 1945, fu trasportato a Lissone e sepolto con gli altri partigiani lissonesi fucilati.

Nel 1963, l’Amministrazione Comunale, sindaco Fausto Meroni, gli ha intitolato una via.

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Bella ciao

Bella Ciao è una delle canzoni più conosciute. Durante la Resistenza veniva cantata da alcuni gruppi di partigiani dell’Emilia Romagna.

 

Una mattina mi son svegliato

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

una mattina mi son svegliato

e ho trovato l'invasor.

 

O partigiano, portami via

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

o partigiano, portami via,

che mi sento di morir.

 

E se io muoio da partigiano

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e se io muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

 

E seppellire lassù in montagna,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

seppellire lassù in montagna,

sotto l'ombra di un bel fior.

 

E le genti che passeranno,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

e le genti che passeranno

mi diranno: " Che bel fior ".

 

È questo il fiore del partigiano,

o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà.

 

 


 

in memoria di Ercole Galimberti, partigiano lissonese

 

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Ferdinando Cassanmagnago

9 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Oggi ricordiamo:
Cassanmagnago Ferdinando, nato a Lissone il 2/06/1924 e morto a Dachau il 9/03/1945.

La sua mamma si chiamava Rivolta Maria; era nata a Lissone il 3/05/1896.


Ferdinando fu arrestato a San Remo (probabilmente nel marzo del 1944). Trascorse un periodo in vari carceri italiani per poi essere trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Con un trasporto che partì il 5 ottobre 1944, con altri 490 deportati, giunse il 9 ottobre nel lager Dachau, nelle vicinanze di Monaco. Gli venne assegnata la matricola 113259.

Il campo di concentramento di Dachau è stato il primo istituito «ufficialmente» dal regime nazista, poche settimane dopo la presa del potere in Germania. Trattandosi di un campo a prevalente presenza di prigionieri politici, fu un "campo modello" nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche di annientamento fisico e psichico degli avversari politici. Il Lager fu sovraffollato al limite tale che tre persone dovevano dormire nello stesso letto, servirsi degli stessi impianti igienici, dividere il poco e pessimo cibo. I prigionieri venivano stroncati dalla fatica.

 

 

Nei primi tempi i prigionieri erano destinati alle opere di completamento delle installazioni del campo, in lavori stradali e di sistemazione del territorio intorno al campo. Poi essi furono distaccati presso varie imprese appaltatrici delle forniture di materiali per impiego bellico, che si erano nel frattempo installate nella zona.

 

 

A Dachau furono registrati a turno circa 200.000 deportati (di cui oltre 10.000 italiani). Il 29 aprile 1945 gli Americani che liberarono il campo contarono 31.432 persone, più altre 36.246 presenti nei sottocampi e distaccamenti. L'anagrafe del campo ha registrato circa 45.000 decessi, ma questa è sicuramente una cifra inferiore alla tragica realtà di Dachau. (fonte A.N.E.D.)

Ferdinando Cassanmagnago morì dopo cinque mesi dal suo arrivo nel lager di Dachau. Aveva solo vent'anni.
Non abbiamo una sua fotografia.


(fonte
A.N.E.D. Sesto San Giovanni)


"lo qui
chiusa da

filo spinato e lassù

la bianca bianca nuvola

che verso casa va

 

lo qui chiusa da

reticolati e poi

sarò una bianca nuvola

che a casa tornerà "

 

AUSCHWlTZ '45

(Ursuia-Budka Suilera- Traduz. L.Settimelli)

(Da “I canti dei Lager”: composizione scritta per "non dimenticare". È polacca e descrive i pensieri di una ragazzina di fronte al forno crematorio.)

 

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I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

4 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel solco della formazione del CLN si avviò a Milano, nel novembre 1943, su iniziativa del partito comunista, un'organizzazione femminile di massa denominata "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà". Le militanti che praticamente vararono l'associazione appartenevano ai partiti comunista, socialista e d'azione; si posero l'obiettivo di coinvolgere nel movimento resistenziale donne di diversa estrazione sociale e con diversi percorsi ideologici, perché era evidente che la stessa resistenza armata non avrebbe potuto svilupparsi e sopravvivere senza una partecipazione popolare alla lotta. A questo primo nucleo dei Gruppi di difesa della donna si aggregarono con il passare dei mesi anche gruppi organizzati di altri partiti (democristiano, repubblicano, liberale) o gruppi di donne che non avevano riferimento in una forza politica ma che comunque erano già impegnate in attività resistenziali.

La loro diffusione nelle regioni del Nord e del Centro fu capillare.

Il 28 novembre il partito comunista emanò anche le "Direttive per il lavoro tra le masse femminili" in cui precisava che, con gli scioperi e le dimostrazioni di massa, le donne dovevano porsi come obiettivi: l'aumento delle razioni alimentari, l'alloggio alle famiglie sfollate e sinistrate, il riscaldamento e i vestiti, l'aumento dei salari in rapporto al costo della vita, i locali necessari per le scuole; più specificamente per le donne: la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, delle lavorazioni nocive; salario uguale a quello degli uomini; assistenza nel periodo precedente e seguente il parto; possibilità di allevare i figli; partecipazione all'istruzione professionale; possibilità di accedere a qualsiasi impiego e scuola (unico criterio di scelta: il merito) e di partecipare alla vita sociale nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi.

A fare da spinta nelle diverse realtà locali per la costituzione dei Gruppi di difesa della donna furono le militanti comuniste.

I primi temi su cui i Gruppi di difesa della donna presero posizione, facendosi conoscere dalla popolazione furono la mobilitazione contro la chiamata alle armi dei giovani della RSI, il sostegno alle lotte operaie, la protesta contro le deportazioni.

Nell'agosto 1944, le diverse componenti partitiche aderirono ai Gruppi di difesa della donna. Nell'ottobre il CLNAI riconobbe nei Gruppi di difesa della donna "un'organizzazione unitaria di massa" in cui erano "rappresentate tutte le correnti politiche" e la cui azione si svolgeva "sulla linea e nello spirito della lotta di liberazione di cui il CLNAI è la guida unitaria".

In tutte le regioni i Gruppi di difesa della donna furono attivi e le loro militanti, solitamente valutate in settantamila, riuscirono a diventare promotrici di eventi e di manifestazioni di piazza che coinvolsero centinaia di migliaia di altre donne, di operai nelle fabbriche e di contadini nelle campagne. Non ci fu una struttura resistenziale altrettanto capillare e capace di mobilitazione al di fuori della propria cerchia militante.

L'organo dei Gruppi di difesa era "Noi Donne", che usciva in varie edizioni regionali; gli si affiancavano gli organi prodotti dai gruppi femminili di partito, che trattavano temi quali la parità salariale, il tempo libero, la ristrutturazione della società rispetto ai ruoli maschili e femminili, il superamento del concetto di politica come competenza soltanto degli uomini, il diritto di rappresentanza.

Nell'estate 1944, in realtà territoriali più dinamiche, si diede avvio alla costituzione di gruppi di "Volontarie della libertà" con donne particolarmente che si sentivano disposte a compiere atti di sabotaggio delle comunicazioni telefoniche, azioni dimostrative, atti di liberazione di prigionieri, colpi contro donne collaborazioniste. In questo contesto vanno collocati la liberazione di partigiani dagli ospedali, la posa di fiori e di corone sulle tombe delle vittime dei nazifascisti nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1944, l’organizzazione del “Natale del partigiano”, le manifestazioni della “Giornata internazionale delle donne” dell’8 marzo 1945 per “affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra e il regime di Mussolini e di Hitler; nel volantino di quest’ultima mobilitazione si ricordava che il governo democratico dell’Italia liberata aveva concesso alle donne “il diritto di voto, il diritto di partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese, come riconoscimento del contributo dato da tutte le donne alla lotta di liberazione nazionale”.

 

NOI DONNE”, organo ufficiale dei GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

1945 gen NOI DONNEAll’attività della stampa clandestina si dedicarono diversi gruppi di donne antifasciste che nel giro di dodici mesi diedero vita ad almeno 42 testate femminili clandestine. Di queste oltre trenta erano riconducibili ai Gruppi di difesa della donna, il cui organo ufficiale fu denominato "Noi Donne", titolo che era stato coniato a Parigi nel 1937 dalla militante comunista Teresa Noce; le altre testate erano prodotte dai partiti (tre socialiste, due democristiane, due azioniste, due Giustizia e Libertà, una liberale).

La produzione delle testate dei Gruppi di Difesa così avveniva: un Comitato centrale dei Gruppi per il Nord, formato dalla dirigenza, preparava le copie redazionali del giornale per poi inviarle ai suoi organi periferici, con l'indicazione di riprodurle tutte o in parte con ogni mezzo possibile. Queste tracce, composte da articoli di carattere generale, spesso venivano integrate dalle redazioni locali con interventi relativi a fatti svoltisi nelle zone circostanti. Laddove non esistevano redazioni cittadine, oppure non era possibile modificare i testi ricevuti, i giornali venivano riprodotti tali e quali. [...] Le testate femminili dei partiti, a differenza di quelle prodotte dai GDD avvalendosi delle tracce ricevute dal Comitato Centrale, costituivano l'espressione diretta delle singole redazioni che le producevano.

Le regioni più dinamiche nel produrre stampa clandestina furono il Piemonte con 12 testate (di cui 8 promosse dai GDD), la Liguria con 9 testate (7 dai GDD), la Lombardia con 7 testate (4 dai GDD), l'Emilia Romagna con 6 testate (4 dai GDD), il Friuli con due testate promosse dai GDD e una ciascuna per le regioni Toscana, Lazio e Veneto.

I primi numeri di "Noi Donne" furono editi nel maggio 1944 a Torino, Bologna e Ravenna.

Un primo fondamentale scopo della stampa femminile era quello di spronare le donne, di fronte alle sofferenze causate dalla guerra e dalla violenza nazifascista, a reagire partecipando alle attività resistenziali, liberandosi così dal tradizionale atteggiamento di passività, di isolamento nello spazio privato familiare.

Tra il 1944 e il 1945 sulla stampa femminile cominciò ad affermarsi anche una dimensione di emancipazione, in primo luogo sul piano lavorativo e più in generale sul piano dei diritti.

Sull'organo provinciale torinese dei Gruppi di difesa della donna venne trattato il tema della parità salariale.

In un manifestino i Gruppi di difesa della donna chiedevano che la donna non venisse più "trattata come un semplice oggetto", perché aveva una sua personalità, dava "il suo contributo in ogni campo della vita sociale" e sentiva "il dovere di intervenire nella costruzione del mondo"; per questo rivendicava "libertà di pretendere la parità di diritti, libertà di dire che vuole la pace, il pane, il lavoro, libertà di assurgere alla funzione dirigente come vera compagna dell'uomo".

Il cammino di emancipazione femminile ricevette dalla Resistenza e dai fogli della stampa femminile un forte impulso: le donne intendevano nel dopoguerra consolidare il ruolo conquistato nella clandestinità, nella convinzione, ribadita in diverse edizioni regionali di "Noi Donne", che "non vi può essere democrazia vera senza partecipazione femminile". In particolare veniva rivendicata la gestione degli ambiti pubblici legati alla cura, all'assistenza, all'educazione, come già si era sperimentato in alcune "repubbliche libere" partigiane.

Nell'edizione emiliano-romagnola di Noi donne del settembre 1944 si esprimeva l'esigenza di una piena partecipazione alla direzione della vita pubblica, locale e nazionale: «Dobbiamo perciò prepararci fin d'ora a governare. [ ... ] Le donne che in questo momento sanno guidare le masse femminili e le portano a dare il loro contributo alla guerra di liberazione [...] sapranno certo anche domani collaborare alla direzione dello Stato e saranno, ne siamo sicure, delle ottime dirigenti».

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne da parte del governo Bonomi nell'Italia liberata, con decreto del 1° febbraio 1945, stimolò i gruppi organizzati delle donne a intensificare i canali di comunicazione: negli ultimi tre mesi di guerra sorsero 14 nuove testate, che focalizzarono l'attenzione sui futuri compiti delle donne nell'ambito politico.

Le testimonianze delle donne ci svelano i sacrifici e i rischi che comportavano la redazione, la stampa, la distribuzione di un giornale.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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