dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

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viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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«1885 il mese di luglio fatto il sciopero di questa convenzione fra noi paesani di andar più a giornata al padrone perché non si può vivere ... »

dal manifesto affisso in piazza Garibaldi da contadini sconosciuti, rimosso la mattina del 13 luglio 1885 dai regi carabinieri di Lissone.

 

L'esasperazione dei contadini ebbe modo di manifestarsi quando, nell'ultimo ventennio del secolo, il quadro dell'economia brianzola fu sconvolto dalla crisi agraria internazionale. La messa a coltura di vastissime aree di terreno vergine negli Stati Uniti d'America innalzò bruscamente la produzione mondiale dei cereali, determinandone il crollo dei prezzi sui mercati internazionali. Lo stesso fenomeno si aveva per i bozzoli, causa la crescente produzione asiatica, in particolar modo giapponese.

I proprietari terrieri reagirono all'andamento sfavorevole del mercato sul governo per ottenere l'adozione di rigide misure protezionistiche e contemporaneamente imponendo ai coloni l'aumento del fitto a grano, l'incremento del numero delle giornate d'obbligo, l'appesantimento degli «appendizi». (Il termine «appendizi» deriva dalla consuetudine padronale di porre questi obblighi come appendici al contratto. In definitiva si trattava di tributi annui in uova, polli, capponi e in una quota di giornate lavorative non retribuite. Se i coloni possedevano animali da tiro erano obbligati a prestare anche servizio di «vettura» o «carratura» per i proprietari terrieri).

La conseguenza più diretta delle peggiorate condizioni produttive fu l'aggravarsi delle condizioni di vita delle masse rurali, alle quali si aggiunsero le nuove richieste padronali, tra cui l'aumento delle giornate che obbligatoriamente il contadino doveva garantire al proprietario in cambio, peraltro, di una paga inferiore a quella stabilita dal mercato. I contadini, inoltre, erano costretti a sostenere le spese per la coltivazione del fondo, mentre le imposte fondiarie venivano divise a metà.

Le condizioni dei contadini erano, perciò, diventate insostenibili.

I coloni, ridotti allo stremo dai ribassi dei prezzi, non potevano permettere che il padronato agrario scaricasse su di loro l'intero costo della grave crisi. Nell'estate del 1885, la situazione sfociò in agitazioni che ponevano sotto accusa i contratti colonici.

Verso la fine di giugno del 1885, a Vimercate, alcuni coloni si opposero alle pretese padronali con uno sciopero, che in pochi giorni dilagò in tutta la Brianza. Era la prima grande agitazione contadina dopo l'Unità d’Italia.

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Si era proprio nel bel mezzo della stagione dei raccolti e del pagamento del fitto a grano. I coloni chiedevano la riduzione del fitto e del canone per l'abitazione, l’abolizione definitiva degli «appendizi», l'aumento del salario per le giornate obbligatorie.

cascina brianzola

Dal vimercatese le agitazioni dilagarono a macchia d'olio in tutta la Brianza raggiungendo anche il mandamento di Monza e quindi Lissone.

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Lo sciopero lissonese del 1885, il primo dall'Unità d'Italia, non fu un fatto marginale nel panorama cittadino e tanto meno un semplice riflesso ad agitazioni che si diffusero in tutto il territorio brianzolo. Lo sciopero non fu organizzato dai movimenti socialisti, che invece dirigevano le agitazioni in molti dei comuni brianzoli; fu più che altro una contestazione spontanea, concepita sull'esempio dei comuni vicini. Tuttavia venne guardato con occhio benevolo dal clero locale, sensibile alle condizioni dei coloni.

In piazza Garibaldi, la mattina del 13 luglio, i carabinieri rimossero un manifesto diretto ai contadini affinché aderissero allo sciopero, minacciando rappresaglie per tutti coloro che non avessero condiviso la contestazione.

I toni accesi della parte introduttiva del manifesto evidenziavano il timore di un possibile sfaldamento della protesta:

«Il primo che va a giornata domani mattina sarà strugiata (distrutta, n.d.r.) la campagna e guardi bene cosa fa».

Il manifesto proseguiva, facendo appello alla comune situazione dei coloni e rnvitandoli al rifiuto delle giornate d'obbligo: «1885 il mese di luglio fatto il sciopero di questa convenzione fra noi paesani di andar più a giornata al padrone perché non si può vivere ... »

 

attrezzi agric inizi 1900  strumenti-agric-1900.jpg

 

 

 

Bibliografia:

E. Diligenti e A. Pozzi, La Brianza in un secolo di storia d'Italia (1848-1945), Milano, Teti Editore, 1980

F. Della Peruta, Il movimento contadino nell' alto Milanese (1885-1889)

Appunti di storia locale di Samuele Tieghi

Documentazione varia, in Archivio comunale di Lissone

Mardi 25 novembre 2014 2 25 /11 /Nov /2014 06:00
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