Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

25 Aprile 2014 a Lissone

25 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #varia

25-aprile.pngL’Italia di oggi non sembra davvero quella che sognarono i partigiani discesi dalle montagne il 25 Aprile 1945. Le commemorazioni possono talvolta sembrare delle mere formalità, ma nei momenti gravi della vita nazionale come questo che stiamo vivendo, è necessario e doveroso, invece, ripensare alle proprie radici per poter ricominciare, ripetere con pazienza che la Repubblica e la nostra Costituzione sono figlie della Resistenza al fascismo.
          

     

Siamo oggi qui riuniti per celebrare la festa della Liberazione dell’Italia dalla dominazione nazista e la caduta definitiva del regime fascista.

69 anni sono trascorsi dalla fine della guerra, una guerra inutile e sciagurata in cui l’Italia era stata trascinata dal fascismo, che aveva fatto della guerra un dato fondamentale della propria azione politica e dell'educazione dei giovani.

La seconda guerra mondiale ha rappresentato il più grave e terrificante conflitto della storia dell'umanità. A descriverlo, prima delle parole, valgono molto di più le cifre.

Il totale di questa immane carneficina è spaventoso: oltre 55 milioni i morti, di cui 25 milioni i soldati e 30 milioni i civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono sterminati nei campi di concentramento 6.000.000 ebrei.

Le vittime italiane della guerra furono 330.000 militari di cui 40.000 nei campi di internamento in Germania.

70.000 furono i civili deceduti in seguito ai bombardamenti e alle azioni di guerra.

100.000 tra civili e reduci morirono in seguito a malattie contratte nel periodo bellico.

700.000 tra operai e militari furono deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni.

Le condizioni materiali del nostro Paese, ridotto per tanto tempo ad un campo di battaglia degli opposti eserciti, si rivelarono tragiche. Circa un quinto dell’intero patrimonio nazionale era andato distrutto; i maggiori centri urbani erano disseminati di rovine; le strade erano in uno stato pietoso; la produzione agricola era ridotta a poco più della metà di quella dell’anteguerra; la svalutazione, per effetto dell’emissione di moneta da parte delle armate di occupazione, galoppava a ritmi vertiginosi.

Un gran numero di edifici scolastici aveva problemi di stabilità e agibilità; molti non c’erano più, altri erano semidistrutti dai bombardamenti, altri erano adibiti ad alloggi per famiglie.

Anche a Lissone la guerra aveva lasciato una pesante situazione. Gravi erano i problemi che le Amministrazioni comunali del dopoguerra dovettero affrontare; problemi acuiti dalla situazione finanziaria del Comune, che presentava un bilancio in deficit dovuto anche alle notevoli spese sostenute dal paese durante il periodo di occupazione tedesca.

Numerose erano le famiglie in difficoltà economiche da assistere: i bisognosi ammontavano a circa mille persone.

ANGELO AROSIO GENOLA fu il primo sindaco dopo la Liberazione: era stato il Comitato di Liberazione Nazionale lissonese a nominarlo.

Il Comitato di Liberazione Nazionale lissonese era composto da: Attilio Gelosa (nome di battaglia Carlo) democristiano, Agostino Frisoni (Ottavio) comunista, Federico Costa (Franco) socialista, poi sostituito da Gaetano Cavina (Volfango). Leonardo Vismara, conosciuto come Nando da Biel (nome di battaglia Raimondo), era incaricato dei collegamenti col comando militare.

Il CLN lissonese si era costituito nella primavera del 1944; i suoi compiti erano stati:

La propaganda, il reclutamento e la raccolta di mezzi finanziari; l’assistenza alle famiglie bisognose dei perseguitati politici, dei richiamati, dei renitenti e dei prigionieri militari e civili; la preparazione dei quadri dell'amministrazione comunale provvisoria che alla Liberazione avrebbe assunto i poteri.

Angelo Arosio Genola rimase in carica dall’aprile 1945 ad aprile 1946.

Dopo di lui, MARIO CAMNASIO sarà il primo sindaco di Lissone eletto nell’aprile del 1946.

Lissone era allora un paese di 15.000 abitanti. Oltre ai caduti e ai dispersi i cui nomi abbiamo visto incisi sul monumento al cimitero, 670 furono i militari lissonesi prigionieri nei campi di concentramento in Germania e in quelli americani ed inglesi, se catturati nei primi tre anni di guerra.

Gli anniversari combinano storia e memoria.

Per questo oggi desidero ricordare anche quei Lissonesi che furono fucilati dai nazifascisti o morirono nei lager nazisti.

Non erano degli eroi. Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze:

ARTURO AROSIO falegname, partigiano di anni 19 fucilato a Sestri Levante; dotato di una profonda fede religiosa, consapevole del destino che lo attendeva ha scritto nell’ultima lettera alla madre «muoio contento di aver fatto il mio dovere di vero soldato e di vero italiano».

REMO CHIUSI, patriota, operaio alle Officine Egidio Brugola, di anni 23 fucilato a Monza in Villa Reale da SS naziste e militi repubblichini;

PIERINO ERBA, patriota, operaio alle Officine Egidio Brugola, aveva compiuto da pochi giorni 28 anni fucilato qui in piazza;

ERCOLE GALIMBERTI partigiano, mancavano pochi giorni a compiere 19 anni, fucilato a Susa;

DAVIDE GUARENTI, antifascista monzese di 36 anni, era stato vigile urbano a Lissone prima di entrare nelle fila della Resistenza, fucilato a Fossoli. Durante la sua permanenza a Lissone abitava in via Besozzi. Era il capo degli antifascisti lissonesi che si ritrovano presso il bar della stazione.

ATTILIO MERONI, partigiano, mancava una settimana avrebbe compiuto 19 anni fucilato in Val d’Ossola. Abitava coi suoi genitori in Via Parini;

CARLO PARRAVICINI, patriota, di professione sarto, di anni 23 fucilato qui in piazza;

MARIO SOMASCHINI, patriota, operaio alle Officine Egidio Brugola di 23 anni fucilato a Monza in Villa Reale da SS naziste e militi repubblichini.

Sono morti di stenti e per le angherie a cui furono sottoposti nei lager nazisti, e sono passati per il camino dei forni crematori:

AMBROGIO AVVOI, antifascista comunista, era un bravo falegname di 50 anni morto nel lager di Flossemburg; era un deportato politico; all’arrivo nel lager gli fu riservato un “trattamento particolare” per aver tentato la fuga dal treno che lo portava in Germania;

MARIO BETTEGA, antifascista comunista, operaio alla Breda di Sesto San Giovanni di 26 anni morto a Mauthausen; era un valido calciatore della Pro Lissone.

FERDINANDO CASSANMAGNAGO di anni 20 è morto nel lager di Dachau; di lui abbiamo poche notizie: era nato a Lissone nel 1924; sua madre si chiamava Rivolta Maria; fu arrestato a San Remo.

GIULIO COLZANI lucidatore 34 anni fu ucciso da una guardia tedesca a colpi di mitra a Buchenwald  in una cosiddetta “marcia della morte”: con l’avanzata degli Alleati, i nazisti spostavano i prigionieri in altri campi di concentramento.

GIANFRANCO DE CAPITANI DA VIMERCATE impiegato aveva appena compiuto 19 anni, morto nel lager di Ebensee. Non si era presentato alla leva fascista  della Repubblica Sociale.

ATTILIO MAZZI commerciante di legnami; morto a Gusen; aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, aveva 59 anni. In una lettera alla moglie dal campo di concentramento di Fossoli, prima di essere portato in Germania, ha scritto: «Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porti. Io non mi sono mai pentito d'essere stato e lo sarò sempre, un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con la testa alta».

ALDO FUMAGALLI, internato Militare figlio di Carlo e Maria Tremolada, aveva 23 anni; era un Geniere del III Reggimento di Pavia. Non è noto dove fu catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943; morto nel lager di Dora. Il campo di concentramento di Dora, era quel complesso industriale nelle cui gallerie sotterranee venivano costruiti i missili V1 e V2.

Destino volle che da questo lager di Dora riuscisse a tornare il lissonese ORESTE PARMA. Era uno dei pochi superstiti di questo lager. Durante i 20 mesi trascorsi nel Lager di Dora, a causa del suo deperimento fisico dovuto alla scarsa alimentazione, rischiò di essere fucilato non avendo prontamente risposto agli ordini di un Kapò.

125.000 sono stati gli italiani riconosciuti patrioti, ma accanto a loro centinaia di migliaia furono gli operai che resistettero ai nazifascisti difendendo le fabbriche, sabotando la produzione o con gli scioperi. Ricordo gli scioperi della primavera 1944 a cui parteciparono anche gli operai delle due fabbriche lissonesi, l’INCISA e l’ALECTA.

Angelo Cerizzi, Sindaco di Lissone dal 1975 al 1985, che aveva partecipato giovanissimo alla Resistenza, ha segnalato in “Appunti su uomini e fatti dell’antifascismo lissonese” quei lissonesi Partigiani, Patrioti e Benemeriti che in misura diversa ed in vari modi hanno dato il loro valido contributo alla lotta per la Liberazione.

Oltre ai componenti del CLN locale, essi sono:

Consonni Luigi - Camnasio Mario - Donghi Luigi - Foglieni Luigi - Piatti Attilio - Casati Erino - Parravicini Giuseppe - Perego Franco - Tassinato Tiziano - Vavassori Luigi - Zappa Pierino - Arosio Alfredo - Arosio Giulio (Tan) - Arosio Luigi (American) - Beggio Giovanni - Beretta Alfredo - Besana Celestino - Brambilla Gerolamo - Carabelli Casimiro - Casati Bruno - Cerizzi Angelo- Cesana Carlo - Colombo Emilio - Colzani Francesco - Colzani Luigi - Crippa Arturo - Crippa Giuseppe - Donghi Giuseppe - Donghi Luciano - Erba Andreina - Erba Luigi - Erba Natale - Fedeli Lino - Ferrario Isacco - Foglieni Risveglia - Fumagalli Giovanni - Fusi Attilio - Galli Nino - Galimberti Giancarlo - Gelosa Giuseppe - Lambrughi Santino - Lissoni Santino - Meroni Ezio - Meroni Fausto - Meroni Giulio (Tricil) - Molteni Carlo - Muschiato Bruno - Mussi Mario (Griset) - Mutti Celeste - Negrelli Mario - Nespoli Augusto - Parma Anna – Parravicini Oreste, Perego Francesco, Perego Augusto - Pirola Gabriele - Pozzi Alfredo - Pozzi Pierino - Redaelli Attilio - Riva Augusto - Rovati Carlo - Rovati Giulio - Sala Felice - Sala Mario - Sacchetti Luciano - Scali Edoardo - Sironi Chiara - Terenghi Felice - Tromboni Eugenio - Ziroldo Augusto.

Inoltre, ricordiamo i lissonesi che dopo l'8 Settembre 1943, rimasti nell'Italia meridionale, combatterono per la Liberazione dell'Italia nel Corpo Italiano di Liberazione e nei Gruppi di Combattimento:

Arosio Ennio - Arosio Giuseppe - Galimberti Renzo - Mussi Mario - Paltrinieri Bruno - Rivolta Franco - Rovera Massimiliano - Sala Giulio - Ballabio Oreste (tuttora vivente)».

Resistenti vanno considerati i 600.000 soldati italiani che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, furono deportati in Germania e utilizzati come lavoratori coatti nelle industrie del Reich per 20 lunghi mesi. Tra loro desidero ricordare i lissonesi: EVELINO e LUIGI MAZZOLA, mio padre ARNALDO e SALVATORE LAMBRUGHI, che è ancora vivente. Salvatore Lambrughi, subito dopo l’8 settembre 1943, venne fatto prigioniero dai tedeschi. Venne inviato sul fronte orientale a scavare trincee anticarro per impedire l’avanzata dei russi. Finì poi a Berlino costretto alla rimozione delle macerie. Venne liberato dai russi e riuscì a tornare a Lissone nel settembre 1945 dopo innumerevoli peripezie.

In questo giorno di festa desidero mandare un saluto a GABRIELE CAVENAGO che è presidente onorario della nostra Sezione dell’ANPI. Nato a Caponago il 3 aprile 1920, da oltre 60 anni risiede a Lissone. Partecipa come artigliere alla campagna di Russia. Sbandato dopo l’8 settembre 1943, entra nelle fila della Resistenza armata operante nel Vimercatese come membro delle SAP (Squadre di Azione Patriottica). Il 24 aprile 1945, ad un posto di blocco organizzato dai partigiani, viene ferito ad un braccio da un tedesco in fuga, fortunatamente senza gravi conseguenze.

Desidero ricordare anche tre sacerdoti nati a Lissone impegnati nella Resistenza: questi ed altri sacerdoti sono stati definiti “ribelli per amore”. Sono:

don LUIGI BRUSA: nato a Lissone nel 1899, fu ordinato sacerdote a Milano nel 1925; negli anni dal 1943-45 era Rettore del Santuario della Vittoria a Lecco. Don Luigi ebbe collegamenti con la Resistenza lecchese e per la sua attività rischiò la deportazione. Nella cripta del Santuario e nel salone sottostante la chiesa, organizzò un magazzino di rifornimento di viveri e vestiario coi quali aiutò i gruppi partigiani che operavano intorno a Lecco. Con grande rischio personale ospitò anche ricercati.

don ENRICO CAZZANIGA: nato a Bareggia di Lissone nel 1898, fu ordinato sacerdote a Milano nel 1927; negli anni 1943-45 fu Parroco di Liscate (MI). Diede aiuto agli sfollati della vicina Milano bombardata, ai ricercati politici, agli sbandati renitenti alla leva repubblichina, ai partigiani.

FOSSATI PADRE MARIO: nato a Lissone nel 1906, fu ordinato sacerdote nel 1934, durante la Resistenza era Parroco di Onno. Un suo intervento evitò che i tedeschi bruciassero alcuni paesi della zona di Bellagio e deportassero tutti gli uomini in Germania.

Importante è stato il contributo delle donne italiane alla lotta di Liberazione: delle 35.000 donne impegnate tra le fila della Resistenza, più di 4.000 subirono l’arresto, 2.750 la deportazione nei campi di concentramento, 2.800 la pena capitale; a queste si aggiungono le 1000, circa, che trovarono la morte sui campi di battaglia. C'erano le staffette, le informatrici, le infermiere, le addette alla stampa, le portatrici d'armi. C'era insomma intorno al movimento partigiano, sia in città che sui monti, una fitta ragnatela di donne che facevano di tutto, fronteggiando le situazioni più impensate. In questo giorno in cui celebriamo la Liberazione del nostro Paese, vorrei mandare un saluto a tre donne lissonesi ancora viventi: sono Carlotta Molgora, Piera Casati e Giovanna Erba. Carlotta e Piera, sono state staffette partigiane.

PIERA CASATI, oltre al mantenimento dei contatti tra la famiglia e il fratello Bruno, partigiano in Val d’Ossola, il suo compito principale era quella di postina.

CARLOTTA MOLGORA, nell’aprile 1945, forse in seguito a una delazione, viene fermata da alcuni repubblichini presso la chiesa dei frati di Monza, al ritorno di una missione di postina. Le sequestrano la bicicletta e la portano alla caserma San Paolo nel centro di Monza. Carlotta viene picchiata da alcuni giovani della Guardia Nazionale Repubblicana. Si ritrova con altri ventidue tra uomini e donne agli arresti all’interno della caserma. Rimane in balìa dei fascisti per due giorni. Il 25 Aprile del 1945 i partigiani monzesi danno l’assalto alla caserma dai tetti delle case circostanti, così Carlotta viene liberata.

GIOVANNA ERBA: il 16 giugno del 1944 sviene dentro Palazzo Terragni vedendo le condizioni in cui era ridotto il fratello Pierino prima della sua fucilazione qui in Piazza Libertà vicino alla fontana. Nel novembre 1944, il marito di Giovanna, Umberto Viganò, che era operaio alla Pirelli di Sesto San Giovanni, fu prelevato dai fascisti dopo uno sciopero e portato in Germania al lavoro coatto in una fabbrica di gomma. Giovanna Erba, questa donna coraggiosa, rimase a Lissone con due figlie piccole.

Tante famiglie hanno nascosto i partigiani, gli ebrei ed i perseguitati, li hanno curati quando erano feriti, hanno procurato loro cibo e assistenza. Anche a Lissone ci sono state famiglie che hanno nascosto i renitenti alla leva della Repubblica di Salò o i militari alleati fuggiti dai campi di prigionia.

Altri lissonesi hanno nascosto una famiglia di origine ebrea rifugiata nel nostro paese. Mentre alcuni componenti di questa famiglia riuscirono a mettersi in salvo in Svizzera, Elisa Ancona, vedova di Achille Rossi, venne arrestata a Lissone nell’estate del 1944 da militi della Guardia Nazionale Repubblicana. Prima di rifugiarsi a Lissone abitava a Milano ed era iscritta alla locale Comunità israelitica. L’anziana donna, venne rinchiusa a San Vittore. Fu inclusa in un trasporto con destinazione Auschwitz dove arrivò ad il 6 agosto 1944; Elisa Ancona, come avveniva per tutti gli anziani, fu avviata subito alle camere a gas; aveva 80 anni.

Da Auschwitz riuscì invece a tornare un giovane lissonese: Giuseppe Parravicini. Era un sindacalista comunista. Ricercato dopo la fucilazione dei quattro antifascisti lissonesi, il 3 luglio 1944 veniva arrestato a Milano e sottoposto a pesanti interrogatori. Tradotto al carcere di San Vittore, il 15 luglio 1944 veniva deportato ad Auschwitz. Nel mese di gennaio del 1945, quando il lager fu liberato dai Russi, Giuseppe Parravicini si trovava ricoverato nel lazzaretto del lager per pleurite. Da un ospedale all’altro, finisce all’Ospedale di Gemona del Friuli. In seguito ad un miglioramento di salute, esce dall’ospedale e con mezzi di fortuna arriva a Lissone il 22 marzo 1945. Ristabilisce i contatti con le forze della Resistenza e diventa membro del Comitato di Liberazione Nazionale lissonese. Alla fine della guerra diventa segretario della Camera del Lavoro di Lissone e la dirige per tre anni. Era riuscito a tornare vivo da Auschwitz ma sarà debilitato per sempre nel fisico.

Con il mio intervento ho voluto evidenziare come molti lissonesi abbiano dato il loro contribuito durante la guerra di Liberazione. È questo anche uno dei compiti dell’ANPI: ricordare alle giovani generazioni quanto sia costato al popolo italiano il riscatto del Paese dalla servitù tedesca e la riconquista della libertà. 

                                                                                                                     Renato Pellizzoni

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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

In occasione del 25 aprile, 69° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, pubblichiamo una testimonianza di Giovanni Emilio Diligenti (1924–1998) sulla sua attività di resistente negli anni dal 1943 al 1945.

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Il precoce contatto col mondo del lavoro e dell’antifascismo

«Sono nato a Milano nel 1924, ma dall'infanzia abitai a Monza. Ero maggiore di sei fratelli. Mio padre, ragioniere, proveniva da una famiglia piccolo borghese di Siena. Mia madre invece era di provenienza operaia e lavorò alla Magneti Marelli fino al 1930. Io feci a quattordici anni il mio ingresso in fabbrica. A sedici, e cioè nel 1940, venni assunto dal cappellificio Vezzani, dove lavoravo 15-16 ore al giorno come meccanico addetto alla manutenzione dei macchinari.

Il mio capo reparto era Amedeo Ferrari: non era un caso, anzi era stato lui a farmi entrare in quella fabbrica. Fin dalla più tenera età, infatti, ero cresciuto all'ombra del fondatore del Pci in Brianza.

  La mia famiglia abitava in via Beccaria 13 e la nostra casa era attigua a quella dove Ferrari venne ad abitare nel settembre del 1929, dopo aver scontato i due anni di carcere a cui era stato condannato dal Tribunale Speciale.

Era inevitabile che dai Ferrari ci sentissimo quasi come nella nostra seconda casa, tanto più che il “vecchio” anche se metteva una certa soggezione, non era tipo da spaventarci, nonostante la sua alta statura e la sua faccia seria. Anzi, Ferrari esercitava un suo fascino su di noi, sia per il temperamento generoso che non poteva non manifestarsi anche verso i ragazzi, sia per il suo carattere profondamente umano.

Nel 1936 Ferrari si trasferì in via Amati 22 (corte Venturelli), al primo piano. Qui, si può dire, il movimento comunista brianzolo trovò la sua sede centrale, il suo punto di riferimento e di direzione. Non bisogna dimenticare, poi, che il 1936 fu l'anno delle guerre d'Etiopia e di Spagna.

 

Fu un periodo di intensa attività politica e organizzativa: i legami del “centro” di Monza col resto della Brianza si estesero notevolmente. Avevo dodici anni, ma ricordo di aver visto giungere nella casa di Amedeo Ferrari un gran numero di compagni e di antifascisti: da Cavenago Giovanni Frigerio, Felice Brambilla, Erba e Raineri, Fumagalli; da Caponago Besana e Brambilla; da Burago Casiraghi (“Lisandrin”); da Omate Davide Pirola, Giovanni Ronchi e Berto Girardelli; da Bernareggio, Tornaghi (“Piscinin”) e Stucchi (“Bersagliere”); da Concorezzo Domenico Cogliati e Casiraghi; da Vimercate Frigerio e Scaccabarozzi.

Erano loro che, in mezzo a mille rischi, costruivano poco a poco le cellule comuniste nei rispettivi paesi; lo stesso lavoro era svolto da Novati e Mascheroni a Desio, da Figini e Fumagalli (“Marsell”) a Muggiò, da Vanzati a Vedano, da Leonardo Vismara a Lissone. Si riuscì anche a impiantare una specie di tipografia clandestina dotata di un ciclostile a Omate, nella casa di Pirola, che era in piazza Principe Trivulzio.

 

La conferma della vitalità del movimento clandestino giunse quando maturò la necessità della costituzione delle Brigate Internazionali per la Spagna. Anche Monza e la Brianza diedero il loro contributo, inviando sul fronte spagnolo, per la difesa della libertà e della democrazia dall'attacco fascista, i comunisti Spada dì Monza, Pirotta e Farina di Villasanta, Vismara di Lissone e Frigerio di Vimercate.

L'organizzazione clandestina antifascista, cogli incontri al caffè “Romano” di via Carlo Alberto ai quali partecipavano, fra gli altri, Citterio, Stucchi, Antonio Passerini, entrava in una nuova fase: quella della costituzione di una rete organizzativa permanente, di una più intensa e organica attività politica e di proselitismo, di un continuo allargamento e approfondimento dei temi politici.

 

Il periodo tra la guerra d'Etiopia e lo scoppio del conflitto mondiale fu quindi caratterizzato da un'intensa attività dei comunisti brianzoli, che gettarono le basi della lotta antifascista e di liberazione. Era un continuo susseguirsi di riunioni, due delle quali mi rimasero particolarmente impresse. La prima ebbe luogo al Parco (in località San Giorgio) nell'estate del 1938 per discutere un ordine del giorno riguardante i collegamenti e l'organizzazione del partito (relatore Ferrari).

L'altra si svolse a Bernareggio nel dicembre del 1939 presso il bar “Francolin”, con la scusa di mangiare la lepre in salmì. Si trattò di una specie di “Comitato di Zona” del Pci con un ordine del giorno particolarmente importante, che comprendeva l'esame della situazione politica dopo lo scoppio della guerra e la firma del patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica. Inoltre, da un punto di vista organizzativo, in quella riunione vennero posti in discussione i collegamenti con le fabbriche. Fra i partecipanti, ricordo Ferrari che era il relatore, Brambilla di Cavenago, Tornaghi e Stucchi di Bernareggio, Cogliati di Concorezzo e Casiraghi di Burago. Mio fratello Aldo, il figlio di Ferrari, Vladirniro e io, sia nella prima che nella seconda riunione ci trovammo sul posto col compito di fare la guardia e la spola in bicicletta nei dintorni, per segnalare eventuali movimenti della polizia fascista.

Ferrari mi chiamava spesso e mi dava una lettera, incaricandomi di portarla a qualcuno: Colombo (“Colombina”), Broggi, Caccia, Ferruccio, Messa; oppure mi inviava da un “signore” al quale avrei dovuto consegnare “certi” plichi. Attraverso questi contatti ebbi modo di conoscere diversi compagni e antifascisti, tra i quali Gianni Citterio.

 

In seguito alla riunione del dicembre 1939, il Pci estendeva i collegamenti con le fabbriche: per esempio con la Singer (dove operavano Mentasti, Nanni e Amaglio), la CGS (fratelli Ratti), la Gilera (Melloni) e la Pirelli (Gandini).

Nello stesso tempo diventavano sempre più stretti i rapporti con gli altri partiti antifascisti, cosicché in casa di Ferrari s'incontravano ogni giorno facce nuove: l'avv. Scali, Nino Ratti, Enrico Mauri, Colombo, Sala, Gandini, il giudice Gambalò, “Tom” Beretta, il farmacista Carlo Casanova e Antonio Passerini.

In via Pallavicini, nella casa di Emilio Ghisolfi, insegnante, ebbe inizio in quel periodo anche la scuola di Partito. Ai primi corsi parteciparono con me Vladimiro Ferrari, mio fratello Aldo e Franco Varisco. D'estate questi corsi erano condotti da Carlo Sala, un vecchio militante comunista, ex confinato a Ventotene.

Le lezioni si tenevano in un prato antistante lo stabilimento di cascami Santamaria, nei pressi del passaggio a livello di via Buonarroti.

 

Anche il movimento giovanile acquistò nuova ampiezza; fra i nomi nuovi di giovani antifascisti che allora cominciai a conoscere credo debbano essere ricordati quelli dei compagni Silvio Arosio (“Silvietto”), Cavalli (“Spoldi”), Aurelio Sioli (“Lo Studente”), Barbieri, Franco Varisco e Alberto Colombo, nipote di Ferrari. In conclusione, si può affermare che alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia il movimento comunista di Monza e della Brianza era un centro di vita e di lotta politica abbastanza organizzato ed efficiente. Per i compagni che avevano bisogno di aiuto funzionava il Soccorso Rosso, il cui recapito era presso il piccolo stabilimento del padre di Citterio, “La Musicografica”, in via Volta, dove aveva pure sede la redazione monzese de “L'Unità”.

Ferrari aveva anche fatto ricorso a un'efficace attività di copertura. Aveva fondato la società sportiva dei “Giovani calciatori”, con sede presso il caffè Venturelli, in via Amati. La presenza sempre più estesa ed articolata del partito impose la necessità di sdoppiare il centro di direzione di Monza: Ferrari restò in contatto con la Brianza orientale, mentre il gruppo di Enrico Bracesco, Nino Ratti e Feliciano Gerosa mantenne i legami con l'altra parte della Brianza. A Carlo Bracesco, coadiuvato dalla cognata Matilde, dalla moglie Maria e dal figlio Emilio, venne inoltre affidata la direzione del Soccorso Rosso. Quando Mussolini decise di entrare in guerra, sui muri di Monza comparve un manifesto: “10 giugno 1924: assassinio Matteotti - 10 giugno 1940: Guerra fascista”.

Per quest'azione la città era stata divisa fra due gruppi: quello di Ferrari, che comprendeva suo figlio Vladimiro, me, mio fratello Aldo e Franco Varisco, operò nelle vie adiacenti Largo Mazzini spingendosi poi, lungo corso Milano, fino al Molinetto; l'altro gruppo, capeggiato dal socialista Casanova e da Buzzelli, si occupò dell'affissione dei manifesti partendo da piazza Roma per spingersi fino al tribunale e oltre il Ponte dei Leoni.

 

Un episodio analogo si ebbe un anno dopo, in seguito all'aggressione tedesca all'Unione Sovietica (22 giugno 1941). Ci riunimmo di notte in casa mia; erano presenti Varisco, Ferrari e suo figlio, mio fratello Aldo e io. Ferrari mi comunicò ufficialmente che facevo parte del partito e passammo subito all'azione.

Con l'occorrente, pennelli e vernice, ci portammo, camminando a piedi, fino a Brugherio, all'incrocio della “Carrozzetta” di Monza col tram di Vimercate, per scrivere sull'asfalto e sui muri nei luoghi più frequentati dagli operai: «W l'armata rossa»; «Morte al nazismo»; «W Stalin».

Nel frattempo la “tipografia” di Omate stampava notte e giorno materiale di propaganda, ma in misura insufficiente, per cui squadre di giovani, di notte, si riunivano per riprodurre altro materiale scrivendo a mano, a “ricalco”.

Spesso mi recavo anch'io a Omate, di notte, per ciclostilare volantini di cui poi curavo la distribuzione. Ero infatti diventato la staffetta di collegamento con tutti i paesi della Brianza.

 

Venni anche nominato responsabile dei giovani comunisti, coi quali intensificai la propaganda: scrivevamo sui muri, affiggevamo manifesti, lanciavamo volantini nei cinematografi.

Anche le riunioni clandestine divennero più frequenti; me ne ricordo in particolare una, tenutasi a casa mia, perché vi partecipò, oltre a Ferrari e a Citterio, anche Giuseppe Gaeta, che era il vice-segretario della Federazione milanese del partito. Terminata la riunione, che ebbe luogo verso la fine del 1942 o all'inizio del 1943, Gaeta si fermò a casa mia e per tutta la notte, mentre a turno facevamo la guardia, ci parlò dello situazione politica in Unione Sovietica.

Poco dopo, nel gennaio 1943, Ferrari fu arrestato, ma venne rilasciato dopo una decina di giorni.

 

Erano i tempi della disfatta nazifascista in Africa e a Stalingrado; si stava avvicinando il crollo del fascismo e gli operai decisero di affrettarlo. Nel marzo 1943 anche a Monza ebbero luogo i primi scioperi dopo vent'anni di dittatura. Alla loro riuscita contribuì in misura notevole il capillare lavoro organizzativo di Enrico Mentasti. È da segnalare particolarmente il fatto che gli operai della Hensemberger e della Singer non si limitarono a presentare rivendicazioni economiche, ma chiesero esplicitamente la destituzione del governo Mussolini e la fine della guerra.

Le loro aspirazioni sembrarono realizzarsi di lì a poco: la sera del 25 luglio si diffuse la notizia della caduta di Mussolini. Il giorno successivo, a mezzogiorno, io e Varisco, partendo dal “Molinetto” percorremmo le vie di Monza su un “tandem” per lanciare volantini tra la popolazione che si era riversata per le strade. Giunti ai negozi Motta, nei pressi dell'Arengario, fummo inseguiti da alcuni militari che, a un certo punto, in corso Vittorio Emanuele, ci spararono pure una fucilata. La popolazione indignata li circondò impedendo loro di inseguirci. Un episodio analogo succedeva in via Italia. Il compagno Arosio di Muggiò, mentre distribuiva gli stessi volantini, veniva arrestato. Ma anche qui numerosi cittadini costringevano i militari a rilasciarlo.

Un folto corteo percorse le vie di Monza con bandiere rosse e tricolori inneggiando alla caduta del fascismo e reclamando la fine della guerra. Mentre il governo Badoglio si mostrava indeciso sulla via da seguire, i tedeschi preparavano l'invasione del Paese, portandola rapidamente a conclusione all'annuncio dell'armistizio».

(continua)

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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte II)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le prime azioni partigiane nel lecchese, nel varesotto e a Milano

 

Fiume-Adda-retro.jpg«L'8 settembre cominciò la guerra partigiana. Gianni Citterio parlò ai monzesi dal balcone del municipio in piazza Carducci. Si raccolsero adesioni alla “guardia nazionale”. Un gruppo di antifascisti riuscì a impadronirsi delle prime armi presso la caserma Pastrengo.

lo non fui diretto testimone di quegli avvenimenti, poiché mi trovavo a Cremona dov'ero stato chiamato 15 giorni prima a prestare il servizio militare. Ero in un reparto di artiglieria e l'8 settembre il comandante della mia batteria decise di non capitolare senza combattere; con una ventina di altre reclute sparai sui tedeschi sino a mezzogiorno.

Poi la resa e il campo di concentramento a Mantova, in cui rimasi per poco tempo. Fuggii con altri compagni da un tunnel che portava al Mincio e tornai a Monza.

 

Mi incontrai subito con Ferrari, nella casa di suo fratello Luigi, in via Pallavicini, ed esaminammo insieme la situazione. L'occupazione tedesca si era già consolidata. A Monza riprese la sua feroce attività il famigerato squadrista Luigi Gatti, detto Gino, responsabile di numerosi omicidi a partire dal 1920.

Ferrari decise infine di unirsi alla formazione partigiana dislocata al Pian dei Resinelli. Non era giovane come me, che non avevo ancora vent'anni; lui ormai ne aveva 48, eppure, senz'alcuna esitazione, stabilì di intraprendere la dura e pericolosa vita del partigiano, in montagna. Presa la decisione, partimmo subito, la mattina seguente, all'alba. Alla stazione di Lecco c'era ad aspettarci il compagno “Farfallino” (poi fucilato dai fascisti), che ci accompagnò alla Capanna Stoppani, dove aveva la sua base la “banda” partigiana e dove trovammo altri antifascisti brianzoli.

Brianza-dai-monti-lecchesi.JPGLa zona montana in cui erano dislocati i reparti partigiani era di considerevole importanza strategica: vi passavano le statali dello Spluga e dello Stelvio, vie di transito per la Svizzera, e la ferrovia della Valtellina. Si può pertanto capire la preoccupazione del comando tedesco, che fece affluire nella zona due battaglioni di alpini germanici di stanza a Bassano del Grappa, dando inizio il 17 ottobre a un vastissimo rastrellamento.

Partendo da Mandello, da val Calolden, da val Grande e dalla rotabile del Lario, i tedeschi, dopo aver bloccato i centri abitati, tentarono di accerchiare i reparti partigiani, che ebbero però l'ordine di ripiegare per far fallire il tentativo nemico di eliminare con un'unica, grandiosa operazione tutte le forze partigiane dalla bassa Valtellina alla Bergamasca. Infatti, ripiegammo lentamente, sparando con parsimonia, a colpo sicuro, e ingaggiando talvolta brevi ma violentissimi combattimenti per permettere lo sganciamento di altri gruppi. Il 18 ottobre, per esempio, il gruppo “Grassi” di Campo de' Boi e la formazione “Stoppani” costrinsero i tedeschi a ripiegare a valle in seguito alla vittoriosa resistenza opposta all'Alpe di Cassin, Balisio e nella zona di Pasturo.

 

Il giorno successivo si ebbero altri scontri alla Bocchetta di Erna, a Campo de' Boi, a Costa Balasca e al Passo del Fo'. Il 20 ottobre, quarto e ultimo giorno della battaglia, nuovi combattimenti si ebbero a Cascina Stoppani, a Cascina Monzese e a Cascina Grassi. Lo stesso giorno i partigiani completarono l'operazione di sganciamento, dirigendosi a piccoli gruppi verso il Nord, mentre i reparti tedeschi sfogavano la loro rabbia incendiando case, baite, fienili, e imprigionando un centinaio di civili accusati d'aver aiutato i partigiani. Tra i tedeschi si ebbero 11 morti e 32 feriti, tra i partigiani 4 morti, 5 feriti, 20 prigionieri - quasi tutti ex-prigionieri di guerra Alleati -. Da notare che nessun partigiano armato era stato catturato dal nemico.

Mi aggirai su quelle montagne assieme ad altri otto compagni, per tre giorni e due notti; i pastori ci informavano dei movimenti delle truppe tedesche, aiutandoci a sfuggire alle loro ricerche. Infine a Brivio trovammo un barcaiolo che ci traghettò sull'altra sponda dell'Adda, contentissimo di aiutare coloro che si battevano contro “quei cani di tedeschi e di fascisti”. Costeggiando la statale N° 36, io e mio fratello Aldo raggiungemmo a piedi Usmate e da lì Cavenago, roccaforte antifascista e base partigiana. Ci rifugiammo in casa del compagno Raineri Fumagalli, in attesa di riprendere i contatti con l'organizzazione clandestina. Ferrari non era con noi, perché qualche giorno prima del rastrellamento era sceso a Lecco per partecipare a una riunione del locale CLN, presieduta dal compagno Gabriele Invernizzi».

 

La battaglia sul San Martino

    san-Martino.jpg«Un mese dopo mio fratello e io partecipammo a un'altra battaglia, quella di S. Martino, dove ci aveva inviati l'organizzazione clandestina comunista. Nella fortezza di S. Martino, sopra Varese, si era stanziato il gruppo Cinque Giornate, costituito poco dopo l'armistizio dal colonnello Carlo Croce. La formazione era composta per lo più da ex-avieri ed ex-ufficiali, ma in seguito vi affluirono molti operai di Cinisello Balsamo e di Brugherio, inviati dall'organizzazione clandestina di Sesto S. Giovanni.

Il colonnello Croce e gli ufficiali che guidavano la formazione si dichiaravano genericamente “badogliani” e seguivano una linea “attesista”. Il reparto si era impossessato di una notevole quantità d'armi e di viveri con una serie di riuscite operazioni, come quella alla caserma della guardia di Finanza a Luino. Tutto era stato raccolto nella fortezza, che avrebbe dovuto diventare una base inespugnabile da cui sarebbe partita, in concomitanza con l'arrivo delle truppe alleate, la decisiva offensiva contro i nazi-fascisti.

 

Inutilmente Gianni Citterio, inviato dal CLNAI, cercò di convincere il colonnello Croce della necessità di dislocare le forze partigiane - circa centocinquanta uomini - in gruppi meno numerosi e più mobili, localizzati in diversi punti strategici. Prevalse purtroppo la mentalità degli ufficiali, illusi di aver creato una base inattacabile.

Lo sbaglio fu pagato a caro prezzo: il 14 novembre più di duemila tedeschi mossero all'attacco, appoggiati da cannoni, mortai e anche da tre Stukas. La resistenza durò quarantotto ore, al termine delle quali il gruppo Cinque Giornate si disperse; la maggior parte dei suoi componenti si rifugiò in Svizzera. I partigiani morti in combattimento furono appena due, mentre trentasei furono fucilati dopo la cattura. Ben più pesanti le perdite nemiche: duecentoquaranta morti e un apparecchio (fui testimone oculare dell'abbattimento dello Stukas: un partigiano robustissimo, un vero gigante, prese sulle spalle una delle dieci mitragliatrici Breda pesanti di cui era fornito il reparto, fungendo da piazzola semovente; due altri sostenevano i piedi della mitragliatrice e un quarto sparava, finché riuscì a colpire l'aereo.

 

La difesa ad oltranza della posizione, concezione che esulava da una corretta conduzione della guerriglia, aveva sì provocato gravissime perdite tra le truppe attaccanti, ma aveva anche causato la fine di una formazione che, per la qualità e la quantità di mezzi e di uomini, avrebbe potuto rappresentare una grossa spina nel fianco dei nazi-fascisti per ancora molto tempo. Durante la battaglia fui ferito alla gamba destra: la pallottola mi fu estratta con un paio di forbici da don Mario Limonta, un sacerdote di Concorezzo che fungeva da cappellano e dal medico del gruppo. Di notte, don Limonta cercò di guidare me ed altri sei partigiani feriti nella discesa verso la pianura. L'impresa mi riuscì difficile, perché la ferita mi impediva di camminare, cosicché mio fratello Aldo dovette caricarmi sulle sue spalle. Dopo un po' perdemmo i contatti con gli altri feriti ma, sia pure a fatica, raggiungemmo la provinciale.

Attraversata la strada a una curva, procedendo un po' carponi e un po' sulle spalle di Aldo, arrivammo in un paese dove, all'alba, salimmo su un trenino che ci portò a Varese. Da qui in ferrovia a Saronno, poi in corriera a Monza e infine di nuovo a Cavenago. Nascosto in casa di Fumagalli, fui curato da Innocente e Mario, rispettivamente cugino e fratello di Raineri. In seguito, per ragioni di sicurezza e per curare meglio la ferita, fui trasferito a Milano dal compagno Giacinto Parodi. In via Padova al 26, Parodi aveva un laboratorio artigiano di guarnizioni, mentre la sua abitazione era al n° 40 della stessa via.

 

In casa di Parodi fui curato da un medico che mi guarì completamente. Ristabilitomi, l'organizzazione clandestina del partito mi inviò nuovamente nel Lecchese. Con Aldo e due compagni che abitavano in via Brembo a Milano (Lucio e il fratello minore di Chiesa) fummo ospitati per una settimana in casa di un compagno macellaio di Castello di Lecco e poi ci recammo sul “Prà Pelà” ad Airuno. Qui ritrovai Ferrari insieme a Chiesa (Leo) e a una decina di partigiani sovietici e jugoslavi “disertori” della Todt tedesca, che l'organizzazione clandestina di Monza aveva inviato in quella formazione. Più tardi ci raggiunse anche Livio Cesana di Biassono.

A gennaio venne a farci visita Gianni Citterio che, dopo aver discusso coi comandanti Ferrari e Chiesa, ripartì il mattino seguente, Fu l'ultima volta che vidi Citterio, che era ormai diventato uno dei massimi esponenti del Partito. La notizia della sua morte me la comunicò il dottor Casanova, nella farmacia al Ponte di via Lecco.

 

Ero sceso dalla montagna per prendere contatti con alcune nostre “basi” di pianura a Cavenago, Omate, Vimercate, Bernareggio, ecc. (bisognava predisporre l'organizzazione delle Brigate Sap), e per ritirare in farmacia una pomata a base di zolfo contro una fastidiosa malattia, la scabbia, da cui molti partigiani erano affetti.

La formazione del “Prà Pelà” non ebbe una vita molto lunga. Dopo una ventina di giorni arrivò un contadino trafelato, che ci avvisò che i fascisti erano giunti in forze in paese e si preparavano a salire. Ferrari e Chiesa decisero di sganciarsi subito, anche perché, ci dissero, Citterio aveva dato disposizioni in tal senso, tenuto conto del fatto che con noi vi erano i sovietici e gli jugoslavi, che dovevano essere inviati in altre località. L'intera formazione, sedici uomini in tutto, riuscì a eludere l'attacco nemico.

Soltanto Lucio, che si era slogato una caviglia alcuni giorni prima, fu catturato dai fascisti; lo avevamo nascosto in casa di un contadino, ma fu scoperto e arrestato, nonostante il contadino avesse spinto la sua solidarietà fino al punto di dichiarare che era un suo parente, sbandato dopo l'armistizio. Lucio fu inviato in un campo di concentramento tedesco. Intanto noi, passando attraverso i boschi, riuscimmo a raggiungere la pianura sul far della sera. Nascoste le armi nel fienile di un contadino appartenente all'organizzazione della Resistenza, a sera inoltrata, su un carro bestiame, viaggiammo fino alla stazione di Usmate-Velate. Poi, a piedi, camminando tutta la notte, arrivammo ancora a Cavenago, dove il compagno “Zobi” ci alloggiò nella sua stalla.

Rimanemmo a Cavenago alcuni giorni, finché l'organizzazione del partito inviò i sovietici e gli jugoslavi in montagna, Ferrari in Val Grande, io e mio fratello a Milano ancora da Parodi, i due fratelli Chiesa in altra località».

(continua)

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Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte III)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nei Gap (Gruppi di azione patriottica) a Milano

«A Milano rimasi fino al marzo 1944 militando nei Gap, che erano i nuclei clandestini per eccellenza. Ogni Gap era composto da tre o quattro uomini; solo il comandante era collegato col comando dei Gap esistente in città.

Le precauzioni cospirative erano ferree e scrupolosamente rispettate: io e mio fratello venivamo presentati da Parodi come suoi cugini di Ovada, suo paese di origine, a tutti i militanti antifascisti con cui avevamo occasione di incontrarci. Avevamo inoltre documenti falsi, da cui non potevamo risultare renitenti alla leva o sbandati dopo l'armistizio. Aldo aveva veramente i diciott'anni risultanti dai documenti e, quanto a me, la corporatura minuta e il viso, ancora da ragazzino, convincevano anche le guardie fasciste che talvolta mi fermavano della veridicità di quei diciassette anni assegnatimi dai nostri falsificatori.

 

Fra le azioni compiute dai Gap, ne ricordo in particolare una per un pericoloso incidente che si verificò. Erano i primi giorni di marzo e si stava svolgendo in tutt'Italia il grandioso sciopero generale proclamato dal CLNAI. Era necessario appoggiare, con atti di sabotaggio, lo sciopero dei tranvieri per cui Parodi, mio fratello e io ricevemmo l'ordine di far saltare con la dinamite gli scambi dei tram di piazzale Loreto.

Avevamo avuto quattro tubi di dinamite, numerati, appositamente preparati dai nostri artificieri per esplodere simultaneamente. Senonché, mentre stavamo innescando il terzo, uno dei due tubi già sistemati esplose all'improvviso. In fretta innescammo le due ultime cariche e via a gambe levate, verso il laboratorio di Parodi, a 300 metri da piazzale Loreto. Ancor oggi non riusciamo a spiegarci cosa fosse accaduto.

Durante la permanenza da Parodi presi parte a qualche altra azione: disarmo di fascisti che a sera inoltrata si trovavano isolati per le strade; affissione di volantini e manifesti antifascisti; lancio di chiodi a tre punte costruiti in modo particolare perché, comunque cadessero per terra, una punta rimaneva sempre rivolta verso l'alto e quindi, penetrando nelle ruote degli automezzi tedeschi e fascisti, ne faceva scoppiare il pneumatico. Ebbi anche l'occasione di conoscere alcuni antifascisti milanesi amici di Parodi, fra i quali, in particolare, Giovanni “l'infermiere” che veniva per curare Parodi e approfittava dell'occasione per farci delle vere lezioni di antifascismo. Conosceva bene la storia del movimento operaio e delle sue lotte perché era stato anche lui “all'università degli antifascisti”, cioè in carcere. Oltre a lui, conobbi in quel periodo Tino Camera, Tonino Abba e altri».

 

La costituzione della Divisione “Fiume Adda”

«La mia esperienza gappista ebbe termine alla fine di marzo, quando il partito mi mandò di nuovo in Brianza per preparare la costituzione delle Sap (Squadre di azione patriottica), che formeranno in seguito le Brigate Garibaldi inquadrate nella Divisione “Fiume Adda”.

 giornale SAP provincia Milano

I tempi erano ormai maturi per intensificare la lotta armata anche in pianura. Nei primi mesi del 1944 il movimento partigiano era una forza reale, radicata nella popolazione e gli stessi Alleati erano costretti a riconoscerlo. Le “missioni” paracadutate dal Comando alleato scoprirono un'Italia nuova, con valli libere e organizzate, con migliaia di uomini armati, con migliaia di caduti. I partigiani c'erano e combattevano seriamente contro i nazi-fascisti. Strappando loro le armi, avevano meritato quelle degli .anglo-americani. Le richieste dei partigiani agli Alleati erano sempre le stesse: armi, e la prova del fuoco per gli uomini. Contemporaneamente, la Resistenza si organizzava anche sul piano politico; sorgevano dovunque i Comitati di liberazione nazionale, espressione dei partiti antifascisti. Nei primi mesi del 1944 si stavano intensificando anche le lotte operaie, che si esprimevano non solo con gli scioperi, ma pure con ripetuti atti di sabotaggio alla produzione bellica.

In questo quadro si inseriva la necessità di estendere la guerriglia anche in pianura, affiancandola e coordinandola alle lotte operaie. Occorreva attaccare le vie di comunicazione (strade, ponti, linee ferroviarie) e compiere azioni contro i reparti nazi-fascisti nei paesi, nei loro posti di ritrovo e di transito, nelle loro caserme.

 

Venni dunque inviato in Brianza dal Comando delle Brigate d'assalto Garibaldi per costituirvi i primi distaccamenti delle Sap; ricevettero lo stesso incarico mio fratello, Giordano Cipriani (“Bassi” Contardo Verdi, Andrea Galliani e Mascetti.

Prendemmo dapprima contatto a Monza con i compagni Rinaldo Vegetti e “Comin”, che ci ospitarono per qualche giorno nella loro stalla alla cascina San Bernardo, in viale Libertà. Poi Vegetti ci accompagnò a Concorezzo dal compagno Casiraghi, un artigiano generoso e coraggioso. Egli non esitò un attimo ad accoglierci in casa sua, ben sapendo il grave rischio cui andava incontro unitamente alla sua famiglia. Iscritto al Pci dal 1921, era originario di Burago Molgora, un centro rosso della Brianza Vimercatese. In casa sua passavano molti partigiani e molti appartenenti all'organizzazione clandestina. Veniva Albertino Paleari a ritirare la stampa clandestina del Pci che giungeva direttamente a Concorezzo da Milano; da Trezzo d'Adda veniva con lo stesso compito Luigi Radaelli (“Gigio”). Casiraghi aveva ospitato per due notti anche Ferrari, prima della sua partenza per la Val Grande. Facendo “visite” saltuarie in casa Casiraghi (di volta in volta eravamo a Vimercate da Levati, a Ornate da Berto Gilardelli, a Cavenago da Fumagalli, “Zobi” e altri, a Burago da “zio Modesto”, a Gorgonzola, ecc.), ci mettemmo subito al lavoro. I documenti falsi, indispensabili a causa dei nostri frequenti spostamenti, ci venivano forniti anche dalla figlia di Casiraghi, Iride, una ragazzina di diciassette anni che dopo la Liberazione diventò mia moglie. Iride lavorava alle poste ed ebbe così modo di conoscere un impiegato del Comune, da cui si procurava le carte d'identità false.

 

A Concorezzo, in casa del compagno Rurali, vicino. alla Roggia Ghiringhella, installammo il Comando della 103aBrigata Garibaldi; il Comandante era Verdi (“Ciro”), il vice-comandante io, il vice-commissario mio fratello Aldo.

Iniziammo il raggruppamento delle squadre di distaccamenti. Vennero costituiti quello di Vimercate (comandante: Igino Rota), Concorezzo (comandante: Adriano Radaelli; commissario: Ottorino Cereda), Brugherio (comandante: Nando Mandelli), Cavenago (Comandante: Mario Fumagalli), Trezzo, Arcore, Bernareggio, Caponago, Omate, Ornago, Rossino.

Non era soltanto un'attività organizzativa. Man mano che si formavano i distaccamenti si agiva, si effettuavano azioni di guerra: disarmo di fascisti; assalti notturni alle caserme e ai posti di blocco; sabotaggi alle linee ferroviarie e lancio sulle strade di chiodi a tre punte; blocchi e at­tacchi a convogli tedeschi e fascisti sull'autostrada Milano-Bergamo, In un'operazione di quest'ultimo tipo rimase ferito Tommaso Crippa (“Maso”) del distaccamento di Concorezzo; fu portato all'ospedale di Vimercate dove, curato e protetto da medici e suore appartenenti alla Resistenza, dovettero amputargli una gamba.

 

Il primo distaccamento che si costituì fu quello di Vimercate, dove alcuni “vecchi” antifascisti (Frigerio, Scaccabarozzi, Galbusera e altri ancora) avevano già riorganizzato le file del movimento clandestino, nel quale era entrato un giovane deciso e coraggioso, di poche parole, ma efficaci e precise: Igino Rota. Fu lui a informare il Comando dell'esistenza a Vimercate di alcuni giovani disposti a combattere; occorreva però organizzarli e armarli. La loro base era il cascinale del “Mancino”, a poca distanza dalla provinciale Milano-Trezzo-Bergamo.

Io stesso consegnai un pomeriggio a Rota due mitra Beretta calibro 9, dopo averli portati a Vimercate avvolti in un sacco legato sulla canna di una bicicletta. In poco tempo si formò il distaccamento, comandato da “Acciaio”, lo pseudonimo assunto da Rota.

Gli altri componenti erano: Mario Cazzaniga, Emilio Cereda, Pierino Colombo, Carlo Levati, Aldo Motta, Renato Pellegatta, Luigi Ronchi, Verderio e infine mio fratello Aldo e io. Consideravamo componente del distaccamento anche Enrico Assi, un giovane sacerdote di Vimercate, oggi vescovo.

Parecchie furono le azioni compiute dal distaccamento di Vimercate, al quale il Comando affidava quasi sempre le imprese più impegnative e rischiose. Sabotaggi alla linea ferroviaria Milano-Lecco-Sondrio, attacchi alle colonne nazi-fasciste, in particolare sull'autostrada Milano-Bergamo e sulla statale 36, disarmo di soldati nemici, recupero di armi. Ma le operazioni più importanti furono gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d'Adda e al campo di aviazione di Arcore».

 

Gli attacchi alla caserma della G.N.R. di Vaprio d'Adda e al campo di aviazione di Arcore

«L'azione di Vaprio, svoltasi il 6 ottobre 1944, fu compiuta dal distaccamento di Vimercate assieme a reparti della 119aBrigata Garibaldi, che operava nella Brianza Occidentale al comando di Alberto Gabellini (“Walter”).

 

Travestiti da fascisti, di notte, disarmammo la ronda mentre stava uscendo da un caffè nel centro del paese; portammo i tre fascisti catturati alla loro caserma e li costringemmo, sotto la minaccia delle armi, a dire la parola d'ordine alla guardia che s'era affacciata allo spioncino. L'improvvisa irruzione di una decina di partigiani sorprese i militi fascisti che stavano mangiando, ignari e incapaci di immaginare che i partigiani potessero osare tanto. Dopo pochi attimi i fascisti, una quindicina, erano a mani in alto addossati al muro, pieni di paura. Avevamo ricevuto ordini precisi, in base ai quali dovevamo giustiziare il comandante lasciando liberi tutti gli altri fascisti. Ebbene, quando i nostri compagni scovarono il brigadiere che comandava la caserma, il “bandito” Gabellini non fu capace di eseguire l'ordine. Si accontentò di assestargli un poderoso calcio nel sedere e di ammonirlo: «Non farti incontrare un'altra volta sulla mia strada».

manifesto-Pessano-fucilazione-Walter.JPG“Walter” sarà fucilato a Pessano il 9 marzo 1945 assieme ad altri sei partigiani (Angelo Barzago, Romeo Cerizza, Claudio Cesana, Dante Cesana, Mario Vago, Angelo Viganò). Catturati in seguito a una spiata, i sette “banditi”, come venivano chiamati i partigiani dai fascisti, furono condannati a morte. Una ricerca condotta dal Comitato Antifascista di Pessano così ricostruisce la loro morte: «I sette partigiani vengono lasciati sul carro tutto coperto. Luigi Gatti, gerarca di Monza, legge la sentenza di morte: i banditi sono rei confessi di appartenere al movimento insurrezionale; di aver svolto attività terroristica e rapine a mano armata. Poi il Maggiore Wernik dà ordine di affiggere ai muri di Pessano il manifesto della incriminazione e fucilazione. Alle ore 17,45 viene gridato l'ordine di procedere, il carrozzone parte seguito da una macchina berlina. Il corteo passa per le vie Vittorio Veneto, Vittorio Emanuele e Monte Grappa fermandosi davanti a casa Colombo. Luigi Gatti fa allineare gli altri contro il muro. Sulla riva del torrente Molgora due fascisti con il loro Mab spianato sono già pronti a sparare. Alle ore 18.00 due violente raffiche di mitra lacerano l'aria. È testimoniato che tra la prima e la seconda raffica Gabellini, il famoso Walter, ha il tempo di gridare: «SPARATE SU DI ME, VIGLIACCHI, NON SU QUESTI RAGAZZI». Vago, Mario, Cesana, Cerizza e altri riescono a sussurare: «VIVA L'ITALIA! VIVA I PARTIGIANI!». Poi i sette corpi cadono a terra».

Così morì “Walter” che, iscritto da tempo al Pci, aveva conosciuto per alcuni anni le galere fasciste per la sua attività e, pur combattendo coraggiosamente, non si sentiva di odiare nessuno. La 103a Brigata Garibaldi aveva assunto il nome di suo padre, Vincenzo, ucciso e pugnalate dai fascisti e abbandonato in una roggia a Cambiago, nel 1921.

 

Igino Rota morì durante un'azione al campo d'aviazione di Arcore. La sera del 20 ottobre 1944 il distaccamento che lui comandava si riunì nella base per studiare in tutti i dettagli l'attacco all'aeroporto, avvalendosi delle preziose informazioni fornite dai CLN di Arcore e di Vimercate. Stabilito il piano, verso le dieci di sera, sei partigiani, travestiti da repubblichini e armati di mitra, si incamminarono in fila indiana lungo il bordo della strada provinciale Oreno-Arcore, avvicinandosi all'aeroporto.

1944-20-ott-campo-volo-Arcore-aereo-distrutto.JPGGli altri componenti del distaccamento e un gruppo di giovanissimi patrioti del Fronte della gioventù si diressero verso l'obiettivo attraverso i campi.

I sei partigiani fecero irruzione nella sede del corpo di guardia, immobilizzando le dieci sentinelle fasciste. Tagliati i fili del telefono e lasciato un garibaldino di guardia, il gruppetto si ricongiunse con gli altri partecipanti all'azione e tutti insieme si diressero verso gli hangar. Le torce elettriche illuminarono cinque aerosiluranti tipo Savoia Marchetti 79, pronti a spiccare il volo per le loro missioni di morte. Dopo aver ammucchiato intorno agli apparecchi bidoni di olio lubrificante, fusti di benzina, bombole di acetilene e di ossigeno e tutto il materiale infiammabile che riuscimmo a scovare, lanciammo alcune bottiglie “molotov”.

Ormai lontani, nei campi, sentimmo violente esplosioni e scorgemmo bagliori accecanti che illuminavano l’obiettivo della nostra azione. L'operazione, conclusasi con la distruzione di tutti gli aerei, meritò una citazione solenne da parte del Comando di Divisione e venne menzionata anche nel corso del notiziario trasmesso dr Radio Londra.

 

Due mesi dopo, il 29 dicembre 1944 il distaccamento decise di ripetere l’attacco. Si unirono a noi alcuni partigiani del Fronte della gioventù e della 13a Brigata del Popolo, la formazione dei cattolici vimercatesi guidata da Felice Sirtori. Ci dividemmo in due squadre: la prima, al comando di “Acciaio”, doveva disarmare la ronda forzare l'ingresso nel campo e infine catturare tutti i militi del presidio; a questo punto sarebbe entrata in azione la seconda squadra, guidata da Carlo Levati, con il compito di distruggere gli apparecchi.

Stava già concludendosi la prima fa e dell'attacco quando un banale incidente fece fallire l'operazione, causando la morte di Igino Rota. L'ultima sentinella, disarmata davanti alla sede del presidio, riuscì a dare l'allarme, cosicché la sorpresa non fu completa. Nello scontro con i fascisti, il comandante del distaccamento fu abbattuto da una raffica di mitra. Immediatamente iniziò una furibonda sparatoria. I militari fascisti non ancora catturati erano asseragliati nella palazzina del comando e da qui sparavano a zero con tutte le armi automatiche a loro disposizione; noi rispondevamo al fuoco, nel disperato tentativo di recuperare il corpo del nostro comandante, essendo ormai impossibile concludere l'operazione prefissata. Tutto, però, fu inutile, perché il nostro armamento era inferiore e inoltre eravamo in una posizione precaria, in mezzo al campo, illuminato dalla luna piena, assolutamente allo scoperto. Fu perciò necessario ritirarsi, lasciando in mani fasciste il corpo di Rota. Le perdite del nemico non furono mai comunicate ufficialmente ma, da notizie raccolte dai CLN di Arcore e di Vimercate, risultò che almeno dieci furono i fascisti messi fuori combattimento.

 

ordine-fucilazione-5-partigiani-Vimercate.JPGPurtroppo, il triste bilancio dell'azione non si limitò alla perdita di “Acciaio”: identificato il caduto, divenne facile per i fascisti, aiutati da una spia del luogo, risalire alla cerchia di conoscenti e amici di Rota. Perquisizioni, arresti, interrogatori, minacce e lusinghe ai familiari portarono alla cattura di una parte dei componenti il distaccamento nella notte tra l'1 e il 2 gennaio 1945, poche ore prima che ci si ritrovasse per spostarci in un'altra zona e sottrarci alle ricerche. Riuscirono a sfuggire all'arresto solamente pochi partigiani, tra cui Carlo Levati, che si lanciò seminudo dalla finestra al primo piano della sua abitazione e percorse a piedi nudi otto chilometri nei campi ricoperti di neve, prima di trovare rifugio nella base di Cavenago.

Arrestati, interrogati, torturati, i giovani patrioti vennero poi rìnchiusi nelle carceri milanesi di San Vittore. Qui, la mattina del 2 febbraio, sfogliando il “Corriere della Sera” i familiari che attendevano davanti al portone per consegnare ai loro cari viveri e capi di vestiario appresero la tremenda notizia: Cereda, Colombo, Motta, Pellegatta e Ronchi erano stati fucilati alle quattro del mattino nello stesso aeroporto di Arcore che aveva visto le loro imprese.

 

Il tribunale fascista di Milano che aveva emesso la sentenza condannò a trent'anni di carcere, data la minore età, altri quattro giovanissimi patrioti, appartenenti al Fronte della gioventù, che vennero liberati dai partigiani il 25 aprile. Anche don Enrico Assi, in due riprese, e Felice Sirtori furono arrestati; in particolare, il comandante della 13a Brigata del Popolo fu torturato a lungo nelle carceri di Monza, ma i fascisti non riuscirono a strappargli né un nome né un'informazione e furono così costretti a rilasciarlo dopo alcune settimane.

Fu un momento terribile per la 103a Brigata Garibaldi: alla perdita di compagni con cui avevamo condiviso rischi, trepidazioni, gioie e dolori, si aggiungeva la dissoluzione del distaccamento di Vimercate, il più attivo della Brigata. Coloro che riuscirono a sottrarsi alla cattura si diedero alla macchia, mentre io fui inviato nella 105aBrigata, sempre in qualità di vice-comandante. Rimasi nel distaccamento di Gorgonzola fino alla liberazione, che era ormai vicina».

 

Emilio Diligenti assessore.jpgAlla fine della guerra, smessi i panni del partigiano, Emilio Diligenti cominciò subito la sua attività come segretario della Camera del Lavoro di Lissone e dopo qualche tempo fu eletto Consigliere comunale della nostra città. In seguito fu Consigliere provinciale e quindi Assessore. Nel 1981 fu premiato dalla Provincia di Milano con il premio Isimbardi per aver “costantemente lottato per la progressiva attuazione degli ideali di giustizia sociale, unendo alle capacità di iniziativa dinamica e realizzatrice, l’interesse per la storia della Brianza”. Emilio Diligenti ci ha lasciato un importante libro sulla storia del nostro territorio, scritto con l’amico giornalista Alfredo Pozzi, dal titolo “La Brianza in un secolo di storia italiana (1848-1945)”.

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La nostra Sezione A.N.P.I. di Lissone è a lui intitolata.

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Stalingrado: fine di un esercito

12 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Tre grandi città segnano il destino dell’invasione tedesca in Russia: Leningrado, con il martirio dei suoi abitanti, Mosca, con la dissennata ostinazione di Hitler che non vuole essere inferiore a Napoleone, e Stalingrado che vede frantumarsi il potenziale distruttivo delle armate tedesche. Quando la città è divenuta un cumulo di macerie i sovietici cominciano a dettare le regole del gioco: lasciano avanzare i carri armati che finiranno comunque in trappola tra mucchi di mattoni e di cemento e distruggono le fanterie, attaccano di notte quando il nemico è maggiormente in difficoltà, attendono che questi concentri al massimo le sue forze per poi chiuderlo in trappola.

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Da un articolo di Enzo Biagi in La Seconda guerra mondiale – Parlano i protagonisti - Corriere della Sera 1989

Sono arrivato a Volgograd, dove non ero mai stato; si chiamava Stalingrado, e l'hanno scioccamente epurata. Mi ha detto un collega della «Pravda» che le ridaranno il nome per cui è conosciuta in tutto il mondo, ma la burocrazia è lunga e il partito prudente.

È sulla collinetta di Mamaja, sulla terribile quota 102, che Hitler ha perso la guerra, ed è cambiato anche il nostro destino. I tedeschi che combattono lo chiamano «il grande fungo» ed è un intrico di ridotte, di nidi di mitragliatrici, di postazioni di mortai. Adesso è meta di turisti e di scolaresche.

1943-2-febbraio-resa-Paulus-a-Krusciov.JPGPaulus si è rifugiato nei sotterranei dei Grandi Magazzini; una cantina di quattro metri per quattro, ricoperta di legno, riscaldata da una stufa di argilla, costruita sul posto dai soldati.

Il suo rancio è due zuppe al giorno e una fetta di pane; a un comandante di battaglione insignito della croce di ferro, pochi giorni prima della resa, ha mandato in dono una pagnotta una scatola di aringhe al pomodoro.

 

La mattina del 31 gennaio 1943, un ufficiale del corpo di guardia si affaccia all'emporio e avverte: «I russi sono alla porta». Friedrich Paulus decide di farla finita e «senza tante storie», precisa; si avvia all'uscita pallido e umiliato. Nella notte è stato promosso feldmaresciallo. Fuori, lo aspettano anche i fotografi. E un momento che va ricordato. Nella foto: Paulus, feldmaresciallo da un giorno, appare di spalle mentre va a comunicare lo resa a Nikita Krusciov.

In vetrina espongono ora giocattoli di pezza e profumi a buon mercato. In quello che era il rifugio di Vasilij Ivanovič Čujkov, l'avversario, sulla riva del Volga, dentro la roccia porosa, han sistemato un ristorante. Più in su, c'è un teatro: stasera si rappresenta Ballo al Savoy.

Quando, il 21 giugno 1941, un sabato, Hitler dà ordine di attaccare l'Unione Sovietica, al Cremlino non dovrebbe esserci sorpresa; le spie li hanno avvertiti perfino del giorno e dell'ora dell'invasione. Soltanto trenta minuti dopo mezzanotte, il commissario del popolo alla Difesa Timošenko ordina alle truppe delle regioni di confine di prepararsi a resistere. Eppure, racconta il diplomatico Berezkov, che sta in quel momento all'ambasciata di Berlino, già in febbraio un tipografo amico gli ha portato un manuale di conversazione russo-tedesco, avvertendolo che se ne stanno stampando migliaia di copie. Il frasario è di questo genere: «Dov'è il presidente del Kolchoz?», «In alto le mani, o sparo», «Arrenditi».

La dichiarazione ufficiale di guerra la fa Ribbentrop, alle tre del mattino, davanti agli operatori e ai giornalisti: ha la faccia gonfia, gli occhi appannati, le palpebre arrossate. Balbetta, ha bevuto. L'ambasciata dell'URSS nel congedarsi commenta: «Questa volta la pagherete cara».

La rapidità e la portata dei successi della Wehrmacht sbalordiscono. Le divisioni corazzate minacciano la capitale: le punte avanzate arrivano a una trentina di chilometri. Stalin non si muove. Organizza uomini e mezzi per bloccare il nemico. Telefona a Zukov, il vice capo della Stavka, l'alto comando: «Siete certo di poter tenere Mosca? Ve lo chiedo col cuore straziato, da comunista».

Risposta: «Senza alcun dubbio. Ma avremo bisogno di due armate con più di duecento carri armati».

Zukov mantiene la promessa: e l'esercito nazista non arriverà mai, come Napoleone, ad assestarsi sulla Collina dei Passeri: nella battaglia per Mosca perde più di mezzo milione di soldati, 1300 carri armati, 2500 cannoni e una quantità enorme di materiale. Viene respinto di oltre 100 chilometri verso Ovest.

Più tardi Hitler, riferisce Rahn, un suo diplomatico, ammette l'errore: «Per quanto riguarda i russi, mi sono effettivamente sbagliato, e per la prima volta. Al momento dell'invasione contavo che disponessero di 4000 carri armati, e ne avevano invece 12.000».

Eppure il conte von der Schulenburg, che nell’URSS rappresentava il Terzo Reich, non aveva nascosto il suo giudizio e le sue previsioni: «Le cose non potranno mai andar bene. Non si ha alcuna idea della potenza dell'Armata Rossa e dell'energia concentrata nell'ideologia sovietica».

Quando torna la buona stagione, Hitler lancia il «Progetto Azzurro», una larga manovra che ha come obiettivo l'occupazione del Caucaso e la conquista dei giacimenti petroliferi: Stalingrado, nei suoi piani, ha una importanza marginale. E una città industriale che, nel 1925, ha preso il nome del capo: prima si chiamava Sarizija, ma il compagno Dzugasvili nel 1918 sostò da queste parti come commissario di guerra; c'era da battere i «bianchi» del generale Krasnov. Invece, per cinque mesi, in quelle strade, si svolgono «i combattimenti più esasperati del secondo conflitto mondiale».

Alla fine di ottobre nove decimi del centro urbano sono occupati dai reparti nazisti, e la bandiera di combattimento del Reich sventola sulla piazza principale: ma Zukov, che coordina la controffensiva, avverte: «Presto avremo un giorno di festa».

Paulus vede le sue divisioni combattere e cadere disperatamente, in una lotta disumana, ma non sa ribellarsi; il chilometro, come unità di misura, scrive Paul Carell, cede il posto al metro, la carta dello Stato maggiore è sostituita da quella topografica: si spara in un vecchio mulino, tra i serbatoi d'acqua, sulla linea ferroviaria; capita che nello stesso appartamento i sovietici, riferisce il corrispondente Walter Kerr, hanno occupato la cucina e i tedeschi il soggiorno.

I rifornimenti promessi dalla Luftwaffe non arrivano, o vengono scaricati in quantità minima, o finiscono, coi lanci, tra le macerie, o nelle mani del nemico. Confessa poi Paulus: «Lottavo dentro di me, e mi chiedevo se dovevo preferire l'obbedienza che mi veniva chiesta con l'argomento perentorio che ogni ora guadagnata era di vitale importanza, oppure la compassione umana per i miei soldati. Credetti allora di dover risolvere il conflitto facendo prevalere la disciplina».

Contro di lui, Vasilij Ivanovič Čujkov, quarantadue anni, figlio di contadini, amante degli scacchi, delle letture e della buona tavola, deciso e intelligente, che sa quello che vuole: «Se rischi la pelle salvi quella di molti combattenti», dice, ed è pronto a pagare: «O terremo la città o moriremo qui».

Pensa di lui Paulus: «Non è un militare, è uno stregone». I biografi lo descrivono «ambizioso, pieno di talento strategico, intrepido e incredibilmente tenace». Comanda la LXll Armata, e ha alle spalle, come consigliere politico, un vecchio comunista, Nikita Sergeevič Chruščëv.

 

1942-fabbrica-carrarmati-URSS.JPGCambia di continuo le regole: i tedeschi preferiscono combattere durante il giorno, e lui gli impone la notte, amano lottare nelle vie, e lui le lascia deserte. Lancia nel corpo a corpo i siberiani, armati di coltelli finlandesi e di pugnali, mobilita cinquantamila civili e forma la Difesa Popolare, tremila ragazze diventano ausiliarie e infermiere, i giovanetti del Komsomol vanno al fronte, perché il fronte è ovunque. Dalla fabbrica di trattori Gerginksij escono carri armati, e vanno subito in linea, senza vernice, senza strumentazione ottica, con equipaggi formati dagli stessi operai che li hanno costruiti. Nello stabilimento «Barricata rossa» si producono cannoni: che appena fuori dai reparti, sono in postazione e sparano.

Novembre, maledetto novembre per l'Asse: quante batoste. Montgomery, a El Alamein, batte Rommel; Eisenhower sbarca in Africa occidentale e marcia su Tunisi; Hitler parla ad antichi camerati, quelli della birreria di Monaco, di ciò che sta accadendo a Stalingrado, e promette:«Nessuna potenza al mondo riuscirà a sloggiarci di là».

Immagina manovre dai simboli fascinosi e carichi di minacce: «Colpo di tuono», «Tempesta invernale», ma la pioggia, il nevischio, la nebbia ghiacciata segnano le ore della sconfitta.

Von Manstein, la mente più sottile tra gli strateghi della Wehrmacht, promette: «Faremo tutto il possibile per liberarvi», e Paulus ancora si illude di farcela; e una settimana prima della caduta ordina: «Radunare le ultime forze per resistere fino al cedimento dei russi».

Trecentomila uomini sono chiusi nella sacca: ma la fame e i proiettili li distruggono. Non si distribuisce quasi più il rancio, non ci sono bende per curare i feriti, si insegna a cucinare la carne dei pochi cavalli rimasti. Già il 22 novembre un marconigramma di Paulus informa l'Oberkommando: «Carburante quasi esaurito. Situazione munizioni precaria. Viveri solo per sei giorni».

Dagli altoparlanti arriva la voce di Ulbricht che esorta a deporre le armi, e viene diffuso un manifesto coi versi del poeta comunista Becher, uno dei rifugiati a Mosca: «Nel sogno il volantino gli parlò: non ti succederà nulla di male I Il pezzetto di carta lo prese per mano I Io conosco bene questo paese So dove andiamo».

Il 31 gennaio, la strada la imparano anche centomila soldati che hanno ubbidito agli ordini del Führer, e vanno verso la prigionia. Tra loro, quasi diecimila rumeni. Una fila senza fine di straccioni e di malati.

L'ultimo aereo ha decollato da Gurmak il 23: lo pilota il luogotenente Krause, ha undici feriti a bordo e il timone di profondità in avaria. Sul limite del campo, sono raccolti migliaia di disgraziati che vengono abbandonati al loro destino.

 

Nel cielo splendente di sole, i russi fanno sfilare una parata aerea, trentacinque bombardieri formano la stella sovietica. Hanno sbigottito con la loro caparbietà, con la loro «pazzia» il nemico; ora sentono che comincia la marcia verso Berlino «Perfino dopo morti», ricorda il colonnello Adam «restavano avvinghiati al volante dei carri armati distrutti».

1943-gennaio-prigionieri-tedeschi.JPGGli ultimi momenti del dramma dei soldati tedeschi a Stalingrado.

Dei 320.000 tedeschi di Stalingrado, 140.000 sono morti per ferite ricevute in combattimento, fame, freddo, malattie, 20.000 dispersi, 70.000 feriti evacuati prima e dopo la sacca. I superstiti 90.000 lasciano in mano ai russi 750 aerei, 1550 carri armati, 480 autoblindo, 8000 cannoni e mortai, 60.000 autocarri e 235 depositi di munizioni e partono per i campi di prigionia della Siberia.

 

Fra loro vi sono 2500 ufficiali, 23 generali ed un feldmaresciallo: torneranno in soli 5000, meno del 2 per cento. Alle 14.46 del 2 febbraio un aereo tedesco da ricognizione sorvola a grande altezza la città e trasmette questo messaggio «A Stalingrado, nessun segno di combattimento».


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Attilio Mazzi

9 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

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27/4/1885     9/4/1945 a Mauthausen-Gusen
Lissone, 9 aprile 2014
Oggi desideriamo ricordare Attilio Mazzi che per il suo dichiarato antifascismo perse la vita. Dedichiamo queste brevi note a tutti i suoi parenti.
Ma ripercorriamo brevemente i fatti di quella domenica 25 luglio 1943.
Nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo, alle 3 del mattino viene approvato l'ordine del giorno presentato da Grandi (con 19 voti su 27); la fine del fascismo è decretata: Mussolini è messo in minoranza. Il Gran Consiglio ha provocato la caduta del regime.
Alle 17 Mussolini porta al re le decisioni del Gran Consiglio e viene informato che sarà sostituito a capo del governo dal generale Badoglio. Al termine dell'udienza Mussolini viene tratto in arresto.
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Il radiogiornale della sera (alle ore 22.45) informa gli italiani dell'accaduto.

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A Lissone, all’indomani, mentre i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, ­arrestati verso la fine giugno 1943 ed incarcerati a S. Vittore vengono liberati, un nostro concittadino, Attilio Mazzi - un benestante milanese ma veronese di nascita, da tempo attivo in Lissone dove aveva aperto uno stabilimento per la tranciatura del legno e dove svolge una ben avviata attività di intermediazione e di rappresentanza di legnami con sede in Via Roma - sfila per le vie di Lissone, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio, mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo, come per salutare il nuovo spazio di libertà che finalmente sembrava schiudersi. Sfila nel centro del paese, percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del Fascismo.

Ma dopo la fondazione della Repubblica Sociale, il 22 febbraio 1944, la polizia arresta Mazzi davanti alla stazione, all'arrivo dalla sua abitazione di Milano. Rinchiuso nelle carceri di Monza, interrogato dalle SS, viene trasferito a San Vittore. Negli stessi giorni il suo magazzino di legnami di via Roma viene saccheggiato: da un momento all'altro la sua famiglia si trova senza più nulla, sul lastrico. Il 27 aprile 1944 Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, è internato nel campo di concentramento di

Fossoli (dove, il 12 luglio 1944, rischia di essere fucilato con Davide Guarenti), prima di finire i suoi giorni, per la fatica sul lavoro e gli stenti, nel lager di Mauthausen-Gusen. Da Fossoli 
undefinedscrive una tenerissima lettera alla moglie: “... Qualunque cosa avvenga, tu dovrai essere fiera del nome che porto. Non mi sono mai pentito di essere stato, e lo sono sempre un vero italiano – lo dissi e lo ripetei ai miei inquisitori con testa alta. Ci tengo a ripeterlo perché tu un giorno lo possa dire …”. 
Desideriamo oggi ricordarlo per la sua forza d'animo e, raccogliendo il suo invito, ci impegniamo a far conoscere il suo sacrificio alle nuove generazioni.  Durante l’Amministrazione del sindaco Fausto Meroni, una via di Lissone è stata dedicata ad Attilio Mazzi. 
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Tre Italie nella bufera

7 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Il confuso quadro politico del Paese nel quarto anno di guerra.

Non ha nome, né governo né Parlamento; non emette leggi, né batte moneta e non ha neppure una vera capitale. I suoi confini sono angusti, abbracciano soltanto quattro province (Bari, Brindisi, Lecce, Taranto) e due milioni di abitanti. Roosevelt l'ha definita King's Italy, l'Italia del re: eppure è proprio questo piccolo regno del Sud a rappresentare, nello sfacelo seguito all’armistizio dell'8 settembre 1943, la continuità del Paese, la nascita pur timida e incerta della nuova democrazia italiana.

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Piccolo regno, quello del Sud, con nessunissimo potere, sottoposto al rigido controllo di una commissione militare alleata - presieduta dall'inglese Mac Farlane e dall'americano Maxwell Talor - che nel complesso, nutre scarsa simpatia o totale indifferenza per l'Italia in genere e per Vittorio Emanuele III in particolare.

Piccolo regno quello del Sud, con una piccola reggia (la villetta dell'Ammiragliato a Brindisi) e una piccola Corte dalla quale, con la precipitosa fuga da Roma, sono scomparsi i Gran Maestri di Palazzo, i Segretari Generali, gli Scudieri Onorari, i Prefetti, le Dame di compagnia, i Cappellani.

Un regno con un governo di quattro ministri (Badoglio, Piccardi, De Courten, Sandalli) che ha vita stentata e che governa soltanto su miseria, fame, epidemie, distruzioni. Il Sud, già tradizionalmente povero, è stato ridotto al lumicino dai bombardamenti aerei e navali, dalle requisizioni tedesche e dall’invasione alleata; adesso l'ultimo colpo glielo dà l'inflazione che si scatena con l’introduziona delle «am-lire», quei lunghi fogli rettangolari azzurrini, simili in tutto ad assegni, che recano al centro stampato con gran numeri, il loro valore.

AM Lire

Al Nord un abile ministro di Salò, Pellegrini-Giampietro, è riuscito a far ritirare ai tedeschi il marco di occupazione e a ottenere un cambio quasi equo, date le circostanze, (un marco uguale a dieci lire); nel Meridione Badoglio invano scrive, supplica protesta e si rivolge personalmente a Churchill: la gente del Sud pagherà 100 lire per un dollaro, 400 per una sterlina. Così, di colpo, il potere d'acquisto dei soldi italiani si volatilizza (un soldato semplice americano guadagna 6.000 lire al mese pagate in dollari mentre il prefetto di Taranto ne riceve 2.500 in «am-lire») e le banche vengono prese d'assalto dai risparmiatori, i capitali spariscono, la miseria nelle campagne è totale e spinge a tumulti e rivolte.

Da oltre Atlantico arrivano i divertimenti e le novità: gli eserciti alleati hanno portato il boogie-woogie e dalle navi sbarca - insieme con le tavolette di chewing-gum e con un veicolo mai visto, la jeep - anche un farmaco quasi miracoloso, la penicillina.

Con la fame diventa irrefrenabile la delinquenza dilagante. La città più tormentata è Napoli, col suo milione di abitanti assiepati nei «bassi» privi d'acqua, di luce e di fognature, fra vicoli stracolmi di spazzatura gettata dalle finestre e infestati da legioni di topi.

La metropoli vive di mille mestieri per lo più illeciti tra cui fanno spicco la prostituzione, il furto e il contrabbando.

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La promiscuità, la sporcizia, la carenza d'acqua provocano epidemie a ripetizione: dall'ottobre 1943 al luglio 1944, a Napoli, ne scoppiano due ed entrambe di tifo con un bilancio di quasi ottocento morti.

Ma altre nubi s'addensano sulla piccola reggia di Vittorio Emanuele III. Un re che, caparbio, non vuole abdicare che non sente la necessità di un Parlamento e che impiega settimane a decidersi a dichiarare guerra alla Germania quando invece, nel 1940, aveva approvato quella fascista in un baleno.

Il governo Badoglio, privo dell'aiuto dei partiti che gli negano la collaborazione se il re non se ne va, ha difficoltà a mettere in piedi un piccolo esercito che affianchi gli alleati (i generali non gli mancherebbero: da Roma, all'8 settembre, ben 57 sono fuggiti al Sud) e la frustrazione aumenta con il «lungo armistizio» che Badoglio, a Malta, è costretto a firmare quasi col coltello alla gola.

Palmiro-Togliatti.jpgMa poi, con la primavera '44, qualcosa muta nel quadro politico. Il cambiamento comincia con l'arrivo da Mosca di un signore sui cinquant'anni, occhiali da miope, piccolo, tarchiato, con un incredibile maglione a scacchi e i calzoni che gli fanno le borse sui ginocchi: quest'uomo dall'aria di professore, conosciuto nella clandestinità con nome di Ercole Ercoli, è in realtà Palmiro Togliatti (e c'è la scena di Togliatti che appena sbarcato a Napoli dalla motonave Tuscania, va a bussare a tarda sera alla porta della federazione comunista in via San Potito dove, in quel momento, sono riuniti Maurizio Valenzi, Eugenio Velio Spano e altri dirigenti del PCI. Salvatore Cacciapuoti, che lo riceve, lo scambia per un compagno bisognoso e cerca di disfarsene: «Vieni domani, ora è tardi, qui è tutto chiuso»).

Togliatti rovescia clamorosamente la strategia comunista con la «svolta di Salerno»: l'obiettivo - dice - è la liberazione dell'Italia e per l'aggiungerlo occorrono la concordia e l'unità nazionale».

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Mentre il PCI entra nel governo Badoglio - e Stalin ne rafforza subito la posizione internazionale riconoscendolo ufficialmente e costringendo così Stati Uniti e Gran Bretagna a fare altrettanto – Enrico De Nicola vince abilmente le resistenze del re sull'abdicazione, il nostro Corpo di Liberazione (CIL) si batte bene a Montelungo e finalmente, la notte fra il 4 e il 5 giugno '44, gli alleati entrano a Roma.

La Repubblica Sociale Italiana

stemma RSISul fronte opposto, cioè, sul territorio della nuova repubblica fascista (due terzi dell'Italia ventotto milioni di abitanti) non vi è alcuna autorità riconosciuta tranne Mussolini. I tedeschi, a parole «fedeli camerati e alleati», nella pratica esercitano un assoluto e ferreo controllo su ogni aspetto della vita politica e amministrativa nominando perfino i prefetti (come a Torino) o istituendo nelle singole province, un funzionario superiore dell'amministrazione militare germanica quale controfigura del prefetto italiano (rapporto Hufnagel, 20 febbraio 1944). Il governo di Mussolini non ha potere anche perché privo di adesioni concrete e di uomini di rilievo. Gli iscritti al Partito Fascista Repubblicano sono pochissimi (circa 250.000) e non si sa bene da dove provengano, ideologicamente, che cosa cioè li abbia mossi, che cosa si attendano dal futuro.

Fra gli aderenti al Partito Fascista Repubblicano c'è un solo nome veramente noto nella cultura, il filosofo Giovanni Gentile, e uno altrettanto noto della casta militare, il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. Sessantototto anni, nativo di Castelvetrano (Trapani), liberale di destra, ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo Mussolini e poi senatore del regno, Gentile - il filosofo dell' «atto puro» e l'autore di una fondamentale riforma della scuola - ha dato il suo appoggio alla repubblica di Salò con un pubblico discorso a Roma: «La resurrezione di Mussolini ha detto «era necessaria come ogni evento che rientra nella logica della storia». In cambio, il duce lo nominerà presidente dell'Accademia d'Italia.

Graziani, invece, cerca nella Rsi la sua «revanche» sull'odiato Badoglio dal quale è stato diviso per anni da gelosia personale. Nato a Filettino di Frosinone, sessantunenne, e comandante di truppe coloniali in Libia e in Somalia ex viceré d'Etiopia ed ex capo di Stato Maggiore dell'esercito, il maresciallo Graziani accetta la carica di ministro delle Forze Armate.

Mancando Roma come capitale, alcuni ministeri sono sparsi lungo le sponde del lago di Garda fra Salò (Esteri e Cultura Popolare), Maderno (Interno e direzione del partito), Desenzano (Forze Armate) e Bogliaco (presidenza del Consiglio dei Ministri). Altri sono a Vicenza, Treviso, Padova, San Pellegrino, Brescia, Verona, Cremona, Venezia.

Poveri e miseri ministeri, messi su di fretta e in preda al disordine.

Villa-Feltrinelli-lago-di-Garda.JPGMussolini è invece alloggiato a villa Feltrinelli, a due chilometri da Gargnano: questo palazzetto ottocentesco, di media grandezza, con una facciata di marmo rosa e circondato da un piccolo parco in riva al lago, gli serve contemporaneamente da ufficio e da abitazione. I suoi «guardiani» non sono distanti: Rahn è a Fasano, Wolff a Gardone. La villa Feltrinelli è guardata a vista da un distaccamento della Leibstandarte «Adolf Hitler», reparto speciale di SS, che ha montato un cannone antiaereo sul tetto di un edificio vicino. Presta servizio di guardia anche la milizia fascista ma tutte le comunicazioni di Mussolini sono strettamente controllate dai tedeschi - e debitamente registrate su disco - e anche le sue telefonate personali debbono passare attraverso un centralino da campo germanico.

E ci sono anche i nuovi fascisti, arrivati alla RSI dall'estremismo inconsulto, giovani imbevuti della propaganda di un ventennio, teppisti di vecchia data reclutati fra il sottoproletariato o nelle galere che formeranno quanto prima il nerbo delle compagnie di ventura e di tortura (i Bardi, i Pollastrini, i Carità, i Koch, i Colombo, gli Spiotta. Oppure gente che ha vissuto ai margini del fascismo fino all'8 settembre e adesso è carica di rancori e di invidie. Personaggi violenti come gli uomini del federale di Como, Porta, che bastonava i passanti che non alzavano il braccio nel saluto romano al loro passaggio.

Questi sono i nuovi fascisti che faranno la storia di Salò; sono i militi in maglione nero accollato, berretto alla paracadutista, gladio al posto delle stellette e mitra in mano che a Savona, agli operai in sciopero al grido di «Pane, pane!», ritorcono con una torva minaccia: «Avrete del piombo, non del pane».

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