Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

25 aprile 2013

26 Avril 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #avvenimenti recenti

Lissone, 25 aprile 2013

Pubblichiamo l'intervento del prof. Giovanni Missaglia, presidente vicario dell'ANPI di Lissone e rappresentante dell'ANPI provinciale di Monza e Brianza.

25 APRILE 2013

Ren e GiovLa retorica che quasi inevitabilmente accompagna le celebrazioni è spesso insopportabile. Oggi – nel mezzo di una situazione così cupa – sarebbe persino imperdonabile. Mi capirete, perciò, se il tono e i contenuti della riflessione che sto per proporvi saranno intrisi di un’amarezza che qualcuno giudicherà inadatta ad un giorno di festa come il 25 aprile.

La festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo cade quest’anno in un momento particolarmente difficile della vita pubblica. La crisi economica che da diversi anni ci colpisce ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia determinando forme di vera e propria disperazione sociale come ci raccontano le cronache dei troppi suicidi o, meno tragicamente, i dati di una nuova emigrazione, specie giovanile, degli italiani all’estero. Alla crisi economica si lega, naturalmente, una crisi sociale che si manifesta soprattutto nelle crescenti disuguaglianze e nella progressiva erosione del ceto medio, non a torto considerato un vero e proprio pilastro degli ordinamenti democratici, la garanzia, l’assicurazione contro le avventure populiste e fascistoidi che hanno sempre trovato un terreno fertile negli squilibri della distribuzione della ricchezza. Le società nelle quali i troppo ricchi chiedono una fortezza che tuteli i loro privilegi e li protegga dall’assalto degli affamati o, viceversa, nelle quali i troppo poveri si offrono alle seduzioni dei sedicenti salvatori della Patria sono il terreno di coltura ideale degli esperimenti autoritari. Alla crisi economica e a quella sociale si aggiunge, con ogni evidenza nel caso italiano, una crisi politico istituzionale che le ultime elezioni politiche non solo non hanno contribuito a risolvere ma hanno persino aggravato. Le difficoltà nella formazione di un nuovo governo sono state e sono sotto gli occhi di tutti e per uscire dall’impasse nell’elezione presidenziale è stato confermato Giorgio Napolitano. Al quale dobbiamo rispetto e riconoscenza, senza tacere, però, che non appartiene alla fisiologia della vita politica di un Paese la rielezione di un uomo di 88 anni alla guida della Repubblica. Il Paese è spaccato, le forze politiche e parlamentari non sono facilmente componibili, il discredito verso la politica, verso l’idea stessa di politica, ha raggiunto livelli di guardia e i principali partiti italiani sono quelli dell’astensione  e della protesta. Una specie di furia distruttrice sembra travolgere tutto e tutti.

In questo quadro così desolante, mi sembra che la prima lezione che ci viene dall’esperienza dell’antifascismo e della Resistenza sia il richiamo a una piena assunzione di responsabilità, individuale e collettiva. Gli antifascisti prima, negli anni del ventennio, e i resistenti poi, nel biennio 43-45, sono innanzitutto coloro che non hanno aspettato, che non hanno scaricato su altri la responsabilità, coloro che hanno saputo distinguersi dal tradizionale indifferentismo di tanta parte del popolo italiano. Sono coloro che hanno chiesto innanzitutto a se stessi: qual è il mio ruolo, la mia responsabilità, in questo frangente così drammatico della vita del Paese? Non era facile ieri e non è facile neppure oggi: l’indifferenza alla vita pubblica, il sospetto preconcetto verso ogni forma di impegno politico, la delega all’uomo della provvidenza che risolva miracolisticamente tutti i problemi sono tratti reali del carattere italiano. A suo modo, lo ricordava Emanuele Artom nel suo splendido diario. Emanuele Artom era un giovane di 29 anni quando, a seguito delle brutali torture fasciste, morì il 7 aprile 1944 in una cella delle Carceri nuove di Torino:

 “… il fascismo – scrive Artom - non è una tegola cadutaci per caso sulla testa: è un effetto della apoliticità e quindi della immoralità del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero o sotto una dittatura”

. Artom aveva, ha, ragione. La apoliticità è, in ultima analisi, una forma di immoralità, se è vero come è vero che la vita morale comincia con un’assunzione di responsabilità: quando la Storia chiama, bisogna rispondere, personalmente e collettivamente, bisogna scegliere da che parte stare, che è una cosa ben diversa dall’indistinto grido qualunquistico contro i politici e contro la politica, dall’indistinto “tutti a casa” che, per quanto contenga una legittima esasperazione per i difetti e le colpe della politica, è anche una forma di insopportabile autoassoluzione collettiva: noi siamo il popolo, oggi diremmo la società civile o, più volgarmente, la gente, la parte sana del Paese, loro sono i politici, oggi diremmo la casta, la sola responsabile delle sciagure che ci accadono. No, direbbe Emanuele Artom: il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa, ma un effetto della apoliticità e quindi della immoralità del popolo italiano. Che infatti per vent’anni aveva tributato un consenso largo al fascismo e aveva lasciato soli, molto soli, i grandi protagonisti di quella minoranza antifascista a cui deve andare la nostra infinita riconoscenza. Non a caso il 25 luglio 1943 il fascismo cadde non per una sollevazione popolare, ma  fondamentalmente a causa  della piega che la guerra stava prendendo – gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia quindici giorni prima e stavano risalendo la penisola – e delle conseguenti divisioni interne al regime, plasticamente visibili nella notte tra il 24 e il 25 luglio, quando il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini e molti gerarchi con la complicità del Re tentarono di separare il loro destino da quello dell’ormai perdente Duce che fino al giorno prima avevano sostenuto ed esaltato.

 Aveva ragione Artom come aveva e ha ragione Giacomo Ulivi, un partigiano ancora più giovane. Impegnato nelle fila della Resistenza, Giacomo fu arrestato per ben tre volte dai tedeschi fino a che, il mattino del 10 novembre 1944, a soli diciannove anni, venne fucilato sulla Piazza Grande di Modena da un plotone della Guardia Nazionale Repubblicana, un corpo armato della Repubblica Sociale Italiana. In una lettera scritta agli amici tra il secondo e il terzo arresto, Giacomo ci ha lasciato un testamento meraviglioso nel quale il richiamo alla responsabilità, individuale e collettiva, ha una forza straordinaria.

 

Cari amici,

dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio sembrarvi un Savonarola che richiami al flagello. Vorrei che pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano.

Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa per tutto il resto …

 Mi chiederete, perché rifare noi stessi, in che senso? Ecco, per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro ? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà: nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. E’ il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato, è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica …

 

L’errore, vuole dirci Giacomo, è rifugiarsi nel “privato”, perché in questa comprensibile aspirazione si può nascondere un grande pericolo, quello di abbandonare qualsiasi forma di partecipazione o, almeno, di consapevolezza politica. Per vent’anni – Ulivi si sta riferendo al ventennio della dittatura fascista- ci hanno detto che la politica è una cosa sporca, un’attività che deve essere lasciata agli “esperti”. Ancora oggi, a ben pensarci, l’immagine della “sporcizia” della politica è molto diffusa. E’ impressionante l’elenco di luoghi comuni che si possono ricordare: “i politici sono tutti uguali”, “rubano tutti”, “pensano solo ai loro interessi”, “non cambierà mai niente”, ecc. Sono frasi fatte, luoghi comuni, appunto, prodotti di un pericoloso qualunquismo che in genere serve a giustificare il proprio disimpegno. La realtà è che i politici non sono né migliori né peggiori degli insegnanti, degli imprenditori, degli impiegati, dei liberi professionisti e degli operai. Guai a contrapporre il mondo politico “cattivo” e la società civile “buona”. Il bene e il male non si distribuiscono per categorie! Giacomo Ulivi sarebbe insorto di fronte a queste dilaganti banalità.

La seconda lezione che oggi, in questo panorama politico, sociale ed economico così difficile, mi sembra di particolare attualità è quella che ci viene dalla Costituzione nata dalla Resistenza. Si continua a parlare con troppa leggerezza della necessità di riformare la Costituzione. Qualche aggiustamento è effettivamente sensato: ridurre il numero dei parlamentari e superare il bicameralismo perfetto, per esempio, sono obiettivi che potrebbero aiutare a rendere più efficiente la macchina dello Stato. Ma dovremmo smettere di chiedere alla Costituzione o troppo o troppo poco. Le chiediamo troppo, quando ci illudiamo che una grande riforma costituzionale possa magicamente risolvere i problemi del Paese. Tali problemi, in quanto sono economici e sociali, hanno la loro radice nelle grandi contraddizioni della globalizzazione, nelle gigantesche trasformazioni produttive che stanno determinando una nuova divisione del lavoro e una redistribuzione della ricchezza su scala planetaria, non certo negli articoli della nostra Costituzione. Quando poi questi problemi sono politici, più che originarsi dal nostro assetto costituzionale, dipendono dallo statuto ancora incerto della UE e, soprattutto, dalla crisi morale e ideale che ha dissanguato la capacità di proposta delle forze politiche e il loro radicamento popolare. Ma alla nostra Costituzione, proprio per essere davvero eredi fedeli della Resistenza, dovremmo chiedere molto di più. Essa delinea un programma che in troppe parti è ancora inattuato. Negli ultimi tre decenni, il tema dell’attualità della Costituzione ha cambiato completamente di segno. Potrei dire, con una semplificazione non fuorviante, che l’aggettivo “inattuale”, riferito alla Costituzione, ha smesso di significare “non sufficientemente attuata”, “ancora da attuare”, ed è invece diventato sinonimo di “invecchiata”, “superata”. E’ un passaggio che – ad avviso mio ma soprattutto di molti costituzionalisti e dello stesso popolo italiano che nella sua maggioranza ha respinto, nel referendum del giugno 2006, una proposta di modifica costituzionale così vasta da dare origine, di fatto, ad una nuova Costituzione – è un passaggio, dicevo, infondato. O, se si preferisce, fondato sull’illusione che la crisi del sistema politico italiano potesse essere imputabile alla Costituzione e, perciò, superabile proprio agendo sul sistema costituzionale. Ma la crisi del sistema politico –dei partiti, della loro credibilità, del loro radicamento, delle loro basi ideologiche – è altra cosa dal sistema costituzionale –che invece definisce i diritti e i doveri dei cittadini e l’architettura istituzionale dello Stato.

Penso, invece, che si dovrebbe ricominciare a parlare di inattualità della Costituzione nel primo senso che ho segnalato: la Costituzione è inattuale perché non è ancora stata sufficientemente attuata. Consiglio sempre un esercizio salutare: leggere la Costituzione e poi guardarsi intorno. Si scoprirà che il progetto costituzionale è ancora lontano dall’essere realizzato. A puro titolo di esempio, mi limito a segnalare i dati più evidenti. Quanti sono i giovani capaci e meritevoli che ancora non possono giungere ai più alti gradi dello studio a causa della loro condizione sociale (art. 34)? O gli inabili che non possono fruire di un’idonea formazione professionale per meglio inserirsi nella società (art. 38)? E – tema quanto mai “attuale” quanti lavoratori non percepiscono un salario sufficiente ad assicurare a sé e alla loro famiglia un’esistenza libera e dignitosa (art. 36)? E quante sono le discriminazioni sessiste di cui le donne sono vittime nelle famiglie, nella società e nel mondo del lavoro, a dispetto di quanto statuito dagli articoli 3 e 37 della Costituzione? Se dal campo dei diritti sociali passiamo a quello dei diritti civili, il panorama non è più consolante. Possiamo considerare compiuto il cammino della libertà religiosa se oggi molti fedeli non possono neppure disporre di un luogo di culto dove pregare, o se le minoranze religiose non hanno alcuna possibilità di far conoscere la loro storia neppure nelle scuole pubbliche (artt. 8 e 19)? Qualcuno si sentirebbe di dire che tutti hanno identico accesso al diritto di difesa a prescindere dal loro reddito (art. 24)? O che la pena, nonostante alcune esperienze d’avanguardia di molti operatori carcerari, consente davvero la realizzazione del fine costituzionale della rieducazione del detenuto (art. 27)? E infine, per venire ai fondamenti della stessa democrazia: non è forse vero che abbiamo appena votato, per la terza volta consecutiva, sulla base di una legge elettorale che stravolge il principio della sovranità popolare, attribuendo un abnorme premio di maggioranza alla Camera dei deputati che stravolge il principio di uguaglianza del voto sancito dall’articolo 48 e impedendo sostanzialmente agli elettori di scegliere gli eletti?

L’elenco potrebbe e dovrebbe continuare. Non per misconoscere i progressi che sessant’anni di vita costituzionale e repubblicana hanno realizzato. Ma per capire una volta per tutte che i progressi, quando ci sono stati, sono stati resi possibili da una classe dirigente radicata nello spirito del 25 aprile. E che i passi indietro, il vero e proprio regresso costituzionale che ha dominato i due decenni della cosiddetta seconda Repubblica, sono dipesi tra l’altro da uno smarrimento ideale, dal non aver più posto a fondamento del proprio pensiero e della propria azione politiche l’antifascismo, la Resistenza, il 25 aprile e la Costituzione.

Giovanni Missaglia 

 


l'intervento della Sindaco Concettina Monguzzi




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