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 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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L'Italia unita, a conti fatti, era la decima potenza industriale tra i venti paesi più avanzati di allora. Diventerà nona nel 1913 grazie alla spinta degli investimenti a cavallo del secolo. Oggi è quinta. Nel mezzo: una storia di passaggi dall'agricoltura all'industria, di squilibri vecchi e nuovi mai colmati. Di «visioni del mondo economico» agli antipodi tra Nord e Sud: il primo spinto dall'idea cavouriana del libero scambio, il secondo ancorato al retaggio protezionista e daziario dei Borboni. Il primo orientato agli investimenti per la modernizzazione a prezzo di un'inflazione strisciante ma strutturale, il secondo al riparo dalla concorrenza e fautore del bilancio in pareggio anche a prezzo di minori spese per strade, scuole, servizi in genere.

Ai tempi dell'unità d'Italia il paese non aveva quasi interscambio commerciale tra Nord e Sud e viceversa perché era in gioco solo un quinto dell'intero "commercio estero" interno.

A Italia appena unita, infatti, l'industria era diffusa in modo diseguale, ma per certi versi inaspettato. Molto era dovuto agli investimenti di gruppi esteri: inglesi, francesi, svizzeri, tedeschi tutti molto attenti alle possibili occasioni di sviluppo in un paese molto promettente.

 

1909 incrociatore italiano  1900 locomotiva expo Parigi

Al Sud l'industria pesante dei cantieri navali, delle officine in grado di produrre locomotive della insorgente tecnologia ferroviaria, sperimentata per prima a Napoli. C'era anche un importante impianto siderurgico a Pietrarsa nel napoletano, unico a poter realizzare i binari ferroviari, duplicato poi per l'Ansaldo di Genova e copiato per le officine di Kronstadt e Kaliningrad, era la più grande officina meccanica del tempo. La flotta commerciale dei Borboni era la seconda d'Europa e quella militare la terza.

 

1901 industria serica

Con l'unificazione, l'industria tessile si concentra al Nord (al Sud era fiorente soprattutto la lavorazione di lino e canapa grazie a legami con i cotonieri svizzeri) mentre si consolida quella di matrice agricola nel Mezzogiorno. La politica cavouriana fa del Piemonte la regione meglio amministrata e meglio industrializzata: in pochi anni di ferrovie se ne costruiscono per 850 chilometri (contro le poche decine del napoletano). Certo Cavour porta il debito pubblico da 120 a 750 milioni in dieci anni - ma i tassi scendono dal 10% al 4 % - e guarda soprattutto alla produzione e agli scambi. Investire, investire, investire: lo stabilimento Ansaldo, i cantieri Odero e quelli del siciliano esule Orlando, Piaggio, Rubattino; il patrimonio demaniale viene privatizzato.

I grandi marchi ultracentenari che tuttora sopravvivono sono storie di territorio e genialità. E forse non è un caso se la maggiore concentrazione è racchiusa tra Torino, Biella, Busto Arsizio, Varese e Brescia, senza dimenticare Genova. Ricasoli, Antinori, sigaro Toscano, la fonderia del Pignone, Richard Ginori e Fernet Branca, la birra Menabrea, la liquirizia Amarelli, poi la Cirio o il riso Gallo, la Caffarel che inventa il gianduiotto o la Borsalino del feltro e dei cappelli, solo per citarne alcuni. È del 1861 la nascita delle Poste, del 1860 quella della Gazzetta Ufficiale.

 

Bibliografia

Carlo Azeglio Ciampi “Non è il paese che sognavo. Taccuino laico per i 150 anni dell’Unità d’Italia” Ed. Il Saggiatore 2010

Dimanche 25 juin 2006 7 25 /06 /Juin /2006 13:00
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