Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

1922-1923 la violenza fascista

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 aprile 1945, giorno della liberazione, segnò la fine della guerra in Italia e l'inizio di una nuova storia nazionale. Le forze della Resistenza, dopo due anni di lotta contro l'esercito nazista e i fascisti della repubblica di Salò, avevano vinto. La loro azione aveva liberato intere regioni, facilitato l'avanzata delle truppe alleate e del ricostituito esercito italiano lungo la valle padana, salvato porti e impianti industriali. Grandi e piccoli centri erano insorti gli uni dopo gli altri ma il momento decisivo fu l'insurrezione delle grandi città del Nord, Genova, Milano, Venezia, dove gli uomini armati delle montagne si congiunsero ai gruppi che già operavano per le vie e per le piazze; la vittoria era l'atto finale della Resistenza iniziata all'indomani dell'8 settembre 1943 ed era costata un largo tributo di sangue: 46.000 morti e 21.000 feriti. «L'Italia - scrisse Churchill- deve la propria libertà ai suoi caduti partigiani, perché solo combattendo si conquista la libertà».

Il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia assunse i poteri di governo, mentre Mussolini in uniforme tedesca cercava di fuggire oltre confine. Il fascismo finiva a Milano dove era nato. Ma l'azione armata, la lotta partigiana non erano stati uno scatto di rivolta, un capovolgimento improvviso, una sommossa imprevedibile. Quel 25 aprile maturava da più di vent'anni, dapprima nell'animo di pochi che poi coraggiosamente avevano condotto molti all'opposizione e alla lotta. Quella giornata segnava il culmine degli anni oscuri e difficili dell'opposizione politica e morale al fascismo, la fine vittoriosa di una lotta per la libertà cominciata molto tempo prima.

 

1922-1923 la violenza fascista 

La lotta era cominciata il 28 ottobre 1922 all'epoca della cosiddetta «marcia su Roma».

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Allora solo pochi capirono il pericolo e si opposero all'avvento del fascismo al potere. In realtà non fu un vero colpo di Stato; il re, il Parlamento, l'esercito avrebbero potuto facilmente impedirlo. Infatti le colonne fasciste che si avvicinavano alla capitale erano state agevolmente fermate da un pugno di soldati e di carabinieri, da alcuni blocchi ferroviari, da qualche acquazzone autunnale. Il loro capo, Benito Mussolini, era a Milano, chiuso nella sede del suo giornale, in attesa degli eventi. Arrivò a Roma solo più tardi, in vagone letto, quando il re lo convocò al Quirinale. E solo allora, dopo che i più alti organi dello Stato gli avevano aperto le porte, i fascisti poterono sfilare per le vie della città. Ma quella parata disordinata dinanzi ad una popolazione muta ed incerta segnò la fine di un'epoca e l'inizio della conquista del potere da parte di una minoranza aggressiva. Gli uomini che allora si impadronirono del Paese, sia pure con una vernice di legalità, erano infatti una minoranza, sconfitti in tutte le elezioni fin da quando si erano organizzati in partito nel 1919.

Le cause di quella facile vittoria erano molte. La fine del primo conflitto mondiale aveva aperto in Italia, a differenza degli altri Paesi vincitori, una crisi economica, morale e sociale. Le deboli strutture del Paese non avevano resistito ad una guerra che gli interventisti, contrariamente alla opinione di Giolitti, dei socialisti e dei cattolici, avevano ritenuto breve e vittoriosa. Poi, nonostante la vittoria, una profonda delusione aveva afferrato gli animi; le classi smobilitate, i reduci dal fronte portavano aspirazioni nuove, insoddisfatte; si diffondevano l'inquietudine e lo spirito di protesta. Le organizzazioni degli ex combattenti accusavano lo Stato di debolezza; serpeggiavano rivendicazioni di carattere nazionalistico e l'avventura dannunziana di Fiume aveva fornito un pessimo esempio di rivolta contro lo Stato.

La crisi economica era gravissima, il costo della vita s'era moltiplicato di cinque volte. La presenza delle grandi fortune accumulate in pochi anni e il modello della rivoluzione russa inducevano gli operai a manifestazioni di insofferenza e di protesta, e i contadini a reclamare le terre che erano state loro promesse negli anni difficili. Gli scioperi, l'occupazione delle fabbriche e delle terre erano frequenti, e avevano fatto insorgere nelle classi abbienti uno spirito di reazione e nei ceti medi un desiderio d'ordine imposto anche con la forza. La classe politica dirigente si dimostrava incapace di valutare i pericoli che si profilavano, di trovare un assetto stabile basato sulla collaborazione, e usava invece le agitazioni sociali come uno strumento per dividere gli avversari, credendo di poterli poi facilmente controllare.

I partiti si frazionavano in una lotta che disperdeva le loro energie, mentre i grandi proprietari terrieri favorivano l'azione di chi sembrava proteggerli dalla sovversione e dalle richieste popolari. La democrazia liberale che per più di quarant'anni aveva governato l'Italia unita, oscillava fra una politica di concessioni e di riforme e la tentazione di repressioni autoritarie. Altri gruppi politici non intendevano sostenerla né collaborare tra loro; fu il caso dei socialisti e dei cattolici che non riuscirono a raggiungere una intesa e, cosa più grave, si rifiutarono di partecipare ad un governo presieduto da Giovanni Giolitti.

In questo quadro il fascismo, nato con un vago programma sociale, ma con precise intenzioni di potere, aveva trovato presto la propria strada, inserendosi nella crisi dello Stato. A molti sembrava promettere fermezza, decisione e i frutti della vittoria, ad altri appariva capace di reprimere i tumulti nelle piazze o nelle campagne. Sconfitto alle urne, il fascismo aveva subito scelto la strada della violenza. In tre anni le imprese degli squadristi erano state innumerevoli, avevano colpito le leghe contadine, le cooperative, le amministrazioni comunali, le sedi dei giornali di opposizione, le case degli avversari politici, uccidendo, devastando, protette dall'impunità.

Alla fine, davanti all'ultimo atto di debolezza della monarchia, e del governo, Mussolini e il suo partito, in quell'ottobre del 1922 esautorarono definitivamente lo Stato e conquistarono il potere. Il futuro duce sfruttava nella sua propaganda l'aspirazione all'ordine e i più genuini sentimenti patriottici. Basta ricordare la famosa frase pronunciata al momento di ricevere l'incarico dal re: «Maestà, vi porto l'Italia di Vittorio Veneto».

Vittorio Eman III e Mussolini 

Non si può ancora, a questo punto, parlare di antifascismo. C'era chi vedeva chiaramente la minaccia, chi già combatteva o era rimasto vittima, e c'era ancora un'opposizione parlamentare. Sembrava ancora possibile frenare la corsa alla dittatura, «normalizzare», come si diceva, il movimento, opporgli armi legalitarie. Era un'illusione che cadde presto. Conquistato il governo, il terrorismo fascista non scomparve. Continuarono le «spedizioni punitive», le devastazioni dei giornali; si moltiplicarono le vendette e le persecuzioni. Gli squadristi non tolleravano che la loro «rivoluzione» fosse ancora sottoposta alle critiche o al voto parlamentare. Le squadracce sfuggivano allo stesso controllo dei dirigenti del partito.

I «ras» di provincia, tra cui si distinguevano Italo Balbo e Roberto Farinacci, imperversavano contro le organizzazioni contadine, le cooperative, i circoli di cultura, le Case del popolo, specialmente nella Valle Padana, in Emilia e in Romagna, dove la classe contadina e quella operaia erano più avanzate. È qui appunto che con l'aiuto della classe agraria sono nate le prime e più violente squadracce fasciste che aumentavano di giorno in giorno di numero e di forza soprattutto per l'aiuto delle questure di allora.

In tutta Italia la violenza fascista non aveva tregua e le repressioni costituivano un metodo di governo, mentre Mussolini in Parlamento minacciava di fare di quell'aula «sorda e grigia un bivacco di manipoli».

Furono particolarmente presi di mira alcuni centri dell'antifascismo, fra cui Molinella, un piccolo paese presso Bologna, che venne perseguitato per anni. Qui, come altrove, il fascismo s'accanì contro ogni forma d'organizzazione democratica. Una delle vittime più note di Molinella fu il sindaco socialista Giuseppe Massarenti, organizzatore di cooperative e animatore della collaborazione contadina. Per questo egli doveva poi finire al confino ad Ustica.

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La strada della violenza era ormai irreversibile. E l'esempio più clamoroso si ebbe a Torino dove nel dicembre del 1922 con il pretesto di una vendetta privata, i fascisti rastrellarono la città, incendiarono i circoli e le Camere del Lavoro, devastarono la sede della rivista Ordine Nuovo, malmenarono Antonio Gramsci e i suoi compagni. Il bilancio della triste impresa fu l'assassinio di undici persone, operai e dirigenti sindacali, compiuto dagli uomini del console della milizia Piero Brandimarte. Nessuna reazione delle autorità, e solo qualche blando provvedimento del governo: la pratica fu archiviata e gli assassini rimasero impuniti.

Il 23 agosto del 1923 fu ucciso a colpi di bastone il giovane parroco di Argenta Don Minzoni, allievo di Toniolo, laureato in scienze sociali, decorato di medaglia d'argento per aver combattuto con gli arditi sul Piave. Don Minzoni era colpevole, agli occhi dei fascisti emiliani, responsabili della sua morte, di aver chiesto la distribuzione ai contadini delle terre e nuovi patti di lavoro. Anche questo delitto rimase impunito e il capo della Pubblica Sicurezza d'allora, Emilio De Bono, scrisse al fiduciario di Ferrara: «Per eventuali bastonature non si devono imbastire altri processi». La stampa di opposizione aveva ancora sufficiente autonomia da denunciare il fatto e La Voce Repubblicana, diretta dal Ferdinando Schiavetti, accusò Italo Balbo quale mandante dell'aggressione.

Il primo anno di governo fascista, fu così caratterizzato dall'imperversare dei «ras» di provincia contro ogni forma di opposizione e di vita democratica. Questo triste periodo, che vide l'agonia della libertà, si chiuse con due episodi di violenza a Roma: l'invasione della villa dell'ex Presidente del Consiglio, Saverio Nitti, e la bastonatura di Giovanni Amendola, uno dei maggiori oppositori del fascismo, approvata poi dal giornale di Mussolini. Si continuava a sperare nella normalizzazione ma l'anno successivo, il 1924, fu, in un certo senso, ancora peggiore.

 

Di seguito gli articoli:

Le elezioni del 1924 e il delitto Matteotti

27 giugno 1924: l'Aventino

1925: La distruzione delle strutture dello Stato di diritto

L’opposizione al fascismo, in esilio

L’attivismo di Giustizia e Libertà

Il Tribunale speciale

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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