Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

La Resistenza delle donne 1943-1945

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Il contributo del genio femminile alla Resistenza

La gratuità del servizio alla Resistenza probabilmente allora non era così evidente, ma risulta essere un messaggio ancora oggi estremamente attuale. Offrire un contributo al bene comune (allora era la lotta per la libertà) senza avere la certezza e l'aspettativa di poter trarre nessun altro vantaggio che la possibilità di offrire una società più giusta: un atteggiamento che allora scattò in modo quasi automatico in molti, un atteggiamento che diventa provocazione per il nostro tempo, soprattutto di fronte a un deficit di partecipazione e di voglia di occuparsi delle cose di tutti. Un'altra piccola annotazione che potrebbe ben descrivere il contributo del genio femminile alla Resistenza. Le donne, allora come oggi, sanno portare concretezza e attenzione ai piccoli particolari che sono decisivi per la buona riuscita di qualsiasi azione. La concretezza appartiene soprattutto alle donne ed è merce rara in un universo maschile che rischia di trascurare le piccole cose solo apparentemente inutili.

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Il riconoscimento dell’impegno

Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano fu riconosciuta a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche). Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che - salvo casi eccezionali - per loro si sarebbe potuto parlare solo di «contributo» dato alla Resistenza, un termine che già contiene in sé un senso di inferiorità e di dipendenza. Come hanno mostrato ormai diverse studiose, esiste un forte divario tra il numero di donne che a vario titolo si opposero al nazifascismo e il numero di quante si videro effettivamente riconosciuto il lavoro svolto. Ciò non toglie che a livello nazionale furono riconosciute a quel tempo circa 35.000 partigiane e 70.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, una cifra piuttosto consistente. Di loro, 4653 furono arrestate, torturate, condannate; 2750 deportate e 623 fucilate o cadute in combattimento. Alle donne furono assegnate 19 medaglie d'oro al valore militare, di cui 15 alla memoria.

La memoria della Resistenza al femminile è stata poi limitata dal silenzio di tante protagoniste di quegli anni duri. Un silenzio che per molte donne è stato una scelta consapevole. Complessivamente parlando, però, il silenzio delle donne è stato quello più «assordante», per vari motivi: l'abitudine alla sottomissione all'uomo e al capo famiglia, il timore di passare per una «poco di buono» e per una donna rotta a chissà quali avventure, o al contrario l'idea di aver fatto solo il proprio dovere o comunque nulla di eccezionale in un tempo come quello della guerra.

Le donne furono presenti in tutti gli ambiti della Resistenza organizzata: scontro armato, informazione, approvvigionamento e collegamento, stampa e propaganda, trasporto di armi e munizioni, organizzazione sanitaria, organizzazione di scioperi e manifestazioni per il pane e contro il carovita e il mercato nero.

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La «staffetta» era qualcosa di più che una semplice «postina» come verrebbe da pensare: era colei che portava ordini e comunicazioni, ma anche armi e munizioni, che accompagnava uomini in fuga verso la salvezza e così via. Il rischio era sempre elevato e bisognava dimostrare notevole sangue freddo e tanta fortuna quando ci si imbatteva in un qualsivoglia posto di blocco: tanto più che bisognava mettere in conto non solo di rischiare la vita, ma di diventare oggetto di sgradite e pesanti attenzioni maschili.

Inoltre occorre considerare che tutte le attività informative svolte dalle ragazze e dalle donne.

La capacità di iniziativa individuale

Il punto di partenza cronologico è naturalmente l'8 settembre 1943, anche se non si possono dimenticare tanti precedenti, come l'antifascismo dimostrato nel corso del Ventennio o come le proteste pubbliche di madri e mogli per il graduale peggioramento delle condizioni di vita tra 1942 e 1943. Proprio al momento dell'annuncio dell'armistizio e di fronte al disfacimento delle nostre forze armate e alla cattura, quasi senza colpo ferire, di centinaia di migliaia di nostri soldati, le donne seppero reagire con inattesa decisione e inventiva.

Il maternage di massa - ovvero la sensibilità e la capacità di esplicare funzioni materne e protettive verso i nostri soldati in quei giorni di settembre - spinse un'infinità di donne di ogni età e di ogni regione italiana a considerare come propri figli quanti passavano davanti alle loro abitazioni, chiedendo un pezzo di pane, un abito borghese, un pagliericcio per riposare. Capacità di iniziativa individuale e fantasia segnarono i comportamenti di molte donne.

Nella pianura emiliana fiorirono le cosiddette «case di latitanza», che punteggiarono tutto il territorio. Per esempio nel Reggiano se ne trovavano a Campegine, Gattatico, Montecchio, S. Ilario d'Enza, Poviglio e così via, fino alla montagna. Erano generalmente poveri casolari sperduti in mezzo alle campagne: alcune nascondevano temporaneamente partigiani, disertori, alleati, ex prigionieri, mentre altre erano adibite allo smistamento dei giovani dalla pianura alla montagna e dalla montagna alla pianura. Le donne di queste case erano disposte a collaborare con la Resistenza e quindi pronte a preparare cibi e coperte per quanti si rivolgevano a loro in un qualsiasi momento del giorno e della notte. Erano le donne che curavano i feriti e li sorreggevano nei primi passi di convalescenza. Erano le donne che sostenevano gli ospiti nei momenti di sconforto, offrendo loro parole di speranza e d'incoraggiamento ed erano sempre loro che sostenevano la curiosità dei piccoli che sapevano, ma non dovevano sapere, inventando frasi di circostanza. Con coraggio nascondevano armi nei rifugi, nei fienili o nei doppi fondi dei mobili e celavano i loro uomini di fronte alle insistenze dei fascisti e dei tedeschi, trovando sempre le scuse più credibili per proteggerli dall'arresto.

In questo caso, se scoperte, al rischio dell'arresto o della fucilazione si aggiungeva quello di veder immediatamente bruciata la propria abitazione:

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fu quel che capitò a Genoeffa Cocconi Cervi, la moglie di Alcide e la madre dei sette celebri fratelli. Genoeffa morì di crepacuore dopo la fucilazione dei figli e dopo un nuovo incendio della sua casa nel novembre 1944.

L’assistenza offerta a tutte le categorie di perseguitati comportava dunque notevoli rischi e non può certo essere intesa come una sorta di scelta più tranquilla e meno coraggiosa rispetto alla lotta armata.

Una forma diversa di solidarietà fu manifestata dalle donne che si attivarono per portare soccorso agli antifascisti incarcerati.

Donne coraggiose si prodigarono negli ospedali per curare i feriti - veri o presunti che fossero - e per celare, magari sotto improbabili ma terribili diagnosi mediche, ebrei e ricercati. Furono in primo piano, naturalmente, molte suore, come quelle dell'ospedale Niguarda di Milano o della Poliambulanza di Brescia. Ricordiamo il caso di Maria Peron, lei stessa infermiera a Niguarda: proprio in quanto coinvolta nelle operazioni di salvataggio di ebrei e partigiani all'interno delle strutture dell'ospedale, ella rischiò l'arresto e dovette lasciare Milano. Si recò presso le formazioni partigiane della Val Grande e divenne ben presto leggendaria per la sua capacità di organizzare i servizi di cura e di reperimento dei medicinali, in una zona di guerra soggetta a numerosi rastrellamenti. Maria esercitò di fatto l'attività del chirurgo e salvò più di una vita, conquistando in tal modo una sorta di parità professionale e diventando popolare anche presso i valligiani.

A Torino donne, appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, si diedero un compito ancora più delicato e rischioso: «quando si veniva a sapere che c'erano dei caduti in città, certe donne andavano a togliere la corda agli impiccati, li lavavano, li componevano. Altre pensavano a portare i garofani rossi al cimitero. Le tombe dei partigiani erano sempre tutte infiorate.

I Gruppi di Difesa della Donna

I Gruppi di Difesa della Donna ebbero un importante ruolo: non solo sostenere la lotta partigiana, ma anche sensibilizzare le donne, far loro maturare una coscienza politica e prepararle in tal modo alle responsabilità del dopoguerra. Nati a Milano nel novembre '43 per iniziativa del Partito Comunista italiano, del Partito Socialista di Unità Proletaria e del Partito d’Azione, questi gruppi si diffusero dal 1944 in tutta Italia e vennero riconosciuti ufficialmente dal Comitato di Liberazione Alta Italia. Tra queste donne agirono figure celebri come Camilla Ravera, Lina Merlin e Ada Gobetti. Nell'aprile del '44, nacque il giornale «Noi Donne»

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che insisteva sull'importanza e la specificità del ruolo delle donne nella difesa delle case e nella lotta quotidiana contro il carovita, invitando appunto a prepararsi «ad amministrare e governare». Il loro programma era semplice, ma di notevole importanza:

«Le donne italiane vogliono avere il diritto al lavoro, ma che non sia permesso sottoporla a sforzi che pregiudicano la loro salute e quella dei loro figli. Esse chiedono:

- la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, dell'impiego delle donne nelle lavorazioni nocive;

- essere pagate con una salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini;

- delle vacanze sufficienti e l'assistenza nel periodo che precede e che segue il parto;

- la possibilità di allevare i propri bimbi, di vederli imparare una professione, di saperli sicuri del proprio avvenire; di partecipare all'istruzione professionale e non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici soltanto a lavori meno qualificati;

- la possibilità di accedere a qualsiasi impiego, all'insegnamento in qualsiasi scuola, unico criterio di scelta: il merito;

- di partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi locali e nazionali.

Non mancava, ovviamente, la richiesta del pieno diritto di voto politico e amministrativo per tutte le donne.

In questo contesto, in molte località italiane, si ebbero ripetute mobilitazioni al fine di raccogliere viveri, indumenti, sigarette, medicinali per aiutare concretamente le formazioni partigiane ad affrontare l'inverno del 1944.

 IMI stazione Pordenone

Nella Resistenza armata

Nella Resistenza non furono molte le combattenti vere e proprie, e tuttavia non mancano esempi in tal senso. Furono diverse le ragazze che chiesero, con maggiore o minore successo, di imparare a sparare e di poterlo poi fare davvero.

donna-partigiana.jpg 1945 25 aprile Milano partigiane

Elisa Oliva fu comandante in Valdossola e, in seguito, ricordò di aver così risposto a chi le voleva togliere il comando: «Non sono venuta qua per cercarmi un innamorato. Io sono qua per combattere e ci rimango solo se mi date un'arma e mi mettete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e le azioni. In più farò l'infermiera. Se siete d'accordo resto, se no me ne vado [...] Al primo combattimento ho dimostrato che l'arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire [...]

Anche nei GAP militarono donne che parteciparono direttamente ad azioni rischiose e alla preparazione ed esecuzione di attentati (a Roma, Carla Capponi fu partecipe dell'attentato di via Rasella, nei GAP di Milano Onorina Brambilla, con il marito Giovanni Pesce fu protagonista della lotta armata).

Alcune delle donne martiri della Resistenza hanno conosciuto violenze inenarrabili prima di essere uccise. Occorre tener conto anche la mera violenza psicologica esercitata in occasione di interrogatori o di processi. Rileggere cronache e testimonianze del tempo spinge a guardare con infinita ammirazione a donne che conservarono sangue freddo e dignità assoluta.

Visioni tradizionali e pregiudizi accompagnarono l'impegno delle donne nella Resistenza, specialmente quando esse si trovavano, volutamente o forzatamente a condividere la vita delle formazioni in montagna. Di conseguenza le giovani partigiane finirono per essere sommariamente identificate con figure di donne “facili” tanto che i comandi della Resistenza cercarono di dettare regole e porre limiti rigidi. Nell'agosto del 44 il comando della 19a brigata d'assalto Garibaldi, intitolata a Eusebio Giambone, comunicò al comando generale delle Brigate Garibaldi di aver costituito al proprio interno un distaccamento femminile composto da staffette e da familiari dei propri partigiani.

staffette partigiane

Nacquero comunque molti rapporti affettivi più o meno duraturi, che per lo più ambivano a una situazione di ricerca di solidità e di serietà, tanto che non mancarono i matrimoni celebrati alla macchia o nei paesi delle zone liberate, anche con l'assistenza del prete.

Dopo la Liberazione tutti i pregiudizi emersero - o riemersero - con prepotenza. In tante sfilate per le vie cittadine alle donne partigiane arrivò l'ordine di non sfilare, oppure di farlo figurando solo come crocerossine.

La Resistenza e l’impegno politico

Certo è che - una volta fatta la propria scelta - le donne seppero anche passare all'iniziativa, comprendendo che la Resistenza avrebbe costituito un passo decisivo sulla strada dell'emancipazione propria e di tutte le donne.

La partecipazione alla Resistenza - scoperta anche attraverso autonomi percorsi personali - fu così la premessa per un successivo e forte impegno politico: pur tra mille ostacoli e pregiudizi, le donne avrebbero così cominciato a far politica anche entro le istituzioni pubbliche. L’ingresso di quel sparuto gruppetto di 21 deputate alla Costituente (su 110 candidate) può essere visto come il punto di arrivo della lotta resistenziale al femminile e come il punto di partenza per una nuova storia dell'Italia: una volta tanto, in meglio.

1946 donne alla Costituente 

Bibliografia

Giorgio Vecchio - LA RESISTENZA DELLE DONNE 1943-1945 – Ed In dialogo – Ambrosianeum – 2010  

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Suore durante la Resistenza

2 Mars 2018 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

copertina-libro-Ongaro-Resistenza-non-violenta.jpgLa storia della Resistenza al fascismo e nazifascismo è storia di lotta armata, di eroismi e di tragedie. Ma la Resistenza è stata segnata anche da una grande partecipazione nonviolenta. La racconta Ercole Ongaro nel libro “Resistenza nonviolenta 1943-1945”. Ercole Ongaro è direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Ilsreco)

«La resistenza attuata con tecniche non violente ha avuto un ruolo importante nella lotta di liberazione nazionale, favorendone sicuramente l'esito positivo» scrive Giorgio Giannini, segretario del Centro Studi Difesa Civile.

«Resistere è per prima cosa trovare la forza di dire 'No' [...] Caratteristica dell'atto di resistenza è la volontà di non cedere alla dominazione dell'aggressore che si manifesta in un atteggiamento radicale di non cooperazione e di confronto con l'avversario» afferma Jacques Sémelin.

La Resistenza civile può essere scandita in due forme fondamentali, sulla base di due diversi obiettivi: la prima consiste "nel ricorso a mezzi non armati per agevolare o rafforzare la lotta armata", quali l’aiuto della popolazione ai partigiani, la cura medica dei loro feriti, il favoreggiamento della loro fuga dagli ospedali, la mediazione per lo scambio di prigionieri, il ruolo delle staffette, l'intervento sulla segnaletica stradale, il posizionamento di chiodi sulla sede stradale. La seconda consiste "in un ricorso a forme di mobilitazione e cooperazione intese a difendere obiettivi civili", a contestare la legittimità dell'autorità occupante e collaborazionista, ad aiutare persone o gruppi perseguitati, a costruire nuove forme di legittimità, a impedire le deportazioni, a lottare per la dignità delle persone e per il loro diritto alla sopravvivenza, a lottare contro i diktat dell'occupante e la sua razzia di beni, di risorse, di persone.

In questa forma di resistenza si inserisce il comportamento di molte suore durante la Resistenza.

La scarsa visibilità delle donne nella storiografia della Resistenza è stata ancora più marcata nei riguardi delle suore, cui solo nell'ultimo quindicennio sono state dedicate ricerche specifiche per valorizzare il ruolo avuto da esse, singolarmente o come comunità religiose. La loro emarginazione può essere ricondotta sia alla loro stessa scelta di vita, per molti incomprensibile, sia alla loro "ritrosia a confrontarsi con il passato in nome di una modestia che è virtuosa sul piano personale ma non su quello della memoria collettiva".

Molte suore furono partecipi del salvataggio degli ebrei e tredici di loro (sette di Roma, quattro toscane e due piemontesi) furono insignite del titolo di "Giusta" dalla Fondazione Yad Vashem di Gerusalemme.

Numerosi conventi del Centro-Nord aprirono le loro porte offrendo un provvisorio o a volte un prolungato rifugio. In Piemonte numerosi istituti accolsero intere famiglie ebree o i loro bambini. Il cardinale di Torino Maurilio Fossati fu tra i presuli più attivi nel dare indicazioni in tal senso e nell'ispirare reti di sostegno attraverso il suo segretario don Barale. Nel convento delle Domenicane di Morozzo furono ospiti i membri della famiglia Bachi di Torino; le Domenicane dell'Istituto Sacra Famiglia di Dogliani accolsero la madre e la zia di Marco Levi, un imprenditore di Mondovì. La madre e la sorella di Luciano Jona, ex dirigente della Banca San Paolo di Torino, trovarono sistemazione presso l'asilo infantile delle suore Salesiane di Canelli. Nel convento delle Domenicane di Fossano (Cuneo) fino alla fine della guerra suor Maria Angelica Ferrari accolse la piccola Regina Schneider, mentre suo fratello era collocato in un istituto maschile e la loro madre nell'ospedale cittadino prima come degente e poi come dipendente. Tre bambine di ebrei croati trovarono rifugio nell'asilo del convento di San Giovanni a Rivalta per intervento di suor Maria Anna Operro, mentre i loro familiari vennero ospitati dalla famiglia contadina di Luigi Operro, fratello della suora. La direttrice del piccolo ospedale di Borgo San Dalmazzo nel Cuneese, Suor Anna Volpe, trovò un nascondiglio per undici bambini ebrei nella case del Cottolengo di Bra e della Morra. Le suore dell'istituto delle Figlie di Nostra Signora di Lourdes, a Casale Monferrato, accolsero nei primi mesi dopo l'8 settembre gruppi di ebrei in attesa che l'avvocato Giuseppe Brusasca prendesse di volta in volta accordi per il loro spostamento a Olgiate Comasco, da dove dei contrabbandieri li accompagnavano al confine svizzero.

Nel Bergamasco, a Torre Boldone, le suore Poverelle, che gestivano l'ospedale dell'Istituto Palazzolo e un orfanotrofio, prestarono soccorso dall'autunno 1943 prima a ex prigionieri alleati e poi a ebrei in fuga: gli ebrei venivano fatti passare per degenti fino a quando erano sicuri i contatti per il loro passaggio in Svizzera ad opera della rete clandestina OSCAR, organizzata presso il Collegio Arcivescovile San Carlo di Milano. Ma il 30 maggio 1944 una perquisizione dell'Ufficio politico investigativo accertò la presenza di alcuni di loro sotto falso nome: furono catturati i fratelli Guido, Mario e Vittorio Nacamulli, di origine greca, Giuseppe Weinsrein, di origine boema, Oscar Tolentini e Gustavo Corrado Coen Pirani. La superiora madre Anastasia Barcella riuscì a darsi alla fuga. Le indagini portarono poi la polizia fascista a interessarsi a una struttura collegata, l'Istituto Palazzolo di Milano, che aveva un ospizio femminile in via Gattamelata e uno maschile in via Aldini; il 14 luglio nell'ospizio femminile furono individuate soltanto tre anziane ebree, poiché altre dodici ebree erano state portate in un appartato ripostiglio dell'istituto. Furono recluse a San Vittore madre Donata Castrezzati e la sua segretaria suor Simplicia Vimercati. Il 17 luglio fu perquisito l'ospizio maschile e arrestata madre Clara Filippini, che aveva però fatto a tempo a mettere in salvo gli ebrei ospitati. L’intervento del cardinal Schuster riuscì a ottenere il 3 agosto il rilascio delle tre religiose, acconsentendo al loro "confino" nell'istituto per Frenastenici di Grumello al Monte (Bergamo). Dalla documentazione raccolta risulta che le suore Poverelle, tra ebrei e altri ricercati (resistenti e renitenti), accolsero 200 persone in via Aldini e 165 in via Gattamelata.

Un'altra oasi di salvezza per ebrei e ricercati fu il convento di clausura di S. Quirico ad Assisi, dove era abbadessa madre Giuseppina Biviglia, che fu indotta ad aprire le porte del suo convento dal vescovo Giuseppe Placido Nicolini. A portarvi i primi ebrei fu il guardiano del convento di San Damiano padre Rufino Niccacci; vi furono ospitate le famiglie Kropf, Gelb, Baruch, Jozsa e altre. Gli uomini stazionavano in un dormitorio, le donne e i parenti anziani nei locali della foresteria. A tutti vennero forniti documenti d'identità contraffatti per iniziativa di padre Rufino che coinvolse nell'impresa rischiosa il tipografo assisano Luigi Brizi, che produsse documenti falsi anche per la rete clandestina toscana (ritirati dal ciclista Bartali). Tutto funzionò a dovere fino al 26 febbraio 1944, quando qualcuno dei rifugiati, che era uscito dal monastero, fu fermato e rivelò di essere alloggiato a San Quirico. Ci fu una perquisizione, ma mentre madre Giuseppina teneva testa ai funzionari di polizia, gli ebrei riuscirono a mettersi al sicuro negli antichi sotterranei del monastero, da dove nelle notti seguenti uscirono per altre destinazioni.

A Roma nel 1943-44 vi erano 475 case religiose femminili; circa 150 offrirono ospitalità a ebrei e ricercati. Gli oltre 4.400 ebrei nascosti a Roma in strutture religiose erano collocati in maggioranza presso istituti di suore. Molte madri superiore si mossero di loro iniziativa, altre attesero indicazioni da parte di sacerdoti amorevoli in contatto con il Vaticano, soprattutto quando doveva essere violata la clausura. Un documento del 1945 ha assegnato il maggior numero di ospiti ebrei ai seguenti istituti: Suore di Nostra Signora di Sion (187), Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue (136), Suore del Buono e Perpetuo Soccorso (133), Maestre Pie Filippini (114), Oblate Agostiniane di Santa Maria dei sette dolori (103), Suore Orsoline dell'Unione Romana (103), Suore della Presentazione (102), Adoratrici Canadesi del Prezioso Sangue (80), Clarisse Francescane Missionarie del SS. Sacramento (76), Figlie del Sacro Cuore di Gesù (69), Suore Compassioniste Serve di Maria (63), Suore di San Giuseppe di Chambery (57).

Le suore furono inoltre molto attive negli ospedali per nascondere i ricercati, per far fuggire i degenti che rischiavano la deportazione o la fucilazione: all'Ospedale di Niguarda a Milano suor Teresa Scalpellini e poi suor Giovanna Mosna, dell'Istituto di Carità delle Sante Capitanio e Gerosa, furono protagoniste di molti interventi in questo campo e si mossero in sintonia con i medici Cazzullo, Rizzi, Gatti-Casazza, Grossoni e con le infermiere Minghini, Berti, Modone e Colzani.

Preziosa si rivelò la presenza delle suore nelle carceri, dove alcune figure ricevettero un attestato unanime di stima e di riconoscenza. A suor Giuseppina De Muro, religiosa delle Figlie della Carità con convento nel quartiere popolare di San Salvario a Torino, era stata affidata la responsabilità del settore delle detenute politiche nelle carceri, controllato dai tedeschi, sottoposto a disciplina molto rigida. Con le sue consorelle, una decina, fece entrare di nascosto in carcere indumenti e generi alimentari da distribuire alle detenute bisognose, in particolare alle ebree anziane prelevate in fretta e furia dalle case di riposo dove erano ricoverate. Poi ottenne di fornire medicinali ai detenuti: questo le permise di portare loro viveri, di diventare il tramite per informazioni familiari e politiche, di provvedere ai bisogni di una ventina di sacerdoti arrestati per aiuto a ebrei e partigiani. Su iniziativa delle Figlie della Carità fu anche allestita una infermeria.

A San Vittore fu suor Enrichetta Alfieri a conquistare i cuori dei detenuti. Vi era arrivata nel 1923. Fernanda Wittgens, direttrice della Pinacoteca di Brera, detenuta a San Vittore dal luglio 1944 ha testimoniato che suor Enrichetta "si prodigava per tutti, sempre presente, sempre carica nel soggolo, nella cuffia, nelle vesti, fin nelle scarpe, di messaggi, cibi, denari, nonché di lime d'acciaio". Molte decine furono i detenuti politici liberati e centinaia quelli a cui fu dato qualche soccorso. Per aver fatto uscire dal carcere un biglietto di una detenuta ai familiari e avervi a sua volta scritto alcune frasi, suor Enrichetta fu arrestata il 23 settembre 1944 con l'accusa di spionaggio e intesa col nemico e posta in una cella di isolamento. L'intervento del cardinal Schuster ottenne la sua liberazione il 7 ottobre, a condizione di un suo allontanamento: suor Enrichetta raggiunse le tre suore dell'Istituto Palazzolo confinate a Grumello al Monte. Fece ritorno a San Vittore il 6 maggio 1945, accolta con entusiasmo dai detenuti. Del gruppo di suore di San Vittore ha scritto Maria Massariello Arata, detenuta a San Vittore nei mesi di luglio e agosto 1944 e poi deportata a Ravensbruck:

 «Ricordo con animo pieno di commossa gratitudine le revende suore di San Vittore: la madre superiora suor Enrichetta Alfieri, suor Gasparina, suor Vincenza, suor Onorina e le altre ancora. Sono anch'esse nobili figure della resistenza milanese. Con i maniconi della loro veste, le loro S. Messe in San Vittore, quanti biglietti portarono fuori dal carcere! Erano biglietti di collegamento dei carcerati con l'attività clandestina esterna che continuava, erano avvisi salutari, esortazioni alla prudenza. E tutto questo con grave pericolo. Vegliavano anche sugli interrogatori che avvenivano in una camera con finestra ad inferriate che dava sul giardino. Una sera quando il mio interrogatorio si prolungava più del consueto tra minacce di torture varie, approfittando di un'assenza del tenente e dei suoi collaboratori che erano andati a rifocillarsi, suor Vincenzina comparve tra le sbarre e mi porse un rosso d'uovo con marsala».

Un altro "angelo" delle carceri fu suor Demetria Strapazzon, che operava nella prigione di San Biagio a Vicenza. Si occupò soprattutto dei detenuti che mancavano di tutto, di vestiti e di viveri supplementari. Nell' autunno del 1943 si curò in particolare dei detenuti slavi, che da un anno non avevano contarti con le famiglie. Nei mesi seguenti ebbe a interessarsi dei resistenti torturati, cui medicava le piaghe, somministrava calmanti; assistette i condannati a morte, trascorrendo con loro le ultime ore e confortandoli con amore materno; introduceva in carcere viveri. Sentendosi spiata ed accusata, teneva preparata una valigetta nel caso venisse deportata all'improvviso. A fine guerra il capitano partigiano Gaetano Bressan la ringraziò con una lettera per l'opera da lei svolta "con tanto spirito di abnegazione e di cristiana pietà nei riguardi dei patrioti detenuti nel periodo della dominazione nazifascista".

Queste donne coraggiose uscite dall'anonimato, rappresentano centinaia di altre suore che nelle carceri, negli ospedali e nei loro istituti si sono schierate dalla parte delle vittime e di chi era nel bisogno: con scarsa o nessuna coscienza politica inizialmente, poi man mano sempre più consapevoli delle loro scelte orientate a salvare vite in nome del senso umanitario e della carità cristiana che faceva loro riconoscere nei sofferenti il volto del Signore a cui si erano consacrate.

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore

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