Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Braccia italiane per l’Asse e “caccia agli schiavi”

28 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

 

Il reclutamento di lavoratori per la Germania e lo sfruttamento della manodopera italiana operato dai tedeschi nella seconda guerra mondiale.

 

Nella seconda metà degli anni trenta, la prospettiva di guadagnare alti salari, rispetto a quelli pagati in Italia, e di inviare congrue rimesse alle famiglie, invoglia molti lavoratori ad emigrare in Germania. All'esigenza di sopperire con lavoratori stranieri alla carenza di manodopera dell'alleato tedesco, corrisponde l'interesse del governo italiano di risolvere per questa via il problema della disoccupazione, nonché quello di pareggiare, attraverso le rimesse, il conto delle importazioni dalla Germania da cui dipendeva la nostra industria.

 

 

manifesto lavoratori in Germania 2Alla metà di aprile 1937 giunge all’Ambasciata italiana di Berlino la richiesta da parte tedesca di assumere un piccolo contingente di braccianti, 2.500 in tutto. Le autorità del Reich preferirebbero venissero dal Sudtirolo. È poca cosa, ma l’Italia ha circa 150.000 disoccupati nel settore agricolo, e perciò conviene alle autorità aderire all’invito nella speranza, l’anno successivo, di poter aumentare il contingente con braccianti provenienti dalle regioni più colpite dalla disoccupazione (Veneto, Emilia).

 

 

Il 28 luglio si giungerà ad un primo accordo; si conviene che «nell’anno 1938 la cifra dei lavoratori potrà raggiungere il numero di 30.000».

Nel 1938 partirono 31.071 braccianti, che divennero 36.000 nel 1939; dal 1940 il totale annuale si stabilizzò attorno alla cifra di 50.000.

Accanto ai braccianti, il Terzo Reich chiede all’alleato italiano anche edili e minatori. Dei primi, dall’autunno del 1938 a tutto il 1939, ne passeranno il Brennero 9.500, 3.000 destinati alla costruzione delle officine Volkswagen a Fallersleben, gli altri diretti a Salzgitter, dove è aperto il cantiere della grande acciaieria della Hermann-Göring-Werke.

A giudizio delle autorità militari tedesche, gli italiani erano gli unici stranieri che si potevano adibire ad alcune mansioni presso aziende dove si facessero produzioni particolarmente delicate, dal punto di vista militare, o presso cantieri navali.

Con lo scoppio del conflitto e l'invio di numerosi classi al fronte uno dei primi obiettivi del Reich fu quello di reclutare per il proprio fabbisogno produttivo interno lavoratori in tutti i territori occupati.

 

Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Obiettivo iniziale del gruppo dirigente di Roma è condurre una “guerra parallela”. Le velleità del regime devono però ridimensionarsi in fretta, visti i rovesci militari sia nell’Africa del Nord sia in Grecia: in entrambi i casi solo l’intervento di forze tedesche evita la sconfitta. Alla dirigenza nazionalsocialista diviene chiaro che l’alleato mediterraneo è di scarsa utilità dal punto di vista militare ma richiede enormi rifornimenti in materie prime e carbone. Conviene, quindi, cercare di utilizzarne al massimo il potenziale produttivo, in modo particolare per quanto riguarda la manodopera.

 

I capi militari nel Reich (il motto adottato dalla decima armata della Wehrmacht era "il tedesco combatte l'italiano lavora per lui") non soltanto avevano deciso di sfruttare le risorse territoriali che l'Italia offriva utilizzando il paese come bastione militare avanzato, ma erano anche risoluti a sfruttare per l'economia tedesca di guerra le «risorse umane» rappresentate dalla manodopera italiana. 

manifesto lavoratori in Germania 3 manifesto lavoratori in Germania

 

È così che, all’inizio del 1941, arrivano alle autorità fasciste richieste consistenti e dettagliate: nel gennaio si discute l’assunzione di 54.000 lavoratori industriali (edili e minatori, questi ultimi destinati alla Ruhr); pochi giorni dopo le trattative si riaprono su una richiesta tedesca di altri 200.000 lavoratori industriali; le autorità italiane ne offrono in tutto 150.000, così suddivisi: 50.000 dell’industria metallurgica, siderurgica, meccanica, 30.000 da altri settori ma suscettibili di essere impiegati in quei tre rami, 70.000 da altre branche produttive. Ed ancora non basta: con una nota del 19 giugno successivo il governo del Reich chiede altri 100.000 operai industriali.

Roma non può che acconsentire; viene così messo in piedi un complicato meccanismo di estrazione di manodopera dalle fabbriche, gestito congiuntamente dal ministero delle Corporazioni, da quello dell’Interno. Provincia per provincia, gli Ispettorati Corporativi e le Prefetture invitano ogni industria a fornire un elenco di tutti i dipendenti; su questa base verrà richiesto ad ogni azienda di fornire una quota proporzionale di lavoratori da mandare in Germania, «se possibile su base volontaria» e scelti, ovviamente, fra le classi di età non soggette alla leva. Dall’aprile 1941 cominciano a partire, dai centri di raccolta di Milano, Verona e Treviso, i primi treni speciali.

 

Nel periodo che va dalla crisi dell’estate 1943 alla Liberazione circa ottocentomila italiani (nella stragrande maggioranza maschi, ma non mancarono alcune migliaia di donne) vennero trasferiti (per la quasi totalità a forza) nel territorio del Terzo Reich. Lì i loro destini si incrociarono con quelli di altri centomila connazionali, giunti in Germania negli anni precedenti (dal 1938 in poi) sulla base di intese intergovernative tra Roma e Berlino.

Il 27 luglio 1943 Himmler, nella sua qualità di capo della polizia tedesca, bloccò i rimpatri di coloro che erano ancora al lavoro in Germania. Lo status degli operai e dei braccianti italiani precipitò a quello di lavoratori coatti.

Il gruppo più numeroso all’interno degli ottocentomila era rappresentato dagli IMI, “Internati Militari Italiani”, termine affibbiato dalle autorità militari e politiche del Terzo Reich a ufficiali, sottufficiali e soldati delle forze armate del Regno d’Italia catturati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943, in territorio metropolitano, nella Francia meridionale e nei Balcani.

Classificandoli in tal modo, invece che – come di consueto – “prigionieri di guerra” (Kriegsgefangenen), Berlino poté sottrarli al patrocinio della Croce Rossa Internazionale (CICR) di Ginevra e nello stesso tempo mantenere in vita con maggior spessore simbolico l’idea dell’Asse tra le due maggiori potenze fasciste (Germania ed Italia, quest’ultima sotto le vesti della RSI). Gli IMI, in tutto seicentocinquantamila, vennero detenuti fino all’agosto 1944 in campi di prigionia militare dipendenti dalle regioni militari in cui era suddiviso il Reich; gli ufficiali nei cosiddetti Oflager (campi per ufficiali), i sottufficiali e i soldati nei cosiddetti Stammlager.

Nell’agosto 1944 gli IMI vennero trasformati, con atto d’imperio, in lavoratori civili coatti, e vennero trasferiti nei cosiddetti Arbeiterlager (campi per lavoratori stranieri, sottoposti ad un regime di coazione). Oltre il novanta per cento degli IMI riuscì a sopravvivere alla prigionia: i caduti furono circa quarantamila.

Un secondo gruppo, di circa centomila, comprende i lavoratori portati in Germania dopo l’8 settembre 1943; di costoro un piccolo nucleo (alcune migliaia) aveva accettato le proposte di assunzione nel Reich propagandate dagli uffici aperti nell’Italia occupata dal Plenipotenziario generale per l’impiego della manodopera Fritz Sauckel. Gli altri, la maggioranza, furono catturati durante rastrellamenti (operazione definita «caccia agli schiavi», secondo il gergo della Wehrmacht) operati dalle unità tedesche e dagli apparati armati di Salò nelle retrovie del fronte o nel corso di azioni antipartigiane e vennero trasferiti in Germania per essere utilizzati nella produzione di guerra come lavoratori coatti. I partigiani, non soltanto paralizzavano il sistema dei trasporti e l’attività lavorativa, ma vanificavano anche qualsiasi contributo dell’Italia alla guerra.

Un terzo e numericamente più ridotto gruppo, di circa quarantamila persone in tutto, comprende infine coloro che vennero deportati dall’Italia avendo come destinazione il sistema concentrazionario nazista vero e proprio, dipendente dalla struttura SS. Di loro appena il dieci per cento (circa quattromila) riuscì a sopravvivere.

Tra questi quarantamila deportati italiani circa diecimila erano ebrei gettati nelle spire della «soluzione finale» e perciò mandati in gran parte (circa ottomila, di cui meno di quattrocentocinquanta i sopravvissuti) ad Auschwitz (dove nei mesi precedenti il genocidio era stato centralizzato), mentre i restanti finirono  nei lager di Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg. Gli altri trentamila, classificati dagli occupanti e dai loro alleati fascisti repubblicani tra gli oppositori politici o sociali, vennero inviati nei lager di Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Ravensbrück e Flossenbürg.

 

 

Bibliografia:

 - Brunello Mantelli - Gli italiani in Germania 1938-1945: un universo ricco di sfumature - quaderni Istrevi, n°1/2006

-  Mimmo Franzinelli - RSI-La Repubblica del duce 1943-1945 – Mondadori 2009

 

 

 

 

 

 

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