Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

il tram passa da Lissone

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Nel 1907, trascorsi alcuni decenni dall'apertura della stazione di Lissone, si costituì la Società tranvie elettriche Briantee che si occupò della gestione di quella linea tranviaria tanto importante per la "Brianza mobiliera", cioè della Monza-Lissone-Desio-­Seregno-Meda-Mariano Comense-Cantù.

tramvie briantee

L'11 aprile 1907, nel Consiglio comunale si decise la partecipazione del Comune di Lissone all'impresa della Società per le tramvie elettriche Briantee.

 

1907 per tramvia

Emilio Magatti, nominato rappresentante comunale nel consorzio, ebbe il compito di stipulare gli atti di concessione e di tenere i rapporti con i rappresentanti degli altri comuni.

Nel giugno 1910 fu introdotta la corrente elettrica necessaria alla trazione del tram e la linea tranviaria entrò in funzione  nel mese di luglio.

Durante i lavori fu abbattuto l’oratorio di San Rocco, che sorgeva sull’angolo meridionale costituito dalla via Pietro da Lissone e dalla via Monza.

 

oratorio di San Rocco

Si trattava di una chiesetta eretta nel 1514 per ottenere la protezione di San Rocco contro il diffondersi delle epidemie di peste. L'edificio, però, impediva al tram di compiere la curva necessaria al tragitto previsto.

Il percorso del tram, una volta entrato in Lissone dalla via Monza proseguiva per via San Rocco fino a piazza Garibaldi, poi a sinistra lungo via Baldironi, via Besozzi, via Milano (attuale via Matteotti) e proseguiva in direzione di Desio, Seregno, Meda per arrivare a Cantù.

Quattro erano le fermate del tram in Lissone. La linea tranviaria funzionò fino al novembre del 1952.

 

tram Monza Cantu 

 

tram piazza Garibaldi tram via matteotti

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L’antico Comune di Cassina Aliprandi

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

stemma Cassina Aliprandi 

stemma del Comune di Cassina Aliprandi

 

La superficie comunale era di 146,64 ettari. Il 72,1% del territorio era occupato dai terreni arativi (a coltura cerealicola), il 21,6% dai vigneti, il 4,6% dai boschi e l'1,7% da edifici ed orti.

Numerosi i gelsi presenti sul territorio comunale: un rilevamento del 1858 computò ben 1554 "moroni", con un aumento di tre volte e mezzo rispetto al dato di metà Settecento.

 

Ciò era in correlazione al vertiginoso sviluppo dell'allevamento del baco da seta, legato alle forti richieste da parte del settore manifatturiero tessile.

castello-bachicoltura.JPG

doppio castello per la bachicoltura

 

Con la Seconda Guerra d'Indipendenza (1859) la Lombardia fu aggregata allo Stato sabaudo, formando così il primo nucleo di quello che, con le successive annessioni degli altri Stati preunitari, sarebbe diventato, di lì a breve, il Regno d’Italia, ufficialmente proclamato nel 1861.

1861 Italia

 

Uno dei primi atti del nuovo governo fu la riforma delle amministrazioni locali. In ottemperanza alla nuova “legge comunale”, il comune di Cassina Aliprandi riunì per l'ultima volta il proprio Convocato il 3 dicembre 1859, onde procedere alla formazione della “lista elettorale” da cui sarebbe poi sortito un Consiglio Comunale (composto da quindici membri aventi mandato quinquennale con rinnovo annuale di tre clementi); questa assemblea avrebbe poi espresso una Giunta Municipale, formata da due assessori (più due supplenti) annualmente eletti, e dal sindaco, capo dell’amministrazione comunale designato però con nomina regia, effettuata su segnalazione del prefetto e del sottoprefetto), avente mandato triennale.

Con la subentrata riforma dei compartimenti civili il Comune di Cassine Aliprandi venne inserito nel Mandamento di Desio, appartenente al Circondario di Monza, in Provincia di Milano.

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La sede della Pretura era a Desio, mentre quella del Tribunale era a Monza.

Il 20 aprile 1860 il sindaco Passoni, a nome della comunità, scrisse al re Vittorio Emanuele II un'appassionata lettera di adesione ai progetti di unità nazionale.

Sempre in quell'anno fu formato il contingente locale della Guardia Nazionale.

 

L'approvvigionamento idrico del comune era, da sempre, affidato ai pozzi. All'epoca se ne contavano cinque: due alla Cascina S.Margherita, due alla Cascina Aliprandi ed uno alla Cascina Bini. Ad uno specifico rilevamento condotto nel 1865 le acque di tutti furono giudicate di buona qualità.

La popolazione locale si era ormai attestata ad una quota di poco inferiore alla 500 unità. Nel 1861 furono ufficialmente computati 491 residenti (di cui 483 effettivamente presenti) in occasione del primo censimento generale dell’Italia unificata.

Quasi tutti gli abitanti svolgevano mansioni connesse all’agricoltura: qualcuno come piccolo possidente o affittuario, qualcuno come massaro o fattore dei grandi proprietari, altri ancora come fittavoli minori, i restanti come semplici dipendenti.

Qualche famiglia aveva affiancato all’attività agricola qualche altro lavoro complementare come la tessitura del cotone.

Alcune abitazioni versavano in precarie condizioni igieniche e i loro occupanti erano a rischio di malattie infettive.

Nel 1857 si era verificata un'epidemia di colera (si ripeterà anche dieci anni dopo, nel 1867) e il medico della condotta, comprendente i Comuni di Cassina Aliprandi e Seregno, dottor Luigi Ripa, di origini pavesi, si prodigò allestendo una “casa di soccorso” per gli ammalati, oltre ad adoperarsi in seguito ad incentivare il miglioramento delle condizioni di igiene 
pubblica oltre a diffondere la pratica della vaccinazione fra gli abitanti delle tre cascine.

 

Dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, il Comune di Cassina Aliprandi venne a trovarsi nella strana situazione di gravitare, ben più di quanto non fosse mai avvenuto in passato, nella sfera d'attrazione lissonese: i sindaci delle due località erano padre e figlio, rispettivamente Carlo Arosio sindaco di Lissone e Pietro Arosio sindaco di Cassina Aliprandi mentre a segretario comunale di entrambe vi era Ferdinando Rivolta, pur esso di Lissone.

1866-Lissone.JPG

 

Inoltre, a legge del 20 marzo 1865 sulle amministrazioni locali, prevedeva l’eventualità del "concentramento di Comuni", ovvero la possibilità che un Comune fosse soppresso (ed aggregato ad uno limitrofo più consistente), qualora avesse avuto ridotta popolazione e difficoltà ad ottemperare alle nuove ed onerose incombenze amministrative attribuite dal legislatore all’ente comunale. Per Cassina Aliprandi venne proposta l’aggregazione con Desio, così da non modificare i confini mandamentali.

Il 30 novembre 1868, si riunì, con convocazione straordinaria, quello che alla luce dei successivi eventi, sarebbe alfine diventato l’ultimo Consiglio Comunale aliprandino.

Ma il 10 febbraio 1869 il Ministero degli Interni, attraverso il prefetto di Milano, sollecitava il Consiglio Comunale di Lissone a deliberare circa la disponibilità ad accettare o meno l’aggregazione del Comune di Cassina Aliprandi. E così, il 3 marzo 1869, s’adunò in seduta straordinaria il Consiglio Comunale di Lissone; il sindaco rimarcò “la convenienza della proposta di aggregazione”  che venne approvata a condizione che non venissero poste in carico le eventuali passività di bilancio del sopprimendo Comune di Cassina Aliprandi.

La delibera fu quindi inoltrata alle autorità competenti.

Altri comuni, compresi vari della Brianza, seguirono analoga sorte.

Il 1° aprile 1869 da Firenze, allora capitale del Regno d'Italia, fu emesso il Regio Decreto n. 4992, con il quale il Comune di Cassina Aliprandi veniva dichiarato “soppresso ed aggregato a quello di Lissone” a partire dal 1° giugno successivo.

Il documento, recante la firma del re Vittorio Emanuele II, venne registrato presso la Corte dei Conti alcuni giorni più tardi.

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un Regio Decreto emesso nel 1866 da Re Vittorio Emanuele II da Firenze, allora capitale del Regno d'Italia. La capitale del Regno d'Italia era stata spostata da Torino a Firenze l'anno precedente (1865). 

Il 1° giugno 1869, martedì, alle ore 9 del mattino, Pietro Arosio poté procedere al suo ultimo atto da sindaco, sottoscrivendo la chiusura dei Registri dello Stato Civile.

La storia del Comune di Cassina Aliprandi, dopo una plurisecolare vicenda di significativa autonomia, era finita.

In quello stesso 1° giugno 1869 si tenne, in convocazione straordinaria, la seduta d'esordio del nuovo Consiglio Comunale di Lissone "ingrandito". L'assemblea eletta qualche giorno prima, annoverava anche tre ex-consiglieri aliprandini.

 

 

1870 fine Cassina Aliprandi 

Il subentrato "concentramento" veniva ad aumentare di quasi il 20% la superficie del vecchio Comune lissonese (che, peraltro, ora annetteva un territorio ben maggiore della quota ceduta a metà Cinquecento al costituendo Comune aliprandino, poichè inclusivo anche delle porzioni un tempo appartenenti a Macherio, Desio, Sovico, Seregno ed Albiate) inoltre ne incrementava la popolazione del 13% circa.

Il paesaggio campestre attorno ai tre nuclei cassinari divenuti frazioni lissonesi si conservò sostanzialmente inalterato fin attorno alla metà del Novecento.

 

Bibliografia:

Eugenio Mariani – L’antico Comune di Cassine Aliprandi – S. Margherita – Aliprandi - Bini

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La situazione delle scuole lissonesi, dai primi anni del novecento all’avvento del fascismo

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Nel 1910 la situazione delle scuole lissonesi era allarmante in quanto le aule erano sostanzialmente ridotte a ventidue, dislocate in via Aliprandi, di proprietà della famiglia Paleari, a cui si dovevano aggiungere, causa l'alto tasso di crescita della popolazione, altri locali adibiti a scopi didattici sparsi per il paese, la cui presenza era dovuta all'impossibilità di ampliare l'unico edificio scolastico del centro. Quest' ultimo e le relative aule aggiunte erano frequentate nel 1912 da 1.594 alunni.

I bambini delle frazioni (149 alunni) erano alloggiati in due locali che tutto avevano meno l'apparenza di aule scolastiche.

Interessante notare che le classi nel 1912 erano formate da una media di 57 alunni ciascuna.

L’edificio di via Aliprandi non consentiva l’aggiunta di aule, impedendo di rispondere alla necessità di ampliamento richiesta dall'esuberante crescita della popolazione lissonese.

Il Consiglio comunale era intenzionato a costruire due scuole nel centro cittadino a cui si doveva aggiungere una terza nella frazione Santa Margherita.

Sempre nel 1910, la pubblica amministrazione decise di trovare una nuova sede. Venne così stabilito di acquistare una delle proprietà del dott. Emilio Magatti per risolvere entrambi i problemi, ovvero di provvedere urgentemente all'erezione del fabbricato scolastico e la costruzione di una decorosa residenza per gli uffici comunali.

La sede municipale, situata all’angolo tra Via SS. Pietro e Paolo e Via Aliprandi, di proprietà della ditta Ferdinando Paleari e Figli, non era più adeguata per far fronte alle esigenze: mancavano lo spazio per la conservazione dell'archivio comunale, l’aula per le adunanze del Consiglio comunale e di un locale per le riunioni della Giunta. Inoltre la sede municipale era sprovvista della sala per le udienze del giudice conciliatore, con relativo archivio, e dei magazzini per il deposito del materiale per i pubblici servizi come pompe d'incendio, carro ambulanza, etc.

La proprietà Magatti, posta in via Paradiso n° 1, era formata da un'abitazione civile di 30 locali, da alcuni rustici e terreno annesso.

 

 

vecchio municipioPer vari motivi, passarono, però, altri dieci anni, prima che si iniziassero i lavori per la costruzione del nuova scuola sull'ex area Magatti. Si trattava della futura scuola elementare Vittorio Veneto (sede dell’attuale Biblioteca civica).

Il fabbricato venne aperto agli scolari nel novembre del 1924, anche se i lavori di rifinitura si
protrassero sino all'agosto del 1925.
In questo periodo il Comune era retto da un commissario: Carlo De Capitani da Vimercate.

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Nel novembre del 1927 la nuova scuola venne intitolata a Vittorio Veneto, e, come era usuale sotto il regime fascista, alle singole aule vennero attribuiti i nomi alle principali località della “grande guerra” che furono «segnate dal sangue e dal valore dei soldati d’Italia».

 aula scolastica fascismo

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La funzione della scuola dopo l’Unità d’Italia

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #L'ITALIA tra Ottocento e Novecento

«L’Italia è fatta, ora occorre fare gli italiani»

 

1861-Italia.jpg  Vittorio-Emanuele-II.jpg

il Regno d'Italia nel 1861 e il Re Vittorio Emanuele II

 

I governi, nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, tenteranno di utilizzare gli strumenti di una pedagogia nazionale con lo scopo di «fare» i nuovi italiani. Si trattava di creare una cultura comune, cultura «intellettuale» e cultura politica essendo indissolubili.

La parola d’ordine fu l’educazione: per mezzo dell’educazione si dovevano formare gli italiani, insegnare loro i valori della patria, della monarchia, l’amore del Paese e del sovrano. E soprattutto preparare le future classi dirigenti.

Il primo ostacolo a questa unificazione culturale era la lingua. Doppio problema, in realtà, a causa della mancanza di una lingua comune, che testimoniava dell’incompiutezza culturale del paese, ma sottolineava anche fortemente la frattura tra le élite colte che avevano adottato l’italiano come lingua comune, cioè nel 1860 il 2,5% della popolazione, e la grande maggioranza che utilizzava i dialetti molto diversi tra loro. Questi dialetti erano d’altronde anche delle «lingue», con delle opere notevoli come, a Roma, quella di Gioacchino Belli che compose all’inizio del XIX secolo centinaia di sonetti in «romanesco».

Nel 1868, Alessandro Manzoni, l’autore dei “Promessi sposi”, fu incaricato dal ministro della Pubblica istruzione di redigere un rapporto destinato a «aiutare a rendere più universale, in tutti gli strati della popolazione, la conoscenza della lingua corretta». Questo rapporto mise in evidenza il legame molto forte tra la lingua e il sentimento nazionale e propose una soluzione relativamente autoritaria, scegliendo il fiorentino come modello, cioé imponendo la lingua di alcune élite a tutti gli italiani. Questo implicò, per esempio, di dover scegliere, nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, degli insegnanti toscani. Fu così che all’insegnamento fu affidato il compito di “italianizzare” il paese.

Nel 1861, la situazione, da questo punto di vista, era assai catastrofica: il 78% degli italiani non sapeva ne leggere ne scrivere (54% in Piemonte, Lombardia e Liguria contro il 90% in Sicilia e in Sardegna).

1890 classe elementari

L’organizzazione scolastica si basava su di una legge del 1859, la legge Casati, che regolava l’insieme delle norme, fino all’università, stabilendo il principio di una scuola elementare unica, gratuita ed obbligatoria per maschi e femmine, e dipendente finanziariamente dai comuni, mentre le scuole superiori e le università dipendevano dallo Stato. Questa prima differenziazione indica una ineguaglianza di trattamento e un’emergenza tra l’insegnamento elementare e quello secondario: bene il secondario, e ancor più l’insegnamento superiore, che è oggetto di una reale attenzione dello Stato. Infatti, certi comuni, troppo poveri per finanziare la scuola, la lasciano organizzare dal clero del luogo.

Ogni strato sociale doveva ricevere un tipo di insegnamento specifico: l’insegnamento elementare doveva inculcare nelle classi popolari obbedienza, diligenza, pazienza, amore dell’ordine e del lavoro, mentre l’insegnamento secondario doveva rispondere al desiderio di cultura e d’istruzione delle classi medie che costituivano le forze vive della nazione, i funzionari e gli impiegati di domani, così pure gli insegnanti laici della scuola italiana.

Benché la legge Casati presentasse, nell’Italia di fine XIX secolo, un carattere fortemente innovatore, in quanto strappava parzialmente al clero una delle sue prerogative più importanti, essa andava tuttavia incontro al modo di sentire di una buona parte della classe dirigente, divisa tra il desiderio di imitare i paesi più evoluti nel campo dell’educazione e la paura che l’analfabetismo delle masse non generasse un clima rivoluzionario.

La legge Casati fu sostituita, nel 1881, dalla legge Coppino, più realista: non occorreva dare un insegnamento comune a tutti i ragazzi dai 6 ai 12 anni, e doveva limitarsi alla fascia dai 6 ai 10 anni. «Non dobbiamo dimenticarci – scriveva Coppino – che i bambini del popolo devono apprendere nella scuola primaria la conoscenza e i comportamenti utili alla vita delle famiglie e dei luoghi, e che devono essere aiutati nel loro desiderio di rimanere nella condizione che la natura ha dato loro, piuttosto che di cercare di distaccarsene».

Occorsero vent’anni per formare degli insegnanti validi: nel 1901, diverse scuole di campagna restarono chiuse per mancanza di personale. I risultati si fecero, perciò, attendere e furono contrastanti: l’istruzione elementare restò molto dipendente dalla situazione locale, influenzata fortemente dalla presenza del clero, e riproduceva, dunque, gli squilibri già esistenti nelle varie parti del Paese.

Nel 1901, il 50% della popolazione adulta italiana non sapeva ancora ne leggere ne scrivere (30% nel Nord, 70% nel Sud, mediamente). Tuttavia lo Stato era riuscito ad utilizzare l’istruzione elementare per cominciare a forgiare un sentimento di appartenenza alla comunità nazionale. Il successo di opere come Cuore di Edmondo De Amicis ne è l’esempio. Ma questa istruzione aveva anche alimentato lo spirito battagliero della classe operaia, ormai più istruita, più aperta e quindi più combattiva.

 

Traduzione da un articolo di Catherine Brice, docente all’Università di Paris Est, specialista di Storia politica dell’Italia della fine del XIX secolo

 

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Registro dell’anno scolastico 1861-1862 della scuola elementare del Comune di Lissone (classi I, II e III maschile del maestro Giovanni Mussi)

 

1869 70 registro maschile 1869 70 registro

Registro dell’anno scolastico 1869-1870 della scuola elementare di Cassina Aliprandi (classi I e II maschile e femminile, maestra Maria Brambilla Pisoni). Il comune di Cassina Aliprandi (comprendente le frazioni di Santa Margherita, Bini e Aliprandi) venne unito al Comune di Lissone dal 1° giugno 1869.

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stemma del Comune di Cassina Aliprandi

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I nuovi servizi pubblici

23 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Lissone dopo l'Unità d'Italia

Ufficio postale

I primi giorni d'ottobre del 1889 venne aperto un nuovo ufficio postale con residenza in via S. Carlo, mentre nel 1894 fece la sua comparsa il telegrafo, affidato al commesso postale.

 

Illuminazione pubblica

Pochi anni dopo (1899) il Comune stipulò un contratto con la Società monzese di elettricità affinché fosse installata la conduttura dell'energia elettrica e le relative lampade, garantendo così l'illuminazione del centro abitato, fino a quel momento ancora affidata a lampade a petrolio.

Tuttavia l'arrivo dell'energia elettrica interessò solo il centro del paese.

Le frazioni comunali Aliprandi, Bini e Santa Margherita dovranno attendere il 1925 per avere l'impianto di illuminazione pubblica.

 

Telefono

Per quanto riguarda il telefono, la Società telefonica comense, concessionaria privata, posò i primi cavi grazie ad un accordo stretto con il Comune che avrebbe garantito il servizio per molti anni.

Nel 1913 Lissone aveva 16 abbonati con apparecchi funzionanti (non dimentichiamo che il paese in quegli anni contava più di 10.000 abitanti), due derivazioni, due allacciamenti in corso di esecuzione. In tutto il territorio comunale esistevano solo due linee private con Monza in concessione al cotonificio Alfonso Pessina e alle Tramvie elettriche Briantee.

L'abbonato Pietro Camnasio era autorizzato dalla società privata a «funzionare da posto pubblico».

Anche il municipio aveva un apparecchio nei propri uffici, con derivazione alle scuole comunali di via Aliprandi, mentre si stavano prendendo accordi per provvedere al collegamento diretto con la caserma dei carabinieri, ospitati in un' ala di Palazzo Magatti.

 

Impianto per la distribuzione dell'acqua potabile

Fino al 1910, la raccolta dell' acqua a Lissone era stata assicurata soprattutto dai sette pozzi comunali sparsi per il paese, alimentati da sorgenti sotterranee ad una profondità di circa 30 metri. L'utilizzo dei pozzi presentava tuttavia problematiche di una certa gravità, legate in special modo all'igiene.

Capitava frequentemente che la falda acquifera fosse inquinata dalle infiltrazioni di acque sporche provenienti dai fabbricati e dai pozzi neri.

Nel 1864 furono censiti sette pozzi presenti nel territorio comunale, dislocati principalmente nel
centro cittadino.

Il pozzo detto del Roncato, coperto da un tetto spiovente, si trovava sulla piazzetta delimitata dai muri di alcuni caseggiati di Proprietà Magatti, al trivio formato dall'incontro delle vie Baldironi, Paradiso e vicolo del Ronco; invece alla diramazione delle contrade Baldironi e Madonna, si trovava il pozzo di piazza Garibaldi di forma quadrata e con un tetto di tegole.

Seguivano il pozzo di vicolo Verri, privo di copertura, quello del quartiere delle Palazzine anch'esso sprovvisto di copertura e ubicato nella rettangolare piazzetta del Carotto all'estremità settentrionale dell'omonimo rione e quello di via S.Antonio. Infine un altro pozzo si trovava all' estremità settentrionale della piazza Cialdini.

Per ultimo, c'era il pozzo di piazza Cavour. Completamente chiuso da mura, era dotato di due finestre, il cui scopo era quello di evitare aperture libere che potessero favorire la contaminazione dell'acqua.

Oltre ai pozzi vi erano numerose vasche utilizzate per varie mansioni, tra cui quella del lavaggio dei panni. Nel 1872 se ne contavano cinque ed esattamente: vasca del cimitero, vasca lungo la circonvallazione per Monza detta Barus, vasca del Monguzzo, lungo la strada per Desio, vasca lungo la strada per Seregno, a cui si aggiungeva quella sulla medesima strada posta però alla diramazione della strada per Santa Margherita.

Verso la seconda metà degli anni Novanta del XIX secolo, si registrò uno straordinario abbassamento delle falde acquifere; il Comune decise di dotare tutti i sette pozzi comunali di pompe idrauliche: la prova venne effettuata per il pozzo più centrale (pozzo di piazza Garibaldi). Si trattava della prima applicazione di una pompa ad un pozzo lissonese: fino a quel momento la raccolta dell'acqua si faceva servendosi di un secchio attaccato ad una corda scorrevole tramite una carrucola; la pompa permetteva di ottenere l'acqua con un semplice movimento meccanico.

Quattro dei sette pozzi lissonesi furono dotati di pompe.

Il 19 marzo 1910 nello studio del notaio Federico Guasti di Milano si costituì ufficialmente la Società anonima cooperativa con lo scopo di costruire un impianto per la distribuzione dell'acqua potabile.

L'impianto per l'estrazione dell'acqua fu ultimato in maggio, mentre la prima lettura dei consumi presso gli utenti avvenne il 30 settembre 1910.

Ben diversa la situazione nelle frazioni di Santa Margherita, Bini e Aliprandi, dove l'acquedotto fu costruito solo nel 1934.

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La scuola che resiste

20 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel novembre 1943, all'apertura dei corsi universitari la ribellione si estende alla scuola. La Resistenza veneta è guidata da tre professori universitari: Silvio Trentin rientrato clandestinamente dall'esilio francese, Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti: l'antica Università padovana non mancherà la dichiarazione di guerra al nazifascismo. Bisogna però attendere che si apra l'anno accademico. Così fino a novembre il mondo universitario combatte il fascismo nelle città e nelle campagne, i professori partecipano ai convegni della cospirazione, gli assistenti Pighin, Carli, Zancan percorrono il Veneto per organizzarla; e il CLN tiene le sue sedute proprio nel palazzo Pappafava dove ha posto la sua sede il ministero della Educazione nazionale repubblichino.

 

La battaglia nella scuola si accende alla data fissata. Il 9 di novembre il rettore Concetto Marchesi apre l’ anno accademico con un primo inequivocabile gesto di ostilità al nazifascismo: dal suo ufficio non è partito alcun invito alle autorità per assistere alla cerimonia. Ci vengono in forma «privata» il ministro Biggini e il prefetto Fumei. Il fascismo padovano cade in un grossolano errore, manda nell’aula una squadra di giovani armati che salgono sul palco proprio mentre entra il rettore magnifico seguito dal professor Mereghetti. I due docenti si gettano d'impulso contro i fascisti mentre l'adunanza degli studenti urla «via gli armati!». Gli intrusi sono costretti ad allontanarsi e il rettore pronuncia la memorabile allocuzione, l'atto di fede nella libera Università: «Qui dentro si raduna ciò che distruggere non si può». Marchesi esalta nel mondo del lavoro una civiltà opposta alla nazifascista e dichiara aperto l'anno accademico nel nome « del lavoratori, degli artisti, e degli scienziati». Il 28 novembre il rettore deve rassegnare le dimissioni e trasferirsi sotto falso nome a Milano; ma lascia un nobile messaggio agli studenti: «Oggi non è più possibile sperare che l’Università resti asilo indisturbato di libere coscienze operose, mentre lo straniero preme alle porte dei nostri istituti e l'ordine di un governo, che per la defezione di un vecchio complice ardisce chiamarsi repubblicano, vorrebbe convertire la gioventù universitaria in una milizia di mercenari e di sgherri massacratori... Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine. Voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano».

 

La resistenza della scuola romana prende invece l’avvio da gruppi studenteschi di formazione spontanea: l'Associazione rivoluzionaria studentesca guidata da Ferdinando Agnini e da Gianni Corbi; il gruppo azionista promosso da Pier Luigi Sagona; quello comunista di Dario Puccini e di Carlo Lizzani. Di fronte alla minaccia fascista di escludere dagli esami universitari quanti non si sono presentati ai distretti i vari gruppi si uniscono, danno vita a un Comitato studentesco di agitazione e a un Comitato tecnico diretto da Maurizio Ferrara che si mette alla testa della prima grande manifestazione antifascista del 17 gennaio. Gli studenti di medicina entrano nel Policlinico, stracciano i registri, percuotono i fascisti. di guardia. Maurizio Ferrara, salito su una panchina, incita i colleghi alla ribellione. Si forma un corteo, c'è uno scontro a fuoco, un giovane è ferito, altri arrestati.

 

A Milano e a Torino, capitali della resistenza armata le Università sono i distretti della ribellione, da esse partono i quadri delle bande. Gli ultimi mesi del 1943 insegnano che la partecipazione attiva alla Resistenza (lo scrive a un amico Giaime Pintor) è l'unica possibilità aperta a un intellettuale che voglia operare per il riscatto del Paese. Gli studenti universitari, in particolare, non possono mancare la prova. Sono i giovani borghesi giunti all'antifascismo attraverso il fascismo: la guerra partigiana è il suggello delle conversioni sincere.

 

Il lungo viaggio

Gli studenti o i laureati fra i venti e i trent'anni che partecipano alla Resistenza vi giungono da esperienze diverse, ma tutte compiute dentro il fascismo. Il loro è stato un lungo cammino che ora, essendo resistenti, ripercorrono con la memoria, senza mentire a se stessi. Fino al 1938, la maggioranza ha partecipato al fascismo: rassegnata alla sua inevitabilità, sedotta da certe proposte. Non quella di un fascismo sociale che promette un socialismo «più umano, più moderno», riservata a pochi ingenui; ma le altre dei vantaggi concreti, offerti ai giovani borghesi da una dittatura borghese. Fino al '38 i giovani sono fascisti o filofascisti non solo per la ragione ovvia di essere nati dentro il fascismo, ma perché credono di poter ottenere dal fascismo occasioni e promozioni gradite al loro forte appetito, tanto forte da soffocare nei più i primi dubbi e il fastidio morale per le menzogne e le sopraffazioni del regime. I giovani vedono nel fascismo tre possibili vantaggi: una promozione dei ceti medi, una maggiore efficienza amministrativa, una crescente disponibilità di impieghi. Vantaggi in gran parte illusori, ma ci vorrà il lungo cammino fino al '43 per capirlo. Prima del '38 la gioventù borghese e studiosa capisce poco e male la struttura sociale del fascismo:

La personalità di Mussolini nasconde, ai suoi occhi, il «consorzio dei privilegi»; l'avventura imperialistica la distrae dall'affarismo autarchico. E poi il grande capitale faccia pure i suoi affari purché lasci ai borghesi famelici la sua rappresentanza politica e amministrativa. È difficile per i giovani capire che la promozione dei ceti medi è dovuta ai tempi più che al regime; per loro coincide con esso: allevati in famiglie assillate dal pensiero del posto sicuro, essi vedono nel fascismo imperialistico una fabbrica di nuovi posti, e non hanno motivi per rifiutare la propaganda sull'efficientismo del regime. Il regime non è privo di scaltrezza, concede ai giovani una libertà vigilata, li lascia scrivere, dibattere fino a un certo limite sui giornali studenteschi o durante le competizioni culturali come i «littoriali».

 

L'appetito dei giovani è robusto, la loro preparazione culturale mediocre; eppure il fastidio morale c'è e cresce, molti giovani sono già entrati nel lungo cammino e non lo sanno, sarà l'anno 1938 a rivelarlo, con turbamento e dolore. Il 1938 è l'anno in cui la Germania nazista annette l'Austria e in cui l'Italia fascista si accoda alla persecuzione razziale: così ammettendo pubblicamente la sua qualità di nazione subalterna, al rimorchio dell'imperialismo germanico. È soprattutto la persecuzione razziale, con la sua ignominia gratuita, a far «precipitare» tutti gli scontenti morali per l'ipocrisia, per il conformismo, per la servilità della dittatura. Con la vigilia della guerra e con la guerra il distacco morale trova le conferme della ragione, diventa distacco definitivo: non solo e non tanto perché la guerra dimostra l'inefficienza del regime e fa cadere le proposte e le speranze dei vantaggi, ma perché si capisce, da alcuni in modo oscuro, da altri con un principio di chiarezza, che è sbagliata la scelta in sé, la scelta della guerra imperialistica. Una guerra per il dominio mondiale in cui l'Italia entra avendo già perso quello fra i Paesi fascisti, e proprio quando l'imperialismo capitalistico sta per rinunciare dovunque ai rapporti coloniali, quando la rivoluzione industriale esclude lo schiavismo del tipo barbarico. La guerra mette a nudo la povertà intellettuale e morale del regime, segna il naufragio dell'intera classe dirigente.

 

I giovani assistono umiliati, delusi. Alcuni reagiscono rifugiandosi in quella indifferenza che è già disponibilità per una nuova scelta; altri, i più razionali, si sorprendono a desiderare la vittoria del nemico, a rallegrarsi se l'Inghilterra o la Russia resistono, se l'America interviene: preferendo essere liberi nella sconfitta che schiavi nella vittoria; altri ancora, i più sentimentali, i più sensibili ai tormenti delle responsabilità personali, cercano la bella morte sui campi di battaglia, come Giani, Pallotta, Sigieri Minocchi. C'è anche una minoranza di intellettuali come Alleata, Ingrao, Pintor, che possono passare all'antifascismo militante; ma per la maggioranza il lungo viaggio non è ancora finito, passa per gli anni della guerra, per la vergogna della disfatta, anche per i primi mesi della Resistenza. Perché i resistenti borghesi che sul finire del '43 ripensano il lungo cammino capiscono solo ora di avere ignorato gli altri ceti e la loro oscura pena: ora che stanno nella guerra di tutti, con gli operai e con i contadini.

 

Bibliografia:

Giorgio Bocca ”STORIA DELL'ITALIA PARTIGIANA”

Casa editrice G. Laterza & Figli, Bari gennaio 1980

 


 

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il proclama del generale Alexander

13 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Testo del proclama che il generale Alexander indirizzò ai partigiani italiani il 13 novembre 1944.

Il proclama venne trasmesso da «Italia combatte», la trasmissione più prestigiosa di Radio Bari.

«Nuove istruzioni impartite dal generale Alexander ai patrioti italiani. La campagna estiva, iniziata l’11 maggio, e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita; inizia ora la campagna invernale.

In relazione alla avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità dei lanci; gli Alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.

In considerazione di quanto sopra esposto il gen. Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

  1. cessare le operazioni organizzate su larga scala;
  2. conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
  3. attendere nuove istruzioni che verranno date o a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate: la parola d'ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
  4. approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti;
  5. continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
  6. le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
  7. poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
  8. il gen. Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l'espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate la scorsa campagna estiva».
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Parigi, 11 novembre 1940

9 Novembre 2017 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza europea

In Francia, l’11 novembre è il giorno in cui si celebra la vittoria del 1918, i sacrifici e l’eroismo dei combattenti della prima guerra mondiale, il giorno in cui si rende loro omaggio all’Arco di Trionfo, ravvivando la fiamma ed esponendo il tricolore sulla tomba del milite ignoto.

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Nella Francia occupata dai nazisti, l’11 novembre 1940 s’inscrive nella coscienza della nazione, malgrado la censura, la propaganda tedesca e quella della repubblica collaborazionista di Vichy. Giovani studenti parigini si radunano all’Arco di Trionfo, sfidando il divieto degli occupanti: è una delle prime forme di resistenza all’invasore nazista.

La manifestazione, che avviene solamente quattro mesi dopo la sconfitta della Francia, orienta il popolo alla resistenza e nello stesso tempo rende la stretta di mano tra Hitler e Pétain, avvenuta il 24 ottobre, il simbolo infamante del tradimento.

Pétain con Hitler

11 novembre 1940: come non scegliere questa giornata commemorativa per affermare l’amore della patria, la speranza di una vittoria?

Già, venerdì 8 novembre, gli studenti comunisti hanno manifestato davanti al Collège de France, scandendo il nome di Paul Langevin e gridando «Liberté» e «Vive la France». (Paul Langevin, arrestato il 30 ottobre 1940 dalla Gestapo, fisico, professore al Collège de France, scienziato di fama internazionale, era uno degli intellettuali che avevano sostenuto il Front Populaire e che erano impegnati nella lotta antifascista).

Si apprende che Radio Londra ha rivolto un appello a tutti i francesi, e in particolare agli ex combattenti, perchè depongano fiori sulla tomba del milite ignoto.

Le autorità tedesche d’occupazione, in un manifesto, hanno proibito qualsiasi forma di ricordo che costituirebbe, secondo loro, un insulto al Reich e un attentato all’onore della Wermacht. Ciò ha indignato diversi parigini. Se ne parla nelle brasserie, nelle classi dei licei, nei corridoi della Sorbona, nel Quartiere Latino.

La Commissione, incaricata della censura nei media, ha stabilito che, per la rievocazione dell’11 novembre, i giornali non potranno dedicare più di due pagine.

I giornali pubblicano un comunicato della prefettura di polizia di Parigi, che riecheggia quello del Kommandantur: « A Parigi e nel dipartimento della Senna, le pubbliche amministrazioni e le imprese private lavoreranno normalmente il giorno 11 novembre. Le  cerimonie commemorative non avranno luogo. Nessuna pubblica dimostrazione sarà tollerata».

Nel Quartiere Latino, nei grandi licei di Parigi, la collera e l’indignazione si diffondono. Gli studenti che hanno partecipato alla manifestazione dell’8 novembre davanti al Collège de France – quasi tutti comunisti – e i liceali – spesso dell’Action Française – dei licei Janson-de-Sailly, Buffon, Condorcet, Carnot, decidono di redigere e stampare dei volantini ed esporli nei licei e nelle facoltà universitarie, invitando tutti gli studenti a manifestare. «Studenti di Francia, l’11 novembre è per te un giorno di festa nazionale. Malgrado l’ordine delle autorità di occupazione sarà un giorno di raccoglimento. Tu andrai a rendere onore al milite ignoto, alle ore 17,30. Non assisterai a nessuna lezione. L’11 novembre 1918 fu il giorno di una grande vittoria. L’11 novembre 1940 sarà l’inizio di una più grande. Tutti gli studenti sono solidali. Vive la France! Ricopiate queste parole e diffondetele».

Tutto inizia il mattino dell’11 novembre. Vengono depositati dei fiori ai piedi della statua rappresentante la città di Strasburgo, in Place de la Concorde. Poi, con il passar delle ore, la folla risale gli Champs-Elisées, depone migliaia di bouquet, corone di fiori davanti alla statua di Georges Clemenceau.

Un commissario di polizia ripete, con una voce dolce: «Andate via, niente raggruppamenti, vi prego, sono proibiti». Subito dei soldati tedeschi, scesi da una vettura, circondano la statua. «Il comandante tedesco non vuole manifestazioni» ripete il commissario.

Improvvisamente, a partire dalle ore 17, migliaia di studenti riempiono il piazzale dell’Arco di Trionfo. Altri arrivano in corteo, drappo tricolore in testa, dall’Avenue Victor Hugo.

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Si sentono esplodere colpi di arma da fuoco. Dei veicoli carichi di soldati tedeschi zigzagano sul piazzale e sui marciapiedi, disperdendo i manifestanti. Ci sono dei feriti. Alcuni manifestanti sono travolti dai mezzi militari. Improvvisamente delle SS, armi in pugno, escono dal cinema Le Biarritz. Nuovamente si sentono dei colpi di arma da fuoco e delle raffiche di mitragliatrice.

Si ode la Marseillaise, poi il Chant du départ. Si sentono grida «Vive la France», «abbasso Pétain», «abbasso Hitler».

I tedeschi piazzano una batteria di mitragliatrici, colpiscono con i calci delle armi da fuoco. Si combatte. Una dozzina sono i morti, un centinaio gli arrestati, che vengono caricati su camion, condotti in Avenue de l’Opera, dove si trova un Kommandantur, poi alla prigione di Cherche-Midi, pestati con pugni e calci, con manganelli e il calcio dei fucili. Vengono fatti passare tra due ali di soldati ubriachi. Alcuni vengono sbattuti contro un muro, puntati da un plotone di esecuzione nel cortile della prigione di Cherche-Midi.

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Un generale fa irruzione nel cortile. Si è messo a picchiare i soldati, insultandoli «ubriachi, banda di ubriachi». E vedendo gli studenti, si è indignato, esclamando «ma sono dei bambini!». Questi giovani saranno trattenuti in carcere per tre settimane, prima di essere rilasciati.

Solamente sabato 16 novembre la radio e la stampa hanno dato la notizia  che «queste manifestazioni hanno richiesto l’intervento del servizio d’ordine delle autorità di occupazione». Ma la notizia della manifestazione si è propagata per tutta la Francia, suscitando un’ondata di emozioni. Non viene prestata alcuna attenzione al comunicato del Kommandantur. Genera indignazione il testo del documento del vice presidente del Consiglio - Pierre Laval – dal titolo «La verità sugli incidenti dell’11 novembre», in cui si dice «quattro persone sono state leggermente ferite, nessuno è stato ucciso».

Non si conosce l’esatto numero delle vittime, ma vista l’importanza dell’avvenimento, vengono presi provvedimenti da parte del governo di Vichy e dalle autorità di occupazione. Viene decretata la chiusura dell’Università di Parigi e degli istituti universitari della capitale. Gli studenti iscritti ai corsi dovranno, ogni giorno, recarsi a firmare presso il commissariato del loro quartiere.

Il rettore Roussy è revocato e sostituito dallo storico Jérome Carcopino, che riscuote la fiducia del potere di Vichy. La ripresa dei corsi viene fissata per il 20 dicembre, quando le vacanze di fine anno incominciano ... il 21.

Le trasmissioni di France Libre, dai microfoni delle BBC da Londra, ripetono: «Dietro questa folla coraggiosa, gli uomini di Vichy sentono che c’è tutto un paese che si rivolta ... ».

Bibliografia:

Max Gallo, 1940 de l’abîme à l’espérance, XO Éditions, 2010

 

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