Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Aktion T4

6 Janvier 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

nella foto: l'edificio di 4 Tiergartenstrasse (Via del Giardino zoologico n°4) di Berlino, sede di Aktion T4.

Berlino-sede-di-Aktion-T4.JPG

Settantacinque anni fa il nazismo impose la logica della disumanizzazione, di un corpo-stato, governato da un capo, che espelle le parti malate di sé.

La scienza diede il proprio avallo, la Chiesa tacque, molti girarono lo sguardo altrove. Poi, fu troppo tardi.

Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, prima degli zingari, prima degli ebrei, prima degli omosessuali e degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che il resto era finito.

 

Già prima dell’arrivo al potere di Hitler, autorevoli medici si erano pronunciati a favore dell’eliminazione dei malati mentali e più in generale dei pazienti affetti da malattie giudicate incurabili. Hitler stesso aveva affermato in modo esplicito la necessità di «purificare la razza germanica». Temendo le reazioni degli ambienti religiosi, il Führer non attuò subito il suo progetto.

Nel 1935, la promulgazione della legge sulla sterilizzazione dei malati mentali rese evidenti e fondate le loro preoccupazioni e provocò le proteste della Chiesa.

Occorreva attendere un contesto più favorevole: ciò avverrà durante la guerra. È significativo che il decreto, che ordinava di «accordare l’autorizzazione per dare la morte a malati, che, entro dati limiti di giudizio e dopo un approfondito esame medico, saranno dichiarati incurabili», sia datato 1° settembre 1939. Inoltre, basandosi su un rapporto di un teologo, Josef Meyer, che valutò la posizione delle autorità religiose sulla questione dell’eutanasia e le cui conclusioni erano assai vaghe, Hitler ritenne che poteva correre il rischio di attuare il suo piano.

Questo decreto, promulgato nel più grande segreto dalla Cancelleria e mai reso pubblico, non fu conosciuto che da una ristretta cerchia di persone; diversi ministri ne ignorarono l’esistenza per lungo tempo. Il capo della Cancelleria, Philip Bouhler e il medico personale di Hitler, Kurt Brandt, furono incaricati personalmente della sua applicazione. Per questo essi crearono diversi organismi dai nomi anodini che erano incaricati dell’operazione. Il principale si trovava a Berlino, al numero 4 di Tiergartenstrasse, da cui il nome in codice «T4» dato all’operazione. La centrale T4 si servì di un comitato di esperti costituito da circa 25 psichiatri, tra cui sette professori titolari di cattedre universitarie.

Tutti gli ospedali psichiatrici del paese dovettero presto riempire un questionario destinato a censire il numero degli ammalati presenti e a valutare la natura delle loro malattie. Qualche settimana dopo, la direzione dell’ospedale riceveva una lettera del ministero degli Interni che ordinava il trasferimento di alcuni malati per motivi militari. Una società di trasporto di malati, la GEKRAT, appositamente creata per l’operazione e costituita unicamente da SS, veniva a prendere in consegna gli ammalati per portarli negli “istituti di eutanasia”.

Dopo diverse prove, alla fine del 1939, il procedimento di asfissia con l’ossido di carbonio fu ritenuto il più efficace e, nel corso dell’anno seguente, entrarono in funzione cinque centri: i cadaveri venivano inceneriti nei forni crematori. Le famiglie venivano poi informate del decesso dei loro familiari con una lettera del ministero degli Interni che precisava che, su loro richiesta, potevano ricevere le ceneri del defunto. Poi veniva consegnato loro un certificato; il caso era chiuso: la morte del malato era legalizzata.

Nel corso dell’autunno 1939, quando i direttori degli ospedali psichiatrici compilano i questionari, non si allarmano più del normale. Li riempirono e gli automezzi della GEKRAT vennero a cercare i primi malati. Ma nel corso della primavera del 1940 quando le lettere dei decessi arrivarono ai familiari, molti capirono cosa era successo.

Coloro che si mostrarono più ostili furono generalmente coloro che dirigevano gli ospedali privati (circa il 35% degli psichiatri tedeschi), gestiti dalla Missione interna delle Chiese evangeliche. Tuttavia non sapevano come reagire. Alcuni tentarono, ad esempio, di negoziare la riduzione del 10% degli effettivi malati richiesti, ma alla visita seguente della GEKRAT, coloro che erano stati risparmiati finivano nuovamente sulla lista. Nello stesso tempo i medici, isolati, non sapevano a quale tattica ricorrere. Alcuni si rifiutarono di rispondere ai questionari, ma la centrale T4 si affrettava ad inviare una commissione di esperti per farli riempire al loro posto. Occorreva una forza considerevole per salvare qualche malato, inventando vari pretesti. Uno dei mezzi più efficaci fu semplicemente quello di invitare i parenti a ritirare i loro familiari, ma ben presto un decreto ministeriale proibì ai dirigenti degli ospedali di procedere in questo modo. Ci furono delle eccezioni. In particolare, il pastore Fritz von Bodelschwingh, direttore del grande centro per epilettici di Bethel, in Westfalia riuscì ad opporsi all’accanimento: avendo stabilito un contatto personale con il medico personale di Hitler, Kurt Brandt, salvò gli ottomila malati del suo ospedale.

Ma coloro che avevano ideato l’operazione avevano sottostimato la reazione delle famiglie. Genitori che non capendo il motivo del decesso del loro figlio, iniziavano delle azioni per scoprirne le cause, ben presto scoprivano l’orribile verità. Inoltre il servizio T4 commise degli errori grossolani: certificati di decesso indicavano, ad esempio, come causa della morte una crisi di appendicite per un malato che non era stato operato; alcune famiglie ricevettero due urne anziché una; altre un certificato di decesso quando il loro familiare era ancora in vita.

Nei necrologi della stampa locale, l’incremento dei decessi di malati negli ospedali della regione finì per insospettire; subito il T4 fece proibire la pubblicazione dei necrologi sulla stampa. Alla lunga l’andirivieni degli autocarri della GEKRAT non potevano più passare inosservati nei centri dove si recavano. Arrivavano sempre pieni e ripartivano vuoti. I fumi che uscivano dopo i loro passaggi non lasciavano più dubbi sulla loro venuta.

Progressivamente una sensazione di paura si impadronì della popolazione tedesca. La gente era spaventata dalla potenza di uno Stato che poteva così impunemente uccidere degli innocenti. Degli anziani incominciarono a pensare che dopo i malati mentali sarebbe arrivato il loro turno. A posteriori, non si può dire che il popolo tedesco non potesse reagire a una tale aggressione. Pertanto, questa forte emozione dell’opinione pubblica, già intensa in alcune regioni nel corso dell’estate del 1940, a fatica trovò dei portaparola istituzionali, capaci di fare pressione sulle pubbliche autorità.

Il programma di eutanasia provocò dei sommovimenti negli ambienti giudiziari. Hitler aveva chiesto lo studio di un disegno di legge sulla questione, ma in ultima analisi, l’idea era stata respinta.

Aktion T4 si sviluppò quindi al di fuori di tutto il quadro giuridico, cioè nella più totale illegalità. Inoltre diversi procuratori di provincia furono investiti delle querele dei familiari degli scomparsi. Essendo all’oscuro di tutto, non erano in grado di dare delle risposte a queste richieste. Con l’aumentare del numero delle querele, Bouhler e Brandt decisero di convocare i presidenti e i procuratori dei tribunali. Nel corso di questa conferenza, il 21 e 22 aprile 1941, esposero le ragioni e lo svolgimento del programma, senza incontrare una maggiore opposizione tra i magistrati.

I rapporti trasmessi dai responsabili locali del partito nazista segnalavano ugualmente l’inquietudine crescente della popolazione. Anche gli ambienti militari si sentivano coinvolti, in quanto gli invalidi di guerra, trattandosi di persone handicappate o incurabili, rientravano tra i malati da eliminare. Nacquero dei dissensi anche tra lo Stato maggiore del Reich quando ne vennero al corrente. Himmler, in particolare, non fu mai troppo convinto di questa politica. Quanto a Goebbels temeva le reazioni degli ambienti cattolici. Egli riteneva che per vincere la guerra occorresse non prendersela con le Chiese. Per Goebbels, infatti, le Chiese contribuivano a mantenere un buon morale nella popolazione, fattore fondamentale per vincere le guerre. Una volta vinta la guerra, sarebbe venuto il tempo  per regolare i conti con la «pretaglia». Goebbels aveva ragione. Le gerarchie ecclesiastiche, benché presto informate di quello che succedeva nei centri psichiatrici, non furono tra le prime a reagire. I movimenti di protesta si levarono dalla base delle Chiese. Alcuni pastori della Missione interna delle Chiese evangeliche fecero diversi passi presso le autorità. Il pastore Paul Gerhard Braune fece anche numerosi tentativi presso alti funzionari, anche dei ministeri, che gli confessavano però la loro impotenza. Decise allora di redigere un memorandum, facendo riferimento a delle prove incontestabili da lui raccolte e da diversi suoi colleghi. Questo testo, inviato alla Cancelleria il 9 giugno 1940, sottolineava le preoccupazioni dei militari e si incentrava sul problema della definizione della nozione di incurabilità: «Chi è anormale, asociale, malato senza speranza di guarire? Che cosa se ne farà dei soldati che combattendo per la patria avranno riportato dei mali incurabili? Negli ambienti militari già se ne parla». Senza accordarsi, Theophil Wurm, vescovo protestante di Wurtemberg, invia anche lui, il 5 luglio 1940, una lettera circonstanziata al ministro degli Interni; scrive anche al ministro di Giustizia. Utilizzando abilmente la fraseologia nazista e riferendosi alle dichiarazioni del Führer per una «fede cristiana positiva», il primo di questi testi circola all’insaputa del suo autore negli ambienti del partito e dell’esercito producendo un grande impatto.

Nell’autunno 1940, alcuni pastori tentano allora di suscitare una presa di posizione comune delle Chiese protestanti. Ma il pastore Ernst Wilm, che fu la colonna portante di questo progetto, dovette constatare che anche all’interno della Chiesa protestante si era divisi sulla tattica da seguire. Altri pastori prendono altre iniziative senza raggiungere alcun risultato, tranne che l’arresto e in alcuni casi la deportazione dei loro autori.

La Germania stava allora riportando dei trionfi militari. In effetti, tra il mese di aprile e il mese di giugno del 1940, le considerevoli conquiste territoriali facevano passare in secondo piano i problemi interni del paese. Nell’insieme, l’alto clero applaudì alla successione impressionante di queste vittorie e, contemporaneamente Aktion T4 continuava la sua azione infernale.

Accadde allora che alcuni prelati cattolici si decisero a prendere la parola e a protestare pubblicamente contro questa impresa di morte a cui occorreva porre fine. Nel corso dell’estate 1940, un numero crescente di sacerdoti e di religiose fecero pressione sui loro vescovi affinché reagissero apertamente. In un primo tempo i vescovi cattolici preferirono adottare gli stessi procedimenti confidenziali dei loro colleghi protestanti.

Il 1° agosto 1940, l’arcivescovo di Friburgo, Konrad Grober, autore di un’opera contro l’eutanasia pubblicata nel 1937, inviò una lettera di protesta al ministro degli Interni. Il 15 dicembre 1940, in risposta ad una lettera del vescovo di Berlino, von Preysing, deciso ad agire pubblicamente e con forza, il papa Pio XII condannò fermamente l’eutanasia e invitò i vescovi tedeschi a reagire. Ma costoro tuttavia esitavano a fare delle dichiarazioni esplicite anche per l’opposizione del presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo e cardinale di Breslan, Adolf Bertram. L’11 agosto 1940, costui aveva indirizzato una lettera confidenziale alla Cancelleria per ricordare la condanna dell’eutanasia da parte della Chiesa cattolica. Ma si rifiutò di avere un confronto diretto con il regime, preoccupato di preservare i beni della Chiesa, di cui si doveva prender cura. Contemporaneamente l’uccisione dei malati «incurabili» era divenuta di pubblica notorietà.

Confortato dalla lettera di sostegno del papa, il vescovo di Berlino, von Preysing, si decise a prendere la parola. In un discorso del 9 maggio 1941, criticò apertamente le «morti per eutanasia». Il 12 luglio 1941, dopo lunghe tergiversazioni, la Conferenza episcopale inviò al governo un testo in cui si pronunciava apertamente contro l’eutanasia in termini molto generali.  Gli attacchi più forti vennero finalmente dalla Westfalia con il sermone del vescovo di Münster, Clement August von Galen. Costui non era fondamentalmente ostile al regime. Grande aristocratico, patriota convinto ed ex combattente, riteneva che l’ideologia nazista avesse degli eccessi che occorreva combattere. Con dei termini a volte molto bruschi, il 13 luglio 1941, condannò le brutalità della Gestapo. Il 20 chiamò i cristiani alla fermezza di fronte alle pratiche del regime. Poi, il 3 agosto, nel suo discorso diventato il più celebre, denunciò con forza l’assassinio dei malati mentali. Ricordò di aver fatto causa davanti ai tribunali contro i crimini commessi nella sua diocesi, facendo riferimento all’articolo 139 del codice penale che stabiliva che «colui che è a conoscenza reale di un progetto di un assassinio e omette di farne denuncia, sia alle autorità, sia alla persona minacciata, nei tempi dovuti, sarà punito». Poiché questa denuncia non ebbe alcun seguito giudiziario, egli chiamò i cristiani alla resistenza. «Con coloro che vogliono continuare a provocare la giustizia divina, che rubano e cacciano i nostri religiosi e con coloro che uccidono degli uomini innocenti, fratelli e sorelle, noi dobbiamo evitare ogni contatto. Noi vogliamo sottrarci alla loro influenza al fine di non essere contaminati dai loro pensieri e dalle loro empie azioni ... ».

Tre preti di campagna furono uccisi per aver ripreso nelle loro parrocchie il discorso di von Galen.

In seguito altri vescovi denunceranno l’eutanasia, ma furono i sermoni del «Leone di Münster» che ebbero un maggior impatto sull’opinione pubblica e sul potere. Essi furono riprodotti e diffusi in tutti i paesi e in Europa. Anche uno degli eroi dell’aviazione tedesca, Werner Molders, fervente cattolico, che Hitler aveva decorato con la “Croce di ferro”, protestò contro l’eutanasia.

Ormai le operazioni T4 non erano più segrete. Anche il capo delle SS, Himmler, era favorevole alla sua interruzione anche perché gli ambienti militari esprimevano severe critiche. Il maresciallo Keithel intervenne mettendo in evidenza che tra i malati si trovavano dei soldati della guerra del 1914-1918.  Anche il partito nazista era diviso se arrestare o no von Galen. Mentre Bormann si pronuncia per l’eliminazione fisica del vescovo, Goebbels scrive sul suo giornale che qualunque cosa capiti al vescovo di Münster può provocare la perdita del consenso alla guerra di tutta la popolazione della Westfalia.

Da due mesi ormai la Germania aveva ingaggiato una formidabile battaglia contro l’Unione Sovietica e tutte le forze della nazione erano mobilitate. Hitler riteneva che non si poteva correre il rischio della divisione all’interno del paese.

Il 24 agosto 1941, una «fuga di notizie» dalla Cancelleria lasciò intendere che Aktion T4 contro i malati era stata fermata e che si attribuiva al Führer la responsabilità di questa interruzione. Sembra che Hitler interpretò questa decisione come una sconfitta personale. Nel suo animo nutriva un sentimento di rivincita: riprenderà il dossier una volta che la guerra sarà vinta per regolare i conti con le Chiese, che odiava ferocemente. Sapeva che, per il momento, il regime aveva bisogno del loro appoggio.

In meno di due anni Aktion T4 aveva fatto tra 70.000 e 100.000 vittime tra cui 5.000 bambini. Tuttavia il programma non fu completamente fermato: entrarono in funzione i campi di sterminio in Polonia, dove il personale del T4 venne trasferito.

Il personale T4 non viene disperso, l'esperienza accumulata è considerata preziosa, saranno trasferiti oltreconfine, a oriente, saranno tra i protagonisti di quella che gli artefici chiamano soluzione finale e le vittime olocausto. Senza l'esperienza dei centri di uccisione forse non sarebbero riusciti a immaginare dei campi di sterminio.

È tuttavia vero che, per la prima volta dal suo arrivo al potere, Hitler subiva uno scacco dal suo popolo che riteneva aver sottomesso.

Il 1° settembre 1941, nello stesso momento in cui cessavano le esecuzioni dei malati mentali, gli ebrei erano costretti a portare la stella gialla. Le prime esecuzioni di massa degli ebrei iniziavano in Polonia e in URSS.

Dal 1933, in generale, né le Chiese né la pubblica opinione avevano manifestato la loro opposizione alla persecuzione degli ebrei ad eccezione di qualche caso come quello del pastore Dietrich Bonhoeffer. É un fatto che la società tedesca ha tollerato l’aggressione degli ebrei ma non quelle dei malati mentali.

Ufficialmente T4 cessa. E abbiamo anche il bilancio, perché a Hartheim,

HartheimCastle.jpg

in uno dei centri di uccisione (nella foto), dove quasi tutto è stato bruciato ma qualcosa nella fretta è sfuggito, trovano questa lista della spesa, la trovano in un armadio.

È calcolato che fino al 10 settembre 1941 sono stati disinfettati 70.273 pazienti. [ ... ]

Calcolando un costo giornaliero di 3,50 Reichsmark, abbiano fatto risparmiare:

- 4.781.339,72 kg di pane;

- 19.754.325,27 kg di patate.

Poi marmellata, margarina, caffè d'orzo, zucchero, farina, carne e salsicce, burro, legumi, pasta, prosciutto crudo, verdure di campo, sale e spezie, ricotta, formaggio per un totale di 33.733.033,40 kg.

E inoltre 2.124.568 uova.

L'allontanamento, l'eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per 88.543.980,00 Reichsmark all'anno.

L'allontanamento, l'eliminazione di questi pazienti dai reparti si calcola faccia risparmiare spese ospedaliere per 88.543.980,00 Reichsmark all'anno.

E ufficialmente T4 finisce e il suo bilancio definitivo è scritto lì: 70.273 persone, ma la verità è che durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come «vite indegne di essere vissute».

70.273 persone è un consuntivo di bilancio.

Ma non é finita. Si chiudono i centri di uccisione più chiacchierati e gli altri vengono riconvertiti, alcune camere a gas continueranno a funzionare. Non per i ricoverati dei manicomi, ma per i prigionieri dei campi di concentramento più vicini.

Diventeranno sedi distaccate di lager.

Non ci sono rallentamenti nella produzione, ma ogni filiale va per conto suo e nessuno coordina più. Ogni medico diventa arbitro del suo reparto, ha potere di tenere in vita o di concedere morte pietosa. Quasi nessuno ormai lo trova strano, si sono abituati a uccidere o a far morire di fame i pazienti.

Nel 1942, un anno dopo la fine ufficiale di Aktion T4, a Berlino, presso il ministero dell'Interno, sono convocati urgentemente tutti i direttori degli ospedali psichiatrici bavaresi. I partecipanti sono vincolati al segreto di Stato. Hanno bisogno di accelerare i decessi, liberare posti negli ospedali e ridurre i costi di gestione, e anche finire il lavoro cominciato.

Perché c'è la guerra da mandare avanti, non possiamo sfamare certe bocche, sono nutzlose Esser, mangiatori inutili, mangiatori inutili.

Il dottor Valentin Faltlhauser, consulente di Aktion T4, è lui a imprimere una svolta al lavoro di molti ospedali, di molti medici e infermieri. È lui in quella riunione a decidere la sorte di tantissimi ricoverati nei tre anni successivi.

Faltlhauser prende la parola come direttore sanitario preoccupato di contenere i costi di ricovero dei suoi pazienti, e dice: «Nella nostro ospadale applichiamo una dieta assolutamente priva di grassi. La chiamo dieta E».

Questa è una dieta assolutamente priva di grassi. Diventa la dieta ufficiale per tutti i manicomi del Sud della Germania. Secondo il dottor Faltlhauser, in un tempo variabile da sei a dieci-dodici settimane i malati muoiono, muoiono per edema da fame. Funziona, la dieta E.

Per quelli con cui non funziona, si può ricorrere a iniezioni, psicofarmaci, barbiturici. In overdose, in maniera da sospendere le funzioni vitali del malato e fare in modo che poi egli muoia da solo, dimenticandosi di vivere.

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Nel 2006 è stata siglata alle Nazioni Unite la Convenzione internazionale dei diritti delle persone con disabilità, il cui scopo è: (articolo I)

promuovere, proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità.

Nessuno - recita l'articolo 15 - può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. In particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il proprio libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche.

Bibliografia:

Jacques Semelin, Sans armes face à Hitler, Petit Bibliothèque Payot 1998

Marco Paolini, Ausmerzen, Einaudi 2012

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Su “AKTION T4”, l’ANFASS (Associazione Famiglie di Disabili Intellettivi e Relazionali) di Modena ha curato una mostra dal titolo “Ricordiamo. Perché non accada mai più, vedere la presentazione in :

http://video.repubblica.it/edizione/bologna/giornata-memoria-modena-ricorda-lo-sterminio-dei-disabili/117494/115956?ref=search

La mostra è in Biblioteca a Lissone in occasione del "Giorno della Memoria" 2014

Lissone Memoria 2014 logoMostra AKTION T4

pieghevole mostra Aktion T4

È un percorso rivolto a tutti e in particolare ai più giovani, agli studenti, alle scuole. Un modo per onorare la memoria di quelle vittime innocenti e destare domande e riflessioni.

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