Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

I GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

4 Mars 2014 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Nel solco della formazione del CLN si avviò a Milano, nel novembre 1943, su iniziativa del partito comunista, un'organizzazione femminile di massa denominata "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà". Le militanti che praticamente vararono l'associazione appartenevano ai partiti comunista, socialista e d'azione; si posero l'obiettivo di coinvolgere nel movimento resistenziale donne di diversa estrazione sociale e con diversi percorsi ideologici, perché era evidente che la stessa resistenza armata non avrebbe potuto svilupparsi e sopravvivere senza una partecipazione popolare alla lotta. A questo primo nucleo dei Gruppi di difesa della donna si aggregarono con il passare dei mesi anche gruppi organizzati di altri partiti (democristiano, repubblicano, liberale) o gruppi di donne che non avevano riferimento in una forza politica ma che comunque erano già impegnate in attività resistenziali.

La loro diffusione nelle regioni del Nord e del Centro fu capillare.

Il 28 novembre il partito comunista emanò anche le "Direttive per il lavoro tra le masse femminili" in cui precisava che, con gli scioperi e le dimostrazioni di massa, le donne dovevano porsi come obiettivi: l'aumento delle razioni alimentari, l'alloggio alle famiglie sfollate e sinistrate, il riscaldamento e i vestiti, l'aumento dei salari in rapporto al costo della vita, i locali necessari per le scuole; più specificamente per le donne: la proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, delle lavorazioni nocive; salario uguale a quello degli uomini; assistenza nel periodo precedente e seguente il parto; possibilità di allevare i figli; partecipazione all'istruzione professionale; possibilità di accedere a qualsiasi impiego e scuola (unico criterio di scelta: il merito) e di partecipare alla vita sociale nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi.

A fare da spinta nelle diverse realtà locali per la costituzione dei Gruppi di difesa della donna furono le militanti comuniste.

I primi temi su cui i Gruppi di difesa della donna presero posizione, facendosi conoscere dalla popolazione furono la mobilitazione contro la chiamata alle armi dei giovani della RSI, il sostegno alle lotte operaie, la protesta contro le deportazioni.

Nell'agosto 1944, le diverse componenti partitiche aderirono ai Gruppi di difesa della donna. Nell'ottobre il CLNAI riconobbe nei Gruppi di difesa della donna "un'organizzazione unitaria di massa" in cui erano "rappresentate tutte le correnti politiche" e la cui azione si svolgeva "sulla linea e nello spirito della lotta di liberazione di cui il CLNAI è la guida unitaria".

In tutte le regioni i Gruppi di difesa della donna furono attivi e le loro militanti, solitamente valutate in settantamila, riuscirono a diventare promotrici di eventi e di manifestazioni di piazza che coinvolsero centinaia di migliaia di altre donne, di operai nelle fabbriche e di contadini nelle campagne. Non ci fu una struttura resistenziale altrettanto capillare e capace di mobilitazione al di fuori della propria cerchia militante.

L'organo dei Gruppi di difesa era "Noi Donne", che usciva in varie edizioni regionali; gli si affiancavano gli organi prodotti dai gruppi femminili di partito, che trattavano temi quali la parità salariale, il tempo libero, la ristrutturazione della società rispetto ai ruoli maschili e femminili, il superamento del concetto di politica come competenza soltanto degli uomini, il diritto di rappresentanza.

Nell'estate 1944, in realtà territoriali più dinamiche, si diede avvio alla costituzione di gruppi di "Volontarie della libertà" con donne particolarmente che si sentivano disposte a compiere atti di sabotaggio delle comunicazioni telefoniche, azioni dimostrative, atti di liberazione di prigionieri, colpi contro donne collaborazioniste. In questo contesto vanno collocati la liberazione di partigiani dagli ospedali, la posa di fiori e di corone sulle tombe delle vittime dei nazifascisti nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1944, l’organizzazione del “Natale del partigiano”, le manifestazioni della “Giornata internazionale delle donne” dell’8 marzo 1945 per “affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra e il regime di Mussolini e di Hitler; nel volantino di quest’ultima mobilitazione si ricordava che il governo democratico dell’Italia liberata aveva concesso alle donne “il diritto di voto, il diritto di partecipazione attiva alla vita sociale e politica del paese, come riconoscimento del contributo dato da tutte le donne alla lotta di liberazione nazionale”.

 

NOI DONNE”, organo ufficiale dei GRUPPI DI DIFESA DELLA DONNA

1945 gen NOI DONNEAll’attività della stampa clandestina si dedicarono diversi gruppi di donne antifasciste che nel giro di dodici mesi diedero vita ad almeno 42 testate femminili clandestine. Di queste oltre trenta erano riconducibili ai Gruppi di difesa della donna, il cui organo ufficiale fu denominato "Noi Donne", titolo che era stato coniato a Parigi nel 1937 dalla militante comunista Teresa Noce; le altre testate erano prodotte dai partiti (tre socialiste, due democristiane, due azioniste, due Giustizia e Libertà, una liberale).

La produzione delle testate dei Gruppi di Difesa così avveniva: un Comitato centrale dei Gruppi per il Nord, formato dalla dirigenza, preparava le copie redazionali del giornale per poi inviarle ai suoi organi periferici, con l'indicazione di riprodurle tutte o in parte con ogni mezzo possibile. Queste tracce, composte da articoli di carattere generale, spesso venivano integrate dalle redazioni locali con interventi relativi a fatti svoltisi nelle zone circostanti. Laddove non esistevano redazioni cittadine, oppure non era possibile modificare i testi ricevuti, i giornali venivano riprodotti tali e quali. [...] Le testate femminili dei partiti, a differenza di quelle prodotte dai GDD avvalendosi delle tracce ricevute dal Comitato Centrale, costituivano l'espressione diretta delle singole redazioni che le producevano.

Le regioni più dinamiche nel produrre stampa clandestina furono il Piemonte con 12 testate (di cui 8 promosse dai GDD), la Liguria con 9 testate (7 dai GDD), la Lombardia con 7 testate (4 dai GDD), l'Emilia Romagna con 6 testate (4 dai GDD), il Friuli con due testate promosse dai GDD e una ciascuna per le regioni Toscana, Lazio e Veneto.

I primi numeri di "Noi Donne" furono editi nel maggio 1944 a Torino, Bologna e Ravenna.

Un primo fondamentale scopo della stampa femminile era quello di spronare le donne, di fronte alle sofferenze causate dalla guerra e dalla violenza nazifascista, a reagire partecipando alle attività resistenziali, liberandosi così dal tradizionale atteggiamento di passività, di isolamento nello spazio privato familiare.

Tra il 1944 e il 1945 sulla stampa femminile cominciò ad affermarsi anche una dimensione di emancipazione, in primo luogo sul piano lavorativo e più in generale sul piano dei diritti.

Sull'organo provinciale torinese dei Gruppi di difesa della donna venne trattato il tema della parità salariale.

In un manifestino i Gruppi di difesa della donna chiedevano che la donna non venisse più "trattata come un semplice oggetto", perché aveva una sua personalità, dava "il suo contributo in ogni campo della vita sociale" e sentiva "il dovere di intervenire nella costruzione del mondo"; per questo rivendicava "libertà di pretendere la parità di diritti, libertà di dire che vuole la pace, il pane, il lavoro, libertà di assurgere alla funzione dirigente come vera compagna dell'uomo".

Il cammino di emancipazione femminile ricevette dalla Resistenza e dai fogli della stampa femminile un forte impulso: le donne intendevano nel dopoguerra consolidare il ruolo conquistato nella clandestinità, nella convinzione, ribadita in diverse edizioni regionali di "Noi Donne", che "non vi può essere democrazia vera senza partecipazione femminile". In particolare veniva rivendicata la gestione degli ambiti pubblici legati alla cura, all'assistenza, all'educazione, come già si era sperimentato in alcune "repubbliche libere" partigiane.

Nell'edizione emiliano-romagnola di Noi donne del settembre 1944 si esprimeva l'esigenza di una piena partecipazione alla direzione della vita pubblica, locale e nazionale: «Dobbiamo perciò prepararci fin d'ora a governare. [ ... ] Le donne che in questo momento sanno guidare le masse femminili e le portano a dare il loro contributo alla guerra di liberazione [...] sapranno certo anche domani collaborare alla direzione dello Stato e saranno, ne siamo sicure, delle ottime dirigenti».

Il riconoscimento del diritto di voto alle donne da parte del governo Bonomi nell'Italia liberata, con decreto del 1° febbraio 1945, stimolò i gruppi organizzati delle donne a intensificare i canali di comunicazione: negli ultimi tre mesi di guerra sorsero 14 nuove testate, che focalizzarono l'attenzione sui futuri compiti delle donne nell'ambito politico.

Le testimonianze delle donne ci svelano i sacrifici e i rischi che comportavano la redazione, la stampa, la distribuzione di un giornale.

 

Bibliografia:

Ercole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-1945, I Libri di Emil Editore, 2013

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