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Zemljanka: la canzone dell'Armata Rossa a Stalingrado

14 Août 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Nelle ultime settimane del 1942 a Stalingrado la canzone preferita dell'Armata Rossa era Zemljanka («Il ricovero»), la risposta russa a Lili Marlene, a cui tra l'altro assomigliava.

 

È un’incantevole canzone di Aleksej Surkov, scritta l'inverno precedente, nota anche con il titolo tratto dal suo verso più famoso, «I quattro gradini verso la morte»

 

Il fuoco guizza nella stufetta

La resina cola dal ciocco come una lacrima

E la fisarmonica nel bunker

Mi canta del tuo sorriso e dei tuoi occhi

 

I cespugli mi hanno sussurrato di te

In un campo bianco di neve vicino a Mosca

Voglio soprattutto che tu senta

Com' è triste ora la mia voce

 

Ora tu sei molto lontana

Distese di neve si frappongono fra noi

È così difficile per me venire da te

E qui ci sono quattro gradini verso la morte

 

Canta fisarmonica, sfidando la tempesta di neve

Chiama quella felicità che ha smarrito la strada

Sto al caldo nel freddo bunker

Perché ho il tuo amore inestinguibile.

 

L’operazione “Barbarossa”, l’attacco nazista all’Unione Sovietica, era iniziata il 22 giugno 1941.

“disumanizzare i sovietici” era l’obiettivo cosicché tutto diventava lecito: ogni tipo di sevizie e di massacri, lo sterminio razziale, rappresaglie collettive. Ed ancora: vivere dei prodotti dei territori occupati, affamando i civili. “Annientare gli ebrei che appoggiano il bolscevismo e la sua cricca di assassini, i partigiani, è un provvedimento di autoconservazione”: queste erano le direttive impartite all’esercito invasore.

Nel corso della campagna di Stalingrado l’Armata Rossa subì 1.100.000 perdite. Ma il più grande errore dei comandi tedeschi era stato quello di aver sottovalutato il soldato semplice dell’Armata Rossa “Ivan”.

Scoprirono ben presto che militari circondati o in numero decisamente inferiore continuavano a combattere, quando, nella stessa situazione, le loro controparti occidentali si sarebbero arrese.


traduzione della scritta sul manifesto: per far cadere il coltello da questa mano moltiplica le forze del fronte antifascista


Un ordine di Stalin dell’agosto 1941, a due mesi dall’invasione, stabiliva che “ chiunque abbassa la sua bandiera durante la battaglia e si arrende dovrà essere considerato come un vile disertore, la sua famiglia verrà arrestata perché ha nel suo ambito una persona che non ha tenuto fede ad un giuramento e che ha tradito la madrepatria. Questi disertori saranno fucilati sul posto. Chiunque cada in un accerchiamento e chiunque preferisce arrendersi dovrà essere eliminato ad ogni costo, mentre la sua famiglia verrà privata di tutti i benefici dell’assistenza dello Stato”.

Numerosi soldati sovietici feriti e catturati dai nazisti riuscirono a sopravvivere nei campi di concentramento fino a quando non furono liberati nel 1945. Invece di essere considerati eroi vennero mandati nei gulag, considerati da Stalin dei traditori per essere caduti in mano nemica. Stalin applicò lo stesso provvedimento anche nei confronti di suo figlio Jakov.

Mentre  l’Armata Rossa entrava a Stalingrado, il 24 gennaio 1943, a Casablanca, Roosevelt e Churchill annunciavano la loro intenzione di combattere fino alla resa incondizionata dell’Asse.

Stalingrado: 2 febbraio 1943. La VI armata tedesca capitola




I Russi stavano facendo pagare caro ai tedeschi il loro attacco; il fronte orientale stava dissanguando a morte la Wehrmacht con molto maggiore rapidità di ogni altro fronte occidentale. L’Armata Rossa non si sarebbe fermata fin quando Berlino non fosse assomigliata alla città di Stalingrado in rovina. Dopo i bombardamenti nazisti Stalingrado era poco più di uno scheletro mal ridotto e bruciacchiato: migliaia di bambini erano morti sotto le rovine.

 







 

Nel novembre del 1943, durante la conferenza di Teheran, Churchill donò la spada di Stalingrado (il re d’Inghilterra Giorgio VI l’aveva fatta forgiare come dono alla città) a Stalin.

La conferenza di Teheran stabilì sostegno alleato per il resto della guerra. Il piano di Churchill di un’invasione attraverso i Balcani fu respinto: lo sforzo principale degli Alleati doveva essere rivolto verso l’Europa nord-occidentale.






1943-Stalingrado-bandiera-rossa.jpg




La vittoria sovietica a Stalingrado aveva costituito una spinta inimmaginabile per i comunisti in tutto il mondo. Con il “Nuevo canto de amor a Stalingrado”, Pablo Neruda scrisse una poesia d’amore senza confini per una città il cui nome aveva dato speranza al mondo intero:

 

Città, Stalingrado, non possiamo
giungere alle tue mura, siamo lontani.
Siamo i messicani, siamo gli araucani,
siamo i patagoni, siamo i guaranì,
siamo gli uruguaiani, siamo i cileni,
siamo milioni d’uomini.
E abbiamo altra gente, per fortuna, nella famiglia,
ma non siamo ancora venuti a difenderti, madre.
Città, città di fuoco, resisti finchè un giorno
arriveremo, indiani naufraghi, a toccare le tue muraglie
con un bacio di figli che speravano di tornare.

Stalingrado, non c’è un Secondo Fronte,
però non cadrai anche se il ferro e il fuoco
ti mordono giorno e notte.

Anche se muori non morirai!

Perché gli uomini ora non hanno morte
e continuano a lottare anche quando sono caduti,
finché la vittoria non sarà nelle tue mani,
anche se sono stanche, forate e morte,
perché altre mani rosse, quando le vostre cadono,
semineranno per il mondo le ossa dei tuoi eroi,
perché il tuo seme colmi tutta la terra.

 

Pablo Neruda (traduzione di Salvatore Quasimodo)

 

 

Durante la seconda guerra mondiale l’Armata Rossa aveva avuto 9.000.000 di morti e 18.000.000 di feriti. Solo 1.800.000 prigionieri ritornarono in patria dei 4.500.000 catturati dalla Wehrmacht. Le perdite tra i civili si pensa che si aggirino attorno ai 18.000.000 portando il totale delle perdite di guerra dell’Unione Sovietica a più di 26.000.000, ovvero cinque volte il totale delle perdite tedesche.

 

libera elaborazione dalla lettura del libro di Antony Beevor “Stalingrado – La battaglia che segnò la svolta della Seconda guerra mondiale”  BUR Storia

 

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