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11 settembre 1943: il regno del Sud cominciava a vivere

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

30.000 abitanti, un porto famoso nell'antichità, ma ora ridotto a piccoli commerci, un entroterra poverissimo: ecco cos'era Brindisi il 10 settembre del '43, quando vi ormeggiò la corvetta che trasportava da Ortona Vittorio Emanuele e il suo seguito. Il re e Badoglio scesero a terra nelle prime ore del pomeriggio, e presero alloggio nel vecchio castello svèvo, sede dell'Ammiragliato.

1943 Re Vittorio Emanuele III a brindisi

A Brindisi Badoglio si rese conto che lo attendevano enormi difficoltà. L'appello che egli rivolse agli italiani il giorno successivo all'arrivo, rivelava l'abbattimento e la confusione del suo animo. A rasserenarlo giunse qualche giorno dopo il messaggio di Churchill e di Roosevelt, cordiale e incoraggiante.

Si può ricominciare a sperare anche se tutto indica ancora lo sfacelo, anche se le truppe raccolte intorno alla nuova capitale del regno hanno solo l'apparenza di un esercito. Più lontano da Brindisi la situazione peggiora. Gli sbandati che si raccolgono nelle città della costa pugliese, demoralizzati dal disastro, creano un'atmosfera di disordine. C'è il timore che tutto precipiti nell'anarchia.

È a questi soldati che la sera dell' 11 settembre il re si rivolse da radio Bari, con la sua voce da vecchio, facendo appello alla buona volontà di tutti, e invocando la protezione di Dio sull'Italia.

Il regno del Sud cominciava a vivere. Gli Alleati lo riconoscevano; il giorno 13 inviarono a Brindisi il generale Mac-Farlane a capo di una missione militare col compito di trasmettere a Badoglio le istruzioni di Eisenhower e di persuaderlo a dichiarare guerra alla Germania.

L'armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre (l'armistizio corto), andava perfezionato in un testo definitivo che stabilisse i futuri rapporti tra l'Italia e gli Alleati. I termini del nuovo documento si rivelarono assai più duri del previsto perché sancivano il principio della resa senza condizioni.

Per la firma i rappresentanti italiani e alleati s'incontrarono a Malta. Il generale Eisenhower, che a Cassibile s'era tenuto in disparte, a Malta ebbe il ruolo di protagonista. L'incontro avvenne a bordo della corazzata «Nelson», dove anche Badoglio ricevette gli onori militari.

1943-Castellano-e-Eisenhower.jpg

Dopo la firma, Eisenhower e Badoglio ebbero un colloquio nel quale il comandante supremo americano insistette sul problema della dichiarazione di guerra alla Germania.

Badoglio s'impegnò di riferirne al re e di vincere la sua indecisione persuadendolo a compiere quel passo necessario.

Il sovrano indugiava, e intanto andava riprendendo le sue funzioni rappresentative di capo dello Stato.

A Trani, il 9 ottobre, Vittorio Emanuele passò in rassegna alcuni reparti della VII Armata italiana sfuggiti al disastro, e decorò il Vescovo della città per il suo contegno coraggioso di fronte ai tedeschi nei giorni di settembre.

La posizione del re si faceva di giorno in giorno più difficile. Egli non voleva rinunciare al trono e non si decideva a dichiarare guerra alla Germania. Ma era troppo tardi perché potesse sperare con quella tattica d'indurre gli Alleati ad attenuare i termini dell'armistizio. D'altra parte gli italiani, in pratica, combattevano già contro i tedeschi, e con la dichiarazione di guerra potevano sperare di accelerare i tempi di un'effettiva cobelligeranza con gli Alleati, e quindi della ripresa nazionale.

Badoglio era già orientato a schierarsi a fianco degli Alleati, e dopo l'incontro con Eisenhower rinnovò le pressioni sul re, che finalmente si decise.

1943-13-ottobre-Badoglio-guerra-Germania.jpg

Il 13 ottobre il maresciallo fu così in grado di comunicare ai corrispondenti esteri l'avvenuta dichiarazione di guerra affermando che la liberazione dell'Italia dall'oppressione tedesca sarebbe stata d'ora in poi lo scopo principale del suo governo. Gli Alleati avevano raggiunto il loro obiettivo, che era poi quello di tutti gli italiani che credevano nella libertà. Ora si trattava di passare alla realizzazione di questi propositi.

Il nerbo della nostra forza militare a quell'epoca era pur sempre la marina. Essa non aveva atteso la dichiarazione di guerra per collaborare attivamente con gli Alleati.

A Salerno, durante lo sbarco, nostre unità avevano già combattuto contro i tedeschi. In Corsica avevano dato appoggio alle truppe italiane e francesi; in Dalmazia erano riuscite a imbarcare e riportare in patria 25.000 soldati che i tedeschi volevano far prigionieri.

Il 14 settembre una parte della nostra flotta era salpata da Malta diretta ad Alessandria. In quella rada, due giorni dopo, avvenne la cerimonia della consegna delle nostre navi agli ex-nemici. L'ammiraglio Romeo Oliva ne firmava l'atto. In seguito ai nuovi accordi le unità della nostra marina furono assegnate alla scorta dei convogli nel Mediterraneo, e in Atlantico alla caccia delle navi corsare tedesche. 529 unità parteciperanno alle operazioni: 143 di esse andranno perdute con 5.000 marinai.

Anche l'aeronautica si andava rapidamente riorganizzando. Dopo l'armistizio 1.900 aviatori con 200 aerei avevano raggiunto gli aeroporti del Sud obbedendo agli ordini ricevuti. Una settimana dopo i nostri apparecchi compivano la prima missione bellica. Da allora l'aeronautica eseguì un'intensa attività di ricognizione e di bombardamento e fiancheggiò le operazioni dei partigiani in Grecia, in Albania e in Jugoslavia.

Nel settembre del '43 l'aviazione italiana non aveva più di 300 apparecchi efficienti: quanto restava dei 10.350 ch'erano stati impiegati durante la guerra. Ma utilizzando il materiale di scarto dei depositi i nostri avieri riuscirono a montarne altri 600. Insieme a quelli forniti dagli Alleati compiranno fino alla fine delle ostilità oltre 4.000 azioni di guerra.

Delle tre armi, l'esercito era stato il più colpito dall'armistizio. C'erano nel Sud circa 450.000 uomini che bisognava inquadrare di nuovo se si voleva partecipare attivamente alla guerra collaborando sul serio con gli Alleati. C'era da questa parte molta diffidenza, ma Badoglio ottenne alla fine di poter costituire un'unità da mandare in campo e ne iniziò l'addestramento. Fu il I raggruppamento motorizzato: 5.000 volontari che avevano risposto all'appello del governo e che presto entreranno in battaglia a fianco degli Alleati.

Circa la situazione militare in quello scorcio di tempo, ecco in sintesi il giudizio del generale Luigi Vismara, capo di Stato Maggiore del generale Dapino, comandante il I Raggruppamento Motorizzato: 

«Per comprendere lo stato d'animo di questi soldati bisogna pensare che essi erano stati testimoni del disastro in cui l'Italia era stata trascinata dalla guerra. Erano incerti sull'avvenire riservato al proprio Paese, erano guardati con diffidenza e con punte di malanimo, comprensibili, del resto, da parte dei soldati alleati. Anche la popolazione certe volte li considerava con un sorriso di benevolo compatimento. Quelli, ed erano molti, che avevano le loro famiglie al Nord, pensavano che prima di vederle libere, queste, dovevano subire ancora tutte le conseguenze della guerra. In tali condizioni non si può dire che i soldati fossero animati da entusiasmo. I loro sentimenti erano diversi; capivano tutti che bisognava fare qualche cosa qualunque fosse il destino che ci era riservato, che le popolazioni che man mano sarebbero state raggiunte dalla linea di combattimento che si spostava verso il nord, dovevano vedere anche qualche soldato italiano. Essi in un momento oscuro e triste, certo forse il più oscuro e più triste della storia recente del nostro Paese, hanno compiuto il loro dovere quando il non compierlo era facile e senza pericolo». 

E così anche l'esercito ricominciava a vivere. Era un esercito minuscolo: ma sufficiente per provare anche a Sud la nuova volontà degli italiani.

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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