Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

i quarantacinque giorni del governo Badoglio

1 Septembre 2007 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il periodo che intercorre tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, ricordato nella storia politica nazionale come il governo dei “quarantacinque giorni”, risulta anche alla più rapida analisi fondamentale per comprendere gli sviluppi successivi della situazione sociale e politica nonché l’evolversi degli avvenimenti bellici che interessarono il nostro paese nella seconda guerra mondiale. All’indomani del crollo del fascismo, infatti,  escono dalla clandestinità quei partiti politici soppressi uno dopo l’altro dalla legge di PS del 6 novembre 1926, sui quali si fonderanno la lotta politica e, dopo l’annuncio dell’armistizio, l’organizzazione dei Comitati di Liberazione nazionale e la Resistenza. Le ripetute sconfitte dell’esercito italiano avevano minato il già fragile fronte interno, mettendo in luce il divario profondissimo fra il regime fascista, che aveva promesso con enfasi una grandezza imperiale e militare che nei fatti si era rivelata un bluff, e le masse popolari, colpite sempre più duramente nel loro tenore di vita da restrizioni di ogni genere, ormai consapevoli della catastrofe che andava delineandosi sotto i primi bombardamenti alleati alle città del triangolo industriale. Un segno di vibrante protesta contro il regime fascista, furono gli scioperi avvenuti nel marzo del 1943 nella fabbriche dell’Italia settentrionale. Dopo l’incontro di Feltre (19 luglio 1943) tra Hitler e Mussolini, la crisi del regime si profilava sempre più come inevitabile: il re Vittorio Emanuele III vittorioemanuele.jpg intendeva sganciarsi dalle sorti del vacillante regime su una base politico sociale conservatrice, e anche all’interno dei vertici del regime fascista la situazione stava degenerando, al punto che il 24 luglio nella seduta del Gran Consiglio del fascismo, Dino Grandi assunse l’iniziativa di mettere in minoranza Mussolini, proponendo un programma che convergeva sostanzialmente con quello della monarchia. L’ordine del giorno presentato da Grandi, venne approvato a maggioranza (19 si, 7 no e una astensione; fra i si anche quello di Ciano, il genero di Mussolini) impose la riassunzione immediata da parte del re delle prerogative costituzionali e del comando delle forze armate.
Il 25 luglio 1943 il re messo di fronte alla crisi del regime destituisce Mussolini e lo fa arrestare, mentre il maresciallo Pietro Badoglio viene nominato capo del governo. Il 26 luglio Badoglio forma un nuovo governo (appoggiato dalla monarchia, dalla chiesa e dall’esercito) composto da tecnici e alti funzionari della burocrazia, il quale procedette immediatamente a smantellare gli apparati della dittatura fascista e alla repressione di ogni manifestazione popolare antifascista (il bilancio finale fu di 83 morti e 516 feriti).
Il disegno governativo monarchico-badogliano ambiva a realizzare un ritorno alla situazione pre-fascista, in modo da evitare una nuova costituente, lasciando intatte le strutture conservatrici in campo economico e sociale, impedendo così che la caduta del fascismo mettesse in discussione l’ordinamento monarchico; ma per realizzare tutto questo occorreva innanzitutto sganciare l’Italia dalla Germania, inserendo il paese nella lotta delle potenze antinaziste (il programma del governo Badoglio venne appoggiato con vigore da Churchill, preoccupato di evitare che in Italia si aprisse un processo anti-monarchico, politicamente e socialmente radicale). Nel frattempo i partiti antifascisti (PCI, PSI, PdA) che erano rimasti di fatto estranei al colpo di Stato del 25 luglio, riuniti in un comitato nazionale, premevano per la costituzione di un governo di unità nazionale e per la rottura immediata con la Germania. Le tendenze antimonarchiche insite all’interno del comitato, sfociarono in breve in un’opposizione al governo Badoglio, dal quale si dissociarono ufficialmente con un ordine del giorno approvato il 13 agosto. Mentre l’esercito tedesco si apprestava a mettere in atto l’operazione Achse al fine di assumere il controllo militare dell’Italia, Badoglio avviava a Lisbona (3 agosto) delle trattative segrete con gli alleati, i quali chiesero la resa incondizionata e, per esercitare una pressione maggiore, intensificarono i bombardamenti aerei sulle città italiane. Bombardamenti-a-San-Lorenzo.jpg L’armistizio venne agli atti firmato a Cassibile in Sicilia, il 3 settembre 1943, ma la notizia fu resa pubblica solamente alle 19.45 dell’ 8 settembre 1943, attraverso un comunicato radiofonico. La notizia colse completamente impreparati i capi militari e le truppe, lasciati colpevolmente da Badoglio senza istruzioni operative. Il 9 settembre  Badoglio e il re fuggono da Roma, dirigendosi dapprima a Pescara e successivamente, via mare, verso Brindisi nella zona occupata dagli Alleati. I giorni successivi segnarono il crollo dell’intera organizzazione dell’esercito italiano. I tedeschi, nel quadro dell’operazione Alarico, catturarono e disarmarono in breve 600.000 soldati italiani (in maggioranza inviati nei campi d’internamento in Germania), dilagando su tutto il territorio italiano non occupato dagli alleati. Per quanto riguarda la sorte delle truppe italiane stanziate all’estero, essa fu tragica: la gran parte vennero fatte prigioniere dai tedeschi e quei pochi presidi che resistettero eroicamente (Corfù e Cefalonia) vennero barbaramente sterminati.
Il governo Badoglio dei “quarantacinque giorni” aveva così portato l’Italia fuori dall’alleanza tedesca, ma in modo così inefficiente da determinare una tragedia per la sorte della popolazione civile, ormai vittima del brutale regime di occupazione tedesca.

La caduta del regime faceva pendere sull’Italia la spada di Damocle rappresentata dalla reazione tedesca. Hitler che diffidava della monarchia e di Badoglio - nonostante questi si fosse affrettato a dichiarare che l’Italia rimaneva fedele alle sue alleanze - già andava maturando il proposito di assumere il controllo militare della nostra penisola.

 


 

 Alla caduta di Mussolini - divulgata nella tarda serata domenicale del 25 luglio - gli italiani reagiscono con gioia incontenibile; strade e piazze sono attraversate da manifestazioni di giubilo per l'uscita di scena del dittatore. La popolazione spera che con il duce se ne vadano i tedeschi e la nazione esca dalla spirale distruttiva in cui il capo del fascismo l'ha gettata. L'apparato militare del regime - le camicie nere della Milizia - rimane inerte, travolto dagli eventi. Il colpo di palazzo attuato dalla monarchia col sostegno maggioritario del Gran consiglio del fascismo insedia al potere il maresciallo Badoglio, che rassicura i tedeschi sulla fedeltà alle alleanze: «La guerra continua».

 

Roma, Milano,Torino e le altre città del Regno sono per un giorno nelle mani di una folla festosa che scalpella dagli edifici pubblici l'emblema del fascio littorio, sfregia ritratti e statue del dittatore, irrompe nelle sedi del partito nazionale fascista per distruggere carte e arredi. Badoglio e i suoi collaboratori temono la radicalizzazione antifascista della piazza e il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell'Esercito, dirama il 26 luglio direttive vincolanti per i militari impiegati in servizio di ordine pubblico: «Muovendo contro gruppi di individui che pertubino ordine aut non si attengano prescrizione autorità militare si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta come se si procedesse contro truppe nemiche. Non est ammesso il tiro in aria: si tira sempre a colpire come in combattimento. Il militare che impiegato in servizio di ordine pubblico compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine aut si ribelli aut non obbedisca agli ordini aut vilipenda superiori et istituzioni venga immediatamente passato per le armi». Il 27 luglio vengono uccisi a Bari una ventina di manifestanti; l'indomani un corteo operaio che sfila a Reggio Emilia al grido di «Basta con la guerra! I tedeschi in Germania!» viene disperso con le armi e sul selciato restano una decina di morti e numerosi feriti.

Per la facciata, il governo Badoglio sciolse le organizzazioni fasciste, eliminò il tribunale speciale, arrestò parecchi gerarchi per poi lasciarli fuggire: Farinacci in Germania e Bastianini a far l'ambasciatore. Ettore Muti fu ucciso, misteriosamente e, se non è provato che sia stato Badoglio per una vendetta personale, è certo che fu lui a ordinarne la cattura, annullò la Carta della scuola e la Carta del lavoro. Revocò le sanzioni disciplinari inflitte agli studenti per cause politiche, mandò a spasso i consiglieri nazionali della Camera e, persino, abolì il ruolo di caporale d'onore della milizia, il fascio littorio sui biglietti di banca, il saluto romano nelle forze armate, le leggi contro il celibato e trovò anche il tempo di pubblicare sulla «Gazzetta Ufficiale» il decreto che radiava dall'Ordine della Corona d'Italia il signor Carlotto Giuseppe fu Giacomo.

Tuttavia, in questa girandola di disposizioni, evitò di affrontare le questioni fondamentali (parlamento, partiti, sindacati) e, incaricando il ministro Guardasigilli di «eliminare dal Codice i tratti caratteristici dell'ideologia fascista», dimenticò il tratto peggiore e più ignobile, quello razzista, sicché non vennero dichiarati nulli i cinque decreti legge, le quattro leggi e i sei articoli introdotti nel codice civile nel 1938 in cui si compendiava la legge razziale. Questa «dimenticanza» peserà in modo non lieve sullo sterminio dei 7642 ebrei italiani nei lager tedeschi.

 


 

Milano-galleria-.gifMilano-1943.jpgMilano, già precedentemente bombardata il 24 ottobre 1942, dopo i terribili bombarda­menti dell'agosto 1943, era un cumulo di macerie, una «città morta ».

Nella notte fra il 7 e l'8 agosto 1943, 72 Lancaster sganciarono su Milano 20 tonnellate di bombe. Ma la più pesante incursione mai scatenata contro una città italiana fu quella di venerdì 13 agosto: 481 aerei arrivarono su Milano, la illuminarono con 256 bengala e seminarono sul centro e la periferia 220 mila spezzoni, 12 mila bombe incendiarie, 245 superbombe da 4 mila libbre, 430 da mille e 153 da 500. Nella notte del 15 altro bombardamento. Lo stesso avvenne nella notte del 16 agosto dove 193 bombardieri scaricarono su Milano 601 tonnellate di bombe. Anche l'anno seguente, il 20 ottobre 1944, Milano dovette subìre un feroce bombardamento. Una bomba cadde sulla scuola elementare di Gorla, seppellendo 184 bambini con i loro insegnanti. Nei cinque anni di guerra, Milano fu bombardata 13 volte. Complessivamente morirono più di 1.500 persone.
Secondo la testimonianza di un lissonese, abitante nella “curt del Milanen”, dalla torre di Palazzo Paleari era possibile vedere i bagliori delle bombe che cadevano su Milano.

 

 

 

  La de­scrive Salvatore Quasimodo: 

 

«Invano cerchi tra la polvere,

 povera mano, la città è morta.

E' morta: s'è udito l'ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l'usignolo

è caduto dall' antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta ».

 

 

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