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Il Tribunale speciale

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

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Come era costituito e come funzionava; dal racconto di Sandro Pertini, che dal Tribunale speciale subì una dura condanna. 

Molti altri in Italia non si piegarono. Ma il fascismo era intollerante di ogni superstite opposizione. Gli strumenti legali normali di cui disponeva non sembravano più sufficienti al regime per condannare agevolmente gli avversari politici. Il processo di Savona era stato una dura lezione, perché aveva permesso al pubblico di parteggiare per gli imputati. Chiuso sempre più nella spirale del totalitarismo, il regime decise di sottrarre le sue vittime perfino al giudizio della Magistratura ordinaria per trarle invece di fronte ad un Tribunale speciale. Furono abolite così le ultime garanzie riconosciute ai cittadini dallo Stato di diritto. Gli accusati vennero sottratti ai loro giudici naturali per essere processati da un tribunale di parte; da un tribunale fedele e politicizzato, presieduto non da magistrati, ma da ufficiali della milizia o dell'esercito. I processi venivano celebrati quasi clandestinamente e le sentenze, obbedendo a direttive politiche, erano una pura formalità.

Sandro Pertini, che subì una dura condanna dal Tribunale speciale, ci dice come era costituito e come funzionava:

«Era costituito da un presidente scelto tra gli ufficiali generali dell'esercito o della milizia fascista. Da 5 membri scelti tra gli ufficiali della milizia fascista col grado di console, da un relatore senza voto scelto tra il personale della magistratura militare. In un primo tempo questi membri erano nominati dal ministro della Guerra, in un secondo tempo, invece, furono nominati direttamente da Mussolini. Secondo la legge, il Tribunale speciale doveva durare 5 anni, invece ne durò 15. Le udienze non erano pubbliche; soltanto in alcuni casi eccezionali, come nel processo a carico di Tito Zaniboni e del generale Capello fu ammesso il pubblico. Non venivano contestati fatti determinati, solo imputazioni di carattere generico e si colpivano, si condannavano gli imputati anche soltanto per le loro intenzioni e per le loro opinioni. Le sentenze non erano suscettibili di ricorso alcuno ed era imprudente citare testimoni a discarico se non si volevano rendere vittime della repressione fascista. I difensori dovevano essere molto cauti nella loro difesa se non volevano cadere in disgrazia di fronte al fascismo. Quindi il Tribunale speciale non amministrava giustizia, era semplicemente uno strumento di intimidazione, di repressione e di vendetta del regime fascista».

Uno dei processi più famosi fu quello aperto nel 1928 contro Antonio Gramsci, da tempo perseguitato dalla polizia fascista, contro Umberto Terracini e contro un nutrito gruppo di comunisti, sotto l'accusa di aver ricostituito i quadri del partito in Italia. Rievoca il processo Gramsci, Umberto Terracini: 

«Rivedendo Gramsci fui impressionato profondamente dal suo aspetto: le guance scavate, gli occhi stanchi, smagrito nel corpo che si piegava sotto il peso di una bisaccia piena di libri. Ma era sereno e subito scherzò sull'enormità e sulla quantità delle imputazioni delle quali avremmo dovuto rispondere: cospirazione, formazione di bande armate, vilipendio, resistenza alla forza pubblica e naturalmente anche incitamento alla lotta di classe. "Un vero comico grottesco questo processo - disse - ma noi vi metteremo il contrappunto della nostra serenità che è la virtù dei rivoluzionari" ». 

Gramsci sedeva nella prima panca dentro il gabbione di ferro. Quando fu chiamato per il suo turno a rispondere all'interrogatorio, e venne fuori dall'usciolo della gabbia, i giudici rimasero interdetti nel vederlo. Si attendevano infatti che fosse tutt'altro uomo, la personalità che dalle pagine processuali appariva con lineamenti di tanta autorità e forza intellettuale e morale, abituati come erano ad identificare, nella loro rozzezza, la grandezza con la robustezza corpacciuta e muscolosa del fisico. Ma quando sentirono Gramsci, essi capirono perché il capo della dittatura lo avesse indicato particolarmente alla loro severità. E si capisce perché il pubblico ministero pronunciasse quella famosa frase: «Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per venti anni».

Gramsci fu condannato a vent'anni e Terracini a ventidue. In totale, 290 anni di carcere a 22 imputati, fra i quali c'era anche Mauro Scoccimarro. Per Antonio Gramsci, con questa condanna, cominciò un'odissea che, da un carcere fascista all'altro, lo portò alla morte, senza che egli abbia mai potuto riottenere la libertà. Malato, imprigionato, isolato, Gramsci continuò ad essere per anni, nel fondo della sua cella, uno dei più irriducibili e temuti avversari del fascismo. Dei nove anni di vita che gli restarono dopo la condanna, Gramsci ne passò cinque nel carcere di Turi, in provincia di Bari. Così scrisse alla madre nel dicembre del 1930: 

«Carissima mamma, ecco il quinto Natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto in cui passai il Natale del 1926 a Ustica era una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di aver arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Non ho perduto il gusto della vita, tutto mi interessa ancora ... ». 

L'antifascismo italiano sfilò un anno dopo l'altro davanti ai tribunali del regime. Nel marzo del 1927, quando ormai da mesi viveva nascosto e perseguitato, Alcide De Gasperi fu arrestato a Firenze. Non c'erano contro l'ex segretario del Partito Popolare, prove concrete di alcun reato politico, ma solo il sospetto d'una intenzione d'espatrio. De Gasperi venne arrestato insieme alla moglie. Tradotto a Roma, fu processato con una procedura giuridicamente assurda, con un atto d'accusa per una colpa non commessa e condannato a quattro anni di reclusione solo per essere stato trovato con un passaporto scaduto. Era ormai chiaro che i tribunali fascisti perseguitavano le idee e non si curavano dei fatti. Più tardi, la pena fu ridotta in Appello e De Gasperi restò in carcere sedici mesi. Ma, all'uscita, fu sempre sorvegliato, ostacolato nel lavoro, perseguitato.

In seguito alla denuncia di una spia del regime nell'ottobre del 1930 caddero nelle mani della polizia fascista tutti i dirigenti di «Giustizia e Libertà» che erano ancora in Italia. Fra i 24 arrestati figuravano Riccardo Bauer, Umberto Ceva, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, tutti accusati di «delitti di insurrezione contro i poteri dello Stato». Ceva si uccise nella cella 440 di Regina Coeli la notte di Natale, e nel maggio del 1931, nell'aula del Tribunale speciale, s'aprì il processo. «In questa aula - disse l'avvocato Mario Ferrara difensore di Bauer - comincia il nuovo Risorgimento italiano». Si evitarono condanne capitali, ma le pene furono gravi: per Bauer e Rossi, vent'anni, Parri inviato al confino, in carcere tutti gli altri. Il 30 gennaio del 1934 toccò ad un gruppo di cattolici, riuniti nel movimento Guelfo d'Azione, d'essere giudicati dal Tribunale speciale, per «propaganda antinazionale». Le condanne più pesanti, cinque anni di reclusione, toccarono a Malvestiti e Malavasi. Per anni, dal 1927 alla repubblica di Salò, il Tribunale speciale fascista giudicò e condannò gli italiani che s'opponevano al regime. Processò interi gruppi, setacciò città e regioni, 21.000 denuncie, 5.619 imputati, 4.671 condanne. In totale, 28.115 anni di carcere, 3 ergastoli, 42 condanne a morte di cui 31 eseguite. Queste cifre, che dimostrano che l'antifascismo non fu soltanto un movimento di pochi coraggiosi, vanno completate con quelle delle condanne dei Tribunali ordinari, e con il confino. Centinaia, migliaia di antifascisti trascorsero anni di vigilanza e di isolamento nei paesi del sud, a Ustica, a Lipari, a Ponza, alle Tremiti, in Sicilia.

Ma non tutto l'antifascismo si ritrova nell'esilio politico o negli imputati del Tribunale speciale, in quegli anni difficili. Molti italiani, avversi al regime, pur senza passare la frontiera e senza essere condannati, subirono sopraffazioni e violenze. Migliaia sono gli episodi sepolti da una cronaca più drammatica, ma non per questo meno grave. Altri italiani si chiusero nel silenzio, nella muta rivolta al regime, o combatterono battaglie quotidiane nel loro settore, nella loro professione, nella loro fabbrica. Scrisse a questo proposito Salvemini, che pure era emigrato: «Chi rimase in Italia, riuscendo a scansare la galera, non arrendendosi ai fatti compiuti, tenendo duro per anni e anni, salvando l'anima, non mollando, ebbe la vita assai più difficile e più meritoria di chi fu costretto ad emigrare».

  

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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