Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

I LAVORI DELL' ASSEMBLEA COSTITUENTE (1946 – 1948)

22 Octobre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #La COSTITUZIONE italiana

L’articolo offre degli spunti di riflessione sull’ordinamento della nostra Repubblica, ancor oggi di attualità. Già durante i lavori dell’Assemblea Costituente, per la definizione di alcuni articoli della Costituzione (ad esempio sul bicameralismo), erano state avanzate delle proposte poi lasciate cadere.

 

Alcune date significative della storia della Repubblica

12 aprile 1944Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il proclama Vittorio Emanuele III agli italiani (sarà il suo ultimo): «Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l'unità nazionale, è definitiva e irrevocabile ».

Così esce praticamente di scena il vecchio re, dopo un regno di quarantaquattro anni, durante il quale ha visto l'età di Giolitti, la guerra di Libia e la prima guerra mondiale, la vittoria e il difficile ritorno alla pace; ha visto un'Italia libera e democratica, e poi ha ceduto al fascismo.

22 aprile 1944Si forma un nuovo governo. Badoglio ne è ancora il capo, ma i ministri non sono di scelta regia e rappresentano tutti i partiti antifascisti.

18 giugno 1944Non più il Capo dello Stato ma il Comitato di Liberazione Nazionale designa, come presidente del Consiglio, Bonomi. Badoglio si ritira a vita privata. I membri del Governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: «I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell’Assemblea Costituente».

25 aprile 1945:Insurrezione nazionale.

16 marzo 1946: decreto luogotenenziale n° 99

Stabiliva che «contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente» il popolo sarebbe stato chiamato a decidere, mediante «referendum», sulla forma istituzionale dello Stato (Repubblica o Monarchia). L'Assemblea Costituente aveva il compito di fissare e regolare la forma dello Stato con norme della Costituzione.

Lo stesso decreto affidava all'Assemblea Costituente una serie di attribuzioni politiche e legislative. Le affidava innanzi tutto la elezione del Capo Provvisorio dello Stato, qualora il «referendum» avesse fatto prevalere la Repubblica sulla Monarchia e il controllo politico sul Governo, dichiarato responsabile nei suoi confronti, il che implicava la investitura fiduciaria del Governo stesso e la facoltà di obbligarlo alle dimissioni mediante una mozione di sfiducia. Quanto alla funzione legislativa, il decreto stabiliva che durante il periodo della Costituzione e sino alla convocazione del Parlamento, instaurato dalla nuova Costituzione, il potere legislativo sarebbe rimasto delegato al Governo.

Il decreto prefissava altresì la «durata» dell'Assemblea Costituente, stabilendo che essa sarebbe stata sciolta di diritto il giorno della entrata in vigore della nuova Costituzione.

Infine veniva fissata la data storica della elezione della Assemblea Costituente; storica, per vero, a duplice titolo; perché in quella giornata - che fu il 2 giugno 1946 - il popolo italiano sarebbe stato chiamato a decidere la forma dello Stato, optando tra la Monarchia e la Repubblica, e inoltre avrebbe scelto i componenti dell'Assemblea Costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato italiano.

Il decreto legislativo, che disponeva queste così importanti determinazioni era, come tutti i decreti legislativi del tempo, un provvedimento del Governo - il secondo, dopo la liberazione del territorio nazionale, e presieduto dall’on. De Gasperi -, ma era stato preceduto da un parere della Consulta Nazionale. Questa Consulta era stata istituita dopo la liberazione del territorio nazionale e ad essa partecipavano esponenti delle forze politiche, che si erano affermate dopo la liberazione, e uomini politici del tempo prefascista benemeriti della Nazione per i loro precedenti «parlamentari», o per la loro resistenza al regime, come Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Nitti, Enrico De Nicola e Benedetto Croce, ma senza che la Consulta rappresentasse effettivamente, e nella proporzione delle sue divisioni politiche, la comunità dei cittadini.

La discussione svoltasi in questa Assemblea in poche giornate, ai primi di marzo del 1946, segnò l'apoteosi di Vittorio Emanuele Orlando. Il vecchio parlamentare, il Presidente della Vittoria al tempo della prima guerra mondiale, ma anche il celebre professore di diritto pubblico, era stato chiamato a presiedere la Commissione incaricata di esaminare lo schema del provvedimento legislativo, e fu lui che ne accompagnò la relazione nell'aula di Montecitorio con un discorso smagliante, che indusse il Presidente della Consulta Nazionale a proclamare l'affissione tra gli applausi dell'Assemblea.

Per la prima volta nella storia dello Stato italiano, il popolo sarebbe stato chiamato ad un «referendum» nazionale per una decisione politica di tanta importanza - le consultazioni popolari precedenti risalivano ai plebisciti di annessione, rimessi a un corpo elettorale molto limitato -; ed era anche la prima volta che lo Stato italiano avrebbe avuto una «sua» Costituzione, deliberata da un'Assemblea Costituente, in luogo dello Statuto del Regno, una carta costituzionale «concessa» nel 1848 dal re Carlo Alberto per il Regno sardo piemontese e divenuta Statuto del Regno d'Italia per estensione plebiscitaria.

 

I lavori della Costituente

Venne istituito un ministero per la Costituente, al quale venne preposto l'on. Pietro Nenni.

Pietro Nenni Fornito di un numero esiguo di funzionari, il temporaneo ministero per la Costituente visse in lotta col tempo, giacché la data del 2 giugno 1946 costituiva un termine non superabile, in vista del quale si sarebbe dovuto predisporre la legge elettorale, attendere alla convocazione dell'Assemblea Costituente, provvedere all'opera di informazione del pubblico e di preparazione del materiale di studio, ritenuto utile per elaborare la nuova Costituzione dello Stato.

Vennero costituite tre Commissioni: la Commissione economica, la Commissione per la riorganizzazione dello Stato e la Commissione per i problemi del lavoro, tutte formate da tecnici e cattedratici della materia, di uomini politici qualificati, nonché di funzionari dello Stato appartenenti alle alte magistrature.

Il ministero per la Costituente curò la pubblicazione di un «Bollettino di informazioni e di documentazione», largamente diffuso e che si vendeva anche nelle edicole dei giornali. Lo scopo e il tono del Bollettino era quello di divulgare in forma succinta ed accessibile a tutti le nozioni necessarie per comprendere i compiti affidati all'Assemblea Costituente, aggiornando i lettori sulle maggiori Costituzioni del mondo, sui movimenti costituzionali in atto, sui problemi e sulle scelte possibili, che attendevano l'Assemblea Costituente.

 manifesto per Costituente scrutinio referendum 2 giugno 1946

In perfetta osservanza del termine prefissato, con ordinata operazione di voto e una assai alta partecipazione dei cittadini alle urne, l'Assemblea Costituente veniva eletta nei giorni 2 e 3 giugno 1946, risultando composta di 556 «onorevoli costituenti», tra cui 21 donne.

1946 ripartizione seggi Assemblea costituente

Il sistema proporzionalistico, adottato per la sua elezione, conferì all'Assemblea Costituente una rappresentanza politica variegata. Se la dominavano i rappresentanti di tre partiti: la Democrazia Cristiana in testa con 207 «costituenti», il Partito Socialista con 115, il Partito Comunista con 104. L'Unione Democratica Nazionale, un raggruppamento che raccoglieva liberali, democratici del lavoro e indipendenti ottenne 41 rappresentanti; il Fronte dell'Uomo Qualunque» 30 rappresentanti capeggiati dal suo fondatore Guglielmo Giannini, un noto commediografo giornalista, che aveva suscitato un movimento politico intorno al suo giornale intitolato «L'Uomo qualunque»; 23 rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano, ancorato al programma del Partito Repubblicano storico; e 36 rappresentanti di gruppi politici minori, quali Blocco Nazionale della Libertà, il Partito d’Azione, il partito dei Contadini ed altri.

giugno 1946 lavori CostituenteRiunitasi il 25 giugno 1946 per la prima volta a Montecitorio, prescelto a sua sede, sotto la presidenza del decano Vittorio Emanuele Orlando, l'Assemblea si elesse prima di tutto il suo Presidente nella persona di Giuseppe Saragat. Indi provvide alla elezione del Capo Provvisorio dello Stato nella persona di Enrico De Nicola, avendo il «referendum» sulla questione istituzionale attribuito una netta vittoria alla forma di Stato repubblicana.

Si stabilì di deferire l’incarico ad una Commissione, composta da 75 «costituenti» e da questo numero denominata poi la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, già Presidente del Consiglio di Stato, appartenente al Partito Democratico del Lavoro. I 75 «costituenti» designati dal Presidente dell'Assemblea furono, in pratica, i facitori della Costituzione e furono scelti in proporzione alla forza numerica dei gruppi politici, che componevano l'Assemblea. Nella Commissione restarono compresi eminenti personalità degli stessi partiti, come Palmiro Togliatti e Attilio Piccioni, giovani e meno giovani «costituenti », sino allora ignoti, ma tra i quali alcuni sarebbero saliti ad alti ed altissimi ranghi della vita politica italiana, come Luigi Einaudi, Giovanni Leone, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Umberto Terracini e Paolo Rossi. E vi erano presenti «tecnici» di grande prestigio, come i professori di diritto pubblico Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Tommaso Perassi.

La Commissione dei 75 fu suddivisa in tre sottocommissioni, a ciascuna delle quali fu assegnato di predisporre una diversa parte del progetto, rimettendosi ad un Comitato ristretto, chiamato di «redazione», la coordinazione delle parti, e alla Commissione nel suo «plenum» le decisioni sui punti rimasti controversi e l'approvazione finale.

Si era d'accordo che la nuova Costituzione italiana sarebbe stata una Costituzione lunga, un testo costituzionale non limitato a stabilire l'organizzazione fondamentale dello Stato, bensì a determinare, anche nei sommi suoi istituti e princìpi, l'assetto economico e sociale della Nazione.

La materia costituzionale fu così ripartita: alla prima sottocommissione si attribuirono i rapporti civili, e cioè la determinazione della posizione del cittadino come persona, nei suoi diritti fondamentali di libertà, e come partecipe della vita politica della comunità, nei suoi diritti e doveri politici fondamentali. Alla seconda sottocommissione l’ordinamento costituzionale della Repubblica con la determinazione degli organi supremi, nonché delle loro attribuzioni. Alla terza sottocommissione infine i diritti e i doveri economico-sociali, con la determinazione dei diritti del cittadino lavoratore, della iniziativa economica privata rispetto all'intervento dello Stato nella vita economica nazionale, la delimitazione più moderna e circoscritta del diritto di proprietà privata, nonché il controllo sociale della vita economica.

Vi furono delle proroghe rispetto ai tempi previsti: queste furono causate anche dall'esercizio dell'attività politico-legislativa, che in certi momenti assorbì interamente l'Assemblea e con la quale si alternava la discussione e la votazione dei singoli articoli del testo costituzionale.

Episodi culminanti di questa attività, diversa ed estranea al compito primario dell'Assemblea, furono le discussioni per la investitura fiduciaria dei tre «ministeri», sempre capitanati dall'on. De Gasperi, discussioni delle quali la più intensa fu quella per la investitura del Governo «monocolore democristiano» nel giugno 1947. Tale Governo seguiva quello che si era chiamato governo «tripartito», nel quale cioè si erano associati per la guida politica e amministrativa del Paese i tre maggiori partiti (Democrazia Cristiana, Partito Comunista e Partito Socialista); e la crisi relativa comportava la estromissione da cariche di governo dei rappresentanti del Partito Comunista. A questa crisi politica aveva contribuito la scissione del Partito Socialista nell'ultimo suo congresso tenuto a Palazzo Barberini, con la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani ad opera di Giuseppe Saragat: un evento politico che aveva indotto lo stesso on. Saragat a dimettersi dalla carica di Presidente dell'Assemblea Costituente.

Al suo posto, venne eletto Umberto Terracini, al quale toccò l'onere e l'onore di dirigere la discussione e l'approvazione da parte dell'Assemblea Costituente della nuova Costituzione.

L'Assemblea partecipò ampiamente all'esercizio della funzione legislativa, quale organo consultivo del Governo, cui tale funzione era stata affidata durante il periodo della Costituente, esaminando un numero cospicuo di disegni di legge.

L'Assemblea Costituente iniziò l'esame del progetto di Costituzione il 4 marzo 1947. Il progetto venne innanzitutto sottoposto ad una valutazione complessiva, da cui emersero problemi che avrebbero poi dato luogo alle maggiori discussioni dell'analitica disamina dei suoi 139 articoli.

I maggiori riguardarono:

  1. la introduzione di un preambolo enunciativo di dichiarazioni politico-giuridiche;
  2. i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica e la recezione del Trattato e del Concordato del Laterano nella Costituzione;
  3. la introduzione dell'ordinamento regionale nella struttura dello Stato con la salvaguardia della sua unità;
  4. la istituzione di una seconda Camera, nel progetto chiamata «Camera dei senatori» e specialmente la sua composizione, che il progetto aveva collegata all'ordinamento regionale e ristretta a cittadini qualificati;
  5. la istituzione dell'Assemblea Nazionale, risultante dalle due Camere riunite, cui venivano commessi adempimenti politici di massima rilevanza, dalla elezione del Presidente della Repubblica alla investitura fiduciaria del Governo, alla mobilitazione e alla entrata in guerra, alla deliberazione dell'amnistia e dell'indulto;
  6. la istituzione di una Corte Costituzionale, con il compito precipuo di sindacare la costituzionalità delle leggi;
  7. il diritto di sciopero, dal progetto concesso senza limiti di sorta «a tutti i lavoratori», ma che si voleva limitare con riguardo precipuo ai pubblici servizi, e che si concluse con l'aggiunta «nei limiti della legge».

I verbali delle numerose sedute testimoniano che i «costituenti» seppero essere pari all'alto compito loro affidato. Non tutti i «costituenti» presero la parola, anzi la maggior parte non intervenne che con il voto; ma la presenza alle sedute fu quasi sempre elevata e sempre cospicua la partecipazione alle numerose votazioni. Furono ancora i componenti della Commissione che si distinsero nel dibattito accanto naturalmente ad altri «costituenti» e ai maggiori esponenti dei partiti politici, nonché ai ministri e al Presidente del Consiglio in carica, che peraltro tennero i loro discorsi dagli scranni dei deputati e non dal banco del Governo.

Situazione al settembre 1947

Nei primi giorni del mese passava in discussione la seconda parte del testo costituzionale, destinato all'ordinamento della Repubblica.

Proposte lasciate cadere:

  • la proposta di una sola Camera, ma la seconda Camera, che tornò ad essere denominata Senato (della Repubblica) perdette quella composizione differenziata in ordine alla scelta dei suoi componenti, che il progetto aveva introdotto, e si assimilò alla Camera dei deputati;
  • la proposta di una elezione direttamente popolare del Presidente della Repubblica, che i redattori del progetto avevano respinto;
  • la istituzione dell’Assemblea Nazionale. Si previdero soltanto le Camere riunite in seduta comune con attribuzioni limitate.

Passarono:

  1. l'ordinamento regionale. Fu aggiunta la Regione del Friuli-Venezia-Giulia alle Regioni ad autonomia speciale e reintrodotte accanto ai Comuni le Province, che il progetto aveva degradato a sole circoscrizioni amministrative di decentramento statale e regionale;
  2. la istituzione della Corte Costituzionale e il sistema per la revisione della Costituzione.

 

Approvate anche le disposizioni finali e transitorie, si volle anche sottoporre il testo costituzionale ad una politura letteraria ad opera di illustri linguisti, quali Antonio Baldini, Concetto Marchesi e Pietro Pancrazi.

Il giorno 22 dicembre 1947 il testo definitivo del progetto con i suoi 139 articoli e le disposizioni finali e transitorie, venne sottoposto al voto segreto di tutti i 515 «costituenti» presenti alla solenne seduta - anche il Presidente Terracini volle partecipare alla votazione, abbandonando il suo seggio a un Vice Presidente -, ed esso risultò approvato con 453 voti favorevoli e 62 contrari.

Proclamato l'esito della votazione fra generali applausi e conclusa la seduta in un'atmosfera di soddisfazione e anche di commozione, dopo i discorsi dell'on. De Gasperi e di Vittorio Emanuele Orlando, l'Assemblea Costituente non si sciolse ancora. Una disposizione transitoria della Costituzione stabiliva infatti che essa sarebbe stata convocata per deliberare, entro il 31 gennaio 1948, sulla legge per l'elezione del Senato, sugli Statuti regionali speciali e sulla stampa. Inoltre l'Assemblea avrebbe mantenuto, fino alla elezione delle nuove Camere, i compiti di controllo politico e di attività legislativa, che il decreto legislativo istitutivo del 1946 le aveva conferito; e in effetti le Commissioni permanenti, da essa costituite per l'esame dei progetti legislativi del Governo, rimasero a disposizione di questo.

Nel periodo residuo della sua attività di corpo politico, l'Assemblea Costituente approvò, con leggi costituzionali, gli Statuti della Sardegna, della Valle d'Aosta, del Trentino-Alto Adige e della Sicilia.

emblema-Repubblica-italiana.jpgInfine approvò, completando la disposizione costituzionale sulla bandiera nazionale, l’emblema dello Stato: «La stella a cinque raggi di bianco bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota d'acciaio dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso, con la scritta in bianco in carattere capitale: Repubblica Italiana».

  

Bibliografia:

Antonio Amorth, I lavori dell'Assemblea Costituente

     in “Dal 25 luglio alla Repubblica. 1943-1946”, ERI 1966

Lire la suite

Quei duemila carabinieri deportati dalla Capitale

17 Octobre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Sono migliaia i carabinieri che hanno combattuto nelle file della Resistenza o sono morti nei campi di prigionia,dopo aver rifiutato l’adesione alla repubblica di Mussolini. Di loro si è sempre parlato troppo poco, anche se si trovano carabinieri in tutte le grandi formazioni partigiane in Italia e all’estero. Come non si ricordano mai abbastanza i carabinieri che presero parte alle Quattro giornate di Napoli o i giovani “allievi” che a Porta San Paolo, a Roma, con i soldati e la popolazione, opposero una eroica resistenza armata all’invasione nazista della Capitale. E come non ricordare Salvo D’Acquisto, gli eroici carabinieri di Fiesole (Firenze) massacrati dai fascisti e dai nazisti, o gli ufficiali e militari uccisi alle Ardeatine?

C’è un episodio poco noto, ma dolorosissimo, che si svolse a Roma, durante l’occupazione nazista: la deportazione di oltre duemila carabinieri poi trasferiti nei lager e sottoposti, come al solito, ad ogni tipo di tortura, alla fame, al freddo per poi finire nelle camere a gas.

La studiosa e storica Anna Maria Casavola ha condotto una straordinaria inchiesta su quella deportazione dei carabinieri e ne ha ricavato un bel libro dal titolo: 7 ottobre 1943 - La deportazione dei carabinieri romani nei lager nazisti (Edizioni Studium, Roma).

Abbiamo ripreso dal volume, autorizzati gentilmente da Anna Maria Casavola, che ringraziamo, il racconto del viaggio dei carabinieri verso la prigionia e alcune terribili testimonianze.

LA DEPORTAZIONE RIMOSSA

copertina libro 7 ottobre 1943Il libro di Anna Maria Casavola fa finalmente luce sull'internamento da Roma dei Carabinieri catturati dai nazisti con l'acquiescenza delle autorità fasciste

Per 60 anni gli archivi storici dell'Arma dei Carabinieri hanno gelosamente custodito in silenzio la memoria del concentramento e della cattura di circa 2.500 Carabinieri presenti a Roma e della loro deportazione nei campi di internamento militare il 7 ottobre 1943, nove giorni prima della razzia nel Ghetto di Roma e della deportazione di 1.024 ebrei. Essi costituivano un patrimonio di forza addestrata, di conoscenza investigativa e di capacità organizzativa di uomini che, per la loro lealtà istituzionale, non apparivano affidabili agli occupanti nazisti e ai loro collaborazionisti della RSI. Un potenziale che, affiancato alla Resistenza - armata e non - del Fronte militare clandestino e dei partiti interni ed esterni al Comitato di Liberazione Nazionale, avrebbe reso difficilmente controllabile la Capitale.

Grazie all'accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati e, soprattutto, a diari e testimonianze dirette di giovani allievi e maturi sottufficiali, ufficiali di carriera e militari volontari, il volume segue la vicenda da prima della cattura all'estenuante viaggio su carri ferroviari, all'internamento nei Lagere indaga sulle ragioni del rifiuto che - al pari degli altri 600.000 militari italiani - anche i Carabinieri provenienti da Roma (ma originari di ogni parte d'Italia) opposero alle lusinghe di chi li allettava ad arruolarsi nella RSI e ad entrare a far parte della Guardia Nazionale Repubblicana, di fatto sottoponendosi all'inquadramento e agli ordini della Milizia fascista e scegliendo di reprimere la rivolta di altri italiani contro l'occupante nazista.

L'occasione e la ricchezza documentaria delle testimonianze raccolte ha offerto all’Autrice la possibilità di affrontare anche altri aspetti della partecipazione dei Carabinieri alla Resistenza, fatto corale e non di singoli. Nuova e sorprendente luce, infine, viene fatta anche sulla liberazione di Mussolini dalla custodia di Campo Imperatore.

Lire la suite

16 ottobre 1943: il "sabato nero" del ghetto di Roma

16 Octobre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

    1911-sinagoga-Roma-copie-1.jpg La sinagoga di Roma

Ghetto di Roma, 16 ottobre 1943: alle 5.15 del mattino le SS rastrellano 1.024 persone. Due giorni dopo, diciotto vagoni piombati partono dalla stazione Tiburtina diretti al campo di concentramento di Auschwitz: solo sedici persone faranno ritorno.

È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05  del 18 ottobre,  diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.

Documenti emersi dagli archivi americani fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirlo.

Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione.

 

L’oro di Roma

La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà,  Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi,  Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell'oro avviene non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, e precisamente al numero 155, che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma formalmente “l'Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” (è ora sede del Museo Storico della Liberazione).

Kappler non si presenta. Non vuole abbassarsi alla formalità di ricevere quell'oro che ha estorto. Si fa sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura viene eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata viene registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell'operazione, mentre Almansi ha segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate sono nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritano ancor di più il capitano che si oppone anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio, cioè ripetere l'operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz dà l'ordine di ripetere le pesate. I chili sono 50.

 

La retata

La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti.

Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara furono tradotti alla stazione Tiburtina, e da lì ad Auschwitz.

     foto 5  Auschwitz campo di sterminio

 

Il rapporto di Kappler sulla deportazione degli ebrei romani
rapporto Kappler arresto e deportazione ebrei romani

Lire la suite

1° ottobre 1943: Napoli era libera

3 Octobre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Alcune testimonianze di napoletani che sono stati protagonisti di quei giorni drammatici.

Intanto la liberazione del Sud si completava rapidamente. Dopo un facile sbarco a Taranto il 9 settembre le avanguardie britanniche si spinsero nella Penisola Salentina e verso Brindisi. A Bari giunsero la sera del 15. Attaccati a Gioia del Colle, i tedeschi si ritirarono a nord del fiume Ofanto, mentre soldati italiani e popolo insorgevano a Matera, Rionero in Vulture e in altri centri e si liberavano. Avanzando in Calabria, il XIII Corpo britannico occupò Crotone, Castrovillari e Belvedere e si diresse quindi da una parte verso Potenza e Taranto, dall'altra verso Salerno. Il congiungimento con la V Armata avvenne a Vallo della Lucania il 16 settembre, quando cioè la crisi era già stata superata.

L'incontro fra i comandanti delle due armate fu cordiale solo in apparenza. Durante la crisi, Montgomery aveva inviato al collega americano un messaggio: «Quando ci riuniremo sarà un gran giorno». Clark l'aveva commentato ironicamente, perché era sicuro che l'VIII Armata sarebbe arrivata a cose fatte. Ora, mentre sorrideva a Montgomery, Clark ripensava al brutti momenti passati in quei giorni. 

«Avevo posto il mio quartier generale - ricorda Clark - sulla spiaggia vicino al fiume Sele, e quella notte, la prima notte che io passavo a terra, i tedeschi arrivarono fin là e facemmo appena in tempo ad andarcene. Ma era normale che i tedeschi attaccassero in quel punto, tra il settore inglese e quello americano, per cui la situazione fu estremamente critica per due o tre giorni. Ma io ero convinto che i nostri uomini avrebbero tenuto duro, e così infatti fecero, per cui alla fine potemmo proseguire verso il nostro obiettivo: Napoli ». 

Nessuna città aveva sofferto per la guerra quanto Napoli. Oltre cento bombardamenti aerei avevano fatto 22.000 morti. I tedeschi completarono l'opera finendo di distruggere il porto.

1943-Napoli-molo-bombardato.jpg

Con l'8 settembre la pazienza era giunta al limite. La tracotanza dei nazisti, che avevano occupato la città, si aggiungeva alle miserabili condizioni della gente e le esasperava. Mancava l'acqua, si soffriva la fame. E la rivolta covava.

Il 12 settembre il comando tedesco della piazza aveva proclamato lo stato d'assedio minacciando per ogni soldato ferito o ucciso rappresaglie cento volte maggiori. Gli avvisi recavano una firma che i napoletani non avrebbero più dimenticato, un nome che è rimasto il simbolo di tutte le loro sofferenze: il colonnello Scholl.

avviso-tedesco-ai-Napoletani.jpg

Il 22 settembre un nuovo bando: si ordina di sgomberare entro le 24 ore tutta la fascia costiera della città per una profondità di 300 metri. Significa che 150.000 persone devono lasciare le loro case e cercare un alloggio impossibile. Gran parte della città si svuota. Sembra che Scholl sia riuscito nel suo intento di terrorizzare i napoletani. In realtà non ha fatto che esaltarne la rabbia. Nessuno ubbidisce più ai nuovi bandi. Al decreto per il servizio obbligatorio del lavoro sono attese 30.000 persone e se ne presentano 150. Scholl s'infuria. Ordina la deportazione della popolazione maschile. Chi non si presenta sarà fucilato.

Egli non immagina che questa città, nota per la sua gentilezza e la sua bonaria filosofia, stia per ribellarsi. Una rivolta spontanea che scoppierà dappertutto, senza piani ne ordini. Ecco diverse testimonianze di napoletani che rievocano quei giorni drammatici: 

Napoli-1943-distribuzione-armi.jpg

« Il 27 sera s'è incominciato a sentire qualche sparo sporadico e ciò fu dovuto proprio al rastrellamento che avevano iniziato i tedeschi, dopo i bandi. Ma questi tedeschi che non conoscevano la città erano accompagnati dai fascisti collaborazionisti i quali conoscendo le famiglie che avevano dei giovani, accompagnavano i tedeschi fin nelle case di questi, anche loro amici che in quel momento avevano dimenticato la vecchia amicizia. Da qui nacque una specie di organizzazione in questo senso, che molti giovani si raggruppavano in un sol posto, in una cantina, in una chiesa, non so, è vero, in un palazzo, in una masseria, e quando si è saputo che i rastrellamenti sarebbero stati ancora più intensificati allora si è pensato alla difesa». 

«Qui al Vomero i combattimenti hanno avuto inizio la sera del 27; uscimmo dalle Selve di Case Puntellate giù alle spalle e ci avviammo verso il centro. Il primo scontro con i tedeschi lo abbiamo avuto in via Bellini ed è stato in quel posto che verso le 18 circa incontrammo per la prima volta il professor Tarsia. Ci fu simpatica la sua figura di vecchio arzillo il quale portava uno scollino rosso al collo e con un bastone in mano si mise a gridare: “Dai, andiamo addosso ai tedeschi, questi disgraziati che vogliono creare una colonia tedesca qui in Italia!". La figura del vecchio ci piacque, allora pensammo di tenerlo come il simbolo dell’insurrezione del Vomero e lo facemmo comandante, comandante affibbiandogli il titolo di colonnello perché non sapevamo se era o non era militare, ma per dare un titolo specifico e alto lo chiamammo colonnello».

«Allora si è cominciato a dare addosso ai tedeschi per impedire che mettessero queste mine. E le armi so' state portate da delle donne, da dei ragazzi, da noialtri stessi, insomma c'è stata una collaborazione direi quasi di tutto il quartiere, non soltanto di noi adulti, di noi giovani, ma c'erano dei vecchi, c'erano delle donne; mi ricordo che dei cestini di bombe a mano ci sono state portate da una ragazza, da una popolana, e lei ci portava le bombe a mano che noi dalla terrazza tiravamo contro questi guastatori per disturbarli nella loro azione. Così v'è stata sparatoria lì fino alla sera e mano mano però si è cominciato a sentire anche per tutta Napoli le sparatorie; giungevano notizie: al Carmine si combatte, sul ponte della Sanità si combatte». 

«Quando i tedeschi stavano per far saltare il ponte della Sanità che è lassù, un sottotenente dell'esercito, Dino Del Prete, organizzò una certa difesa con una barricata e contemporaneamente da quella terrazza, da questa di fronte a me e da questa dove ci troviamo noi, dei patrioti incominciarono a sparare ». 

«L'azione del 28 fu indubbiamente una delle più importanti che si ebbero qui a Napoli sia per la intensità del combattimento e sia per lo scopo che raggiungemmo, cioè quello di evitare che venisse minato il ponte della Sanità. Già i tedeschi avevano scaricato queste due cassette e si accingevano, appunto, a metterle sotto una parte laterale del ponte, precisamente in quella zona lì dove c'è una birreria. Ci fu uno scontro violentissimo: mentre noi sparavamo e avanzavamo contro i tedeschi in campo scoperto, loro avevano il grande vantaggio non solo di sparare con armi automatiche ma di essere assolutamente riparati. L'azione fu felice, riuscì. Infatti riuscimmo a neutralizzare i tedeschi: ci furono naturalmente dei feriti, altri scappavano e così riuscimmo a togliere le cassette dove erano già le micce non ancora accese, per la verità, e a evitare la distruzione del ponte della Sanità». 

«E allora il giorno appresso quando sono scesi con i carri armati hanno sparato alla loggia delle suore filippine, e so' morte nove, dieci persone. Quindi noi perciò anche la notte e il giorno abbiamo tenuto sempre fermi questi uomini credendoci quindi che loro ci assalissero. Dopo scesero i carri armati e durante questa sortita vi furono diversi morti perché i carri armati spararono non solo con mitraglie ma spararono anche con dei cannoni che avevano sia il primo sia il secondo carro». 

«E anche qui alla discesa morirono, anche al Reparto, alla Salute, alla Duchessa, all'Ascesa, è vero, di via Pessina. Hanno colpito parecchia gente e sono morte parecchie persone. Non so se rendo l’idea ... È logico che se noi non avessimo fatto questo chi lo sa che cosa sarebbe successo». 

La mattina del 29, quando sono arrivato, qui, nella zona di Santa Teresa, ho già trovato molti uomini organizzati più o meno così, sommariamente, e immediatamente io mi recai verso Capodimonte: la dove si trovavano i tedeschi asserragliati nel bosco di Capodimonte. Intanto man mano dalle varie zone sia della via Fonseca, che dalla Stella che da Mater Dei, venivano giù gruppi di uomini, sì, gruppi di uomini armati più o meno nel migliore dei modi perchè armi erano state reclutate sia presso la caserma dei carabinieri che presso un deposito della marina che si trovava giù alle fontanelle di Mater Dei.

Allora si pensò di costruire una barricata e a tal uopo ci servimmo di una vettura tramviaria che era rimasta ferma proprio in quella zona; quindi si rese necessario far scendere giù da Mater Dei un mezzo dei vigili del fuoco che ci potesse aiutare con delle corde a capovolgere questa vettura tramviaria. Capovolta la vettura tramviaria il resto della strada fu coperto da carrettini della nettezza urbana e da mattoni e da basoli che furono divelti proprio dalla strada in modo che si creò addirittura uno sbarramento su via Santa Teresa. E questo durò per tutta la giornata fino alle quattro, quattro e un quarto del pomeriggio quando venne segnalata la presenza di carri armati che scendevano giù da Capodimonte. Allora fu veramente difficile soprattutto allontanare le donne e i bambini che si trovavano al centro della strada». 

«Mio figlio aveva 17 anni. È uscito verso le quattro e mezza da casa. Si è unito al tenente Falda che comandava questi ragazzini, erano una cinquantina di ragazzi. Allora il tenente disse: - chi è che vuole uscire in mezzo per i tedeschi a bruciare quel carro armato? - Allora il ragazzo si è levato le scarpe e ha detto, dice: vado io - il più audace! È uscito in mezzo 'a strada, teneva un bottiglione di benzina e poi ha buttato la bomba sul carro armato e ha incendiato il carro armato. Il ragazzo stava scappanno per salvarsi. Allora tutti insieme per via Roma, via Toledo, venivano delle camionette con i tedeschi con le mitragliatrici e mi hanno mitragliato il ragazzo, mi hanno levato le gambe al ragazzo. Il ragazzo è andato a terra e buttava sangue; chiamava aiuto, il ragazzo, ma non c'era nessuno che lo poteva aiutare. La mattina so' venuti verso le sette al balcone, mi hanno venuto a chiamare: - Pasquale sta ferito sotto a nu' palazzo. Jamme, venite, venite! - 'I dice: - Nunziatina, hanno ferito a Pasquale! -. Figurate, io ero la madre, no! Scappai, scappai, e in mezzo alla strada di via Roma ci sta un'altra strada, e in terra stavano tutti figli tutti ammazzati! Figurarsi, io corsi, io e mia nuora, e lo vedetti di sotto a 'nu palazzo 'n coppa a 'na sedia a sdraio, già muorto, 'o figlio mio. Ma se non so' morta chillu giorno nun more chiù, vedenno un figlio accussì bello, buono, tutte teneva tutte le qualità 'sto figlio mio, tutto, tutto buono era! » . 

«Alla discesa di questi carri armati si tentò di fermarli, ma invano, con delle bombe a mano, con delle bottiglie di benzina, insomma con delle armi rudimentali che si preparavano stesso sul posto, armi che venivano man mano rifornite da una ragazza, da una certa Maddalena Cerasuolo che allora aveva diciotto, diciannove anni, se ben ricordo, e che è stata veramente di aiuto a tutti quanti ». 

«Sì, il primo giorno delle bombe facemmo un posto di guardia, qui, un po' più avanti del ponte, ed ero io, mio padre ed altri diciassette uomini che facemmo una nottata intera dove stavano i tedeschi. La mattina dissi: - voglio sparare anch'io. - Un ragazzo disse: - questo è un 91, lo sai sparare? - Disse mio fratello: - adesso glielo insegno io! - E così il primo colpo che ho tirato sono andato a finire con la testa al muro».

«Le azioni naturalmente continuarono con maggiore violenza il 29 mattina, perché il 28 eravamo in pochi, pochissimi. Con noi parteciparono all'azione i carabinieri. Ci suddividemmo qua sulle diverse terrazze: questa terrazza, l'altra terrazza che c'è là vicino. Alcuni sparavano, è vero, dai ponti Rossi, e naturalmente, questa azione fece sì che i tedeschi cominciarono ad allontanarsi».

«Il primo gruppo di ostaggi che io ho visto trasportare al campo sportivo sono stati quelli di via Bernini, circa due camion, portandoli qua, sistemandoli dove ci sono attualmente quelle tribune. Allora decidemmo di attaccare il campo sportivo. Noi partigiani del Vomero, combattenti vomeresi, siamo fieri e molto di una sola cosa: quella che possiamo avere il vanto che la prima bandiera sventolata dai tedeschi è stata da quella finestra, perché è stato qua che loro alle due di notte si sono arresi con un trucco che usammo. Essendo restati solamente in otto o nove partigiani a presidiare il campo con i tedeschi dentro, facemmo finta di essere circa otto compagnie chiamando dalla prima all'ottava compagnia; contemporaneamente facemmo uscire i vecchi e le donne dai ricoveri con i bambini che facevano rumore con latte e pentole gridando: - abbasso i tedeschi, assaltiamoli, ammazziamoli, non ne lasciamo scappare uno - tanto che il capitano Sakan, con tutto il suo decantato coraggio, a un certo punto sentì il bisogno di parlamentare».

«Quando finì l'azione al campo sportivo, ché i tedeschi che erano nel campo sportivo si arresero, fecero un accordo, pare la sera del 30, che avrebbero rilasciato subito gli ostaggi che avevano, pare che erano in numero di quarantasette, qualche cosa del genere, e che avrebbero lasciato tra la notte e il mattino, è vero, dal 30 al 1° ottobre, la città senza colpo ferire ma senza neppure essere disturbati o offesi dai partigiani.

L'accordo in città fu mantenuto alla lettera e dagli uni e dagli altri, però i tedeschi, appena arrivati sulle colline di Capodimonte, cioè fuori dalla cerchia della città, vennero meno a quella parola che avevano dato, piazzarono le batterie e le autoblinde, adesso non so con certezza, e incominciarono a sparare indiscriminatamente sulla città mietendo moltissime vittime ». 

All'alba del 1° ottobre gli Alleati partirono per compiere l'ultimo tratto di strada che li separava da Napoli. Potevano avanzare liberamente senza bisogno di esploratori. L'unico ostacolo era rappresentato dalla folla che si riversava nelle strade a salutarli.

L'entrata in città avvenne alle nove e mezza, mentre nei quartieri alti si combatteva ancora contro i franchi tiratori. Ecco la testimonianza di Maddalena Cerasuolo la giovane che abbiamo già saputo essere stata di grande aiuto per i combattenti napoletani: 

«I tedeschi andarono via ma i fascisti ci diedero filo da torcere. Sparavano dai balconi, dalle finestre, dalle terrazze, nascosti però, non a faccia a faccia. Gli americani già erano entrati da giù verso Santa Teresa... Noi sparavamo allora contro una finestra e io stavo inginocchiata a terra, quando vedo un pezzo di colosso così e non li conoscevo gli inglesi, gli americani, non li avevo mai visti. Mi guardò perché avevo le giberne, l'elmetto e compagnia bella disse: - okey! - Non posso mai dimenticarlo. Agli altri gli prendeva il fucile e lo spezzava; a me disse: - presto, tu passa! - perché io feci cenno di volerlo tenere per me stessa, per ricordo. Feci così, lui mi capì e mi disse: - presto, tu casa, okey, okey! - Poi facemmo un grande corteo e andammo per via Roma: c'era la musica, si cantava il "Piave". A me una crocerossina mi diede un fascio di fiori. E pe' tutta via Roma si cantava. Andammo a palazzo reale; lì c'erano le avanguardie, c'era Montgomery, un certo generale Hunt. Allora mi fecero cenno di salire e io con i fiori non sapevo come parlare, non li avevo mai visti. Uscii anch'io al balcone. Dissi: - vi porto questi fiori a nome di Napoli e che voi siate i benvenuti. - E lui mi diede un bacio qui e un bacio qui. Mi baciò ... Montgomery».

Napoli era libera: ma mentre l'euforia della liberazione a poco a poco si spegneva, apparivano, con accresciuta evidenza, tutte le sue piaghe.

L'amministrazione alleata doveva affrontare i problemi di una città di oltre un milione di abitanti, privi di viveri, di lavoro, di risorse. Crollata la vita economica non c'erano altre possibilità che quelle offerte dagli Alleati. Fuori degli uffici le file dei disoccupati erano lunghissime, e chi poteva cercava di arrangiarsi.

Intanto nel porto, miracolosamente riattivato in appena 72 ore, le prime navi attraccavano a banchine improvvisate, scaricando materiale, munizioni e anche viveri per la città.

1944 agosto aiuti Alleati

Da qualche mese Napoli era affamata. In settembre la razione giornaliera di pane era scesa a 100 grammi. Negli ultimi giorni pane e farina erano scomparsi del tutto. Era inevitabile che si ripetessero le scene cui gli Alleati avevano già assistito più a Sud; a Napoli di nuovo, c'erano le proporzioni: una fame molto più grande, perché accumulata, nei giorni, nelle settimane, nei mesi, e una popolazione vastissima.

I problemi di ogni giorno, che lo slancio della lotta contro i tedeschi aveva accantonato, si riproponevano drammaticamente. Nelle quattro giornate c'erano il furore e la speranza. Ora si avvertiva un'inquietudine nuova mentre si annunciava un inverno lungo e grigio.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

Lire la suite