Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Il 25 luglio: come lo seppero gli italiani

23 Juillet 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il 25 luglio 1943 era una domenica. I romani la ricordano come una giornata greve, afosa, senza un filo di vento, di quelle da passare in casa, in attesa del ponentino serale.

Al caldo si aggiungono le preoccupazioni del momento.

Il Paese è in guerra da tre anni. È stanco. Le cose vanno sempre peggio. Batoste militari, bombardamenti sulle città, la baracca fascista che fa acqua da tutte le parti. Forse mai dall'inizio della guerra, c'è stato un divorzio così completo tra l’azione del governo e la volontà del popolo. Mentre Mussolini, i gerarchi, i giornali continuano a parlare di guerra fascista, mete fasciste e cosi via, il popolo, stanco di chiacchiere, di luoghi comuni, di mistificazioni, identifica sempre più fascista con tutto ciò che è frusto irritante, grottesco.

Si sente che qualcosa deve succedere, ma che cosa e come, nessuno lo sa. Quando il giorno prima, nel pomeriggio del 24, si è sparsa la voce della riunione del Gran Consiglio del fascismo, la cosa, al grosso pubblico, non ha fatto né caldo né freddo.

Si è pensato ad una riunione di “routine”, una delle solite parate per dar polvere negli occhi alla gente. Nessuno si illude che ne possa uscire qualcosa di nuovo. Nessuno crede più a niente. Più le cose vanno male, e più l'Italia si adagia in un inerte torpore. E le cose, da qualche tempo, non basta dire che vanno male. Vanno. a precipizio, con una accelerazione, un moto sempre più vorticosi, che sembrano il preannuncio di una catastrofe imminente.

Quindici giorni prima, nella notte fra il 10 e l'11 di luglio, le truppe anglo-americane erano sbarcate in Sicilia. La linea del “bagnasciuga” non aveva tenuto. Il 19 luglio nella Villa Gaggìa di Feltre, Mussolini si era incontrato con Hitler, con l'intenzione, a quanto pare, di parlargli chiaro. Ma poi, a tu per tu con lui, e nonostante gli incitamenti di Ambrosio, Bastianini e Alfieri che lo accompagnavano, aveva fatto scena muta, e lasciato che Hitler parlasse ininterrottamente per tre ore.

Lo stesso giorno dell'incontro di Feltre, intanto, Roma ha subìto il primo bombardamento aereo. I quartieri Tiburtino e Prenestino sono sconvolti. Il re non si fa vivo. Mussolini, tornato da Feltre, ha altre gatte da pelare. Solo il Papa troverà per la gente una parola di conforto.

papa-Pio-XII.jpg Roma bombardata 19 luglio 1943

Il solco tra regime e Paese si approfondisce ancora, diventa un abisso.

Questa è l'atmosfera di Roma all'alba del 25 luglio.

Un'atmosfera fatta di odio del presente e di paura del futuro. Una cappa di piombo, di rabbia impotente. Il senso che così non si va avanti e insieme che non si sa come uscirne.

Quello che i romani non sanno ancora, mentre si girano nel letto sotto i morsi della calura, è che quella notte, mentre il cielo si tingeva delle prime luci fra Pincio e Aventino, il regime è finito. Dopo dieci ore di dibattito, il Gran Consiglio ha messo in minoranza Mussolini su un ordine del giorno Grandi che restituisce al re la suprema iniziativa delle decisioni.

È stata una “notte dei lunghi coltelli”. Un'acre, spietata requisitoria contro il loro capo da parte di coloro che per vent'anni l'hanno servito come un idolo. Ma la nave affonda e i topi cercano di salvarsi.

Dirà più tardi Mussolini:

«Sentii subito nell'aria un'ostilità dura. Parlai senza entusiasmo, a bassa voce. Mi dava un tremendo fastidio la luce delle lampade elettriche. Mi sembrava di assistere al processo contro di me. Mi sentivo imputato e nello stesso tempo spettatore. Ogni energia dentro di me si era spenta». 

Quando Mussolini ha finito di parlare, comincia il fuoco di fila delle contestazioni.

De Bono: «C'è soprattutto una responsabilità politica: la tua responsabilità nella scelta dei capi militari». 

Bottai: «È la tua relazione a darci la sensazione che una difesa tecnicamente efficace della penisola è impossibile».

De Vecchi: «Non ci si venga a raccontare frottole. Nessuno ha tradito. Se abbiamo preso batoste, è perché si andava allo sbaraglio contro un nemico cento volte più forte di noi». 

Grandi: «Fra le molte frasi vacue o ridicole che hai fatto scrivere sui muri di tutta Italia, ce n'è una che hai pronunciato dal balcone di Palazzo Chigi nel 1924: - Periscano le fazioni, perisca anche la nostra, purché viva la nazione -. È giunto il momento di far perire la fazione».

Ciano: «Voi, duce, non nascondeste mai nulla all'alleato. Ma l'alleato non ci ripagò con la stessa lealtà. Ogni accusa di tradimento che i tedeschi muovessero all'Italia potrebbe essere ritorta. Noi non saremmo in ogni caso dei traditori, ma dei traditi». 

De Marsico: «Le democrazie di tipo parlamentare assicurano ai governi una vita più lunga di quanto non ne abbiano, se la fortuna li abbandona, i governi autoritari. Questi ultimi implicano una delega di autorità fondata sulla fiducia e la fiducia è fondata a sua volta sulla utilità dei risultati; quando questa viene meno, cade la fiducia, cade la delega e automaticamente rinasce il diritto-dovere del popolo all'attività politica». 

Federzoni: «L'impopolarità della guerra è dovuta in gran parte alla formula della guerra fascista che ha diviso gli italiani più profondamente di quanto non avesse già fatto il partito con la sua politica organizzativa».

Alfieri: «Duce, come vi ho detto a Feltre, avete ancora una carta nelle mani, l'ultima. Dovete persuadere Hitler che l'Italia è giunta al limite massimo della sua fedeltà e del suo sacrificio». 

Bastianini: «Quello che si veniva facendo da tempo era di dividere gli italiani in pacchetti, per farne oggetto uno alla volta di rampogne e di percosse: i giovani, la borghesia, gli industriali, gli intellettuali, l'aristocrazia, l'Azione Cattolica, gli ebrei e così via. Il risultato di questa severità è che oggi si riscontra una frattura profonda fra Paese e partito ». 

«Sta bene - conclude Mussolini - mi pare che basti. Possiamo andare. Avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta». 

Il duce è distrutto. Si intrattiene ancora un po' a chiacchierare con i tre o quattro che lo hanno difeso. Domanda a Scorza che valore può avere l'ordine del giorno approvato, se di parere o di deliberazione. Poi torna a casa, a Villa Torlonia, dove sua moglie ha vegliato in attesa.

«Quella mattina - racconta Rachele Mussolini - tornò a casa verso le tre o le quattro. Non ricordo l'ora precisa, ma era tardi, albeggiava. Sentii le macchine, a quell'ora non ci sono molte macchine in giro, e io e Irma, la cameriera, gli andammo incontro. Aprii lo sportello della macchina e gli domandai: "Bene, come è andata?". "Abbiamo fatto il Gran Consiglio", mi rispose. "Non li hai almeno fatti arrestare tutti?". "Beh, lo faremo", replicò. Bevve una tazza di camomilla, poi andammo a riposare. Alla mattina si alzò presto e alle otto era già a Palazzo Venezia ».

A Roma, intanto, nessuno sa nulla. Quello che è successo la notte prima è noto solo a poche persone che si guardano bene dal divulgarlo. È una domenica come tante altre. La città è immersa nel torpore di un pomeriggio di luglio. Strade deserte e noia. Stasera, per svagarsi, si può scegliere tra Ferruccio Tagliavini che canta nell'Elisir d'amore al teatro Brancaccio e il film Ti voglio bene, al Giardino Quattro Fontane, seguito da un documentario sull'imminente crollo dell'Inghilterra: La fine di John Bull.

Anche le redazioni dei giornali sono vuote. Domani, lunedì, i giornali non escono. Solo nel palazzo della Stefani, l'agenzia ufficiale di stampa, si cerca disperatamente di sapere che cosa è successo. Dall'estero tempestano di telefonate per sapere notizie. La situazione comincia a diventare grottesca. 

Mussolini va a casa, beve una tazza di brodo e un caffè, spiega a Donna Rachele, che se ne preoccupa, che non ha fame, e aggiunge che alle 5 deve andare dal re a Villa Savoia. La moglie è già informata. Hanno telefonato anche lì, pregandola di avvertirlo, caso mai non avessero potuto parlargli, precisando che deve andare «in borghese». «Guarda - dice a Mussolini - che ti vogliono in borghese per far prima quello che vogliono ... ». «E cioè? .. ». Ma non c'è bisogno di spiegazioni. Entrambi hanno capito perfettamente che cosa significa. Mussolini cerca di illudersi. «Dopotutto - dice - la guerra non sono stato solo io a dichiararla, anche il re è responsabile». Ma è lui il primo a non credere alle sue parole.

Il colloquio di Villa Savoia durò in tutto una ventina di minuti. «Trovai un uomo - racconterà più tardi Mussolini - con il quale ogni ragionamento era impossibile, perché aveva già preso le sue decisioni e lo scoppio della crisi era imminente».

Vittorio Eman III e Mussolini

Il re gli disse: «Così non si va avanti. L'Italia è in tocchi. L'esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono più battersi ». E aggiunse che l'uomo richiesto dalle circostanze era a suo giudizio Badoglio, che avrebbe costituito un ministero di tecnici per l'amministrazione dello Stato e per continuare la guerra.

«Allora tutto è finito?» domandò Mussolini. Il re non rispose. Pochi minuti dopo l'ex capo del fascismo veniva arrestato.

L'operazione dell'arresto ebbe gli stessi caratteri di improvvisazione e di confusione che furono propri di tutto il 25 luglio. Per far sapere, per esempio, al questore Morazzini che alle 4 avrebbe dovuto trovarsi al Quirinale per assumervi il comando del personale di polizia, gli si fece telefonare, con un'evidente riduzione della via gerarchica, da un suo inferiore, che lì per lì non gli spiegò nulla, gli disse solo di trovarsi ad una certa ora nella caserma dei carabinieri di viale Liegi, e quando Morazzini arrivò a viale Liegi, gli spiegò finalmente di che cosa si trattava. Al Quirinale, poi, la confusione, raggiunse il “diapason”. L'arresto di Mussolini doveva essere eseguito dal generale Ceriga, comandante generale dell'Arma dei carabinieri. Ma Ceriga, quando già Mussolini era arrivato a Palazzo Reale ed era a colloquio col re, chiese di parlare con Acquarone, ministro della Real Casa, e gli disse chiaro e tondo che lui non l'avrebbe fatto, non se la sentiva e che anzi, a scanso di equivoci, se ne sarebbe andato. Come infatti fece. Fu dato allora il contrordine: Mussolini non sarebbe più stato arrestato; tutta l'operazione rischiò per un momento di andare in fumo. Qualcuno osservò, tuttavia, che anche il contrordine presentava dei rischi. Che cosa sarebbe successo, infatti, se qualcuno avesse parlato e Mussolini fosse venuto a sapere che il re voleva arrestarlo? Ci fu tra gli astanti un momento di panico. Per cui Acquarone, alla fine, diede un altro contrordine, che si procedesse senz'altro all'arresto di Mussolini, anche se ancora non era chiaro chi e come l'avrebbe arrestato.

Mussolini scese dalla scalinata di Villa Savoia accompagnato da De Cesare, il suo segretario particolare. E quando fu alla fine della scalinata si trovò di fronte un ufficiale dei carabinieri, il capitano Vigneri, che si mise sull'attenti, gli fece un gran saluto, fece tintinnare gli speroni e gli disse: «duce, siete pregato per ordine di sua maestà il re imperatore di venire con noi, perché abbiamo gravi apprensioni per la vostra incolumità personale ». «Non credo», rispose Mussolini. «Dovete proprio crederlo, duce, perché è cosi ». Allora Mussolini si convinse, o finse di convincersi, e disse: «Bene, andate pure avanti, vi seguirò con la mia macchina». «No, duce, replicò Vigneri, dovete venire con noi», e gli indicò l'autoambulanza.

Mussolini, allora, fece un largo gesto con le braccia, come a dire che si arrendeva, che facessero quel che volevano, e montò sull'autoambulanza seguito da tre o quattro carabinieri, dal capitano Vigneri e da un altro ufficiale. L'autoambulanza uscì da Villa Savoia, da un cancello secondario, sboccò in via Salaria, passò sotto il naso della scorta di Mussolini, che era lì ad aspettarlo, e sparì nel traffico romano.

Quasi nello stesso momento, dal cancello principale di Villa Savoia arrivò Badoglio, il quale era stato convocato dal re che gli voleva affidare l'incarico del nuovo governo. Il colloquio durò poco, non più di un quarto d'ora. Il re disse a Badoglio che avrebbe dovuto formare un governo di tecnici (il maresciallo, a quanto pare, non era d'accordo, avrebbe preferito un governo di politici, di cui facessero parte Bonomi, Einaudi, Soleri e Orlando, ma il sovrano, su questo punto, fu irremovibile), gli fece leggere il famoso proclama de «la guerra continua », scritto da Orlando e che Badoglio avrebbe dovuto leggere la sera stessa alla radio, e lo licenziò. L'operazione 25 luglio, che aveva causato tanta ansia e che era stata più di una volta sul punto di fallire, era finalmente conclusa.

Intanto la notizia dell' arresto di Mussolini comincia a trapelare, a girare per Roma come una miccia accesa che però, invece di panico, suscita entusiasmo.

Roma 26 luglio 1943

Verso le 22,15, e cioè sette ore dopo l'arresto di Mussolini e l'incarico di Badoglio, le notizie vengono finalmente trasmesse a italiani e stranieri.

La massa degli italiani, intanto, è ancora all'oscuro di tutto. La radio, che nella giornata domenicale è l'unica fonte di notizie, non dette, fino a sera inoltrata, una parola dell'accaduto.

1943-ascolto-della-radio.JPG

Tra coloro che attesero quella sera il giornale radio delle 22,45, pochi, probabilmente, si saranno accorti che qualcosa non funzionava. Finito infatti alle 22,45 un programma di musica, invece del giornale radio fu messo in onda il disco del segnale d'intervallo (l'”uccellino” della radio), che si protrasse per qualche minuto.

«Qualche istante prima delle 22,45 - spiegherà l'addetto di quella sera alle trasmissioni - fui avvertito di non partire col giornale radio, ma di fare del segnale-intervallo in attesa di ordini superiori. E così feci. Dopo un minuto chiesi se c'erano novità. Mi fu risposto di proseguire col segnale-intervallo. La cosa andò avanti fino alle 22,48, 22,49, quando mi fu dato l'ordine di partire col giornale radio. In testa al giornale radio, preceduto da "Attenzione, attenzione", era il comunicato sulla sostituzione di Mussolini. "Sua maestà il re e imperatore - diceva il comunicato - ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e segretario di Stato presentate da sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e segretario di Stato sua eccellenza il cavaliere maresciallo d'Italia Pietro Badoglio"». 

Dopo il comunicato alla radio, comincia la lunga “kermesse” nella quale gli italiani manifestano, quella notte e nei giorni seguenti, la loro gioia per tutto ciò che il 25 luglio rappresenta o si illudono che rappresenti per loro: la caduta del fascismo, la libertà ritrovata, la fine della guerra, la conclusione delle loro sofferenze. Da domani questa gioia esploderà su tutte le piazze, per il momento è solo una minoranza a rendersi conto e a cercare di dare un significato a quello che è successo. A Roma e a Milano sono infatti gli intellettuali antifascisti, le avanguardie popolari, a dare il tono a questa “kermesse”. E in entrambe le città sono i grandi giornali, il Messaggero a Roma e il Corriere della Sera a Milano, a fornire il punto di ritrovo più immediato. Perché è qui, con le leggi sulla stampa del 1925, che è cominciato il fascismo. Ed è qui, di conseguenza, che bisogna esorcizzarlo, riconnettendo idealmente il filo della libertà spezzato da vent'anni. Su questa rinascita della libertà di stampa in Italia abbiamo le testimonianze dei tre giornalisti (Arrigo Benedetti, Mario Pannunzio e Gaetano Afeltra) che curarono l'edizione straordinaria del Messaggero e del Corriere della Sera la notte del 25 luglio 1943. Val la pena di riascoltarle. 

25 luglio 1943 balcone Corriere della Sera

Arrigo Benedetti: «Uscimmo da Aragno cantando l'inno di Mameli e gridando "Abbasso il duce!". La gente, che era numerosa e camminava lungo il corso in cerca di fresco, ci salutava romanamente e non sapeva che cosa fosse successo. Svoltammo l'angolo verso il Messaggero. A un certo punto si spalancò una finestra a via del Tritone e una donna si affacciò urlando piena di gioia: "Tutto è finito, tutto è finito, se Dio vuole!"». 

Gaetano Afeltra: «All'improvviso, dalla stanza di fronte, uno stenografo gridò: "Venite, venite!". Era la radio che in quel momento trasmetteva il comunicato straordinario: " ... il cavaliere Benito Mussolini ... Badoglio Capo del Governo ... il re assume tutti i poteri".

I telefoni cominciarono a squillare. La gente chiedeva che cosa era successo: se la notizia era vera e quanto altro, eventualmente, sapessimo. Ma noi non sapevamo niente di più di quanto la radio aveva trasmesso».

Mario Pannunzio: «Non so chi propose di andare al Messaggero. Risalimmo il Tritone ed entrammo nella sede del giornale. A quell'ora il giornale era deserto, perché era domenica e i giornali il lunedì non uscivano. Trovammo un redattore che chiamò alcuni operai che erano a casa. Di lì a pochi minuti gli operai arrivarono ed io, insieme con Benedetti ed alcuni altri amici, cominciammo a preparare un'edizione straordinaria». 

Arrigo Benedetti: «Allora Pannunzio ed io ci mettemmo a scrivere una specie di articolo di fondo, una noticina che praticamente dava notizia di quello che era successo, cercando di dare subito un'impostazione politica precisa, in modo che fossero chiare le cause della sconfitta e di tutto quello che stava avvenendo».

Mario Pannunzio: «Mentre io e Benedetti buttavamo giù l'articolo di fondo, sentimmo un vocìo che veniva dal pianterreno e qualcuno ci avvertì che la folla stava penetrando nella sede del Messaggero per occuparlo. Scendemmo giù di corsa, cercammo di fronteggiare insieme con i redattori la folla che stava già mareggiando dentro la sede del giornale e, spiegando che non c'era più il direttore Alessandro Pavolini e che coloro che stavano li erano degli antifascisti che l'avevano occupato prima di loro, riuscimmo a calmarli e a rimandarli indietro». 

Arrigo Benedetti: «Per precauzione, andai nella stanza delle "linotypes", sempre con quell'aria di essere in casa altrui perché eravamo lì senza il permesso di nessuno, e per prudenza dettai l'articolo al linotipista. Così eravamo sicuri».

Mario Pannunzio: «Uscimmo dal Messaggero verso le tre di notte. L'edizione straordinaria era già diffusa tra la folla che in quel momento era enorme. Molti erano andati al Quirinale e tornavano verso il centro della città. Ricordo che il titolo del giornale era "Viva l'Italia libera". Il giornale fu poi appeso nei tram, negli autobus, alle cantonate. Naturalmente l'edizione straordinaria fu soppressa. Le autorità militari giudicarono infatti l'articolo di fondo troppo audace e pericoloso per l'ordine pubblico in un momento così delicato per il Paese».

Gaetano Afeltra: «Albeggiava. Anche noi però volevamo vedere con i nostri occhi quel che stava accadendo a Milano. Sapevamo di bandiere, inni di Mameli, inni di Garibaldi, soldati al braccio di borghesi, una festa, la gente che si abbracciava. Stavamo per scendere in strada quando ci dissero che un corteo si dirigeva al Corriere; centinaia di persone con alla testa Gasparotto, il vecchio parlamentare dimenticato per lunghi anni, che appariva quel mattino fresco come una recluta. Si sentivano evviva, applausi. I dimostranti chiedevano che il Corriere si facesse interprete della folla per l'immediata scarcerazione dei detenuti politici. In quei giorni San Vittore, infatti, era zeppo di antifascisti, c'erano state retate senza pietà. Il tumulto e le grida crescevano. Si aprì il balcone e, non so come, fui spinto innanzi. Parlai. Dissi che il Corriere aveva già chiesto dalle sue colonne l'immediata scarcerazione di tutti gli antifascisti e che quello era il primo giorno di libertà per tutti: per quelli che erano fuori e per quelli che ingiustamente erano dentro. Fu come un urlo. Buttai dal balcone le prime copie del giornale ancora calde di inchiostro e la libertà di stampa apparve sotto gli occhi di tutti».

La notizia, ormai, vola di bocca in bocca e accende di gioia i cuori di milioni di uomini. Il Paese è in festa. Il futuro riserverà ancora giornate di amarezza e di lutto. Ma oggi è una giornata di festa, un culmine di commozione e di gioia, sufficiente ad illuminare tutti i dolori che verranno e a dar la forza di affrontarli e sopportarli. La dittatura è unita. La gente riassapora finalmente il gusto dimenticato della libertà. 

«Il 25 luglio - scriverà Filippo Sacchi sul Corriere della Sera - per la prima volta in vent'anni l'Italia ha sorriso».

25 luglio 1943 Roma 

 

Bibliografia:

Tito De Stefano in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

 

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