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Il soccorso agli ebrei durante la Repubblica sociale italiana e l’occupazione tedesca 1943-1945

22 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #la persecuzione degli ebrei

Il quadro storico politico

 

Gli ebrei quanti erano

I cittadini italiani di religione ebraica, ben integrati nella nazione sia sul piano materiale sia sul piano ideale, fin dalla creazione dello Stato nazionale condividevano con gli altri italiani i valori fondanti della nuova patria nata nel 1861. Ne ricevettero in cambio piena accettazione sociale e possibilità, priva di remore, di entrare a far parte delle élites della nazione. Lo Stato liberale durò fino all’instaurazione, nel 1922, di un regime fascista che si avviò ben presto a divenire dittatoriale e teso a ridurre i poteri dello Stato a semplici organi di notificazione dell’operato del suo capo, Mussolini.

Nel 1927, completata l’integrazione tra lo Stato e il Partito nazionale fascista, aboliti gli altri partiti e le organizzazioni sindacali, soppressa la libertà di stampa, Mussolini avviò una svolta «normalizzatrice», proclamando la fine dello squadrismo, del radicalismo di piazza e della rivoluzione.

Le assunzioni e le carriere nella pubblica amministrazione vennero subordinate all’iscrizione al partito. Anche la scuola subì lo stesso processo, con l’inquadramento dei giovani nelle organizzazioni paramilitari del regime. Gli stessi mezzi di comunicazione (radio, stampa, cinema) caddero sotto il totale controllo della censura fascista, mentre lo sport e le attività del tempo libero furono rigidamente organizzati e diretti dall’alto. Nel 1931 si impose ai professori universitari di giurare fedeltà al fascismo: milleduecento cattedratici aderirono, dodici (fra i quali quattro ebrei) si rifiutarono.

In ogni momento e in ogni luogo, si imposero una simbologia e un rituale finalizzati al culto della personalità del capo (il duce). Si istillò nella società l’idea che il buon cittadino dovesse fedeltà assoluta e devozione all’idea fascista. In questo contesto Mussolini poté, nel 1928, ridurre il parlamento alla semplice funzione di notaio della volontà propria e del partito, trasferendone le maggiori competenze a un altro organo, il Gran Consiglio del Fascismo, all’apice del Partito nazionale fascista. Questo si riuniva sotto la presidenza di Benito Mussolini nella sua qualità di presidente del Consiglio.

Fino alla seconda metà degli anni Trenta, nulla di grave accadde agli ebrei italiani che si atteggiarono verso il potere similmente a tutta la popolazione: osteggiando il regime e operando per rovesciarlo oppure apprezzandolo e militando in suo favore. Mussolini soffriva però di pregiudizi antiebraici personali, che emersero con sempre maggior nitidezza nel corso degli anni della sua dittatura. Ce ne sono segni dagli esordi del suo impegno politico, fino ad arrivare al 1936 e alla decisione di fare dell’antisemitismo un motivo sostanziale del regime fascista. Nel processo decisionale che portò a tale esito non mancarono sicuramente vari altri fattori, come il fatto che le comunità ebraiche di allora erano un elemento di disturbo rispetto al programma fascista di strutturare la società intorno all’ideale di una identità nazionale basata sui valori dell’ antica Roma e, dopo la guerra d’Etiopia, di una identità etnica e razziale. In questa visione, gli ebrei erano l’unico esempio di lampante diversità culturale; costituivano infatti, anche se in modo variegato per intensità, carattere e latitudine, una minoranza separata, identificabile, con usi, religione, aspirazioni diversi dalla maggioranza. Sulla stampa gli ebrei cominciarono a essere dipinti come infidi dal punto di vista dell’osservanza fascista e della fedeltà alla nazione: si chiedeva loro provocatoriamente di schierarsi contro i correligionari d’Europa, contro le idee sioniste, contro la commiserazione per gli ebrei perseguitati in Germania. Essi dovevano, secondo il sentire ufficiale, abbracciare in toto i miti, le tradizioni, gli ideali italiani. Scipione, Cesare, Augusto, Machiavelli, Cavour dovevano essere gli uomini ideali del passato da venerare e imitare, non i personaggi della tradizione ebraica. Si temeva che gli ideali propri degli ebrei avessero il potere di minare l’unità ideologica della nazione da una parte, e che fossero un pessimo esempio di percorso spirituale autonomo per il resto degli italiani dall’altra. La tentazione di imitare la Germania nazista e rinsaldare la concordanza ideologica con essa non fu, a nostro parere, del tutto estranea all’idea di adottare un antisemitismo di Stato.

Tra il 1933 e il 1936 Mussolini iniziò con il prendere provvedimenti contenitivi del presunto strapotere ebraico introducendo una politica antisemita segreta di «sfaldamento» di singoli ebrei dai posti di responsabilità, poi, nel 1936-37, adottò provvedimenti di esclusione generalizzati di tipo proporzionalista e di numerus clausus, sul modello applicato in Ungheria. Il suo obiettivo finale era però quello di espellere tutti gli ebrei dalla società e indurli a lasciare l’Italia: passare cioè da una politica di antisemitismo proporzionale a una politica di antisemitismo assoluto.

Lo fece predisponendo una legislazione antiebraica, accurata e articolata in molti aspetti (talvolta trascurati dagli stessi nazisti, come l’espulsione dalle scuole, applicata in Italia prima ancora che in Germania) che richiese particolare attenzione giuridica.

Prima di intraprendere una legislazione antiebraica a largo raggio, il regime stabilì il 22 agosto 1938 un censimento speciale degli ebrei d’Italia, vera e propria schedatura discriminatoria: i cittadini italiani professanti religione ebraica risultarono essere 46.656; cioè circa l’uno per mille della popolazione totale.

 

La legislazione «per la difesa della razza»

La prima legge, uscita il 5 settembre 1938, espelleva bambini, ragazzi e insegnanti ebrei dalle scuole pubbliche, la seconda, uscita il 7 settembre, espelleva gli ebrei stranieri dal suolo italiano. Dopo di queste, una raffica di leggi e di circolari ministeriali avvelenò la vita degli ebrei in Italia. Si contano almeno 189 provvedimenti antiebraici: espulsione dall’esercito, divieto di matrimoni misti, apposizione del marchio di razza ebraica sui documenti, licenziamenti dai pubblici uffici, divieto di piccolo commercio ambulante, divieto di rappresentare opere artistiche di autori ebrei, divieto di accesso alle biblioteche e agli archivi pubblici, divieto di esercitare libere professioni, divieto di possedere beni immobili eccedenti una certa quota, e molto altro. Il complesso legislativo persecutorio fu accompagnato da leggi di definizione di chi fosse da considerare ebreo e chi no, basate sull’appartenenza razziale di ciascun individuo, cioè, sulle sue origini biologiche e di sangue.

Nel processo decisionale fascista di introdurre in Italia un’ostilità antiebraica nazionale, l’antisemitismo politico fu direttamente collegato a una ideologia razzista originata da due diverse sorgenti: un razzismo antinero, maturato contestualmente alle conquiste coloniali dell’Africa orientale nel 1935, e un razzismo antropologico di marca europea derivante dal darwinismo sociale maturato alla fine dell’Ottocento nelle università e nei circoli intellettuali. Non a caso, il fascismo denominò la legislazione antiebraica «Leggi per la difesa della razza italiana».

 

I principali problemi che Mussolini dovette affrontare nell’adottare un antisemitismo razzista furono due. Uno costituito dagli ebrei d’eccellenza che si distinguevano nel servizio alla nazione: vi erano schiere di intellettuali, professori universitari, industriali, ufficiali dell’ esercito e perfino fascisti in vista, ebrei, che intralciavano, almeno moralmente, la strada verso provvedimenti antiebraici radicali. Il secondo grande problema era il fatto che un terzo della popolazione ebraica italiana era strettamente legata alla popolazione circostante per via dei matrimoni misti: perseguitare un membro ebreo di una famiglia mista significava punire in qualche modo anche la parte non ebraica della stessa famiglia.

La prima questione era del tutto irrisolvibile sicché il regime, anziché affrontarla, dette l’affondo adottando una politica antiebraica radicale e totalizzante, non tenendo conto di nessuna eccezione (salvo alcune marginali, più d’immagine che di contenuto, per meriti fascisti e bellici legati alla Prima guerra mondiale, le cosiddette discriminazioni) e respingendo ogni amareggiata protesta. Per il secondo, la soluzione escogitata fu di considerare cattolici i figli di matrimonio misto allevati nel cattolicesimo, esentandoli quindi da persecuzione, e di far emigrare tutti gli altri. Nel giro di una generazione l’Italia si sarebbe in effetti liberata di tutti gli ebrei.

Tutto ciò avvenne mentre il paese era alleato a pieno titolo, sia ideologicamente, sia militarmente, con la Germania nazista. Questa perseguiva, riguardo agli ebrei, obiettivi simili all’Italia: il suo fine tra il 1933 (anno della presa di potere da parte di Hitler) e il 1941 (anno dell’emanazione della circolare che proibiva l’emigrazione da qualsiasi paese sotto influenza tedesca) era di sbarazzarsi degli ebrei inducendoli a lasciare in massa il paese.

La differenza tra i due è che il mito del sangue, propugnato con forza in Germania, era del tutto estraneo all’Italia.

Più tardi e in concomitanza con la guerra all’Est, condotta con grande decisione dalla Germania nazista, ma con grande riluttanza dall’Italia fascista, nei piani nazisti si fece strada l’idea di liberarsi degli ebrei anche fisicamente.

L’espansione geografica tedesca verso l’Est e l’occupazione di nuovi territori, gremiti di ebrei, rese impossibile la soluzione dell’emigrazione e portò alla ribalta la soluzione dell’eliminazione fisica. Non così fu per l’Italia fascista che aveva, sì, come abbiamo visto, elaborato una propria politica antiebraica, ma lontanissima dall’idea di adottare la soluzione dell’assassinio di massa.

Ciò apparve chiaro quando autorità tedesche e autorità italiane si incontrarono nei territori militarmente occupati dall’Italia della Francia meridionale e della Iugoslavia smembrata. Il nostro esercito e i vertici diplomatici non furono disposti a consegnare né ai tedeschi, né ai persecutori locali, gli ebrei rifugiatisi sotto la bandiera italiana, anche se stranieri. Si era nel 1942 inoltrato e lo sterminio era in corso all’Est. Gli italiani, pur essendone solo parzialmente consapevoli, evitarono la consegna per varie ragioni, innanzi tutto umanitarie, ma molto contò anche il fatto che, nei territori da loro occupati, essi desiderassero esercitare senza intralci la loro autorità. Un’altra ragione emerge evidente: i vertici militari e diplomatici italiani così comportandosi, contestavano Mussolini e la sua decisione nel continuare a condurre la guerra a fianco della Germania, scelta che effettivamente portò l’Italia di lì a poco alla catastrofe.

 

Le reazioni ebraiche

Malgrado la disperazione della gran parte dei cittadini ebrei, privati della maggior parte dei diritti fondamentali e sempre più impoveriti, tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943:

l’organizzazione subitanea di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;

l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai paesi mano a mano invasi dai nazisti;

l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di «internati liberi» o di «internati civili di guerra».

La prima azione venne tempestivamente messa in pratica dalle maggiori comunità ebraiche che, con uno straordinario e civile sforzo finanziario e organizzativo, nel giro di un mese misero in piedi scuole di prim’ordine. Le seconde furono messe in atto dalle organizzazioni di soccorso La Mensa dei Bambini creata a Milano da Israele Kalk e dalla Delasem. Era quest’ultimo acronimo per Delegazione Assistenza Emigranti, ente istituito il primo dicembre 1939 dall’Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane in sostituzione del Comasebit, Comitato di assistenza agli ebrei profughi, chiuso d’ufficio dal governo. Il nuovo organismo aveva i compiti precipui di: a) facilitare l’emigrazione della massa di ebrei stranieri che si trovava sul territorio italiano; b) di porgere agli stessi tutta l’assistenza necessaria per il tempo in cui, in attesa di emigrare, fossero costretti a rimanere in Italia.

Gli scopi del nuovo ente erano in linea con il desiderio del governo italiano di liberarsi degli ebrei stranieri presenti nel paese ed evitare così, tra l’altro, che pesassero economicamente sull’Italia. Malgrado le leggi antiebraiche vigenti, la Delasem ricevette la benedizione da parte del regime che le permise una sostanziale autogestione, una libertà di movimento e contatti internazionali con analoghe istituzioni all’estero, tutte cose non comuni per quell’epoca.

La Delasem, guidata da Lelio Vittorio Valobra, ebbe sede a Genova, città marittima di elezione per la partenza verso oltremare dei profughi. Il suo bilancio fu sostenuto fino dagli esordi dall’ente ebraico americano di assistenza Joint (American Jewish Joint Distribution Committee) che già in Germania e in Austria si adoperava per portare sollievo alle frotte di ebrei che cercavano di lasciare quei paesi». Come vedremo, a partire dall’8 settembre del 1943 la Delasem, assieme al Joint, saranno i protagonisti di una vasta operazione di soccorso agli ebrei passati in clandestinità. All’epoca in cui Italia e Germania erano ancora alleate su di un piano di parità, la Delasem intervenne con la sua organizzazione capillare per dare sollievo agli ebrei stranieri internati e a quegli ebrei che erano imprigionati perché accusati di antifascismo. Forniva soccorsi materiali, sostegno morale, vestiario, contatti con le autorità per ottenere visti di ingresso, adozioni a distanza di ragazzi e bambini, informazioni sui passaggi navali e sui paesi che offrivano visti di ingresso agli ebrei e altro.

Ricordiamo inoltre che, tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri 6000 cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di paesi più accoglienti, Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele.

Quanto sopra avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di una intensa propaganda antiebraica della stampa, nell’indifferenza della maggior parte della società civile verso la sorte degli ebrei perseguitati.

 

Gli ebrei stranieri entrati in Italia dalla Francia e dalla Iugoslavia

Come già a partire dal giugno del 1940 gli ebrei stranieri o apolidi che si trovavano sul suolo italiano furono sottoposti al campo di internamento in Italia, così anche gli ebrei stranieri o apolidi che si trovarono nei territori fuori d’Italia, ma occupati dal nostro esercito, nella Francia meridionale e nella cosiddetta II e III Zona della Iugoslavia, a partire dal tardo autunno del 1942 vennero internati sul posto. In Francia circa 5000, distribuiti tra nove diverse località prevalentemente delle Alpi marittime o dell’Alta Savoia, specialmente a Saint Martin Vésubie e a Saint Gervais; in Iugoslavia circa 2700, distribuiti nei campi di Kraljevica sulla costa croata o sulle isole di Brac e di Hvar (successivamente spostati sull’isola di Rab nella Dalmazia italiana), sotto la sorveglianza dell’esercito italiano.

Dopo l’8 settembre del 1943, con lo sfaldamento della IV Armata italiana in Francia, più di un migliaio di quegli ebrei che erano stati in residenza coatta a Saint Martin Vésubie, entrarono clandestinamente in Italia, seguendo i militari in ritirata attraverso i passi delle Alpi Marittime delle Finestre e della Ciriegia. Fu una tragica marcia di famiglie, male in arnese, con bambini al collo e anziani da trascinare su impervie mulattiere, esposte, con il freddo pungente del 9 di settembre, alla fatica e alla disperazione. Questo gruppo, assieme a quello entrato per via ferroviaria in Italia da Saint Gervais, sarà fra i maggiori protagonisti della grande operazione di soccorso messa a segno dalla Delasem e dai comitati locali ebraico-cristiani. I «francesi» di Saint Martin Vésubie, passata la linea di confine con l’Italia, infatti, si riversarono lungo le valli di Cuneo sperando di non incontrare i tedeschi, che si erano lasciati alle spalle fuggendo dalla Francia. Purtroppo però anche in Italia gli avvenimenti avevano portato all’occupazione tedesca e circa trecento cinquanta di essi furono arrestati, dopo la terribile marcia della speranza, nei paesi di Valdieri e di Entracque, e internati nella caserma degli Alpini di Borgo San Dalmazzo. Furono più tardi raggiunti da un distaccamento della polizia di sicurezza tedesca di Nizza, salita appositamente per organizzare il convoglio che il 21 novembre 1943 doveva portarli a Nizza e, da lì, al campo di transito di Drancy, ultima tappa, prima della deportazione verso il campo di sterminio di Auschwitz. Quelli che poterono scampare all’arresto si nascosero nei boschi e nelle grotte dei dintorni e, aiutati dalla popolazione locale, lentamente cominciarono a muoversi verso Sud a gruppetti. L’organizzazione del loro viaggio verso nuove mete fu operata dalla Delasem, che fornì mezzi economici, cibo, procurò false carte di identità, itinerari per il percorso, indirizzi dove rivolgersi a Genova, Firenze, Livorno, Roma.

 

Il secondo più cospicuo gruppo di stranieri di cui si occupò la Delasem fu quello degli ebrei iugoslavi. La loro situazione rispetto alla vicenda del soccorso si era determinata nel modo seguente: dopo lo smembramento della Iugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato indipendente di Croazia, con capitale Zagabria e con a capo Ante Pavelic, fondatore del movimento ustasha (letteralmente: ribelle), pieno di odio nei confronti di una Iugoslavia multietnica e di intolleranza violenta e crudele verso la presenza di serbi, ebrei e zingari. Alcuni altri territori ex iugoslavi furono invece annessi all’Italia: la fascia costiera a sudest di Fiume con le città di Susak e di Bakar, assorbite amministrativamente dalla provincia di Fiume, con a capo il prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia, con la città di Lubiana, amministrata da un alto commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) amministrata dal governatore della Dalmazia.

In queste aree annesse all’Italia con decreto del 19 maggio del 1941, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel paese dal settembre del 1938, cioè la legislazione persecutoria razzista. Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Ma poiché erigere campi di internamento sul posto era un problema talvolta insormontabile per questioni di vettovagliamento e di sicurezza, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui poi vennero ritrasferiti, in condizione di «internati liberi», in domicilio coatto in sperduti paesini del Centro e del Nord Italia.

È bene ricordare che gli ebrei che fuggivano dalle violenze e dalle crudeltà ustasha desideravano ardentemente passare clandestinamente le linee guardando ai territori di recente acquisizione italiana come felice isola di salvezza: essere in seguito privati di una parte della loro libertà era pur sempre una situazione migliore che quella di venir massacrati. Migliaia di persone in quei mesi cercarono di raggiungere Fiume, la Dalmazia, la Slovenia dove, fermati dalle locali autorità, venivano spediti in internamento in Italia, mentre una certa parte, il cui numero non è stato ancora possibile valutare appieno, fu respinta alla frontiera. Questi respingimenti avvennero più nella zona di Fiume che nelle altre due, dove le autorità italiane furono meno severe. Gli ebrei iugoslavi fuggiti dalla Croazia con il meccanismo sopra esposto e poi finiti in stato di «libero internamento» o «internati civili di guerra» nelle province di Treviso, di Rovigo, di Aosta, di Modena saranno loro per lo più, dopo l’8 settembre del 1943, i beneficiari dell’opera di soccorso messa a segno dalla popolazione in mezzo alla quale avevano vissuto per due anni armoniosamente, malgrado le proibizioni di fraternizzare, di svolgere attività lavorativa e l’obbligo di presentarsi alle autorità di polizia ogni giorno.

 

Le retate tedesche e quelle italiane

L’8 settembre del 1943 venne dato alla radio l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche, e i tedeschi si trasformarono in poche ore da alleati in alleati-occupanti. Fu stabilito un nuovo governo fascista repubblicano con a capo Mussolini, liberato dai tedeschi dalla prigionia dove era tenuto dal governo Badoglio e dal re. Lo Stato neofascista prese il nome di Repubblica Sociale Italiana (Rsi) con capitale non più Roma ma la cittadina di Salò sulle rive del lago di Garda.

Fin dalla fine di settembre del 1943, i nazisti importarono in Italia la politica antiebraica già messa in atto negli altri paesi occupati. Il fine era la distruzione delle popolazioni ebraiche locali mediante retate a sorpresa nelle grandi città, concentramento in luoghi prescelti, caricamento del bottino umano su convogli sigillati e avvio verso il campo di Auschwitz in Alta Slesia dove erano stati sistemati, dal marzo del 1943, «moderni» impianti di sterminio per l’assassinio di massa.

La retata più grave fu messa in atto il 16 ottobre 1943 a Roma dove più di mille inermi persone, tra cui numerosi bambini, furono colte nel sonno e trasferite a pugni e calci nel collegio militare di via della Lungara in attesa che venisse predisposto il treno per la loro deportazione.

Le reazioni del Vaticano furono, contrariamente a quanto la stessa diplomazia tedesca si era aspettata, quasi nulle. Il segretario di Stato Maglione si accontentò di un colloquio privato con l’ambasciatore Ernst von Weizsaecker, senza neppure elevare una nota di protesta ufficiale alla Germania. Questo atteggiamento di riserbo tenuto in quella occasione dalla Santa Sede non fece altro che reiterare quello tenuto a livello internazionale nei confronti del genocidio antiebraico che si stava consumando nei paesi invasi dalla Germania e del quale la Santa Sede era stata informata fin dalle prime battute.

La retata a Roma e quelle successive a Firenze, Siena, Bologna, Genova furono condotte da un reparto speciale dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, capeggiato da Theo Dannecker inviato dall’Ufficio di Adolf Eichmann a Berlino, appositamente giunto in Italia. Furono condotte tutte secondo lo stesso schema e senza che le autorità italiane venissero consultate.

Era una mancanza di considerazione verso l’alleato-occupato, che non poteva certo gradire che, sul suo territorio, i tedeschi operassero retate di cittadini italiani, sia pure di cittadini di secondo grado come erano gli ebrei dopo le leggi d’eccezione del 1938 e seguenti.

Occorreva per il governo repubblicano di Mussolini recuperare una parvenza di sovranità e così, il 30 novembre 1943 il ministro dell’Interno della Rsi emanò, tramite i prefetti, l’ordine di arrestare e di internare in appositi campi di concentramento tutti gli ebrei e di procedere alla confisca dei loro beni in attesa del sequestro degli stessi. Da allora, poliziotti e carabinieri ebbero l’ordine di recarsi nelle case ebraiche per arrestare le prossime vittime oppure di mettersi sulle loro tracce in caso che queste fossero fuggite in tempo. A Venezla il 5 dicembre 1943 il questore programmò una vera e propria retata notturna a sorpresa avente per epicentro il vecchio ghetto e la casa di riposo.

Quella del 30 novembre fu una decisione gravissima, poiché metteva automaticamente tutti gli ebrei fuorilegge e li rendeva passibili di arresto immediato, provocando in loro un incontenibile senso di panico e di insicurezza che si aggiungeva al terrore per le retate tedesche. I tedeschi però, non avendo più intenzione di muoversi, appresero la decisione italiana con la massima soddisfazione. Ci rimane il verbale di una riunione berlinese del 4 dicembre 1944 in cui si diceva di accogliere con piacere la decisione italiana dato che sarebbe stato impossibile alle esigue forze di polizia tedesche rastrellare comuni e città grandi e piccole alla ricerca di ebrei.

Dunque dalla sera del 30 novembre 1943 alle questure e alle compagnie dei carabinieri toccò il compito di effettuare ricerche domiciliari di compiere i fermi, di custodire nelle prigioni e nei campi di concentramento provinciali gli ebrei, alla polizia di sicurezza tedesca il compito di prelevarli e di organizzare la loro deportazione ad Auschwitz.

Contestualmente, il ministro dell’Interno scelse l’area per edificare un grande campo di concentramento nazionale per internare tutti gli ebrei arrestati; si trovava nella località di Fossoli, a pochi chilometri di distanza da Carpi in provincia di Modena. Apparentemente le autorità italiane, secondo la nuova legge, dovevano limitarsi a imprigionare tutti gli ebrei in circolazione, per famiglie, compresi i bambini, concentrarli a Fossoli. Ma il luogo aveva la capienza di 4-5000 posti, e gli ebrei in Italia erano molti di più. Questo fatto e altri elementi che emergono qua e là dai documenti, ci inducono a pensare che in dicembre un preciso accordo politico tra italiani e tedeschi in merito alla consegna degli ebrei per la deportazione fosse stato definito. Dalla metà di febbraio 1944 giunse in Italia da Berlino lo speciale addetto alla questione antiebraica con sede presso la centrale della Gestapo a Verona, capitano delle SS Friedrich Bosshammer. Nell’agosto del 1943 il campo di Bolzano sostituì quello di Fossoli, evacuato, mentre nelle regioni nordorientali dell’Italia continuò a fungere da luogo di transito e anche di morte il campo di San Sabba alla periferia di Trieste.

Tra il 16 settembre del 1943 e il 24 marzo del 1945, i convogli che lasciarono l’Italia per il campo di sterminio di Auschwitz o, per ragioni particolari, verso altri campi del «Grande Reich», furono decine tra grandi e piccoli. Trasportarono 6806 persone identificate (ma ce ne sono circa 1000 non identificate), 837 delle quali sopravvissero. Tra di essi nessun bambino.

 

Il soccorso agli ebrei in pericolo

Per meglio valutare l’entità del fenomeno del soccorso prestato agli ebrei conviene innanzitutto ricordare che il totale della popolazione italiana, valutata secondo l’ultimo censimento disponibile, quello del 1936, era di 42 milioni 994 mila anime. Nel 1943, dando per scontato un certo incremento di popolazione e prendendo in considerazione solo le regioni rimaste sotto il regime della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, gli italiani dovevano essere almeno altrettanti.

Nello stesso periodo, gli ebrei rimasti intrappolati nel territorio governato dalla Repubblica Sociale Italiana e dall’occupante tedesco erano circa 32.300 sicché, ridotta la questione in meri termini quantitativi, circa 43 milioni di italiani avrebbero potuto o dovuto proteggere 32.300 ebrei perseguitati.

Di questi, circa 8000 furono gli arrestati (6806 deportati identificati, a cui si aggiungono circa 1000 deportati non identificati, 322 uccisi o morti in Italia prima della deportazione, circa 500 arrestati ma non deportati per mancanza del tempo necessario). Ne rimasero indenni altri 23.500 circa. Segnaliamo però già, a partire dal puro dato numerico, che la salvezza degli ebrei in Italia, per la loro esiguità e per la loro «inqualificabilità» fisica, che in nessun modo li faceva distinguere in mezzo al resto della popolazione, non era questione insormontabile. Gli ebrei facevano parte di una seconda Italia sommersa costituita da migliaia di individui bisognosi di aiuto: come i soldati che avevano smesso la divisa, come i prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di internamento, come gli antifascisti ricercati. Senza il soccorso e la connivenza della prima Italia «ufficiale» che viveva, si nutriva, lavorava, operava alla luce del sole, aveva accesso alle tessere annonarie e a documenti accettati, la seconda Italia non avrebbe potuto sopravvivere. Occorreva trovare falsi documenti, finte tessere annonarie, rifugi, cibo, accompagnare i clandestini alla frontiera italo-svizzera, un’attività praticata da centinaia di individui, mossi dalle più diverse motivazioni, tra i quali ci sono anche i soccorritori di ebrei, cosiddetti “Giusti”.

È importante sottolineare come i “Giusti” si mossero su un terreno di solidarietà non solo verso gli ebrei ma verso gli ebrei in un contesto 
civile ben preciso. La protezione ai ricercati e agli ebrei fa parte della categoria della resistenza civile, come gli scioperi, le manifestazioni di massa per la penuria del cibo, il fiancheggiamento alla lotta armata, la resistenza al reclutamento di manodopera coatta. Non si può isolare il concetto del soccorso agli ebrei da quello di resistenza morale, un fenomeno che interessò tutta l’Europa occupata, anche se variò da paese a paese, da una situazione a un’altra, da un tempo a un altro. Secondo la definizione di Jacques Semelin, la resistenza civile comprese una serie di comportamenti conflittuali con il potere costituito che si avvalsero non di armi, ma di mezzi civili come: il coraggio morale, l’inventiva, l’aggiramento della violenza, la capacità di manovrare i rapporti e di cambiare le carte in tavola a dispetto e ai danni del nemico.

Discorso leggermente diverso va fatto per il soccorso da parte degli ecclesiastici dove l’aiuto agli ebrei fu operato nel quadro di una più vasta opera di aiuto a civili rimasti senza tetto, a rifugiati di ogni tipo, a perseguitati per motivi politici. La carità cristiana fu dispiegata durante la guerra in maniera non specifica nei confronti degli ebrei, ma sicuramente in maniera speciale, per motivi di quantità e di particolare allarme per le loro vite. Il rifugio nei conventi e nelle case religiose, l’aiuto dei parroci nei piccoli centri, la disponibilità e il soccorso prestato da esponenti o semplici iscritti ad Azione Cattolica fu di tale proporzione da assumere un aspetto corale, significativo sul piano ideale ma anche sul piano semplicemente dei rapporti affettivi tra le persone coinvolte. Al contrario di molti osservatori, non pensiamo che per questa opera fosse necessaria una specifica direttiva papale.

Dopo l’8 settembre 1943, il sentimento popolare era ormai cambiato: alla sopportazione e all’indifferenza per i problemi provocati dal regime fascista, si sostituì la rabbia nel constatare che l’Italia era per i tedeschi terra di conquista, dove non c’era limite ai soprusi. Forse gli italiani tardarono a riconoscere la natura del nazismo perché, per anni, esso si era presentato sulla scena come alleato, e, tra l’altro, fino all’8 settembre 1943 non aveva mai usato violenza sugli italiani. Ora che la Germania nazista era diventata alleata-occupante, la reazione fu immediata. I «resistenti civili» furono a migliaia: si trattò soprattutto di persone qualunque, semplici uomini della strada non dotati di particolare educazione o istruzione, che diventarono, a contatto con la barbarie, anticonformisti, non allineati, non filofascisti, non filotedeschi.

Aiutò a predisporre gli animi in tal senso soprattutto la grande operazione di soccorso con vestiario e occultamento dei soldati sbandati nei giorni dopo l’8 settembre 1943, primo atto popolare, non coordinato, di insubordinazione agli ordini nazisti e fascisti.

L’atteggiamento comune cambiò e, in pochi giorni, dall’indifferenza si passò al soccorso attivo o passivo. Per soccorso attivo si intende quell’insieme di attività volte a scardinare deliberatamente la politica nazista e fascista, mediante azioni di sabotaggio, offerta di nascondigli, boicottaggio degli ordini impartiti, fabbricazione di carte false, accompagnamento alla frontiera. Il soccorso passivo si estrinsecò invece in azioni di non coinvolgimento diretto, ma di tolleranza e connivenza verso azioni altrui.

Questo comportamento solidale, visto nel suo insieme, ebbe in Italia due caratteristiche: fu spontaneo e collettivo. Fu un comportamento sociale di completa rottura rispetto al passato e si sottrasse clamorosamente dall’abitudine imposta dal regime di organizzare gli eventi collettivi. Fino ad allora, collettivo aveva voluto dire orientato, mai spontaneo. Dopo l’8 settembre, in poche ore, migliaia di giovani sbandati che servivano nell’esercito gettarono la divisa, si vestirono di abiti civili e chiesero l’aiuto della popolazione per occultarsi nelle campagne, nei casolari in montagna, nelle cantine, ovunque ci fosse qualcuno disposto a nasconderli. A questa massa di militari, si aggiunsero presto soldati o ufficiali alleati fuggiti dopo l’8 settembre dai loro luoghi di internamento e vaganti nella penisola alla ricerca di informazioni, aiuti materiali e logistici per mettersi in contatto con il loro esercito o per attraversare le linee, o per rifugiarsi in Svizzera. Si aggiungano gli antifascisti fuggiti dai campi di internamento disseminati soprattutto nell’Italia Centrale, gli oppositori politici ricercati per attività «eversiva», tutti gli ebrei d’Italia e si vedrà che il movimento di soccorso nei loro confronti non poteva non assumere il carattere di movimento corale: migliaia di persone ne aiutarono altre migliaia. L’aiuto da parte della popolazione civile agli ebrei non si può capire se non collocandolo in questa prospettiva. Scorrendo le vicende dei Giusti, appare chiaro come il soccorso nella maggioranza dei casi fu meramente umanitario, e si capisce perché: i partigiani in montagna o i resistenti in città, di fatto, facevano parte dell’universo dei clandestini perseguitati, con scarse possibilità di porgere aiuto ad altri perseguitati. D’altra parte, le organizzazioni politiche non presero immediatamente coscienza del pericolo mortale in cui versavano gli ebrei. Il CLN, è vero, sollecitato dai vertici della Delasem in Svizzera nell’autunno del 1944 finalmente si mosse, ma i fogli clandestini antifascisti affrontarono il problema solo sporadicamente.

 

I privati, le famiglie amiche, i conoscenti furono più rapidi e determinati perché la situazione di allarme parlò immediatamente alle loro coscienze. Contarono allora di più forme di concordanza fondate su rapporti familiari, professionali, lavorativi, di amicizia, di comunità. Si pensi ai vicini del rione del quartiere ebraico a Roma che nascosero centinaia di cittadini ebrei nelle cantine, nei solai, nei retrobottega dei negozi durante la terribile retata del 16 ottobre 1943 o gli amici che si strinsero talvolta in appartamenti di due, tre locali per ospitare i perseguitati.

È bene ricordare che non ci fu specifico pericolo incombente su chi dava protezione agli ebrei in particolare. Voci, successive alla guerra, di fantomatici proclami che diffidavano la popolazione dall’aiutare ebrei non sono avvalorate dai documenti. Malgrado la pesantissima atmosfera di intimidazione generale per chi non si conformava all’ordine costituito veniva arrestato e punito con la deportazione chi faceva parte o era sospettato di far parte di un movimento antifascista organizzato, o veniva colto a possedere una radio clandestina o armi. Alcuni dei nostri Giusti sono stati in questo senso doppiamente eroici, furono arrestati e deportati per aver generosamente soccorso degli ebrei nel quadro di una loro cosciente attività politica.

La principale forma di soccorso necessario agli ebrei in pericolo era l’occultamento in situazione dove essi non potessero essere più riconoscibili: per occultarsi occorrevano due cose, un ricovero diverso dalla propria abitazione e una falsa identità. Il primo più importante elemento di salvezza fu offerto, oltre che da generosi amici in case private, soprattutto da coloro che avevano a disposizione da offrire luoghi per dormire: conventi, monasteri, case religiose, ospedali.

Da ricerche da noi intraprese, risulta che i religiosi cattolici furono i principali attori dell’occultamento degli ebrei. La situazione di Roma fu particolare perché vide la presenza simultanea di tanti ebrei (una comunità che contava 11.000 membri) e di tanti conventi e case religiose: è naturale che gli ebrei che fuggivano terrorizzati dalla retata scatenata dai nazisti il 16 ottobre del 1943, se privi di amici non ebrei pronti ad accoglierli nelle loro case, bussassero disordinatamente alle porte dei conventi, unica ancora di salvezza. Ciò si verificò a Roma per il modo stesso in cui agì sugli animi la tragica sorpresa del rastrellamento. Negli altri luoghi le cose andarono diversamente, come in una benefica catena: di solito gli ebrei che si trovavano già in condizione di sfollamento in piccoli centri o paesi, giunti l’8 settembre e l’occupazione tedesca, ma ancor più, giunto l’ordine di arresto generalizzato italiano del 30 novembre 1943, si rivolgevano alla persona più in vista, e allo stesso tempo più degna di fiducia del paese, il parroco. Questi, non disponendo di luoghi in cui far dormire le persone bisognose, si rivolgeva ai conventi, ai monasteri vicini o ai seminari per raccomandare gli ebrei, divenuti suoi protetti. La catena dell’esercizio della carità cristiana, altrove che a Roma, fu quindi dispiegata dal clero secolare per una parte e dal clero regolare dall’altra, in una situazione in cui le case religiose e i conventi erano anche i luoghi dove gli sfollati si rifugiarono come primo ricovero dai bombardamenti alleati.

Le altre strutture di elezione per l’occultamento degli ebrei furono gli ospedali, dove occorreva la generosità del primario e la connivenza del personale infermieristico: l’Istituto Dermopatico italiano, il Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, il Policlinico Umberto I, a Roma, così come la casa di cura psichiatrica Villa Turina Amione diretta dal dottor Angela a San Maurizio Canavese e altri furono luogo di sollievo e rifugio.

Quanto all’altro importante elemento di salvezza, i documenti falsi, ricordiamo che per sopravvivere ne occorrevano di due tipi: una carta di identità o una tessera postale (quest’ultima di più fondata legittimità), e una tessera annonaria, distribuita dalle autorità a ogni cittadino, necessaria per ricevere la razione di cibo consentita dall’economia di guerra data nei negozi di alimentari. Gli ebrei in clandestinità erano privi sia delle prime sia delle seconde, per cui, oltre a correre un grande pericolo se colti con i propri documenti stampigliati con la dicitura «di razza ebraica», non avevano modo di procurarsi cibo necessario.

Come per tutti i ricercati, anche per gli ebrei si creò un vero e proprio mercato di falsi documenti, talvolta ceduti gratuitamente per spirito di generosità, talvolta pagati a caro prezzo. Benemeriti impiegati comunali si lasciarono «derubare» di carte di identità in bianco a Roma, Milano, Bellaria e altrove, mentre a Genova si sa che un impiegato comunale si fece pagare profumatamente.

Oltre alle carte in bianco occorrevano dati certi con cui riempirle, nuove fotografie e timbri e punzoni fabbricati appositamente da tipografi compiacenti. I dati falsificati recavano luoghi di residenza nell’Italia Meridionale, difficili da controllare in caso di fermo perché in zona già liberata dagli Alleati. Uno di questi falsari era Giorgio Nissim che con l’aiuto di don Paoli fabbricò decine di queste carte di identità avendo come base la casa degli Oblati a Lucca, altri furono Luigi e Trento Brizi ad Assisi, padre Benedetto Maria a Roma, il cosiddetto Centro X (diretto dal generale Bencivenga) che arrivò a produrre a Roma migliaia di false tessere annonarie su carta filigranata delle Cartiere di Fabriano, sottratta al Poligrafico dello Stato con un audace furto notturno.

Oltre alle comunità religiose o ospedaliere, talvolta ad agire furono comunità civili, come gli abitanti di un villaggio o abitanti di un caseggiato, in un concorso di sentimenti positivi. Mi sembra eccezionale il caso dei molti abitanti di Borgo San Dalmazzo che portarono cibo e generi di prima necessità alla caserma degli alpini, improvvisato campo di concentramento per gli ebrei arrestati a Valdieri ed Entracque per circa un mese, fino al 21 novembre. L’altro caso da segnalare è senz’altro quello della cittadina di Amandola in provincia di Ascoli Piceno, dove tutto il paese si mobilitò assieme alla famiglia del capostazione Brutti per trattenere la famiglia iugoslava degli Almuli Eskenazi, che si era fermata solo per la notte ed era intenzionata a raggiungere il Sud. Fu formato una specie di comitato di soccorso e ognuno procurò qualche cosa per la sopravvivenza nel rifugio rimediato: chi vestiario, chi cibo, chi biancheria da letto, chi stoviglie e pentole. Non fu da meno il paese di Cotignola in provincia di Ravenna, dove ben quaranta ebrei furono sistemati, forniti del necessario per vivere e di documenti falsi da un gruppo di paesani con in testa il professore di musica e il commissario prefettizio.

Gli ebrei, con l’emanazione del sopra citato ordine d’arresto n. 5 diffuso dal capo della polizia Tamburini ai prefetti la sera del 30 novembre del 1943, ricaddero nella categoria dei fuorilegge da arrestare sia da parte della polizia tedesca, sia italiana.

Se scoperti, erano senza scampo, destinati a essere mandati prima nelle prigioni e nelle camere di sicurezza locali, poi al campo di raccolta e di transito (di Fossoli, o di Bolzano poi), dove dovevano attendere il loro turno per la deportazione verso l’Est, eufemismo per dire essere assassinati con il gas oppure introdotti nel campo di sterminio di Auschwitz per essere sottoposti a lavoro-schiavo.

Ogni famiglia cercò di procurarsi la salvezza, tentando di occultare la propria identità confondendosi nel mare dell’anonimato. Si verificava la necessità di dover cambiare spesso residenza o rifugio, con il cuore in gola, con l’ansia di non riuscire a trovare una nuova sistemazione, con sempre meno oggetti personali e vestiti appresso, lasciati nel posto precedente. Su tutti incombeva il terrore di essere scoperti e arrestati assieme alle famiglie, la preoccupazione di procurarsi carte false, cibo e ricovero. Naturalmente riuscirono meglio coloro che avevano legami di familiarità con la parte cosiddetta ariana della popolazione e quindi, prime fra tutte, le famiglie miste, in cui solo un coniuge era ebreo e l’altro partner ariano. Questo è il caso in cui tutto un gruppo familiare era in grado di dare una mano per l’organizzazione della clandestinità. Ci mancano le statistiche, ma è facile pensare che la maggior parte dei salvataggi sia da ascriversi a questa situazione.

La seconda situazione ottimale era quella in cui il capofamiglia era stato (prima dell’autunno del 1938) uno stimato professionista con legami di amicizia e di sodalizio con colleghi e membri della società circostante.

Più una persona aveva allacciato legami di amicizia e di comunanza con la società che lo circondava, più possibilità aveva di essere aiutato, ciò valeva per gli ebrei italiani ma anche per gli ebrei stranieri profughi.

A questo proposito, menzione particolare va fatta all’alto numero di ebrei stranieri profughi o ex internati in Italia che si salvarono. Un fatto stupefacente che non ha pari negli altri paesi occupati dove, al contrario, gli ebrei stranieri e profughi furono in genere i più colpiti dalla persecuzione. Guardando alle statistiche, gli ebrei stranieri colpiti dalla Shoah sono la metà di quelli italiani, 1954 identificati i primi, 3.836 identificati i secondi. Le ragioni di questo fenomeno sono l’alta qualità del soccorso prestato dalla rete Delasem e dalle autorità ecclesiastiche per quanto riguarda gli ebrei «francesi» e l’alto grado di familiarità conseguita con la popolazione locale dai gruppi di iugoslavi in libero internamento in paesini del Centro e del Nord Italia. Tali profughi, di elevata cultura e professionisti costretti a fuggire, furono apprezzati dagli abitanti e, dopo l’8 settembre, protetti e fatti fuggire in massa, specialmente dalle province di Treviso e di Aosta.

La gamma degli interventi in favore degli ebrei andò dalla connivenza verbale, all’aiuto finanziario, all’occultamento dei beni, alla prestazione di ricovero e cibo, all’organizzazione del salvataggio, all’accompagnamento al confine italo-svizzero.

 

Rimane da menzionare le reti di assistenza, che sono giocoforza intitolate a singole persone e a singole situazioni, reti che tuttavia si possono scorgere in filigrana.

La prima e più importante, continuamente citata nelle singole vicende, è l’opera ebraica di soccorso Delasem già attiva legalmente sotto il governo fascista dalla fine del 1939. Divenuta clandestina, si appoggiò alle autorità ecclesiastiche di alto rango, oltreché a una vasta rete di connivenze costituita dai più disparati ambienti sociali: impiegati comunali, medici, industriali, diplomatici stranieri, tipografi. La Delasem stessa si rivolse, per ricevere assistenza nella distribuzione del denaro raccolto all’estero e per il reperimento di ricoveri nei conventi, al cardinal Pietro Boetto a Genova, al cardinal Elia Dalla Costa a Firenze, a monsignor Placido Nicolini vescovo di Assisi, al cardinal Fossati a Torino, al cardinale Schuster a Milano, e all’arcivescovo Antonio Torrini di Lucca, da tutti loro ricevendo un fraterno e solidale aiuto, che andò in alcuni casi fino a far rimuovere la regola della clausura in certi conventi di Firenze e Assisi.

A partire dalla seconda settimana di settembre del 1943 , l’organizzazione, che già si trovava a dover affrontare l’emergenza dei folti gruppi di ebrei provenienti dalla Iugoslavia che si trovavano in internamento, fu travolta dall’ondata di fuggitivi che era dilagata in Italia dalla Francia meridionale attraverso i passi alpini. Essa, che fino ad allora si era occupata di problemi organizzativi legati all’ emigrazione dei rifugiati stranieri presenti nella penisola e di problemi di assistenza sociale nei campi di internamento, per garantire agli stessi un livello di vita sopportabile, dovette rapidamente mutare obiettivi. Con la liberazione dall’internamento degli iugoslavi seguita alla caduta di Mussolini e l’arrivo dei «francesi», il numero di persone bisognose di sussidi in denaro aumentò vertiginosamente e ben presto si profilò l’urgenza di trovare loro ricovero (non ancora nascondigli poiché gli arresti iniziarono in Italia solo il mese successivo).

I profughi, anche per suggerimento dei responsabili della Delasem che fin dalla primavera precedente avevano accarezzato l’idea di spostare gli ebrei residenti nel Nord Italia al Sud in territorio liberato dagli anglo-americani, si diressero di preferenza verso le regioni meridionali. Di conseguenza, gli uffici della Delasem maggiormente coinvolti furono quelli che si trovavano lungo la linea Genova-Torino-Firenze-Roma. In queste quattro città, gli attivisti della Delasem (a Firenze denominata Comitato di soccorso ai profughi) dispiegarono ogni sforzo nell’opera di assistenza, confortati da un flusso di denaro proveniente dalla grande e benemerita organizzazione di soccorso American Jewish Joint Distribution Committee e da poche altre. Questa frenetica attività fu attuata fintanto che l’occupante tedesco non mise in piedi anche in Italia l’organizzazione degli arresti e delle deportazioni verso il campo di sterminio di Auschwitz, cioè fino a metà ottobre del 1943.

I rastrellamenti a Roma il 16 ottobre 1943 e a Genova il 3 novembre successivo misero in allarme non solo gli ebrei stranieri ma indistintamente tutti gli ebrei d’Italia, che furono costretti a passare massicciamente nella clandestinità. In queste condizioni, l’opera della Delasem cambiò di nuovo forzatamente fisionomia: mentre, tra il 1939 e il 1943, i principali destinatari dell’opera di assistenza erano stati gli ebrei stranieri, dall’ottobre del 1943 anche gli ebrei italiani si trovarono ad avere esattamente le stesse necessità. Occorreva: a) cercare nascondigli; b) riuscire a distribuire denaro necessario alla sopravvivenza dei clandestini; c) fabbricare falsi documenti necessari per circolare, ma anche per procurarsi carte annonarie; d) trovare vie sicure per sconfinare in Svizzera.

La Delasem stessa passò nella clandestinità e i suoi attivisti, per poter continuare a operare, dovettero chiedere l’aiuto del mondo ecclesiastico: filiera per eccellenza era la Chiesa cattolica con le sue ramificazioni gerarchiche e territoriali e con la sua consolidata esperienza di esercizio del diritto di asilo.

Talvolta i soccorritori facevano parte non già della popolazione civile o ecclesiastica «spettatrice», ma addirittura dell’universo delle pubbliche autorità, cioè di coloro che erano supposti essere «i persecutori», come funzionari di polizia, carabinieri, finanzieri, podestà, commissari prefettizi, perfino «camicie nere».

Questi, talvolta anticiparono le notizie dei prossimi arresti, talvolta chiusero un occhio sull’esibizione di documenti non del tutto a posto, talvolta aiutarono a trovare sistemazioni o nascondigli, talaltra fornirono essi stessi documenti falsi. Tutti, naturalmente, erano tenuti a eseguire gli ordini, non obbedire era un’insubordinazione, ma a un certo punto della catena un anello si rompeva; questo avvenne ai livelli più alti, per esempio, per i funzionari degli uffici stranieri delle questure di Roma e di Fiume nelle persone di Angelo De Fiore e di Giovanni Palatucci, come per alcuni podestà (carica simile a sindaco, non elettiva, bensì di partito) di piccoli comuni come Ercole Piana, podestà di Bard, Francesco Garofano, podestà di Grognardo, Roberto Castracane, podestà di Villa Santa Maria, Vittorio Zanzi, commissario prefettizio a Cotignola, Giacomo Bassi, segretario comunale a Canegrate. Si hanno anche casi di carabinieri che corsero ad avvertire le prossime vittime di un imminente arresto come nel caso del maresciallo Enrico Sibona a Maccagno o Carlo Ravera ad Alba, o del maresciallo Osman Carugno, che a Bellaria aiutò un cospicuo gruppo di ebrei iugoslavi a trovare un rifugio.

L’aiuto agli ebrei fu un aiuto morale, ma dispiegato con mezzi materiali: occorrevano disponibilità economiche per ospitare una famiglia priva di carte annonarie, bisognosa di tutto, dal vestiario ai libri da leggere. Questo, in una economia di guerra, in un panorama di angoscia martellante, di bombardamenti, di penuria di cibo, di costante paura delle retate, ci fa percepire meglio l’ampiezza dei sacrifici messi in atto da quelli che hanno condiviso per giorni e mesi, talvolta per anni, la vita con gli ebrei.

 

Per il riconoscimento di un Giusto occorre che il salvato o i suoi discendenti rivolgano una richiesta a Yad Vashem che, a sua volta, fa scattare una indagine che coinvolge anche i discendenti del salvatore. Se l’indagine si mostra positiva, nel giro di poco più di un anno il titolo viene concesso.

La maggior parte di essi chiede: «Ma che cosa ho fatto di speciale?» oppure «È stata poca cosa, e del tutto naturale, che cosa avreste fatto, voi, al mio posto?».

Francamente, non crediamo alle predisposizioni, crediamo piuttosto che ogni persona possa trovarsi in ogni momento della propria vita a un bivio tra il bene e il male e che ogni volta abbia la possibilità di scegliere che cosa sia il meglio per sé e per gli altri. Ci sono, è vero, schiere di persone che non si pongono mai in condizione di dover scegliere, ma il fatto che troviamo Giusti in ogni strato sociale e a ogni livello di istruzione, maestri, ecclesiastici, donne di servizio, portinai, impiegati, funzionari pubblici, contrabbandieri, medici, militanti politici, artigiani, capistazione, dimostra che quella del salvatore non è una vocazione, è una situazione in cui si potrebbe trovare ognuno di noi a un certo momento della vita. Sarebbe difficile trovare tra i Giusti un denominatore comune, se non un istintivo rifiuto alla disumanità cui le circostanze d’allora obbligavano.

 

Bibliografia:

I Giusti d’Italia I non ebrei che salvarono gli ebrei 1943-1945. - Yad Vashem - Edizione Italiana di Liliana Picciotto – Mondadori Oscar Storia 2006

Fondazione CDEC, Milano

 

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