Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Per non dimenticare: diario di guerra di Arnaldo Pellizzoni

29 Août 2009 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta»

Nuto Revelli

(ufficiale degli alpini della Tridentina nella tragedia della campagna di Russia, poi comandante partigiano di Giustizia e Libertà e scrittore (1919-2004), dal discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa, 1999)

 

"Anche se ancora pochi di noi sono testimoni, questo nostro passato non deve restare nell’oblio perché ora i nostri ventri sono sazi e le case calde, perché abbiamo un letto pulito per dormire e i nostri nipoti sorridono compassionevoli se ci vedono raccogliere e portare alla bocca le briciole che rimangono sulla tovaglia o se mettiamo da parte un pezzo di pane rimasto sulla tavola.

Faccio mie le parole di Primo Levi:

«Voi che viveve sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici … meditate che questo è stato» ".

Mario Rigoni Stern

(scrittore ed ex-deportato

da "Ritorno nel lager I/B" in "Aspettando l’alba e altri racconti" Einaudi 2004)


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Per non dimenticare: da un diario di guerra (1940 1945)

«In questo documento ho cercato di riassumere gli avvenimenti di cui sono stato protagonista dal 1940 al 1945.

E’ in breve il racconto di cinque anni della mia vita, dall’età di 25 ai 30 anni.

Sono pagine che non si leggono sui libri di storia, ma non sono solamente delle vicende personali; sono un pezzo di Storia degli anni di guerra, simile a quella di molti altri soldati italiani che nell’ estate del 1945 ritornarono dai lager nazisti: lì erano stati deportati dopo l’ 8 Settembre 1943. A loro era stato offerto di tornare liberi indossando le divise della Wehrmacht o della Repubblica di Salò, ma essi rifiutarono.

Ho potuto ricostruire i fatti basandomi non solo sul ricordo ma anche grazie ad un piccolo diario da me tenuto durante gli anni dal 1940 al 1945.

Diario-di-Arnaldo-Pellizzoni.jpgQuesto diario, scritto a matita, e’ stato da me custodito gelosamente soprattutto durante la mia prigionia nel campo di concentramento in Germania. Non e’ stato facile salvarlo da tutte le perquisizioni e anche quando sembrava ormai irreparabilmente perso sotto le macerie della mia baracca, distrutta da un bombardamento, sono riuscito fortunatamente a recuperarlo.

Penso che la mia testimonianza, insieme a quella di altri protagonisti della seconda guerra mondiale, possa essere utile ai giovani.

La conoscenza delle conseguenze della guerra non solo sulla vita delle nazioni ma anche sui singoli individui che la compongono, possono costituire un momento di riflessione per le nuove generazioni, affinché non si ripetano più in futuro tragedie come quelle che noi abbiamo vissuto».
Arnaldo Pellizzoni

Lissone, Aprile 1995

 

«Il periodo della mia partecipazione alla seconda guerra mondiale si può suddividere in quattro fasi:

-  il fronte francese (estate 1940)

-  il fronte greco-albanese (Natale 1940 - Luglio 1941)

-  il presidio a Tinos, isola greca del Mar Egeo (Agosto 1941 - Settembre 1943)

-  il campo di concentramento in Germania (ottobre 1943 - Agosto 1945)

 

FRONTE FRANCESE

«Il mio coinvolgimento diretto nella seconda guerra mondiale ha inizio nel 1940.

All’età di 25 anni, il 24 Maggio 1940 vengo richiamato alle armi al Distretto di Monza in attesa di partire per il fronte francese e poi trasferito ad Ormea, in provincia di Cuneo: il 6 Giugno il 3° Battaglione dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo, di cui faccio parte, si avvicina al Col di Tenda, dove rimane accampato».

L’ 8° Reggimento Fanteria ha sempre fatto parte della Divisione Cuneo (nata dal Reggimento Nizza nel 1701 poi trasformata in La Marina nel 1713 e poi ancora in Brigata Cuneo e da essa in Divisione (nella foto la mia medaglia dell’ 8° Reggimento Fanteria Cuneo). 

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò con enfasi l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco della Germania, contro la Francia e l'Inghilterra. Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Ormai per la Francia era la fine: il 14 giugno i tedeschi occuparono Parigi.

Il 22 giugno 1940 la Francia firmò l'armistizio con i tedeschi nella foresta di Compiègne.

Il 24 - Armistizio italo-francese

Pur essendo stata breve la battaglia sul fronte delle Alpi, costò alle nostre forze armate notevoli perdite (circa 600 caduti, 2000 feriti e 600 dispersi).

L'Italia ottenne la smilitarizzazione di una zona di 50 chilometri lungo il confine italo-francese.

«Dopo l’armistizio, con il 3° Battaglione rimango nella zona di Vernante (in provincia di Cuneo) fino al mese di Agosto, passando le giornate a fare esercitazioni, per poi essere trasferito a Monza.  Si cominciava a sperare di essere mandati a casa.

Data la vicinanza con Lissone, durante la libera uscita potevo passare qualche ora in famiglia.

Nel frattempo il 25 ottobre 1940 Mussolini decise di attaccare la Grecia partendo dall'Albania, con la convinzione di ottenere una facile vittoria (ma l'esercito greco non solo resistette valorosamente ma inizialmente occupò addirittura il territorio albanese).

Un giorno furono revocati tutti i permessi.

Il 21 Dicembre 1940 dalla stazione di Milano Rogoredo si parte per una nuova destinazione: il fronte greco-albanese.

Il treno arriva a Brindisi il giorno 23».

 

FRONTE GRECO-ALBANESE

«Il 23 Dicembre con la mia Compagnia, la 11ma Compagnia Fucilieri del 3° Battaglione dell’8° Reggimento Fanteria Cuneo, mi imbarco sulla nave Argentina che con altre due navi, Italia e Firenze, formano un convoglio, scortato da una nave ausiliaria. Ci dirigiamo verso l’Albania. La vigilia di Natale, durante la navigazione in Adriatico, la Firenze viene colpita a poppa da un siluro lanciato da un sottomarino inglese; altri due siluri vanno a vuoto».

«Il mare era in burrasca. L’affondamento avvenne abbastanza lentamente: tutti coloro che si trovavano sul ponte dalla parte opposta al lato silurato e riuscirono a saltare sul ponte della nave Barletta, giunta in soccorso, si salvarono. Nel naufragio morirono circa 100 alpini.

In serata si arriva nel golfo Valona (attuale Vlorë) in Albania e si trascorre la notte di Natale a bordo della nave.

Il mattino di Natale scendiamo e ci dirigiamo verso Valona: in un campo, in mezzo al fieno, trascorro il Natale (sarà il primo di cinque passati lontano da casa).

Il giorno di Santo Stefano trascorre in attesa della partenza.

Il 27 Dicembre 1940 su automezzi si parte per portare rinforzi al fronte.

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Capodanno 1941: sotto una bufera di pioggia e neve inizia il nuovo anno costringendoci a ritornare verso Valona. Solo il giorno 3 Gennaio si riparte su automezzi per Dhermi, località a circa 80 Km da Valona, per poi proseguire a piedi verso la linea di combattimento, a Vunoi. Qualcuno dice: “laggiù ci saranno i greci, povera e brava gente di montagna, che esporranno la bandiera bianca”… Ed invece …

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Il 4 Gennaio 1941 i primi scontri: 4 caduti italiani sotto i colpi dei mortai».

Dal mio diario:

«Giorno 11 Gennaio 1941, fuoco intenso di artiglieria da entrambe le parti mentre la pioggia cade a dirotto. Un ufficiale greco fatto prigioniero afferma: “I Greci perderanno ma l’Albania sarà la tomba degli Italiani!”

13 Gennaio: finalmente un po’ di sole ma a mezzogiorno, una scarica di mortaio piomba a circa 50 metri dalla mia tenda; il tenente della mia compagnia viene ferito ad una gamba da una scheggia.

Si dorme poco e così nelle ore di riposo (si fa per dire) sotto la tenda, con le pareti rinforzate da sacchi di terra, riesco a scrivere qualche riga sul diario.

18 Gennaio: Neve, pioggia e vento. La nostra artiglieria spara dalla mattina alla sera: il mio plotone riempie sacchi di terra per rinforzare i fortini.

21 Gennaio: 8 nostri aeroplani con manovre in picchiata bombardano le postazioni greche.

23 Gennaio: scambio di diversi colpi di artiglieria; alcuni colpi sparati dai Greci sfiorano la nostra postazione e colpiscono una casetta di fronte sulla vetta e fanno una strage…

24 Gennaio: … colpi sopra colpi di mortaio che fanno rabbrividire…».

«26 Gennaio: verso le due del pomeriggio giungono 3 nostre navi cacciatorpediniere che bombardano la zona costiera.

26 Gennaio: 1 morto e 5 feriti della mia Compagnia …  Oggi le nostre truppe hanno sfondato il fronte a Tepeleni e avanzano ….

3 Febbraio: il sergente della mia Compagnia, che dorme nella mia stessa tenda, mentre sta raggiungendo la tenda comando viene raggiunto da una scarica di mitragliatrice che lo ferisce ad una gamba.

4 Febbraio: fa freddo, c’e’ bufera: un cecchino nemico da un’altura spara ad ogni movimento di soldato.

12 Febbraio: … mattinata primaverile splendida … osservando dalla nostra postazione vediamo il mare calmo … ma la nostra artiglieria spara granate Shrapnel verso quota 1096».

«16 febbraio: mentre io ed alcuni uomini della Compagnia ci apprestiamo alla distribuzione del rancio serale, si scatena il finimondo con bombe che cadono da ogni parte; colpi di mitragliatrice; bilancio: 6 feriti portati su barelle all’infermeria. Il rancio viene distribuito il mattino seguente.

20 Febbraio: la mia tenda viene sfiorata da vari colpi che cadono fortunatamente a poca distanza.

27 Febbraio: dalla nostra postazione assistiamo ad una battaglia aerea.

2 Marzo 1941: massiccio attacco aereo italiano con una trentina tra bombardieri e caccia sulle postazioni greche».

«4 Marzo: di nuovo aerei italiani bombardano le postazioni greche, mentre navi italiane sparano dal mare verso la costa.

20 Marzo: devo lasciare la prima linea per l’infermeria dove rimango per cinque giorni causa febbre alta.

28 Marzo: verso le 9 del mattino tre colpi di mortaio nemico centrano il nostro fortino in quel momento vuoto. Distrutte solo alcune armi.

31 Marzo: mal di denti.

9 Aprile: il comando ci informa che le truppe dell’Asse hanno occupato Salonicco

15 Aprile: il nostro battaglione passa all’attacco; in un punto un po’ esposto una raffica di mitra uccide il tenente ed un soldato della mia Compagnia.

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18 Aprile: l’attacco è riuscito e si procede sul territorio. In uno dei primi paesi occupati gruppi di bambini escono dai rifugi intonando canti patriottici.

L’ avanzata continua verso Porto Edda, lo scalo albanese di Santi Quaranta, dove si entra il giorno 19 Aprile; si procede con cautela, mentre i genieri cercano di bonificare il terreno dalle mine.

Nel mese di Maggio e di Giugno, dopo continui spostamenti a piedi e su autocarri, si arriva ad Igoumenitsa poi al porto di Missolungi, sul golfo di Patrasso».

«24 Luglio 1941: imbarco sulla nave Città di Agrigento; attraverso lo stretto di Corinto arriviamo al Pireo, il porto di Atene, la sera del 26 Luglio.

27 Luglio: partenza per l’isola di Siros, scortati da 4 navi ausiliarie e da aerei che sganciano bombe in mare a protezione da eventuali attacchi di sottomarini inglesi. A Siros si insedia il centro di comando della zona.

29 Luglio: partenza per l’isola di Andros. Si sbarca nel porto di Gavrion sulla costa occidentale dell’isola e poi a piedi si raggiunge Andros, distante circa 30 Km sulla costa orientale.

Dal 1 al 6 Agosto con un motoveliero veniamo trasportati sull’isola di Tinos».

 

PRESIDIO A TINOS (Agosto 1941 - Settembre 1943)

«1 Agosto: arrivo sull’isola di Tinos».

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L’11ma  Armata del generale Carlo Vecchierelli impiegata in Grecia, aveva la sede del Comando ad Atene. Era composta da tre Corpi d’Armata italiani e da un Corpo d’Armata tedesco. Alla fine di Luglio del 1943 l’11ma  Armata passò alla dipendenza di impiego del Gruppo Armate Est e poi a quelle del Comando Supremo. Erano agli ordini dell’ammiraglio Inigo Campioni, con sede del comando a Rodi. L’ammiraglio assolveva anche i compiti di Governatore del Dodecaneso.

Il dislocamento delle truppe dell’esercito italiano su almeno 29 isole (17 isole Cicladi, 3 Sporadi settentrionali e 9 isole del Dodecaneso) comportava un tal frazionamento da far comprendere, almeno in parte, i facili successi ottenuti dalla Wehrmacht quando, dopo l’armistizio, si rivolse contro le isole.

La Divisione Fanteria “Cuneo” occupava con i suoi uomini venti isole (Cicladi e Sporadi).

«A Tinos, isola delle Cicladi, nel mar Egeo meridionale, sono rimasto per ben due anni fino all’ 8 Settembre 1943, tranne una breve parentesi di un mese di licenza in Italia, nell’ottobre 1941. Anche il rientro in Italia per questa licenza è stato avventuroso.

Dal mio diario: 7 Ottobre 1941 – ore 8 partenza da Tinos; alle ore 14 rientro nel porto per mare in burrasca. Altro tentativo il giorno 15, più fortunato: arrivo a Rafina da cui, in autobus, il giorno 16 raggiungo Atene. Dopo 4 giorni, il 21 Ottobre, partenza in treno per l’Italia.  Nel mese di Novembre, ripercorrendo lo stesso tragitto, ritorno sull’isola di Tinos».

«Il compito affidato alla mia Compagnia era di presidiare l’isola. Il nostro alloggio era presso un’ex caserma della polizia greca».

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«Durante questo periodo di occupazione del territorio ellenico, ho cercato di mantenere dei rapporti corretti con la popolazione greca, nonostante alcuni rigidi regolamenti. Ho conosciuto una famiglia di antiche origini italiane, i Prelorenzo, e sono stato il padrino di battesimo di un loro figlio, Giovanni. (Questi, cresciuto, durante un suo viaggio in Italia nel 1965, è venuto a trovarmi a Lissone). I greci con i quali sono stato a contatto, non avevano nulla dello stereotipo delineato dalla roboante propaganda fascista; era gente comune come noi, con gli stessi problemi e le stesse piccole gioie».

«Come sergente ho cercato di frenare le intemperanze di qualche soldato un po’ esaltato, prevenendo delle situazioni che avrebbero potuto avere conseguenze negative sia per i militari italiani che per la gente dell’isola».

Nel complesso tra i militari si era andata formando una sorta di mentalità di pace, perché lo stazionare nelle Sporadi, nelle Cicladi o nel Dodecaneso significava in fondo vivere indisturbati.

«I giorni seguenti il 25 Luglio 1943 ci giunse la notizia dell’arresto di Mussolini. La domanda che circolava tra noi soldati era cosa fosse mai successo a Roma e se il fascismo era finito veramente o no. A queste e ad altre domande non sapevamo dare una risposta. Avevamo anche capito che neanche i nostri ufficiali avevano compreso la situazione che si andava creando in Italia».

Alle 18,30 dell’8 Settembre 1943 il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate.

Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima, con il seguente proclama:

"Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

«In tarda serata cominciò a circolare sull’isola la notizia, non controllata e attinta non si sapeva bene da quale fonte, che un armistizio era stato concluso fra l’Italia, l’Inghilterra, l’America e la Russia. La situazione ci si presentava oscura, greve di incognite.

Qualche ufficiale tenta di lasciare l’isola, ma viene convinto anche con minacce a non abbandonare i propri soldati; qualcun altro, per senso di responsabilità, decide di non separarsi dai suoi soldati e di condividerne le incertezze della sorte».

I tedeschi allora diedero il via all’operazione “Achse”, i cui preparativi erano iniziati già nel mese di Agosto; il piano mirava a neutralizzare le forze italiane dislocate nel mare Egeo. Gli italiani dovevano proseguire la guerra a fianco dei tedeschi o, in caso di rifiuto, consegnare le armi e tutto l’equipaggiamento ai tedeschi. In caso contrario le truppe tedesche avevano avuto l’ordine di usare la forza.

L'irresolutezza e la contraddittorietà dell'atteggiamento dei comandi furono alcuni dei motivi che determinarono la caduta del presidio di Rodi e dell'intero Egeo, dove pur non mancarono ufficiali capaci e coraggiosi che seppero prendere l'iniziativa e battersi con accanimento.

Dal diario:

«11 Settembre 1943 — I tedeschi sbarcati sull’isola di Tinos, eseguono un rastrellamento: solo 5 militari della mia Compagnia, dismessa l’uniforme, riescono a sfuggire nascondendosi tra la popolazione greca sui monti dell’isola, rischiando la fucilazione.»

Una direttiva tedesca del 15 Settembre 1943 per il trattamento degli appartenenti alle Forze Armate italiane precisava con frase lapidaria: “chi non è con noi, è contro di noi”.

Riuniti i militari italiani al porto, occorre scegliere: con o contro i tedeschi, dividendosi in due gruppi. La decisione è unanime, tutti si schierano contro.

Gli ufficiali vengono divisi dal resto della truppa, per evitare che possa “divampare la resistenza di unità intere”.

«Disarmato, come prigioniero vengo portato con un caicco sull’isola di Siros e da qui, il 18 settembre, in nave giungo al Pireo, il porto di Atene. La traversata mi parve eterna, ma alla fine giungemmo nella capitale greca: vengo smistato alla periferia della città, in un primo campo di transito di prigionieri italiani.

Giravano voci che una volta cedute le armi saremmo stati rimpatriati. Ma ben presto ciò si rivelò falso».

Il dominio assoluto del mare da parte degli Alleati ostacolò notevolmente l'evacuazione delle isole. Un ordine criminale del Führer stabiliva che per i trasporti su nave decadevano tutte le norme di sicurezza relative alla limitazione numerica degli imbarcati e che occorreva sfruttare lo spazio al massimo senza curarsi di eventuali perdite.

I trasporti dalle isole dell'Egeo verso il continente, avvenuti in tali condizioni, costarono la vita a migliaia di prigionieri italiani (circa 13.000) periti in seguito all'affondamento di vari piroscafi colpiti da unità di superficie e da sommergibili delle forze alleate.

L’obiettivo di Hitler era quello di eliminare dallo scacchiere della guerra uomini che, eventualmente schierati sul fronte opposto, avrebbero potuto creare problemi alle sue armate e, nello stesso tempo, recuperare braccia da impiegare nell’industria tedesca.

Lo stato maggiore della Wehrmacht appoggiò il proposito di Speer, il ministro degli Armamenti, di impiegare il più rapidamente possibile i prigionieri italiani come forza lavoro, soprattutto a fronte della necessità di reclutare un sempre maggior numero di lavoratori tedeschi da inviare al fronte per realizzare, secondo le parole del ministro della propaganda Goebbels, la “guerra totale” che aveva come obiettivo la vittoria finale della Germania.

«Inizialmente considerati “prigionieri di guerra” la nostra qualifica mutò presto in “IMI internati militari italiani”».

Il 20 settembre 1943, dopo la liberazione di Mussolini e poco prima della proclamazione del nuovo stato fascista (la Repubblica Sociale Italiana), Hitler ordinò di trasformare i prigionieri italiani in “internati militari”.  Il mantenimento dello status di prigionieri di guerra per gli internati militari avrebbe di fatto significato trattare alla stregua di una potenza nemica lo stato che Mussolini si apprestava a proclamare.

“Né d’altra parte i nazifascisti avrebbero potuto fare diversamente: chiamarci con il vero nome di “prigionieri di guerra” avrebbe significato che quasi settecentomila italiani ci eravamo schierati con altri italiani che si battevano contro il nazifascismo sul fronte italiano, in Jugoslavia e con i partigiani del Nord Italia. Sarebbe stato il riconoscimento dello stato di guerra in cui si trovava nuovamente quasi tutto il popolo italiano, ma ora contro la Germania; sarebbe stata un’ulteriore prova dell’assurdità della fantomatica repubblica fascista”.


 

Oltre il reticolato / la vita è bella

qua dentro c'è la morte / di sentinella.

Sotto una coltre bianca / sta un internato

ormai non ha più freddo / se ha nevicato.

Per la seconda volta / m'han prelevato

lo schiavo dei Tedeschi / son diventato.

Stanotte per la fame / non so dormire

vorrei chiudere gli occhi / e poi morire.

Ma non posso morire / così per via

devo portar quest'ossa / a mamma mia.

Canzone degli internati, sull' aria di Sul ponte di Perati.



 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO IN GERMANIA (Ottobre 1943 - Agosto 1945)

«1 Ottobre 1943: vengo caricato su un vagone ferroviario con la scritta "Hommes 40, chevaux 8"; 40 uomini in un carro merci, del tipo usato per il trasporto di cavalli. I trasporti ferroviari venivano effettuati sfruttando lo spazio disponibile sino all’estremo limite delle capacità di carico.

Indossavamo le nostre uniformi, con zaino, cinturone senza baionetta, tascapane con gavetta e borraccia.

Il treno parte per una destinazione a noi ancora sconosciuta. Durante alcune soste in piccole stazioni, offriamo alle persone che si avvicinano al treno qualche indumento leggero, contenuto nei nostri zaini, in cambio di alimenti.

Poi i carri ferroviari vengono piombati. Allora anche i più ottimisti cominciano a perdere la fiducia di essere riportati in Italia.

Passata Lubiana, il treno prende la direzione verso nord. Ora sappiamo che non si torna in Italia. Si viaggia solo di notte; non si sapeva dove si andava. Durante il giorno veniva aperto un vagone alla volta e i 40 uomini venivano fatti scendere per i bisogni e la distribuzione di pane e zuppa.

Dopo dieci giorni giungiamo nel campo di Stablack, nei pressi di Konigsberg, in territorio della Prussia Orientale, l’attuale Kaliningrad (Russia) dove nel Campo Stellare n. 1 ci ritroviamo nel giro di pochi giorni in 25.000 prigionieri. (L’enorme campo di concentramento di Stablack arrivò a contenere fino a 70.000 prigionieri). Passiamo con gli stessi indumenti dai 35/40 gradi della Grecia alla piena stagione autunnale, con freddo, nebbia e pioggia, del Nord Europa».

«Vengo poi smistato in un altro lager: la mia nuova destinazione è un campo di concentramento nei pressi di Julich, città distante circa 40 chilometri da Colonia. Il nostro gruppo di amici più stretti cerca di non dividersi: lo stare uniti ci dà un po’ di coraggio nella sventura. Qui veniamo numerati, fotografati, schedati: sono il prigioniero N° 20765. In base alla mia professione di meccanico, vengo destinato ad una fabbrica metalmeccanica».

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Sulla carta per la corrispondenza sono riportati anche i seguenti dati:

N° di prigioniero: 20765

M. – Stammlager = Mannschaftsstammlager = campo di prigionia per sottufficiali e militari di truppa               VI = Regione Militare sede del Comandante dei prigionieri

G = Bonn a Rhein                     Arbeits–Kommando = comando di lavoro 669

Lo Stammlager VI G era nell’attuale Lander Renania Settentrionale Westfalia.

Alle dipendenze degli Stammlager vi erano gli Arbeits–Kommando, distaccamenti di minori dimensioni ubicati nelle vicinanze delle fabbriche o dei luoghi di lavoro in cui venivano impiegati i prigionieri.


«Il nuovo campo di concentramento si trova a circa sette chilometri di distanza dalla fabbrica: è composto di alcune baracche di piccole dimensioni, ognuna delle quali contiene 20 letti a castello, per 40 persone, circondate da torrette e filo spinato.

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Si effettuano due appelli giornalieri, uno di primo mattino e uno alla sera per il conteggio dei prigionieri: questa operazione generalmente si protrae per un’ora, a volte due, costringendoci a stare in piedi all’aperto con qualsiasi condizione di tempo».

E’ durante uno di questi appelli che mio padre, per non so quale motivo, riceve un pugno all’occhio destro da una di queste SS. Dopo qualche anno dal suo rientro in Italia, verrà operato: l’operazione non gli restituirà completamente la vista all’occhio destro.

«Ogni giorno, esclusa la Domenica, inquadrati e scortati dalle SS, raggiungiamo a piedi la fabbrica. Alla Domenica, nel campo di concentramento è possibile assistere alla messa.

Nel mio reparto si riparano locomotive a vapore: spesso i danni consistono in perforazioni dei serbatoi dell’acqua dovuti quasi sempre ad azioni belliche.

Nel capannone della fabbrica si lavora con personale tedesco: ci sono anche prigionieri francesi e russi, questi ultimi facilmente riconoscibili perché indossano una divisa a strisce e hanno la testa parzialmente rasata (anche i prigionieri russi non sono tutelati dalla Convenzione di Ginevra e nella gerarchia dei prigionieri del Terzo Reich vengono dopo gli italiani).

Il regolamento, nonché dei limiti invalicabili, segnati sul pavimento e controllati dall’alto da soldati delle SS, impedisce ogni contatto tra prigionieri di diversa nazionalità.

Il lavoro diventa pesante soprattutto a causa della scarsissima alimentazione, del tutto insufficiente ed inadeguata per turni di lavoro di 8-10 ore.

L’unico pasto giornaliero consiste in una minestra di rape, cioè acqua con pezzi di rape, consumato in fabbrica; ogni 3 giorni al capo baracca vengono consegnati due pezzi di pane da dividere tra 40 prigionieri. Per evitare discussioni sulle parti, qualcuno costruisce una piccola bilancia. Un giorno arrivano nel lager alcuni vagoni carichi di patate. Durante la notte alcuni di noi decidono di tentare di prenderne qualcuna. Mentre siamo sui vagoni arrivano alcune SS con i cani; ci nascondiamo tra le patate per non farci vedere e per trarre in inganno l’odorato dei cani: l’operazione riesce, ma con uno spavento tale che questo alimento sarà escluso dalla mia alimentazione di libero cittadino.

Un giorno, durante una marcia di trasferimento dal campo di concentramento alla fabbrica, un prigioniero del mio gruppo, vedendo delle piccole patate ai bordi della strada, abbandona le file per raccoglierle, ma viene freddato da una mitragliata della SS che ci segue.

Durante la notte le baracche vengono chiuse dall’esterno e viene staccata l’illuminazione interna, che consiste di una piccola lampada dalla luce molto fioca. Come servizi igienici viene usato un bidone posto nel centro della baracca.

E’ consentito scrivere ai familiari solo su lettere e cartoline postali appositamente distribuite al campo: la corrispondenza è sottoposta a censura».

«Non si doveva, infatti, scrivere dove eravamo e come eravamo trattati. Si scriveva che si stava ottimamente, che il trattamento era buonissimo e che i congiunti vivessero tranquilli».


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«Buoni utilizzati nel campo di concentramento come danaro:

 peccato che nel lager non ci fosse nulla da poter acquistare, soprattutto di generi alimentari tranne qualche volta della birra».

Traduzione del testo sul soldo: Questo buono vale come mezzo di pagamento per prigionieri di guerra e può essere accettato e speso solamente nel campo di prigionia, presso i campi di lavoro negli spacci esplicitamente indicati. Lo scambio di questo buono come mezzo di pagamento legale deve aver luogo solamente presso le casse competenti dell’amministrazione del campo. Trasgressioni, intimidazioni e falsificazioni verranno puniti. Il capo del comando superiore delle Forze Armate.

 

Nel luglio 1944 scarseggia anche la carta per la corrispondenza.

Gli internati militari non potevano rivendicare per sé i diritti derivanti dalla convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra; erano pressoché sottratti al controllo della Croce Rossa Internazionale e restarono alla mercé dell’arbitrio dei tedeschi. Berlino classificando i militari italiani non come prigionieri di guerra bensì facendoli passare per internati militari, si riservò piena libertà di decidere se autorizzare o meno le attività assistenziali delle organizzazioni internazionali.

Nel dicembre 1944 Vaccai, responsabile della Repubblica Sociale Italiana, del SAI Servizio Assistenza agli Internati militari, afferma: “non era stato fatto nulla” per gli internati militari. Lo stato fantoccio di Mussolini, costretto a pagare un enorme contributo in generi alimentari non solo alle truppe della Wehrmacht presenti in Italia ma anche al Reich – ossia alla popolazione tedesca - evidentemente non era in grado di prestare dovuta assistenza ai cittadini italiani prigionieri che si trovavano in Germania.

Anche il Consolato d’Italia, in una lettera datata 17 novembre 1944, fornisce un quadro della realtà dell’internamento in Germania: il Console di Cratz, rivolgendosi al Podestà di Menaggio scrive:

“[…] in base a superiori disposizioni impartite, i militari italiani già internati in Germania in seguito agli avvenimenti dello scorso anno, sono stati passati recentemente quali lavoratori civili. Nella mia Circospezione Consolare il numero di tali ex militari internati, distribuiti nei vari campi, ammonta a circa 6000. La maggior parte di essi si trova - in fatto di vestiario e di indumenti- in una situazione veramente disastrosa. Trattasi invero di persone che già da oltre un anno trovansi qui internate ed adibite a lavori quasi sempre pesanti, che non hanno avuto finora la possibilità di rinnovare nessun capo del proprio corredo, nella maggior parte dei casi già in cattive condizioni al momento del loro arrivo in Germania dai vari fronti di guerra. L’inverno nordico con i suoi terribili rigori è ormai alle porte e si rende indispensabile e indilazionabile la necessità di provvedere in qualche modo a favore di questi infelici. […] Rimane ancora una sola via aperta: quella della solidarietà dei fratelli italiani che vivono in Patria. […]”.


La maggior parte degli internati attendeva generi alimentari e vestiti dai familiari, a volte anche inutilmente perché i vagoni ferroviari venivano saccheggiati durante il viaggio.

In una cartolina postale del lager, scritta il 18 Luglio 1944, vi sono i ringraziamenti per aver ricevuto dalla famiglia il terzo pacco con indumenti.

In un'altra lettera scritta il 24 Agosto 1944, giorno del 29° compleanno, mio padre ringrazia i genitori per aver ricevuto un pacco con indumenti personali e soprattutto cibo.

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La sopravvivenza è legata a qualche pacco che si spera di riceve da casa e che si divide tra compagni di prigionia ( “… siamo come fratelli …” ).

L’arrivo di un pacco assumeva un’importanza particolare, e siccome il suo contenuto era anche un segno della partecipazione dei congiunti a casa, la sua apertura era un momento di intensa emozione che, almeno per un istante, riusciva a lenire la straziante nostalgia di casa e apriva nuove prospettive di vita.

«Gli indumenti che indosso sono gli stessi di quando sono partito per l’Albania; cerco di mantenerli in ordine come posso anche con l’aiuto del mio più caro amico, Angelo Fusetti di Cislago, che è un sarto. Un giorno nel lager faccio la conoscenza con un giovane di Vedano al Lambro, Tullio (*). Fa il parrucchiere per i tedeschi, ma anche ci rapa per aiutarci a liberarci dai parassiti.»

(*) Tullio impara il tedesco. Alla liberazione del campo di concentramento, conosce una bella ragazza tedesca. Subito si sposano. Tullio incarica Arnaldo, al rientro in Italia, di recarsi a Vedano per tranquillizzare genitori e i parenti circa la sua esistenza in vita e di prepararli alla novità del suo matrimonio con una ragazza tedesca. Tullio rientrerà in Italia solo alla fine del 1945 per tornare subito in Germania dove vivra fino al 2005, anno della sua morte.

 

«Durante i trasferimenti dal lager alla fabbrica sovente venivamo insultati dai civili che incontravamo: ci chiamavano in senso spregiativo “badogliani”, “traditori” oltre a sputarci addosso.

Spesso giungevano al campo di concentramento delegazioni per convincerci a collaborare con il regime fascista e nazista in cambio della libertà: la scelta era tra una vita di stenti nei lager o il lavoro coatto e un “posto” da soldato regolare del terzo Reich o della Repubblica Sociale Italiana (in questo caso vi era la possibilità di ritornare subito in patria). Ma quelli che accettarono, i cosiddetti “optanti” furono una minoranza. Durante una di queste visite nel lager, un fascista italiano ci insultò gravemente dicendoci "Voi badogliani siete la feccia dell’Italia"».

 

I motivi del rifiuto a qualsiasi forma di collaborazione con il regime fascista e nazista furono diversi: dalla volontà di mantenere fede al giuramento prestato al Re, dal rispetto per se stessi, suscitato in modo particolare dal trattamento ricevuto dai tedeschi, e dal dichiarato antifascismo. In particolare negli animi degli internati militari italiani covava il rancore silenzioso e cupo verso quelli che ritenevano responsabili della loro miseria, ossia il “fascismo e i tedeschi” accompagnato dalla generale convinzione che la guerra sarebbe presto finita con la vittoria degli alleati, rafforzata dalle notizie travolgenti che giungevano dai vari fronti di guerra e dalla visione delle città della Germania distrutte, nelle quali i prigionieri venivano spesso impiegati per rimuovere le macerie.

Nonostante tutto la massa dei soldati italiani disarmati ebbe la forza di resistere alle offerte e alle pressioni. Fin dai primi giorni da questa forza si sviluppò “una resistenza cosciente che parve essere stata motivata soprattutto politicamente ed eticamente da sentimenti antifascisti.

Fin dall’inizio il trattamento riservato agli IMI oscillò tra propositi di rappresaglia e di sfruttamento.

In seno alla dirigenza nazista i propositi di vendetta, di cui si fece portavoce lo stesso Hitler, si scontrarono con posizioni più pragmatiche che alla fine indussero il Führer ad accogliere le proposte avanzate da Sauckel (dal 1942 plenipotenziario generale per la mobilitazione del lavoro) e Speer (ministro per gli armamenti) affinché gli internati venissero trasformati in “lavoratori civili”.

Il 20 luglio 1944 (giorno del fallito attentato contro di lui), Hitler decise di acconsentire al cambiamento di status.

Il 3 Agosto 1944 il comando supremo della Wehrmacht comunicò che ufficiali, sottufficiali e militari di truppa sarebbero passati ad un rapporto di lavoro civile. Tutti quanti i comandi dislocati in Germania dovevano cambiare “status” senza però interrompere le attività in corso.

Nell’autunno 1944 molti internati si opposero alla loro trasformazione in “lavoratori civili”.
«Per noi nessun cambiamento! o internati militari o lavoratori civili, ma sempre nel filo spinato». 

“Il problema base per noi dal momento in cui si è iniziata la campagna per farci di buona o di cattiva voglia passare civili è stato quello di rifiutarci in tutti i modi di firmare qualsiasi documento che possa più o meno direttamente implicare il nostro consenso a quella strana operazione o, comunque, al lavoro obbligatorio per l’astuto ma odiatissimo nemico tedesco. Soldati siamo stati catturati, soldati siamo trattenuti con la forza; soldati vogliamo un giorno tornare in patria”.

A partire dall’inizio di settembre 1944 il cambiamento di status venne attuato con metodi coercitivi. Tutta quella operazione si presentò comunque come un inganno destinato esclusivamente ad etichettarli in maniera diversa.

Le imprese cercarono di gestire gli internati, dai quali si aspettavano un vantaggio sul piano del rendimento, esclusivamente secondo i loro intendimenti e con i loro metodi.

«A settembre 1944 il campo di concentramento viene distrutto da un bombardamento, per fortuna mentre eravamo in fabbrica. Il mio diario, che tenevo nascosto sopra una trave della baracca e che avevo faticosamente salvato da tutte le perquisizioni, sembra ormai irreparabilmente perso. Con alcuni miei compagni, cercando tra le rovine nel tentativo di recuperare i nostri zaini, riesco a ritrovarlo intatto.

Vengo trasferito in un altro lager a Schwerte, nei pressi di Dortmund, sul fiume Ruhr, la zona più industriale della Germania».
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documento-di-riconoscimento.jpg Documento-d-identit--numero-1074.jpg

Traduzione

Documento d’identità n° 1074

Fabbrica: Reichsbahnausbesserungswerk = Fabbrica nazionale di riparazione delle ferrovie Schwerte (Ruhr)

Reparto K                  Occupato: Hilfsschlosser = aiutante meccanico

Attenzione!

  1. La cessione del documento di identificazione a persone non autorizzate è considerato reato
  2. Lo smarrimento deve essere comunicato immediatamente alla Direzione o all’ufficio del Personale
  3. La carta d’identità deve essere portata sempre con sé durante il servizio
  4. Non consente di entrare ed uscire dal lavoro durante il servizio. Il documento di identificazione è di completamento …    è punibile colui che ne è sprovvisto quando gli viene richiesto.


«Gli alloggiamenti sono degli stanzoni all’interno della fabbrica.

Tra i tedeschi con i quali lavoro ci sono due personaggi emblematici che tengono un comportamento antitetico nei miei confronti. Il primo, che avevo soprannominato “Milankaputt”, al mattino, al mio arrivo nel reparto, conoscendo la mia provenienza, mi accoglie dicendomi “Milan Kaputt” (per farmi credere che Milano è stata distrutta dai bombardamenti), suscitando in me una certa apprensione. Una mattina “Milankaputt” non si presenta al suo posto di lavoro: sulla morsa del suo banco di lavoro vedo appoggiato un mazzo di fiori; vengo poi a sapere che l’aereo da combattimento sul quale si trovava il figlio era stato abbattuto. L’ altro che avevo soprannominato “il Campagnolo”, perché proveniva da una vicina zona di campagna, di animo buono e che ritenevo contrario al regime, all’ora del caffè che viene distribuito in mattinata, per un mese mi allunga, stando bene attento a non farsi notare, un pezzo di pane con la mortadella, che a volte consumo subito oppure, quando è possibile lo divido in baracca con i miei più intimi amici».

In seguito alla trasformazione da Internati Militari Italiano in “lavoratori civili” ai prigionieri viene concessa una retribuzione fittizia in “reichmark”.

«L’alimentazione insufficiente per svolgere qualsiasi attività lavorativa rimane».

Nell’inverno 1944-1945 il gelo, la mancanza di abiti adeguati, di coperte, di cibo, rese penosissime le condizioni degli ex-internati, ai limiti della sopravvivenza. I sintomi del crollo ormai imminente, d’altro canto, non mancarono di suscitare negli ex-internati la speranza che la loro prigionia sarebbe presto finita. Certo, gli attacchi aerei mettevano in pericolo la loro vita.

«11 Aprile 1945:

rombi di motori; il cielo diventa buio per la scia che le fortezze volanti che solcano il cielo sopra di noi emettono per non farsi colpire dalla contraerea. Cadono bombe; la fabbrica, che aveva già subito alcuni bombardamenti aerei lievi, viene bombardata in modo intensivo: i tedeschi la abbandonano, noi prigionieri cerchiamo riparo nei sotterranei. Mentre cerco dì nascondermi, a causa di uno spostamento d’aria dovuto ad una esplosione, vengo scaraventato ad alcuni metri di distanza, finendo in un tombino. Per fortuna me la cavo con alcune escoriazioni e qualche botta.

Nei sotterranei, con nostra sorpresa, scopriamo i magazzini pieni di ogni ben di Dio: e pensare che per noi non c’ erano neanche le bende; in caso di ferite sul lavoro ci si fasciava con pezzi dì carta!

15 Aprile 1945:

i soldati americani arrivano nella fabbrica e veniamo liberati. Momenti di grande sollievo e gioia. Siamo alquanto dimagriti e non siamo più abituati ad una alimentazione normale tanto che al primo pasto dì latte e riso stiamo tutti male. Poi piano piano ci si riprende. Ci sistemano presso abitazioni private, abbandonate dai proprietari, dove provvediamo autonomamente alla nostra alimentazione mediante i viveri che ci vengono consegnati.

Riprendiamo le forze tanto che costituiamo una squadra di calcio che partecipa ad un mini-torneo internazionale».

7 Maggio 1945: il generale tedesco Jodl firma la resa incondizionata della Germania.

«Luglio 1945: ai primi del mese la nostra zona passa sotto il controllo degli Inglesi, mentre gli americani si portano più a nord nella Germania. Con gli Inglesi ci troviamo un po’ più a disagio: non solo per l’alimentazione ma anche per il nuovo regolamento che non consente di restare fuori fino a tardi alla sera e che prevede il rientro entro le ore 19».«Il tempo trascorreva lentamente e attendevamo con ansia il fatidico giorno del rimpatrio. A metà Agosto ci assicurano che entro la fine del mese avremmo lasciato la Germania e ci invitano a preparaci. Partimmo da Dusseldorf; attraversammo diverse città tedesche, tra cui Colonia, Stoccarda, tutte devastate dai bombardamenti. Il treno procedeva lentamente».

«Ai primi dì settembre attraverso la Svizzera, passando dal lago di Costanza, arrivo a Ponte Chiasso. Il pensiero continuo era la casa, i familiari. Non ne avevo notizia da alcuni mesi. Il mio paese era stato bombardato? Le nostre case avranno subito danni? Arrivo poi a Como. Con alcuni compagni di viaggio andiamo in un’osteria; avevo cucito nella mia giacca prima, e salvato poi, 500 Lire: con mia grande sorpresa mi accorgo che sono appena sufficienti per comprare una bottiglia di vino!

Ritorno in stazione dove trovo un lissonese al quale subito mi rivolgo per avere notizie del mio paese. Sotto la sua guida, salgo sul primo treno diretto a Milano.

E’ il 4 Settembre 1945: arrivo alla stazione di Lissone. Saluto i miei compagni che continuano il viaggio per Milano e scendo dal treno. Una mia conoscente, che in quel momento era in stazione, mi vede e corre verso via Padre Reginaldo Giuliani, dove allora abitavo, ad annunciare ai miei parenti e al vicinato il mio ritorno. Mentre mi dirigo verso casa, un gruppo dì conoscenti della via mi si fa incontro e mi accoglie festosamente: poi l’incontro con i miei cari ….».

Arnaldo Pellizzoni
Lissone 25 aprile 1995


Quand'ero in prigionia / qualcuno m'ha rubato

mia moglie e il mio passato / la mia migliore età.

Domani mi alzerò / e chiuderò la porta

sulla stagione morta / e mi incamminerò.

Boris Vian, 1956 (trad. di Ivano Fossati, 1992)

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