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I 600 giorni di Salò

22 Février 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Salò è il nome del luogo che resta nella memoria associato all’ultimo atto del fascismo italiano.

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Salò, piccola località sulle rive del lago di Garda, non ebbe affatto più importanza nella storia politica della Repubblica sociale italiana di Bogliaco, sede della Presidenza del Consiglio, o di Maderno, dove s’installò il ministero degli Interni, o di Cremona dove vi era il ministero della Difesa, o ancora Verona, Padova o Treviso, che ospitavano altri ministeri. La vicinanza della residenza di Mussolini fece di Salò, per diciotto mesi, un surrogato di capitale di un regime collaborazionista alla deriva.

La dispersione dei centri di potere è significativa della delicata posizione in cui si trovò il governo della Repubblica sociale italiana, diviso tra le esigenze dei tedeschi e la volontà di condurre a termine una rivoluzione fascista radicale, a causa soprattutto di una doppia mancanza di legittimità, sia nei confronti della popolazione italiana che presso gli alleati tedeschi. 

Il 18 settembre 1943, da Monaco, Mussolini annuncia la rinascita del fascismo (il duce era stato liberato il 12 settembre 1943 da un commando di SS).

 

 

Mussolini Gransasso

 

Il debito di Mussolini verso Hitler è considerevole: a lui deve non solamente la sua liberazione, ma anche la possibilità di ricominciare a governare una parte del territorio italiano, quello che fu occupato dall’esercito tedesco l’8 settembre 1943, ossia il centro e il nord della penisola. Non sorprende, di conseguenza, che il nuovo governo cede immediatamente sul terreno della sovranità nazionale: rifiuto del Reich di ristabilire Roma come capitale; amministrazione diretta dell’esercito tedesco di due vaste zone dell’Italia del Nord (il «litorale adriatico» OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland) comprendente la provincia di Udine, Gorizia, Pola, Trieste, Fiume e Lubiana; le «Prealpi» (Operationszone Alpenvorland o OZAV) l'area che comprendeva le province di Bolzano, Trento e Belluno, che furono annesse al Terzo Reich; il rifiuto di liberare i 650.000 soldati italiani catturati dopo l’8 settembre e avviati verso i campi di concentramento.

Ormai l’Italia è passata dal rango di principale alleato a quello di paese occupato, territorio di operazioni militari. Tollerando l’esistenza di un governo avente un’apparente sovranità, le autorità germaniche pensano di poter controllare più facilmente la popolazione, sfruttando le risorse nazionali. Se il duce ha accettato, su pressione di Hitler, di tornare al comando, egli ritorna in Italia con un progetto politico che si supponeva rivoluzionario. Nel suo discorso del 18 settembre 1943, dichiara di voler instaurare uno Stato nazionale e sociale, ispirato al fascismo delle origini. Lanciando l’anatema contro le «plutocrazie parassitarie», non vuole solamente ritrovare il sostegno delle masse, ma punire le élite borghesi, sospettate di averlo tradito al momento del colpo di stato del 24 luglio.

Nel nuovo regime, la dimensione punitiva e repressiva occupa subito un posto essenziale. Così, uno dei primi compiti del governo è l’organizzazione del processo ai diciannove dignitari fascisti che hanno deposto il duce. Sei di loro sono giudicati da un tribunale speciale. Tra i cinque che vengono fucilati l’11 gennaio 1944 vi è Ciano, il genero di Mussolini ed ex ministro degli Esteri.

Diverse formazioni armate operano per ricercare antifascisti e resistenti: la Guardia nazionale repubblicana (150.000 uomini); le Brigate nere, una sorta di milizia del partito fascista repubblicano; l’esercito, diretto dal maresciallo Graziani, comprendente circa quattro divisioni addestrate nel Reich.

L’appello al sangue versato è il leitmotiv del nuovo regime. Con l’esaltazione della violenza, il regime di Salò, è impregnato di cultura di guerra.

I ranghi intorno al duce sono radi. Pochi responsabili del vecchio regime fascista: il maresciallo Graziani, l’eroe della guerra d’Etiopia; Roberto Farinacci molto vicino alla Germania e antisemita convinto; Guido Buffarini Guidi, sottosegretario agli Interni dal 1933 al 1943; Alessandro Pavolini, ministro della propaganda dal 1939 al 1943. Nello stesso tempo, il partito fascista repubblicano non riunisce che una frazione minoritaria degli iscritti del vecchio partito nazionale fascista. Gli uomini che aderiscono al PFR provengono da orizzonti differenti: militanti o quadri in posizione marginale che intendono sfruttare la nuova occasione; gioventù cresciuta nella mitologia del primo fascismo che sogna di ripetere le gesta dei suoi eroi; difensori di una certa idea di onore nazionale tradito ai loro occhi con l’armistizio.

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Le basi ideologiche e propagandistiche del regime sono enunciate durante il congresso del PFR di Verona, il 14 novembre 1943. Un manifesto di 18 punti, preparato da Pavolini, segretario del nuovo partito, e approvato da Mussolini, proclama decaduta la monarchia.

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Il lavoro è considerato come il fondamento del regime che riconosce la proprietà privata a condizione che sia compatibile con gli «interessi» collettivi. La dimensione razziale dell’ideologia fascista è riaffermata, gli ebrei sono considerati come degli stranieri appartenenti, durante la guerra, ad una «nazione nemica». Benché l’accento sia posto sulle riforme sociali, è proprio su questo terreno che le realizzazioni saranno le più modeste. Nel Gennaio 1944, la nazionalizzazione di qualche settore chiave dell’economia viene preso in considerazione insieme all’esproprio dei terreni incolti. Tuttavia, il governo si scontra con l’ostilità degli industriali, mentre si trova ad affrontare il vasto movimento degli scioperi dei lavoratori nel marzo 1944. Soprattutto si trova di fronte al rifiuto dei tedeschi. A loro interessa mantenere un’economia italiana al meglio delle sue capacità produttive. Nel 1944, la maggior parte dei prodotti sono inviati nel Reich. E davanti alle resistenze degli italiani a partire per lavorare in Germania, l’occupante procede con le deportazioni di massa. La caccia all’uomo minaccia sia i partigiani che i lavoratori in sciopero, i detenuti comuni o i civili.

Bloccato nelle sue velleità di socializzazione, costretto ad assistere al saccheggio dell’economia italiana, il governo di Salò andrà fino in fondo nell’alleanza con il Reich, impegnandosi in una politica di collaborazione sfrenata.

Il controllo del territorio e la lotta contro la Resistenza finiscono per impegnare tutte le sue energie e quelle delle sue truppe, che raggruppano circa 300.000 uomini, nell’estate del 1944. In realtà,  le forze dei partigiani e antifascisti ammontano con il passare delle settimane: sono italiani che sfuggono al lavoro coatto in Germania e giovani appartenenti alle classi 1923, 1924 e 1925 che si rifiutano di rispondere alla chiamata alle armi della RSI. Oltre ad avere fascisti e nazisti lo stesso nemico, anche le loro pratiche di repressione assomigliano sempre di più: esecuzioni sommarie di detenuti, rappresaglie contro civili. La persecuzione contro gli ebrei è un’altro terreno d’intesa tra l’occupante e i fascisti, tanto più che nel governo, i fautori di un antisemitismo ad oltranza sono in posizioni di comando.

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Il 6 marzo 1945, Mussolini pronuncia un discorso in forma di orazione funebre davanti a 400 ufficiali della Guardia nazionale repubblicana; «I governi antifascisti potranno fare tutto quello che vorranno nell’Italia occupata, ma quello che fa parte della storia non si cancella e noi abbiamo lasciato dei solchi troppo profondi per pensare che questi antifascisti resuscitati potranno vincere le nostre idee e che incarneranno il futuro della patria». Prevedendo la sconfitta del regime e la sua propria fine, Mussolini non poteva che arrendersi all’evidenza: l’avanzata degli Alleati e l’estrema impopolarità del governo di cui era ancora il capo lo condannavano.

Contrariamente alle sue previsioni, e nonostante la sua vera ossessione di apparire come un Quisling in Italia, la memoria collettiva non conserverà della Repubblica sociale italiana che il ricordo di un governo fantoccio interamente dominato dall’occupante tedesco.

 

Traduzione di un articolo di Marie-Anne Matard-Bonucci, docente di Storia contemporanea all’Università di Grenoble, pubblicato su Histoire nel mese di gennaio 2011

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