Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

La “lunga Liberazione”

4 Mai 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

La violenza della RSI - sotto forma di fucilazioni di partigiani e di rappresaglie contro i civili - perdurò in forma virulenta sino alla fine della guerra, senza alcuna attenuazione.

Il 19 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lanciò ai fascisti l’invito tassativo di “arrendersi o perire”. Ma fino agli ultimi giorni, quasi le ultime ore, l'azione repressiva dei nazifascisti mantenne intatta la propria drammatica efficacia. Lo scontro fu durissimo e totale sino alla fine delle ostilità "ufficiali". Nella sola fase insurrezionale 4.000 furono le perdite partigiane.

L'addensarsi della rabbia vendicativa, accumulata per mesi, trovò sanguinoso sfogo appena le circostanze lo consentirono.

Alla Liberazione seguì un mese di giustizia sommaria, intensa e senza mediazioni. La memoria lunga dell'oppressione classista e della guerra civile strisciante del 1921-22, quando il rullo compressore dello squadrismo aveva distrutto il tessuto associativo delle leghe rosse, costò cara ai responsabili di soperchierie lontane nel tempo ma vicinissime nella percezione delle vittime e dei loro figli. Si uccise il nemico sconfitto, si vendicarono i caduti e gli eccidi. Si anticipò il corso di una giustizia che ritardava troppo la sua azione.

... “Ragazzi di vent'anni o padri di famiglia pagano adesso con la vita la fedeltà e l'estrema coerenza ad un malinteso ideale di onore e di amor patrio che li ha tragicamente spinti a non vedere ciò che era ormai sotto gli occhi di tutti, pagano l'aver scelto di continuare a stare dalla parte di chi aveva elevato la violenza e l'efferatezza a sistema, di chi volontariamente e oggettivamente si era asservito ai nazisti divenendo corresponsabile del saccheggio del patrimonio nazionale, delle deportazioni, delle stragi, delle rappresaglie, delle torture, delle impiccagioni e delle fucilazioni”.
 


Piccola fascista con il viso imbrattato di vernice e la ‘M’ di Mussolini dipinta sulla fronte viene fatta marciare per la città da partigiani milanesi (da Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea 'Giorgio Agosti' http://www.istoreto.it/mostre/lunga_liberazione_220405/chiaroscuri_fotografie.htm


Dove più forte aveva infierito la repressione nazifascista, più forte colpì la vendetta del postliberazione. Dove più forte e sanguinoso era stato l'impatto dello squadrismo agrario e padronale, lì è dove la "pulizia" venne condotta con la massima energia.


Furono mesi in cui la fiducia in una giustizia pronta ed efficace rimase ancora diffusa, sensazione che si infranse prima sul reale rigore della giustizia ufficiale e poi nell'azione di distruzione a tappeto delle condanne compiuta dalla Cassazione, operazione completata dall'amnistia del 1946.

Apparve presto evidente, con l'emanazione dell'amnistia Togliatti e con la sua applicazione oltremodo estensiva da parte della magistratura (plasmata in buona parte dal regime e persistentemente ancorata a quei valori), che lo Stato applicò agli imputati criteri di straordinaria generosità, considerati beffardi da chi aveva avuto familiari o compagni di lotta uccisi in maniera brutale e che vedeva quei criminali tornare liberi, nel giro di un paio d'anni.

21.500 furono gli imputati comparsi di fronte alle CSA (Corti Straordinarie d’Assise); 525 furono le condanne a morte comminate (2,4%). I reati consumati prima dell’8 settembre 1943 non furono di competenza delle CSA e non conobbero mai giustizia perché amnistiati nel giugno 1946.

Mentre in Francia vi fu un mantenimento, con qualche novità, della sua classe dirigente politica (con l’esclusione delle destre fasciste) e un rinnovamento, in misura sensibile, degli apparati, in Italia vi fu un rinnovo della classe politica senza mutare il personale degli apparati. Un esempio: i giudici della Cassazione. La Cassazione (che annullò il maggior numero possibile di condanne a morte) era composta da uomini che dovevano al fascismo la loro posizione: erano stati zelanti verso le disposizioni del regime.

L’amnistia fu l’eutanasia del processo di defascistizzazione e un fallimento dell’epurazione amministrativa.

Particolarmente severo nei confronti dell’amnistia si dimostrò Sandro Pertini che non mancò di polemizzare anche con Togliatti.

L’amnistia fu carente per “dissidio tra circostanze attenuanti e principio di responsabilità”.

Con l’amnistia buona parte dei vertici della repubblica Sociale Italiana furono liberi, così pure i golpisti del 1922, i sicari di Matteotti e dei fratelli Rosselli, i delatori, le spie, i torturatori di prigionieri (percosse, strappi delle unghie, bruciature non vennero considerate sevizie “particolarmente” efferate), gli stupratori. Un gran numero di componenti della banda Koch di Milano, tra cui assassini di partigiani (con l’esclusione dei componenti volontari dei plotoni di esecuzione), vennero liberati.

I giudici togati al cospetto dell’opinione pubblica condannarono gli imputati, ma sul piano giurisprudenziale lasciarono ampio spazio alla revisione delle sentenze, con la conseguenza di una netta attenuazione delle pene emesse  dalle CSA.

La Cassazione completò l’opera di totale smantellamento dell’apparato primitivo contro fascisti e collaborazionisti applicando in maniera estensiva e indiscriminata l’amnistia.


da una sentenza della Cassazione depositata in copia a Torino:

"Non può […] essere ritenuta la partecipazione dell'imputato all'omicidio di un paracadutista, che gli inglesi avevano calato nel territorio occupato per servizio di informazioni, per averlo lo stesso denunciato e consegnato ai tedeschi che lo fucilarono, giacché, a prescindere che malgrado il rigore dei metodi di guerra dei tedeschi la decisione sulla fucilazione restava sempre ad essi devoluta, mancava la prova nell'imputato della volontà di uccidere, non potendo la previsione della fine certa del denunciato indurre senz'altro l'intenzione di uccidere. Non sussiste la causa ostativa dei fatti di omicidio nei confronti di chi -comandante dell'UPI- abbia arrestato due coniugi e diverse altre persone di razza ebraica, poi deportate a Dachau e Mauthausen, dove perirono, giacché nella fattispecie non solo manca il rapporto di causalità psichica, ma anche di causalità materiale fra l'arresto, la deportazione e l'evento morte. Né sussiste la causa ostativa dei fatti d'omicidio a carico di chi, maresciallo della G.N.R., abbia compiuto numerosi arresti di cittadini e patrioti, successivamente uccisi dai tedeschi o deceduti a Fossoli [ ... ] poiché mancano gli estremi della responsabilità per la partecipazione agli omicidi. Non costituiscono sevizie particolarmente efferate le percosse con nerbate, inflitte a diversi arrestati durante gli interrogatori per farli parlare, fatte seguire da immersioni in vasche piene d'acqua durante l'inverno, giacché tali violenze non arrivano a concretare il grado sommo ed abnorme di atrocità nelle sofferenze richiesto per rappresentare quelle sevizie particolarmente efferate ostative dell'amnistia. Né l'assistenza dell'imputato all'impiccagione di un arrestato può costituire di per sé, senza il concorso di elementi specifici di partecipazione, prova di concorso nell'omicidio o nemmeno, per difetto di circostanze idonee ad integrarle, le sevizie particolarmente efferate. Difetta di motivazione la sentenza che ha qualificato sevizie particolarmente efferate le nerbate sulle mani, protratte sino a provocare la perdita dei sensi della vittima, ed il ricorso a punture per farla rinvenire e continuare il martirio, giacché da un lato ha omesso di valutare criticamente le modalità ed intensità delle sevizie stesse e dall'altro di indagare quali siano stati i mezzi impiegati per farle ricuperare i sensi, ben diverse, a seconda del mezzo adoperato, potendo essere le conclusioni circa la gravità delle sofferenze provocate”.

 
“Si salvano in tanti

Sono in troppi a salvarsi in quei giorni e sono in troppi a prodigarsi per il salvataggio dei criminali più in vista. Ci sono gli angloamericani e la curia milanese, quell'Ildefonso Schuster che, per glorificare il duce aveva scomodato anche Gesù quando, all'interno del duomo, aveva fatto scrivere in caratteri dorati: «Gesù, re dei popoli - dona anni lunghi e vittoriosi - a Benito Mussolini, splendore dell'epoca sua» .

Tra coloro che avranno salva la vita c’è “il maresciallo Graziani, il «leone di Neghelli», l'uomo che, fra le tante ignominie, ha firmato il bando di fucilazione per i renitenti alla leva repubblichina. ...

Il 26 febbraio 1948 la Corte d'assise speciale di Roma, dopo settantanove udienze, si dichiarerà incompetente a giudicare Graziani e ordinerà la trasmissione degli atti alla Procura militare. Condannato il 2 maggio 1950 a diciannove anni di reclusione, beneficerà subito di una riduzione della pena a quattro anni e cinque mesi per effetto del condono e, scontatigli anche gli ultimi quindici mesi che gli restano da fare, il maresciallo torna in libertà, ma non proprio a vita privata: una fotografia del 1953 lo ritrae ad un comizio elettorale ad Arcinazzo, in un bel abbraccio con l'allora giovane sottosegretario democristiano Giulio Andreotti”.


L’amnistia arrivò troppo presto in Italia, solamente dopo quattordici mesi dalla fine della guerra, a differenza della Francia (*) dove l’amnistia vi fu solo nell’agosto del 1953, cioè nove anni dopo la fine dell’occupazione tedesca.

 

Bibliografia:

-  Mirco Dondi – La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano – Editori Riuniti, 2008

- Massimo Storchi – Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (1945-1946) – Aliberti Editore, 2008

- Luigi Borgomaneri - Due inverni, un'estate e la rossa primavera. Le brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945 - Franco Angeli, 1995

- Vittorio Roncacci  - “La calma apparente del lago” Macchione Editore, 2004

 


 

(*) Le cifre dell’epurazione in Francia:


9.000 esecuzioni extragiudiziarie

1.500 esecuzioni giudiziarie

310.000 le cause istruite

125.000 processi

45.000 pene di prigione

      50.000 sottoposti a “dégradations nationales”
      25.000 funzionari sottoposti a sanzioni


La “lunga Liberazione” a Lissone


Anche nella nostra città la giustizia sommaria ebbe, nei giorni seguenti il 25 aprile, il suo tragico corso:

Ennio Arzani,

impiegato, di anni 29, fucilato alla schiena alle ore 6,30 del 30 aprile 1945 presso il Parco delle Rimembranze

Luciano Mori,

geometra, di anni 45, fucilato alla schiena alle ore 6,30 del 30 aprile 1945 presso il Parco delle Rimembranze

Giuseppe Tempini,

maresciallo dei Carabinieri in pensione, di anni 55, morto per ferite multiple di arma da fuoco al torace e al cranio, presso la sua abitazione di Via Assunta 3, alle ore 18,30 del 3 maggio 1945

Guglielmo Mapelli,

meccanico, di anni 37, morto per ferite multiple di arma da fuoco al cranio, alle ore 22,30 del 17 maggio 1945 presso il cimitero di Lissone

Fausto Gislon,

falegname; di anni 41, morto per ferite multiple di arma da fuoco al cranio, alle ore 5 del 18 maggio 1945 presso il cimitero di Lissone

 

(fonte Archivi comunali)

 


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