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 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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 Dopo il 25 aprile e la liberazione di tutto il territorio nazionale, l'Italia rimane tagliata in due ancora per qualche tempo, perché lungo la «linea Gotica» gli Alleati hanno steso un cordone di polizia, invalicabile senza un loro lasciapassare. Dicono che si tratta di un «cordone sanitario», inteso a impedire il diffondersi dal Sud al Nord del mercato nero e del disordine economico e finanziario. Ma in realtà ad essi preme soprattutto che, nell'incontro immediato, l'Italia dell'insurrezione non sollevi anche l'altra e, con un colpo di mano, si rompa la tregua istituzionale e si proclami la repubblica, col duplice rischio di una ripresa della lotta civile (nella quale le forze anglo-americane sarebbero fatalmente coinvolte, come in Grecia) e del misconoscimento della resa incondizionata e delle sue conseguenze da parte di uno Stato interamente nuovo e di un governo rivoluzionario.

Come è cominciata la tregua istituzionale? Prima ancora di essere imposta formalmente, la tregua si è instaurata di fatto, per la forza degli avvenimenti e per ragioni militari, come un compromesso tra le divergenze che dividono inglesi e americani, e che condizionano la loro condotta politica e strategica dal marzo del '43 ai primi del '44.

Il punto fondamentale della divergenza è noto. Roosevelt vuole impegnarsi esclusivamente nello sforzo decisivo contro la Germania attraverso la Manica, come insistentemente chiede anche Stalin. Churchill preferirebbe sviluppare intanto una vasta operazione dal Sud attraverso l'Italia e i Balcani.

Perciò, quando si prospettano l'eventualità di una resa dell'Italia e l'opportunità di predisporre un programma per il periodo dell'occupazione, Roosevelt dà due direttive - imposizione rigorosa della «resa incondizionata» e abolizione della monarchia - che rispondono prevalentemente a motivi morali e, almeno la seconda, anche elettorali, poiché un'attiva campagna dei fuorusciti antifascisti ha mobilitato un settore dell'opinione pubblica americana contro Vittorio Emanuele III, corresponsabile del fascismo e della guerra fascista e contro la monarchia sabauda.

Invece Churchill, che persegue tenacemente il suo piano strategico-politico, per esigenze di pratica utilità aborrisce dall'una e dall'altra direttiva rooseveltiana. Egli ha in mente una liberazione abbastanza rapida e un'occupazione poco onerosa di parte della penisola italiana, come base adatta e conveniente per ulteriori spinte in direzione dell'Austria e della Jugoslavia. Dunque è convinto che sia meglio conciliarsi gli italiani con un atteggiamento più benevolo che non quello della «resa incondizionata», e che sia essenziale tenere in piedi la monarchia per garantirsi la cooperazione delle forze armate italiane (e specialmente della flotta) e per assicurare l'ordine civile contro un periodo di caos e una probabile ondata comunista. Diversamente, il prezzo degli sbarchi in Italia risulterebbe troppo elevato e il grave peso della occupazione impegnerebbe un'aliquota troppo forte delle non numerose truppe alleate del Mediterraneo, impedendo ogni altra operazione.

Questo criterio di utilità strumentale determina, e insieme chiarisce, l'azione di Churchill assai più che non la sua inclinazione personale verso la monarchia. Al medesimo criterio dovrà assoggettarsi lo stesso Roosevelt, sia pure con riluttanza e con qualche riserva, ma abbastanza velocemente. Donde il compromesso della tregua istituzionale.

Subito dopo il 25 luglio il Presidente scrive esultando al Premier. Più conciliante sulla formula della «resa incondizionata », che difatti non figurerà come tale nel «corto armistizio», egli rammenta tuttavia che dovrà tener fermo il proprio atteggiamento nei confronti della monarchia, a causa delle pressioni che su di lui esercitano gli avversari americani della dinastia dei Savoia. Churchill risponde: «Ora che Mussolini è andato, io tratterei con qualsiasi governo italiano non fascista che sia in grado di consegnare la merce». Il 27 dice ai Comuni: «Mentre gli affari italiani sono in una condizione cosi fluida e flessibile, sarebbe un grave errore per le potenze liberatrici agire in modo da far crollare l'intera struttura e l'espressione dello Stato italiano ».

Il 30 luglio Roosevelt scrive: 

«C'è qui della gente litigiosa che si prepara a far baccano se noi abbiamo l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio. Sono gli stessi che fecero tanto chiasso a proposito del Nord Africa. Oggi io ho detto alla stampa che siamo pronti a trattare con qualsiasi persona o gruppo di persone che possano darci: primo, il disarmo dell'Italia e secondo una garanzia contro il caos. Credo altresì che voi ed io, dopo un eventuale armistizio, potremmo dire qualcosa in merito all'autodeterminazione in Italia, a tempo opportuno». 

Ma Churchill risponde scartando quest'ultima proposta, per il momento; egli non sente «la minima paura d'aver l'aria di riconoscere Casa Savoia o Badoglio, sempre che costoro siano gli uomini capaci di far fare agli italiani ciò che a noi serve per i nostri scopi di guerra».

Ciò che serve agli anglo-americani per i loro scopi di guerra risulta dal «lungo armistizio» e dai piani elaborati per l'AMGOT: avere il completo controllo delle forze armate italiane; assicurare il massimo sfruttamento delle risorse del Paese per lo sforzo di guerra alleato, sia come base di operazioni sia come fonte di beni di consumo e di servizi; disporre di un governo locale che sollevi il Comandante in Capo da ogni preoccupazione verso la popolazione civile e da complicazioni politiche, e al quale una commissione di controllo trasmetta gli ordini, badando che vengano effettivamente eseguiti.

Dopo l'8 settembre tutti e tre questi obbiettivi appaiono meglio ottenibili col riconoscimento del governo del re e di Badoglio, che ha firmato la resa, ha consegnato la flotta, ha con sé quel che resta delle forze armate, può garantire - con la continuità dello Stato - l'osservanza delle clausole armistiziali e disporre almeno di uno scheletro di apparato amministrativo.

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da LA STAMPA del 20 settembre 1943

Il 19 settembre, quando Mussolini ha appena annunciato la formazione di un nuovo Stato fascista repubblicano nel Nord, gli Alleati si affrettano a lasciare al governo del re l'amministrazione delle quattro province di Brindisi, Lecce, Taranto e Bari, «per conservargli quel poco di dignità che gli è rimasta dopo l'ignominiosa fuga da Roma». Non gli danno di fatto alcun potere decisionale, ma creano così «l'Italia del re» o Regno del Sud.

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E contemporaneamente Eisenhower propone ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: «O accettare e rafforzare il governo del re e di Badoglio, riconoscendolo formalmente non solo come l'unico governo legittimo d'Italia, ma anche come cobelligerante; oppure spazzarlo via e instaurare un governo militare alleato su tutta l'Italia occupata ».

Ma delle due soluzioni il Comandante raccomanda fortemente la prima per ragioni militari, facendo presente la considerevole assistenza già ottenuta in Sardegna, in Corsica e altrove dall'attiva cooperazione delle forze italiane che obbediscono al re. A suo parere il riconoscimento della legittimità e della cobelligeranza deve essere accordato alle seguenti condizioni: l'inclusione dei rappresentanti dei partiti politici nel governo, in modo da farne una coalizione nazionale; la promessa di elezioni libere per un'Assemblea Costituente, dopo la guerra; e possibilmente l'abdicazione del re in favore del figlio o del nipote, richiedendo tuttavia questo punto un ulteriore studio, «perché potrebbe dimostrarsi più popolare all'estero che tra il popolo italiano ».

Queste proposizioni, nelle quali Eisenhower cerca di accozzare tutt'insieme le sue esigenze di Comandante, le propensioni della Casa Bianca e quelle di Churchill, i pareri dei suoi servizi di Intelligence e le sollecitazioni dei fuorusciti antifascisti, sono abbastanza contraddittorie. Assai più coerenti sarebbero i suggerimenti che, negli stessi giorni, a lui manda il Segretario di Stato Cordell Hull. Hull non si fida del re né di Badoglio, e propone di formulare il «lungo armistizio» in modo da sospendere per tutta la sua durata i poteri della corona italiana e di affidare il governo ai partiti antifascisti. Con questa soluzione saremmo di fronte non soltanto al pieno riconoscimento delle responsabilità del re e del diritto degli italiani a scegliersi le loro istituzioni dopo la fine della guerra, ma anche a un rigoroso condizionamento della tregua istituzionale, nel senso che la Corona, privata dei poteri costituzionali, non potrebbe avvalersene per influire a proprio vantaggio sulla futura scelta tra monarchia e repubblica.

Tuttavia Churchill dichiara scopertamente ai Comuni: 

«È necessario che il re e il maresciallo Badoglio siano sostenuti da tutti gli elementi quali si siano, liberali e di sinistra, capaci di tener testa alla combinazione nazifascista, e di creare così le condizioni che consentano di cacciare tale infame combinazione dal suolo italiano. Tutto ciò, naturalmente, senza alcun pregiudizio per l'indipendente diritto della nazione italiana di dare quella qualsiasi sistemazione che preferisce al futuro governo del Paese, nella linea democratica, quando la pace e la tranquillità saranno restaurate ». 

Come Eisenhower, anche Churchill cita i combattimenti delle truppe italiane contro i tedeschi in Sardegna e in Corsica e il comportamento della popolazione civile, mettendoli in questa luce: 

«La popolazione e le forze militari italiane si sono dovunque mostrate sfavorevoli o attivamente ostili ai tedeschi: esse si sono mostrate dovunque ansiose di obbedire sino ai limiti delle loro possibilità agli ordini del nuovo governo del re d'Italia». 

E infine giustifica con questa versione la mancata difesa di Roma e la fuga di Pescara:

«Le divisioni tedesche corazzate, che si trovavano fuori di Roma, irruppero nella città e ne cacciarono il re e il governo, che si sono ora stabiliti dietro le nostre linee avanzate». 

Le responsabilità passate e presenti del re vengono così ignorate per ragioni di convenienza militare e politica, per una contrapposizione dell'«Italia del re» alla repubblica di Mussolini, come lo stesso Churchill scrive a Stalin: 

«Ora che i tedeschi hanno messo Mussolini a capo del cosiddetto governo fascista repubblicano, è importante parare questa mossa facendo tutto il possibile per rafforzare l'autorità del re e di Badoglio». 

Roosevelt, i suoi consiglieri Hopkins e Hull - benché si siano piegati malvolentieri alle varie transazioni di guerra col re e Badoglio, come a espedienti transitori giustificati soltanto da vantaggi militari, e non vedano l'ora di effettuare un mutamento che trasferisca tutto il potere ad altri elementi politici non associati con Mussolini e il fascismo - debbono accettare ormai anche quest'altro compromesso indicato da Eisenhower e da Churchill: la compartecipazione al potere dei partiti antifascisti insieme col re Vittorio Emanuele, con l'intesa che questa soluzione non menomi la possibilità degli italiani di scegliere la propria forma di governo, quando la pace sarà restaurata.

La medesima formula vien fatta includere nel proclama con cui Badoglio annuncia la dichiarazione di guerra alla Germania, e si ritrova nella dichiarazione congiunta del 13 ottobre con cui Roosevelt, Churchill e Stalin accettano l'Italia come cobelligerante. Ed è una formula estremamente ambigua.

È vero che quando Badoglio ha firmato il peggiore strumento della «resa incondizionata», cioè l'armistizio lungo, la resa è già soggetta a condizioni. Roosevelt, Churchill e Eisenhower hanno già promesso che gli italiani saranno trattati umanamente e che il loro aiuto militare nella guerra contro la Germania otterrà una ricompensa; hanno loro assicurato la possibilità di riguadagnare un posto rispettato nel mondo, e di scegliersi la propria forma di governo. Ma tra queste condizioni la esplicita promessa - suggerita da Eisenhower - di libere elezioni per un'Assemblea Costituente dopo la guerra, non c'è.

Nel discorso di Churchill e nella dichiarazione tripartita si parla di scelta della forma di governo: non della forma dello Stato. La tregua istituzionale resta piuttosto sottintesa; e comunque, nelle enunci azioni degli Alleati, essa si configura nei termini più favorevoli possibili a Vittorio Emanuele e alla monarchia.

Da un lato gli Alleati definiscono «assoluto e autonomo» il diritto di scelta degli italiani, dall'altro già lo sminuiscono rimettendo nell'ombra le responsabilità del re e cercando di ottenergli il sostegno di tutte le forze politiche; e rendono questo diritto ancora più agevolmente vulnerabile nel momento in cui, caduto il suggerimento di Cordell Hull, lasciano tutti i poteri costituzionali alla Corona.

L'azione dei politici e dei partiti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale, d'ora in poi, si concentrerà nello sforzo di risolvere questo problema e si estrinsecherà sia nel tenace rifiuto di collaborare col re - poiché la collaborazione equivarrebbe a un riconoscimento della sua non responsabilità - sia in una serie di tentativi e di atti intesi a svuotare i poteri e a neutralizzare gli strumenti di cui dispone la Corona, in modo che la scelta degli italiani possa avvenire, a suo tempo, senza ingerenze della dinastia e risulti davvero una scelta libera tra monarchia e repubblica.

La posizione di rifiuto caratterizza subito, per forza di circostanze, i partiti e gli uomini politici operanti nel Sud. L'altra questione invece, quella dei poteri costituzionali, vien posta con più forza - ma anche tra seri contrasti - nell'ambito del CLN a Roma.

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Dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale alcuni sono dichiaratamente repubblicani e prendono talora - come gli azionisti, i socialisti e più tiepidamente i comunisti atteggiamenti di rigorosa intransigenza; altri sono tuttora agnostici, come la democrazia cristiana, o tendenzialmente monarchici come i liberali e i demolaburisti. Ma gli uni e gli altri concordano ben presto sulla necessità della tregua istituzionale, e anche nell'ambito del CLN i dissensi, i contrasti e perfino le crisi sorgono quando si teme che una tendenza possa avvantaggiarsi nei confronti dell'altra nel periodo della tregua.

Di fronte ai rapporti e agli accordi che si sono stabiliti tra il governo del re e gli Alleati, e alle condizioni nelle quali si è instaurata la tregua, i partiti del CLN cercano di reagire con una propria, diversa posizione. A partire dal 28 settembre il CLN riesce a riconvocarsi e a riunirsi più volte - sempre cambiando sede, e talora mutando i partecipanti, perché infuria il terrore nazista - e porta avanti un aspro dibattito. A giudizio degli uni è necessario accettare il mantenimento provvisorio della monarchia nelle sue funzioni, puro mettendola sub judice, mentre gli altri vorrebbero che essa fosse accantonata mediante una sospensione «effettiva ed evidente» delle prerogative regie. Questi ultimi riprendono insomma la tesi di Cordell Hull, pur senza conoscerla.

All'ipotesi che il re torni a Roma e si proponga di completare il ministero Badoglio col concorso dei partiti antifascisti, si oppone un rifiuto per tre motivi: la mancata dichiarazione di guerra alla Germania dopo «l'ibrido colpo di Stato del 25 luglio»; la fuga del monarca e del maresciallo senza lasciare istruzioni precise alle truppe, donde lo, sfacelo del 9 settembre; la colpevole negligenza nella custodia di Mussolini, donde la guerra civile in atto. All'ipotesi che il re, tornando nella capitale, inviti il CLN a formare un nuovo governo, si pongono due condizioni: che questo governo abbia tutti i poteri costituzionali e la monarchia sia relegata in una specie di limbo con «la sola funzione di segnare la continuità fra il passato e l'avvenire richiesta dalle Nazioni Unite a garanzia della validità e della permanenza delle gravi e durissime clausole della resa»; e che il vecchio giuramento di fedeltà al re e ai suoi reali successori sia sostituito «con una solenne dichiarazione dei ministri di astenersi, fino alla decisione popolare, da ogni atto che possa pregiudicare, in un senso o nell'altro, la soluzione del problema istituzionale rimessa alla libera volontà del Paese»

Tutto ciò è condensato in un ordine del giorno del 16 ottobre, steso da Giovanni Gronchi e approvato all'unanimità. Esso fissa in particolare due punti: il governo del re e di Badoglio non consente una operante unità spirituale del Paese per la riconquista della libertà e dell'indipendenza, e perciò deve essere sostituito da un «governo straordinario», espressione dei partiti democratici; questo governo straordinario deve assumere «tutti i poteri costituzionali dello Stato, evitando però ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare». Più tardi, il 17 novembre, un altro ordine del giorno ribadisce la sostanza del primo e aggiunge che il problema istituzionale dovrà essere sottoposto al popolo «nella sua interezza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona».

Con questo secondo ordine del giorno il CLN respinge l'ipotesi che una reggenza, quale è stata già ventilata nel Sud, possa mai assolvere l'istituto monarchico dalle colpe di Vittorio Emanuele. La reggenza «potrebbe far mettere in disparte, o comunque indebolire, quella richiesta di una libera decisione del Paese sulle forme istituzionali che è fondamentale e pregiudiziale e va ben oltre l'esigenza di abdicazione immediata»

L'idea della reggenza, che appare nei suggerimenti di Eisenhower, è già stata affacciata anche dal laburista Ivor Thomas. Nel corso del dibattito che si è prolungato dalla fine di luglio ai primi di agosto ai Comuni, un agguerrito gruppo di oppositori ha contrastato il programma di Churchill basato sul valore strumentale dello Stato italiano e del regime Vittorio Emanuele-Badoglio come forza da impiegare contro i tedeschi. Aneurin Bevan, in quell'occasione, ha rammentato al Premier certe sue vecchie simpatie per Mussolini; altri hanno chiesto l'incriminazione di Badoglio per la guerra d'Etiopia; sono stati fatti i nomi degli animatori della lotta antifascista, i quali non potrebbero certamente collaborare col re, corresponsabile del fascismo; e Ivor Thomas ha detto che semmai la monarchia italiana potrebbe essere salvata soltanto dall'ascesa al trono del piccolo principe di Napoli, assistito da un Consiglio di reggenza.

Qui è prevista la posizione in cui vengono appunto a trovarsi Benedetto Croce, i leaders politici del Regno del Sud e i reduci dal confino e dall'esilio, come Sforza, Cianca e Tarchiani, allorché Badoglio, premuto da Eisenhower e impegnato dalle direttive concordate a Mosca dalla conferenza dei ministri degli Esteri delle tre grandi potenze, deve adoperarsi per dare una larga base democratica al suo governo, includendovi i rappresentanti dei partiti antifascisti. La loro risposta è negativa. Vittorio Emanuele, «supremo colpevole» della rovina del Paese, non può dare coesione né vigore morale alla lotta di liberazione: perciò deve abdicare immediatamente. Questa è la tesi di Croce. I contatti del filosofo con i consiglieri di Eisenhower - l'inglese MacMillan e l'americano Robert Murphy - con alti ufficiali alleati, con inviati dei servizi di Intelligence e di autorevoli giornali inglesi e americani, valgono a riaprire e a pubblicizzare la questione della responsabilità del re. Allo stesso effetto conduce l'atteggiamento di Sforza. Vittorio Emanuele deve andarsene.

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La reggenza pare a Croce «un'idea molto savia ... perché rimanda la questione di monarchia o repubblica alla decisione di tutto il popolo italiano, presa in forma legalmente corretta, cioè per mezzo di una Assemblea Costituente e di un plebiscito», e intanto elimina Vittorio Emanuele e anche Umberto, mentre il titolo di re andrà al principe di Napoli con un reggente o un Consiglio di reggenza, che consentirebbe «il risorgere di una rigenerata monarchia costituzionale con un principe educato dalla nuova Italia antifascista e liberale».

In linea di principio, Croce è un monarchico: un monarchico liberale e antifascista.

Benedetto Croce

Ma anche i repubblicani (azionisti, socialisti, comunisti) debbono rendersi conto che ora niente di più si potrebbe in nessun modo ottenere dagli Alleati; e così si rimane assai al di qua delle posizioni fissate a Roma dal Comitato di Liberazione Nazionale. Né più oltre andrà il Congresso di Bari, dove si riaffermerà che, non consentendo le condizioni attuali un'immediata soluzione della questione istituzionale, l'abdicazione del re è condizione essenziale per la ricostruzione morale ed economica dell'Italia e per la formazione di un governo di larga coalizione democratica munito di «pieni poteri» (che è una formula più restrittiva di quella dell'ordine del giorno del 16 ottobre).

atti del Congresso CLN Bari

Benedetto Croce, il leader democristiano Rodinò e lo stesso Sforza hanno fatto in modo che, dove la risoluzione del Congresso domanda l'abdicazione del re, non si faccia menzione del principe Umberto. La ragione è che essi attendono l'esito delle conversazioni avviate da Enrico De Nicola per indurre Vittorio Emanuele non già ad abdicare, bensì a ritirarsi dalla vita pubblica dopo aver designato il principe ereditario come Luogotenente del regno, affidandogli le sue funzioni fino al momento della consultazione popolare. I partiti di sinistra non sanno nulla di tutto ciò; ma in pratica, quando avviene il Congresso di Bari, alla fine del gennaio del 1944, l'eventualità dell'abdicazione di Vittorio Emanuele è svanita da tempo. Il re vi si è rifiutato recisamente. Gli Alleati non hanno insistito, assorbiti dalle cure dell'apertura del secondo fronte e dagli altri problemi emersi nella conferenza dei tre Grandi a Teheran, e già è stata messa allo studio la formula della luogotenenza. Un «memorandum sull'abdicazione del re e l'istituto italiano della luogotenenza», redatto dall'esperto inglese Guy Hannaford per la Commissione alleata di controllo in Italia, porta la data del 21 dicembre 1943. Nove giorni più tardi De Nicola propone a Croce l'espediente della luogotenenza, «che durerebbe due o tre anni, cioè fino a quando il popolo possa essere consultato e dia il suo responso sulla forma istituzionale da adottare». Il filosofo non nasconde inizialmente la propria riluttanza: la luogotenenza «porta logicamente verso la repubblica», perché, togliendo la continuità dei poteri all'istituto monarchico, è quasi impossibile che poi la consultazione popolare o la Costituente «possano tornare alla monarchia». Perciò egli è convinto che il re non l'accetterà. Ma si arrende alla certezza manifestata da De Nicola, al quale attribuisce un «migliore intuito del carattere del re».

La decisione di Vittorio Emanuele matura il 20 febbraio del '44 a Ravello, dove ora egli risiede. Fa sapere a De Nicola che accetta la luogotenenza e ne darà subito annuncio con un proclama; ma il trapasso dei poteri avverrà alla liberazione di Roma «e questo differimento sarebbe necessario per ragioni di residenza, e simili». Il differimento delude Croce e Sforza. Tanto più che non si tratta di ragioni di residenza, si sono riaperte delle divergenze tra gli inglesi e gli americani.

Churchill continua a fidarsi più del vecchio re e di Badoglio che non dei partiti antifascisti. Il 22 febbraio pronuncia un crudo discorso ai Comuni: 

«Quando si deve reggere una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro ugualmente comodo e pratico a portata di mano. Ora non si può cambiare governo, in Italia. È da Roma che un governo italiano su più vasta base può essere formato, e io non posso dire se un tale governo sarà di aiuto agli Alleati altrettanto dell'attuale. I rappresentanti dei vari partiti italiani non hanno alcuna autorità elettiva, e certamente non avranno alcuna autorità costituzionale sino a che l'attuale re abdichi, o egli stesso e il suo successore non li invitino ad assumere quell’ufficio».

Dunque, fin dopo la presa di Roma, niente mutamenti neanche nella posizione del re, dal cui ritiro dipende unicamente la formazione di un «governo su più vasta base». Ma diverso è il parere di Roosevelt. Il Congresso di Bari ha suscitato larghi motivi di propaganda contro il re non soltanto nell'Italia del Sud, ma anche all'estero, e particolarmente negli Stati Uniti. Il lungo ritardo nell'occupazione di Roma ha già convinto il Dipartimento di Stato che non dev'esserci un ulteriore rinvio nella riorganizzazione del governo italiano e che si deve far pressione sul re perché, con la sua abdicazione, renda possibile la formazione di un governo di larga coalizione. Il nuovo Comandante in Capo, il generale inglese Maitland Wilson, ha prospettato ai capi dello Stato Maggiore congiunto questa alternativa: o premere sul re perché abdichi in favore del figlio, o informare i leaders politici italiani che gli Alleati non tollereranno alcun cambiamento nella situazione politica fino all'occupazione di Roma e che ogni tentativo di intralcio frapposto al governo Badoglio sarà rigorosamente represso. Avvertendo la pressione dei partiti e dell'opinione pubblica, Wilson raccomanda la prima soluzione e chiede che i governi alleati inducano il re ad inchinarsi alla volontà popolare.

Roosevelt dunque scrive a Churchill così: 

«Nella situazione attuale il Comandante in Capo e i suoi consiglieri politici, sia britannici sia americani, hanno raccomandato di dare immediato appoggio al programma dei sei partiti di opposizione ... Non riesco assolutamente a capire perché dovremmo esitare ad appoggiare una politica che si accorda così bene con i nostri obbiettivi militari e politici. La pubblica opinione americana non potrebbe mai comprendere la nostra costante tolleranza e il nostro apparente appoggio a Vittorio Emanuele ». 

Ed ecco entra in scena anche Stalin. L'8 marzo, dopo una trattativa della quale gli inglesi e gli americani non sono stati informati, si annuncia il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra l'URSS e l'Italia. Sembra che anche il maresciallo sovietico tenda la mano verso il vecchio «manico della caffettiera». La questione del re non può più restare immobile. Nel giuoco serrato di spinte e di contro spinte che ora si sviluppa, Churchill e Stalin, benché stiano dalla stessa parte, tirano in realtà in direzioni diverse; e altrettanto sta per accadere nell'ambito dei partiti.

I fatti si susseguono velocemente. Il 16 marzo il re convoca a Ravello Badoglio e i membri del governo e, sotto il vincolo del segreto, li informa che rinuncerà alle sue funzioni di capo dello Stato per dar vita alla luogotenenza, appena rioccupata la capitale. Il 27 e il 28 marzo Croce insiste con i suoi amici perché si rompano senz'altro gli indugi, «che possono riuscire dannosi e sono pericolosi», e si induca il re a pubblicare subito il proclama della luogotenenza. Il 30 un articolo delle Izvestija afferma che l'URSS «è pronta con tutti i mezzi» a fare in modo che, a prescindere dalla questione del re, l'ingresso dei partiti antifascisti nel governo Badoglio «non sia rimandato per esempio, fino alla presa di Roma». E lo stesso giorno Palmiro Togliatti, che e appena arrivato da Mosca, dice in una conferenza stampa e in un comunicato del suo partito che occorre sbloccare la situazione.

« Tutte le forze devono unirsi nella guerra contro il nazifascismo Questo è l’obiettivo fondamentale. Col contrasto tra il governo del re e i partiti si sono creati invece una confusione e un disordine che stancano e deludono le masse del popolo». 

Bisogna dunque creare un governo di guerra e organizzare un forte esercito, «che si batta sul serio contro i tedeschi», rinviando il problema istituzionale. E aggiunge di non avere pregiudiziale alcuna contro il maresciallo Badoglio.

Da un punto di vista politico, l'aspetto negativo della proposta di Togliatti è messo in luce da un sostenitore del re come Agostino Degli Espinosa, quando scrive:

«Andarsene significava per il re la consegna della sua figura alla storia senza alcun tentativo di estremo miglioramento. Forse pochi mesi ancora di regno lo avrebbero assolto, anche sul piano dei sentimenti, dall’accusa che gli si muoveva, e di attendere quei mesi ormai ne aveva la forza, poiché nessuno avrebbe potuto giudicare tirannico e antidemocratico il re che introduceva nel suo governo i rappresentanti del partiti che già raccoglievano il massimo numero di seguaci» 

Palesemente Togliatti equivoca fra la tregua istituzionale ormai fuori discussione, e la questione del re e ignora o misconosce, sia il valore del Congresso di Bari, sia il problema dei poteri costituzionali nei termini in cui è stato posto a Roma dal CLN; né si capisce come i partiti, mettendosi col re, siano in grado di organizzare un forte esercito.

Dopo la «svolta» di Togliatti, da un lato sembra in pericolo l'unità dei partiti antifascisti, perché gli azionisti, i democristiani, i liberali, i socialisti rifiutano di passar sopra al deliberato di Bari; dall'altro lato però si profila la possibilità che, andando i comunisti al potere con Badoglio (e il maresciallo certamente non li rifiuterebbe), dovranno finire per andarci anche socialisti e democristiani, poiché sono anch'essi partiti di massa, e ciò non solo fa insorgere i liberali, ma smuove gli Alleati stessi, i quali vogliono un governo di coalizione nazionale .

La giunta dei partiti si riunisce nella casa di Croce a Sorrento. Croce rivela anche alle sinistre i risultati a cui è pervenuto De Nicola e l'impegno preso dal re; non si deve tornare indietro: «Se i partiti che voi rappresentate manterranno salda e leale unione, potremo arrivare a un governo che abbia autorità morale sufficiente per salvare il Paese».

Mentre la disputa continua nei giorni successivi, intervengono gli anglo-americani. L'8 aprile si riunisce la Commissione alleata di controllo; e il 12 si presentano dal re, a Ravello, il capo della Commissione MacFarlane e i consiglieri politici Murphy, MacMillan e sir Noel Charles. Gli dicono che i governi inglese e americano considerano ormai l'opinione pubblica italiana decisamente contraria alla sua permanenza sul trono e ritengono perciò indispensabile la sua rinuncia alle funzioni di capo dello Stato.

Vittorio Emanuele si impunta e resiste: ottiene, come voleva, che il trapasso dei poteri al figlio avvenga soltanto il giorno della presa di Roma, ma deve darne subito l'annuncio. Le stazioni radio di Bari e di Napoli trasmettono il suo ultimo proclama agli italiani: 

«Ho deciso di ritirarmi dalla vita pubblica, nominando Luogotenente generale mio figlio. Tale nomina diventerà effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate entreranno in Roma. Questa mia decisione, che ho ferma fiducia faciliterà l’unità nazionale, è definitiva e irrevocabile». 

In base a una risoluzione del Comitato consultivo degli Alleati per l'Italia, il generale MacFarlane fa sottoscrivere a Badoglio due impegni: primo, che il nuovo governo accetta tutte le obbligazioni assunte dal governo precedente verso gli Alleati; secondo, che la questione istituzionale non verrà in nessun modo riaperta fino al momento in cui tutto il popolo italiano sarà in grado di esprimere liberamente il proprio giudizio. È la prima volta che l'impegno della tregua istituzionale, e quindi della scelta elettorale, viene preso per iscritto dal governo e insieme dagli Alleati; e d'ora innanzi esso sarà ripetuto ad ogni nuova formazione di governo.

A loro volta i sei partiti nella dichiarazione programmatica affermano di volersi dedicare unitariamente alla soluzione dei «problemi vitali e urgenti dell'ora», mettendo da parte di proposito gli altri, anche se di somma importanza, «primo fra tutti quello della forma istituzionale dello Stato, che non potrà risolversi se non quando, liberato il Paese e cessata la guerra, il popolo italiano sarà stato convocato ai liberi comizi mercé un suffragio universale ed eleggerà l'Assemblea Costituente». Inoltre «il governo presenterà a suo tempo una legge elettorale ispirata a questi concetti», e si propone intanto di «dar vita, in contatto con i Comitati di Liberazione, a un sia pur ristretto corpo consultivo, simbolo del Parlamento che ci manca». Dunque: tregua istituzionale, Consulta e Costituente.

Mentre si snodano questi avvenimenti, a Roma il CLN attraversa una seria crisi, al fondo della quale sta la diversa interpretazione che i vari partiti danno all'ordine del giorno del 16 ottobre 1943, là dove esso stabilisce che la monarchia rimane sub judice sino a dopo la fine della guerra, ma «tutti» i poteri costituzionali dello Stato vengono assorbiti dal Comitato di Liberazione Nazionale. Già dopo il Congresso di Bari gli azionisti e i socialisti, in sede di CLN, hanno riaffermato l'impossibilità di collaborare in qualsiasi forma con la monarchia. Poi, dopo lo sbarco di Anzio (quando ormai sembra imminente la liberazione di Roma e il CLN discute l'applicazione pratica della formula del 16 ottobre in vista della formazione del nuovo governo), il dissidio fra i partiti si inasprisce: intransigenti gli azionisti e i socialisti, concilianti gli altri.

Ugo La Malfa, spiegando la posizione degli azionisti, ha detto:

«Noi non accettavamo compromessi (e più tardi sconfessammo anche i rappresentanti del Partito d'Azione che erano entrati nel ministero con Badoglio) e mantenevamo una posizione intransigente, perché ci riferivamo sempre all'ordine del giorno del 16 ottobre, che per noi rappresentava la Carta Costituzionale per tutto il tempo che ci separava dalla convocazione dell'Assemblea Costituente».

L'atteggiamento accomodante dei comunisti vien giustificato in questo modo dal senatore Mauro Scoccimarro:

«Gli azionisti e i socialisti con una critica aspra e dura giustamente denunciavano le manovre di spostamento a destra. Ma noi, in quel momento, vedemmo il gravissimo pericolo che si disgregasse il Comitato di Liberazione con gravi ripercussioni sulla lotta partigiana che si conduceva nel Centro-Nord. E intervenimmo per trovare un punto di accordo, avvertendo che i termini concreti in cui si sarebbe risolto il problema dei rapporti di poteri tra il Luogotenente e il CLN non poteva definirsi a priori, ma sarebbe dipeso dal modo come sarebbe stata liberata Roma e dalle condizioni e dagli atteggiamenti degli Alleati. Restava fermo tuttavia che il CLN doveva assumere su di sé la maggior parte dei poteri, anche costituzionali». 

Ma in mancanza di un compromesso, il 24 marzo Bonomi si dimette dalla presidenza del CLN, il quale torna a ricomporsi soltanto dopo la costituzione del governo dell'esarchia con Badoglio.

Il giorno dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele firma a Ravello il decreto per la luogotenenza. Badoglio presenta le dimissioni al Luogotenente Umberto, che lo incarica di formare un nuovo governo. Il pomeriggio dell’8 giugno nella capitale, al Grand Hotel, si riuniscono alla presenza del generale MacFarlane, Badoglio che è il presidente del Consiglio designato da Umberto ed ha con sé i suoi ministri e Bonomi designato dal Comitato Centrale di Liberazione, i cui rappresentanti sono con lui: De Gasperi, Nenni, La Malfa, Scoccimarro, Ruini, Casati.

Nel corso della discussione Togliatti inclina dalla parte di Badoglio. Scoccimarro ha poi raccontato: 

«Noi del CLN ci riunimmo il mattino e fummo tutti d'accordo nel chiedere le dimissioni di Badoglio. Quando poi ci trovammo al Grand Hotel io rividi Togliatti dopo diciassette anni e in un semplice abbraccio, in due minuti, mi chiese: "Qual'è la posizione qui?". E io gli dissi quale era la posizione nostra. Quando presero la parola gli altri rappresentanti del Comitato di Liberazione, Togliatti capì una cosa: che era stato un grave errore di Badoglio venire a Roma con una proposta di rimpasto, perché questo presupponeva un reincarico avuto dal Luogotenente, il che era in contrasto con tutta la posizione del Comitato di Liberazione. E allora fu appunto lui che dichiarò a Badoglio che non poteva appoggiarlo più; che egli era d'accordo con gli amici del CLN, e che d'altra parte Badoglio non aveva in pratica mantenuto gli impegni presi a Salerno sull'epurazione e sul resto ». 

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La conclusione è che Bonomi diventa presidente del Consiglio, Badoglio si ritira a vita privata. E ciò significa che non più il Capo dello Stato, bensì il CLN designa il presidente del Consiglio. I membri del governo giurano ancora nelle mani del Luogotenente, ma con la seguente formula: 

«I sottoscritti ministri e sottosegretari di Stato italiani si impegnano sul loro onore di esercitare le loro funzioni per i supremi interessi della nazione e di non commettere alcun atto che possa in qualsiasi maniera pregiudicare la soluzione del problema istituzionale prima della convocazione dell'Assemblea Costituente». 

E il 25 giugno il governo Bonomi, trasferito a Salerno, approva il suo primo decreto legislativo, che dice: 

«Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali dello Stato saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà un'Assemblea Costituente». 

A questo punto quella posizione di vantaggio nella tregua istituzionale, che per ragioni di convenienza gli Alleati avevano fatta alla monarchia, è in gran parte smantellata. Con la scomparsa della persona del sovrano dalla designazione del presidente del Consiglio e dal giuramento dei ministri; con l'eliminazione dai decreti del preambolo sulla regalità di fonte divina e popolare; con i poteri legislativi attribuiti al governo e con la definizione dei compiti della futura Costituente siamo di fronte a un ordinamento nuovo che ha quasi rotto ogni continuità costituzionale col regime precedente. E tutto ciò si è raggiunto senza colpi di testa, senza velleità né conati insurrezionali che - date le circostanze - sarebbero stati follia.

Se ora si guarda in retrospettiva alle vicende della questione istituzionale e della tregua, come si giustificano il «cordone sanitario», stabilito dagli Alleati tra Nord e Sud dopo il 25 aprile 1945, e il motivo di fondo che li ha indotti a stenderlo? Diremo che la loro preoccupazione e la loro decisione possono apparire comprensibili, se si tiene a mente non solo il clima arroventato di quelle giornate, ma anche il fatto che, quando l'Italia del Nord si ricongiunge finalmente con quella del Centro e del Sud, rimane una sorta di frattura, politica e psicologica, che il corso stesso degli avvenimenti ha provocata. Una frattura che può apparire seria e preoccupante. A Roma c'è un governo e ci sono dei leaders politici che hanno dovuto fare i conti con delle difficoltà indomabili. Hanno dovuto imparare a destreggiarsi tra mille ostacoli, a far valere dei diritti elementari presso i vincitori. Hanno cercato di giocare vantaggiosamente con gli Alleati le carte offerte dalla Resistenza, dalla partecipazione alla guerra contro i tedeschi, dal ritorno verso la democrazia, dalla leale osservanza degli impegni presi.

Al Nord ci sono i Comitati di Liberazione, che trattano direttamente con gli Alleati, nominano prefetti e sindaci, organizzano la vita civile; ci sono le forze che escono dalla crudele guerriglia di un anno e mezzo e sono ben consapevoli che l'unità e la libertà si sono riconquistate anche con loro inestimabile sacrificio. Perciò nel Nord fervono accese speranze; si sono prodotte delle spinte violentemente innovatrici o, per qualche aspetto, confusamente rivoluzionarie.

E se questo stato di cose spiega il tormento della crisi politica, che va dal 25 aprile alla formazione del governo Parri, spiega altresì la dichiarazione resa nota il 13 luglio dagli Alleati, per rammentare i loro poteri e i loro diritti di vincitori, di occupanti e, in certo modo, di tutori: 

«La Commissione alleata, in seguito alla crisi ministeriale, ha comunicato il testo degli impegni che i membri del nuovo Gabinetto dovranno - come è prescrizione precisa - dichiarare di rispettare. Immutato rimane l'obbligo per tutti i ministri di accettare la tregua istituzionale finché il popolo italiano non abbia avuto l'opportunità di fare esso stesso la propria scelta ».

Ma anche dopo il superamento di quei mesi tempestosi dell'incontro fra le due Italie il cammino verso la consultazione popolare attraverserà altre fasi ardue e tormentose.

I governo De Gasperi

«L'attrito più grave all'interno dei partiti della coalizione - dice Pietro Nenni - si manifestò nei primi due mesi del '46 e rischiò di mettere in crisi il governo De Gasperi». È il momento in cui si tratta ormai di decidere il tempo e il metodo per effettuare la scelta tra monarchia e repubblica: due questioni che possono avere una forte incidenza sulla presa elettorale di ogni singolo partito.

Quanto al metodo, il decreto di Salerno prevedeva che le forme istituzionali sarebbero state determinate dalla Costituente. Ma ora, mentre Nenni e Togliatti, la maggioranza dei ministri e inizialmente lo stesso De Gasperi sono fermi a quel deliberato, il ministro liberale Cattani sostiene che la scelta tra monarchia e repubblica dev'essere affidata alla diretta consultazione popolare mediante un referendum.

Cattani ha allegato in seguito due ragioni a sostegno della sua tesi. Prima di tutto, bisognava domandarsi se non fosse più utile risolvere il problema istituzionale mediante un voto diretto e contemporaneo con l'elezione della Costituente, in modo che l'Assemblea cominciasse i suoi lavori non già in una condizione di passioni scatenate, che fatalmente avrebbero avuto il loro teatro nel Parlamento ma piuttosto in un ambiente già rasserenato e tranquillo, quando quella questione, che aveva turbato gli animi al punto di far rasentare al Paese una lotta civile, fosse già risolta direttamente dal popolo. In secondo luogo, poiché c'erano repubblicani e monarchici nel partito liberale - come ce n'erano in quello democristiano - è ovvio che se il quesito sulle sorti della monarchia fosse stato sciolto separatamente da quello sui partiti, non vi sarebbero state fratture né dispersioni fra gli iscritti e i simpatizzanti. «Era nostra opinione che la questione istituzionale, per importante che fosse, non dovesse sminuire o rompere le nostre forze quando si trattava di affrontare, con la Costituente, tutta la serie dei problemi più essenziali della nazione».

In questo senso si orienta poi anche De Gasperi, poi Togliatti: si adotta il referendum. Ma ancora si discute se esso debba effettuarsi prima, dopo o durante la Costituente, o se contestualmente.

Le dispute sul modo e sul tempo della scelta istituzionale occupano cinque lunghe sedute del Consiglio dei ministri dal 19 al 28 febbraio del '46, con fasi talora drammatiche, con polemiche acute. Racconta Nenni: 

«In quella disputa, che mi mise sovente alle prese con i liberali, io ero il legalitario, perché, essendo ministro per la Costituente, mi attenevo strettamente alle norme del decreto del 25 giugno 1944, il quale prevedeva la Costituente e non il referendum prima, durante o dopo. Tuttavia il corso delle discussioni al Consiglio dei Ministri - assai accese e anche pericolose - fece sì che io assumessi su di me, a un certo momento, la responsabilità di accettare la proposta del referendum da tenersi contestualmente con l'elezione della Costituente. Perché era sorto il problema del referendum? Da parte di alcune forze del Paese e da parte della dinastia l'idea del referendum era suggerita, molto probabilmente, dal ricordo dei plebisciti dell'epoca del Risorgimento. Le nostre diffidenze invece nascevano dal convincimento che la Costituente dovesse avere poteri sovrani, che fosse essa a decidere la forma dello Stato e che la sua decisione fosse inappellabile. Comunque, nel contrasto delle opinioni, e davanti al rischio di una crisi che poteva far perdere al governo il controllo della piazza, e anche determinare delle gravissime complicazioni con le forze di liberazione e di occupazione anglo-americane, io preferii correre l'alea del referendum, anche perché avevo la profonda convinzione che, sia mediante il referendum, sia per deliberazione della Assemblea Costituente, il risultato sarebbe stato in ogni modo la repubblica » 

Rammenta Cattani: 

«Il legalismo dell'on. Nenni noi allora lo qualificavamo giacobinismo e dicevamo che in esso c'era una nostalgia di rivoluzione francese, di processo al re fatto da una Assemblea Costituente. Nenni parlava di Costituente sovrana, il che era perfettamente corretto, ma l'insistenza sulla delega di tutti i poteri dello Stato all'Assemblea richiamava certe lontane reminiscenze scolastiche, come la Convenzione o i Decemviri. Di qui la nostra diffidenza. Ma, in realtà, in quello che poi decidemmo non ci fu niente di illegale». 

Altrettanto importante è la valutazione del tempo. Deve adeguarsi al termometro degli umori dell' opinione pubblica e ai fatti della realtà obbiettiva. Qual'è la realtà, e che cosa segna il termometro? Si affaccia lo spettro della fame, e c'è penuria di carbone. Nenni annota nel suo diario: «Ci si trova davanti alla necessità di ridurre a 150 grammi la razione di pane. È una misura penosa e drammatica. Alla vigilia delle elezioni la minaccia della carestia può essere un fattore di decomposizione sociale e di provocazione». Tuttavia Nenni, come De Gasperi e a differenza di Togliatti, è convinto che si debba «arrivare il più sollecitamente possibile» allo scioglimento di questo grosso problema, in modo da «trovare un nuovo equilibrio e, sulla base di questo, ricostituire la vita democratica e costituzionale del Paese». Infine, il 16 marzo, il Consiglio dei ministri fissa la data del 2 giugno per l'elezione della Costituente e per il referendum.

Il ministro dell'Interno Romita scrive: «L'apparato statale tutto monarchico, la polizia influenzata dai monarchici, l'instabilità dell'ordine pubblico, la preponderanza dei monarchici nel Sud sono altrettanti elementi atti a compromettere la soluzione repubblicana».

Dunque la monarchia è in forte ripresa. Ma gli statali, la polizia, i meridionali - e così via - non sono monarchici naturaliter. Oltre ai sentimenti, entrano nel giuoco le suggestioni e i motivi reali. Nel 1944, quando si è fatto il decreto di Salerno, i simpatizzanti della monarchia sono pochi. Poi la monarchia ha ripreso quota via via, con le vicende dell'epurazione, col gonfiarsi delle agitazioni sociali, con certe affermazioni estremistiche dei partiti di sinistra. «La repubblica è un salto nel buio»: questo slogan fa presa abbastanza largamente tra i conservatori, tra i moderati, tra gli scontenti, tra quanti paventano l'imprevisto e il disordine, anche a prescindere dai partiti nei quali militano o per cui propendono. E in questo senso è valida la tesi di Cattani.

I partiti della sinistra sono sempre stati dichiaratamente repubblicani. I liberali si professano agnostici, ma sono in larghissima parte monarchici. La democrazia cristiana getta ora il suo peso determinante sulla bilancia. Dopo un referendum tra i suoi iscritti, la democrazia cristiana si pronuncia per la repubblica con 740 mila voti contro 254 mila; ai singoli si lascia libertà di scelta.

Eppure, vi è molta incertezza nell'aria. Nenni scrive nel diario: «Per il referendum De Gasperi considera sicura la vittoria repubblicana. Togliatti non esclude che noi si rimanga un poco al di sotto del 50 per cento. Io sono di avviso contrario».

Il 9 maggio Vittorio Emanuele III di Savoia abdica alla corona d'Italia in favore del figlio, che diventa re Umberto II, il «re di maggio» lo chiameranno i repubblicani. «Con l'abdicazione - dice il vecchio monarca al generale Puntoni - la posizione di mio figlio e della dinastia ne risulteranno consolidate»: è una mossa elettorale, intesa ad avvantaggiare Umberto, non coinvolto come il padre nelle responsabilità del fascismo e della guerra. In ogni modo il nuovo re scrive subito a De Gasperi che questo atto non modifica «in alcuna maniera l'impegno da me assunto nei confronti del referendum e della Costituzione». Egli conferma insomma quanto ha già detto nella lettera con la quale ha restituito a De Gasperi, debitamente firmati, i decreti sul referendum e la Costituente: 

«Per assicurare la massima libertà degli individui e delle coscienze, ho dato libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento. Io, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni Italiano le libere determinazioni del popolo, che, ne sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della patria». 

Ma le cose non andranno così lisce.

2 giugno 1946 file ai seggi

Le consultazioni elettorali del 2 giugno 1946 sono certamente tra le più tranquille e le più libere di quante se ne svolgano in quell’anno in tutta l'Europa liberata. Gli elettori vanno compatti alle urne e affollano i seggi; ma, nonostante le tensioni di quei giorni, il ministro dell'Interno Romita, che sta come accampato al Viminale non ha di che preoccuparsi, almeno per la disciplina dei votanti. È assai vivido e quasi pittoresco il suo racconto delle ansie di quella notte tra il 3 e il 4, quando un blocco di voti monarchici del Sud manda in vantaggio per qualche ora la monarchia. Tuttavia la mattina la repubblica ha vinto, e il ministro si affretta a darne pubblica notizia.

Lo scrutinio dei voti e la «proclamazione ufficiale dei risultati spettano alla Corte di Cassazione. Ma già dopo l’annuncio di Romita il re Umberto appare convinto che il responso popolare gli è stato sfavorevole, e ordina la partenza immediata per il Portogallo della regina con i figli: egli aspetterà soltanto la «proclamazione ufficiale». I monarchici invece, col «ricorso Selvaggi», pongono una prima obbiezione di carattere giuridico: per la vittoria della repubblica ci vorrà una maggioranza assoluta, cioè un numero di voti repubblicani che superi i voti monarchici e quelli nulli sommati insieme. Gli altri ribattono che i voti nulli non entrano nel quorum. Dovrà decidere la Cassazione.

Cassazione vittoria repubblica

Il 10 giugno la Corte di Cassazione si riunisce in seduta pubblica nel Salone della Lupa a Montecitorio e il suo primo Presidente Giuseppe Pagano, al termine dei conteggi, dichiara: 

«Repubblica, totale dei voti 12.672.767 (54,3 per cento); monarchia, totale dei voti 10.688.905 (45,7 per cento). La Corte, a norma dell'art. 19 del decreto-legge luogotenenziale 23 aprile 1946, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste, i reclami presentati agli uffici delle singole sezioni, o agli uffici centrali circoscrizionali o alla stessa Corte, concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum; integrerà i risultati con i dati delle sezioni ancora mancanti; e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli». 

Di nuovo è evidente che la repubblica ha vinto, ma la dichiarazione della Corte è interlocutoria. In attesa della «proclamazione ufficiale», rinviata vagamente ad altra seduta, Umberto rifiuta di trasferire i suoi poteri al presidente del Consiglio (come prevede la legge). Dice Nenni: 

«E a quel punto si apre una crisi che durò fino al 13 ed apparve estremamente grave, poiché entrarono in conflitto due posizioni opposte. Da un lato c'era la pressione di una parte del Consiglio dei ministri (e io con quella) che non intendeva in nessun modo che si perdessero altri giorni, e voleva che il risultato elettorale fosse considerato tale da determinare ope legis il trapasso dei poteri dalla monarchia alla repubblica; dall'altra parte c'era la pressione di alcune forze politiche e la resistenza opposta dal re, e soprattutto dai suoi consiglieri, i quali pretendevano che si aspettasse fino alla nuova riunione della Corte suprema. Conflitto molto aspro, molto difficile, in cui cozzarono due mentalità: la mentalità dei giacobini come allora si disse e quella dei moderati; un conflitto nel quale il presidente del Consiglio De Gasperi dimostrò molto tatto, molta saggezza, sicché molto si dovette a lui se le cose non si inasprirono fino a una clamorosa rottura, di cui nessuno era in grado di prevedere le conseguenze». 

Per tre giorni il Consiglio dei ministri rimane riunito quasi in permanenza al Viminale. Al Quirinale Orlando, Nitti, Bonomi confortano la resistenza del re sul piano giuridico, altri la inaspriscono sul piano della fazione. Il conflitto tra Corona e Governo si è trasferito nel Paese; a Roma si vedono forti schieramenti di polizia e di truppa: spira aria di insurrezione. Il risultato del referendum ha mostrato, che l'Italia è nettamente divisa in due: fortemente repubblicana dall'Umbria in su e fortemente monarchica dal Lazio, in giù. De Gasperi fa pazientemente la spola fra i due palazzi: assorbe mortificazioni da un lato e pressioni dall'altro. L'ambasciatore inglese Sir Noel Charles lo informa che il governo di Sua Maestà interpreta come non definitiva la pronuncia della Cassazione; il Capo della Commissione alleata di controllo, l'americano Stone, lo avverte che il governo italiano non può assumere una posizione diversa da quella della Suprema Corte. Nel Consiglio dei ministri si manifestano ipotesi estreme. Qualcuno dei colleghi di partito accusa De Gasperi di debolezza, quasi di non saper fronteggiare la situazione.

Qual'è dunque la posizione di De Gasperi? Nel giudizio, di Giulio Andreotti, egli mira - pur nella fermezza - ad assicurare soprattutto che una svolta così importante, come è la scelta istituzionale, si possa compiere in modo da non offrire in seguito motivi o pretesti di dubitare che essa non abbia un'assoluta validità morale, prima ancora che politica. Vuole altresì che fra i partiti della coalizione non si cristallizzi una frattura, che impedisca poi il più ampio schieramento in seno all'Assemblea Costituente. E infine non ha dubbio che il re, nonostante i consiglieri, nonostante i cavilli e le divergenze giuridiche, finirà per mantenere l'impegno di lealtà verso il responso popolare.

La notte del 12 giugno si rompono gli indugi. Il governo approva unanime quest'ordine del giorno: 

«Il Consiglio dei ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spetti ope legis al presidente del Consiglio in carica». 

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Nel primo pomeriggio del 13, Umberto parte in volo per l'esilio col nome di conte di Sarre. Ha lasciato dietro di sé un proclama piuttosto acrimonioso, in cui dice che «in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano, della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano» e ha posto il re «nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza». Ma gli elettori che hanno votato per la monarchia accettano democraticamente il volere della maggioranza.

Il 18 giugno, ancora a Montecitorio, la Corte di Cassazione pronuncia finalmente il suo giudizio definitivo. «Ma ormai - ricorda Andreotti - tanto erano prive di interesse per tutti le conclusioni, che nella sala eravamo forse una ventina di giornalisti, e di più non ne erano venuti proprio perché il risultato era dato per scontato, come è scontato il linguaggio dei fatti».

 

 

Bibliografia

AA. VV. - Dal 25 luglio alla Repubblica 1943 – 1946 – ERI 1966

Mardi 28 mai 2013 2 28 /05 /Mai /2013 07:00
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