Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Giovanni Emilio Diligenti: partigiano in Brianza (parte II)

22 Avril 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le prime azioni partigiane nel lecchese, nel varesotto e a Milano

 

Fiume-Adda-retro.jpg«L'8 settembre cominciò la guerra partigiana. Gianni Citterio parlò ai monzesi dal balcone del municipio in piazza Carducci. Si raccolsero adesioni alla “guardia nazionale”. Un gruppo di antifascisti riuscì a impadronirsi delle prime armi presso la caserma Pastrengo.

lo non fui diretto testimone di quegli avvenimenti, poiché mi trovavo a Cremona dov'ero stato chiamato 15 giorni prima a prestare il servizio militare. Ero in un reparto di artiglieria e l'8 settembre il comandante della mia batteria decise di non capitolare senza combattere; con una ventina di altre reclute sparai sui tedeschi sino a mezzogiorno.

Poi la resa e il campo di concentramento a Mantova, in cui rimasi per poco tempo. Fuggii con altri compagni da un tunnel che portava al Mincio e tornai a Monza.

 

Mi incontrai subito con Ferrari, nella casa di suo fratello Luigi, in via Pallavicini, ed esaminammo insieme la situazione. L'occupazione tedesca si era già consolidata. A Monza riprese la sua feroce attività il famigerato squadrista Luigi Gatti, detto Gino, responsabile di numerosi omicidi a partire dal 1920.

Ferrari decise infine di unirsi alla formazione partigiana dislocata al Pian dei Resinelli. Non era giovane come me, che non avevo ancora vent'anni; lui ormai ne aveva 48, eppure, senz'alcuna esitazione, stabilì di intraprendere la dura e pericolosa vita del partigiano, in montagna. Presa la decisione, partimmo subito, la mattina seguente, all'alba. Alla stazione di Lecco c'era ad aspettarci il compagno “Farfallino” (poi fucilato dai fascisti), che ci accompagnò alla Capanna Stoppani, dove aveva la sua base la “banda” partigiana e dove trovammo altri antifascisti brianzoli.

Brianza-dai-monti-lecchesi.JPGLa zona montana in cui erano dislocati i reparti partigiani era di considerevole importanza strategica: vi passavano le statali dello Spluga e dello Stelvio, vie di transito per la Svizzera, e la ferrovia della Valtellina. Si può pertanto capire la preoccupazione del comando tedesco, che fece affluire nella zona due battaglioni di alpini germanici di stanza a Bassano del Grappa, dando inizio il 17 ottobre a un vastissimo rastrellamento.

Partendo da Mandello, da val Calolden, da val Grande e dalla rotabile del Lario, i tedeschi, dopo aver bloccato i centri abitati, tentarono di accerchiare i reparti partigiani, che ebbero però l'ordine di ripiegare per far fallire il tentativo nemico di eliminare con un'unica, grandiosa operazione tutte le forze partigiane dalla bassa Valtellina alla Bergamasca. Infatti, ripiegammo lentamente, sparando con parsimonia, a colpo sicuro, e ingaggiando talvolta brevi ma violentissimi combattimenti per permettere lo sganciamento di altri gruppi. Il 18 ottobre, per esempio, il gruppo “Grassi” di Campo de' Boi e la formazione “Stoppani” costrinsero i tedeschi a ripiegare a valle in seguito alla vittoriosa resistenza opposta all'Alpe di Cassin, Balisio e nella zona di Pasturo.

 

Il giorno successivo si ebbero altri scontri alla Bocchetta di Erna, a Campo de' Boi, a Costa Balasca e al Passo del Fo'. Il 20 ottobre, quarto e ultimo giorno della battaglia, nuovi combattimenti si ebbero a Cascina Stoppani, a Cascina Monzese e a Cascina Grassi. Lo stesso giorno i partigiani completarono l'operazione di sganciamento, dirigendosi a piccoli gruppi verso il Nord, mentre i reparti tedeschi sfogavano la loro rabbia incendiando case, baite, fienili, e imprigionando un centinaio di civili accusati d'aver aiutato i partigiani. Tra i tedeschi si ebbero 11 morti e 32 feriti, tra i partigiani 4 morti, 5 feriti, 20 prigionieri - quasi tutti ex-prigionieri di guerra Alleati -. Da notare che nessun partigiano armato era stato catturato dal nemico.

Mi aggirai su quelle montagne assieme ad altri otto compagni, per tre giorni e due notti; i pastori ci informavano dei movimenti delle truppe tedesche, aiutandoci a sfuggire alle loro ricerche. Infine a Brivio trovammo un barcaiolo che ci traghettò sull'altra sponda dell'Adda, contentissimo di aiutare coloro che si battevano contro “quei cani di tedeschi e di fascisti”. Costeggiando la statale N° 36, io e mio fratello Aldo raggiungemmo a piedi Usmate e da lì Cavenago, roccaforte antifascista e base partigiana. Ci rifugiammo in casa del compagno Raineri Fumagalli, in attesa di riprendere i contatti con l'organizzazione clandestina. Ferrari non era con noi, perché qualche giorno prima del rastrellamento era sceso a Lecco per partecipare a una riunione del locale CLN, presieduta dal compagno Gabriele Invernizzi».

 

La battaglia sul San Martino

    san-Martino.jpg«Un mese dopo mio fratello e io partecipammo a un'altra battaglia, quella di S. Martino, dove ci aveva inviati l'organizzazione clandestina comunista. Nella fortezza di S. Martino, sopra Varese, si era stanziato il gruppo Cinque Giornate, costituito poco dopo l'armistizio dal colonnello Carlo Croce. La formazione era composta per lo più da ex-avieri ed ex-ufficiali, ma in seguito vi affluirono molti operai di Cinisello Balsamo e di Brugherio, inviati dall'organizzazione clandestina di Sesto S. Giovanni.

Il colonnello Croce e gli ufficiali che guidavano la formazione si dichiaravano genericamente “badogliani” e seguivano una linea “attesista”. Il reparto si era impossessato di una notevole quantità d'armi e di viveri con una serie di riuscite operazioni, come quella alla caserma della guardia di Finanza a Luino. Tutto era stato raccolto nella fortezza, che avrebbe dovuto diventare una base inespugnabile da cui sarebbe partita, in concomitanza con l'arrivo delle truppe alleate, la decisiva offensiva contro i nazi-fascisti.

 

Inutilmente Gianni Citterio, inviato dal CLNAI, cercò di convincere il colonnello Croce della necessità di dislocare le forze partigiane - circa centocinquanta uomini - in gruppi meno numerosi e più mobili, localizzati in diversi punti strategici. Prevalse purtroppo la mentalità degli ufficiali, illusi di aver creato una base inattacabile.

Lo sbaglio fu pagato a caro prezzo: il 14 novembre più di duemila tedeschi mossero all'attacco, appoggiati da cannoni, mortai e anche da tre Stukas. La resistenza durò quarantotto ore, al termine delle quali il gruppo Cinque Giornate si disperse; la maggior parte dei suoi componenti si rifugiò in Svizzera. I partigiani morti in combattimento furono appena due, mentre trentasei furono fucilati dopo la cattura. Ben più pesanti le perdite nemiche: duecentoquaranta morti e un apparecchio (fui testimone oculare dell'abbattimento dello Stukas: un partigiano robustissimo, un vero gigante, prese sulle spalle una delle dieci mitragliatrici Breda pesanti di cui era fornito il reparto, fungendo da piazzola semovente; due altri sostenevano i piedi della mitragliatrice e un quarto sparava, finché riuscì a colpire l'aereo.

 

La difesa ad oltranza della posizione, concezione che esulava da una corretta conduzione della guerriglia, aveva sì provocato gravissime perdite tra le truppe attaccanti, ma aveva anche causato la fine di una formazione che, per la qualità e la quantità di mezzi e di uomini, avrebbe potuto rappresentare una grossa spina nel fianco dei nazi-fascisti per ancora molto tempo. Durante la battaglia fui ferito alla gamba destra: la pallottola mi fu estratta con un paio di forbici da don Mario Limonta, un sacerdote di Concorezzo che fungeva da cappellano e dal medico del gruppo. Di notte, don Limonta cercò di guidare me ed altri sei partigiani feriti nella discesa verso la pianura. L'impresa mi riuscì difficile, perché la ferita mi impediva di camminare, cosicché mio fratello Aldo dovette caricarmi sulle sue spalle. Dopo un po' perdemmo i contatti con gli altri feriti ma, sia pure a fatica, raggiungemmo la provinciale.

Attraversata la strada a una curva, procedendo un po' carponi e un po' sulle spalle di Aldo, arrivammo in un paese dove, all'alba, salimmo su un trenino che ci portò a Varese. Da qui in ferrovia a Saronno, poi in corriera a Monza e infine di nuovo a Cavenago. Nascosto in casa di Fumagalli, fui curato da Innocente e Mario, rispettivamente cugino e fratello di Raineri. In seguito, per ragioni di sicurezza e per curare meglio la ferita, fui trasferito a Milano dal compagno Giacinto Parodi. In via Padova al 26, Parodi aveva un laboratorio artigiano di guarnizioni, mentre la sua abitazione era al n° 40 della stessa via.

 

In casa di Parodi fui curato da un medico che mi guarì completamente. Ristabilitomi, l'organizzazione clandestina del partito mi inviò nuovamente nel Lecchese. Con Aldo e due compagni che abitavano in via Brembo a Milano (Lucio e il fratello minore di Chiesa) fummo ospitati per una settimana in casa di un compagno macellaio di Castello di Lecco e poi ci recammo sul “Prà Pelà” ad Airuno. Qui ritrovai Ferrari insieme a Chiesa (Leo) e a una decina di partigiani sovietici e jugoslavi “disertori” della Todt tedesca, che l'organizzazione clandestina di Monza aveva inviato in quella formazione. Più tardi ci raggiunse anche Livio Cesana di Biassono.

A gennaio venne a farci visita Gianni Citterio che, dopo aver discusso coi comandanti Ferrari e Chiesa, ripartì il mattino seguente, Fu l'ultima volta che vidi Citterio, che era ormai diventato uno dei massimi esponenti del Partito. La notizia della sua morte me la comunicò il dottor Casanova, nella farmacia al Ponte di via Lecco.

 

Ero sceso dalla montagna per prendere contatti con alcune nostre “basi” di pianura a Cavenago, Omate, Vimercate, Bernareggio, ecc. (bisognava predisporre l'organizzazione delle Brigate Sap), e per ritirare in farmacia una pomata a base di zolfo contro una fastidiosa malattia, la scabbia, da cui molti partigiani erano affetti.

La formazione del “Prà Pelà” non ebbe una vita molto lunga. Dopo una ventina di giorni arrivò un contadino trafelato, che ci avvisò che i fascisti erano giunti in forze in paese e si preparavano a salire. Ferrari e Chiesa decisero di sganciarsi subito, anche perché, ci dissero, Citterio aveva dato disposizioni in tal senso, tenuto conto del fatto che con noi vi erano i sovietici e gli jugoslavi, che dovevano essere inviati in altre località. L'intera formazione, sedici uomini in tutto, riuscì a eludere l'attacco nemico.

Soltanto Lucio, che si era slogato una caviglia alcuni giorni prima, fu catturato dai fascisti; lo avevamo nascosto in casa di un contadino, ma fu scoperto e arrestato, nonostante il contadino avesse spinto la sua solidarietà fino al punto di dichiarare che era un suo parente, sbandato dopo l'armistizio. Lucio fu inviato in un campo di concentramento tedesco. Intanto noi, passando attraverso i boschi, riuscimmo a raggiungere la pianura sul far della sera. Nascoste le armi nel fienile di un contadino appartenente all'organizzazione della Resistenza, a sera inoltrata, su un carro bestiame, viaggiammo fino alla stazione di Usmate-Velate. Poi, a piedi, camminando tutta la notte, arrivammo ancora a Cavenago, dove il compagno “Zobi” ci alloggiò nella sua stalla.

Rimanemmo a Cavenago alcuni giorni, finché l'organizzazione del partito inviò i sovietici e gli jugoslavi in montagna, Ferrari in Val Grande, io e mio fratello a Milano ancora da Parodi, i due fratelli Chiesa in altra località».

(continua)

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