Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

L’opposizione al fascismo, in esilio

7 Janvier 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Tra il 1922 e il 1926 tanti italiani lasciarono l'Italia.

Aboliti i partiti, soppressa la libertà di stampa, considerati decaduti i deputati che avevano partecipato all'Aventino, sciolte le associazioni sindacali, non rimaneva agli oppositori del fascismo che il carcere, il confino o l'espatrio clandestino. Fino al 1925 l'emigrazione aveva avuto carattere di massa: operai e contadini iscritti ai partiti antifascisti, organizzatori di cooperative e sindacalisti delle leghe bianche e rosse, perseguitati, prendevano la via grigia e triste dell'esilio.

Si è parlato di 300.000 emigrati politici durante il fascismo. Sono cifre difficili a controllare ma si calcola che dei lavoratori italiani in Francia, almeno centomila avevano lasciato l'Italia per ragioni politiche. La Francia, l'Austria, la Svizzera erano infatti le mete preferite dei profughi e in quei Paesi si crearono i primi nuclei dei centri d'opposizione in esilio. Si rinnovava così la tradizione risorgimentale del fuoriuscitismo e dell'esilio e si formarono addirittura alcuni uffici per facilitare l'espatrio clandestino. Uno dei più noti fu quello organizzato a Milano da Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Riccardo Bauer e Giovanni Mira.

Tra il 1926 e il 1927, dopo le leggi eccezionali cominciò l'esodo degli antifascisti più illustri, intellettuali e dirigenti politici. Per 17 anni, idealmente collegati agli uomini rimasti a lottare clandestinamente in Italia, essi formarono quei gruppi di fuorusciti il cui compito era duplice: proseguire la battaglia politica ed ideologica contro il fascismo, assicurando la continuità dei partiti d'opposizione e preparando il terreno alla resistenza armata; e, insieme, testimoniare nel mondo l'esistenza d'un'altra Italia, diversa da quella dei gerarchi e delle camicie nere, anzi ad essa decisamente contraria. I frutti di quella lunga e difficile lotta si raccolsero poi fra il 1943 e il 1945, quando tutta l'Italia migliore si riconobbe negli esuli, nei condannati, nei cospiratori, nelle vittime.

Primo a partire e a raggiungere Parigi fu Francesco Saverio Nitti, ex Presidente del Consiglio. Dopo di lui, Don Luigi Sturzo, che si stabilì a Londra, da dove con articoli e conferenze proseguì la battaglia antifascista. Poi fu la volta di Giuseppe Donati, direttore del Popolo, perseguitato dai fascisti per aver accusato il comandante della Milizia Emilio De Bono al tempo del delitto Matteotti. Quindi varcò la frontiera il grande storico Gaetano Salvemini, maestro dell'antifascismo fiorentino, che con libri e conferenze, in Europa ed in America, rimase fra i più lucidi e irreducibili avversari del regime di Mussolini.

La colonia degli esuli politici si ingrossava di giorno in giorno: Treves, Buozzi, Nenni, Modigliani e il giovane Saragat fra i socialisti; Chiesa, Egidio Reale, Schiavetti, Pacciardi, Trentin fra i repubblicani; Alberto Cianca, direttore del Mondo e collaboratore di Amendola, Carlo Sforza già Ministro degli Esteri, e che lo sarà anche nell'Italia liberata; Palmiro Togliatti che prima di trasferirsi in Russia diresse da Parigi un centro comunista collegato con le reti cospirative italiane.

Spesso passare la frontiera era un'impresa audace e rischiosa. Fu il caso dell'evasione di Filippo Turati, la cui casa, sotto i portici della Galleria di Milano, era vigilata dalla polizia fascista, mentre la sua vita era continuamente minacciata. Turati era l'uomo politico più popolare d'Italia, bisognava sottrarlo all'odio di Mussolini. Carlo Rosselli, Parri, Pertini ed altri, organizzarono l'evasione. Il 21 novembre del 1926 Turati fu fatto uscire di nascosto e condotto in una casa amica a Varese. La polizia fascista, ingannata e accortasi in ritardo della beffa, frugò inutilmente in tutta l'Italia del Nord. Si trattava quindi di far passare Turati oltre la frontiera, e si scelse la strada del mare, perché il vecchio socialista era troppo malato per attraversare i valichi alpini. La notte del 12 dicembre, alla periferia di Savona, sei uomini presero il largo insieme a Turati su una barca a motore, fornita da Francesco Spirito, quasi sotto gli occhi degli agenti. «Con un mare indiavolato - descrisse il viaggio lo stesso Turati - con le onde che riempivano il brevissimo motoscafo, col cielo senza stelle, con una bussola folle, navigammo a lungo senza esser certi della rotta ... ». La traversata durò dodici orribili ore, poi finalmente la Corsica fu in vista e la comitiva raggiunse la rada di Calvi. Turati e Pertini partirono per la Francia, Parri e Rosselli tornarono in Italia con la stessa barca guidata da Italo Oxilia.

Il processo che si aprì contro di loro a Savona rimase famoso per lo spirito d'indipendenza dei giudici di quel Tribunale ordinario, per la partecipazione del pubblico a favore degli imputati, per il coraggio da loro dimostrato. Quel processo fu una grave sconfitta per il fascismo. Agli imputati, davanti ai giudici ancora indipendenti, fu concesso di rivendicare i motivi ideali che avevano animato il loro gesto, e Rosselli poté collegare pubblicamente l'antifascismo al Risorgimento.

« Socialista - egli disse - venuto al socialismo dopo la disfatta, con la convinzione che il riscatto dei lavoratori debba poggiare su basi morali, per riprendere, integrandola, la tradizione di un Risorgimento rimasto patrimonio di pochi, sento oggi con sicura coscienza che la mia modesta azione si collega, per lo spirito che la informa, a quella dei grandi che combatterono per l'indipendenza italiana».

La condanna, mitissima, equivalse ad un'assoluzione e la folla entusiasta applaudì gli imputati gettando fiori.

A Parigi, l'attività politica degli esuli si andò organizzando. Essi formavano una colonia attiva e rispettata. Nacque una concentrazione antifascista che raccolse tutti i partiti ex aventiniani, meno i comunisti. La sua sede era in Rue Faubourg Saint Denis 103, il suo programma quello di aiutare gli espatri, la stampa clandestina, le manifestazioni contro il regime, la polemica ideologica contro lo stato mussoliniano. Si organizzarono congressi e conferenze in cui si ammoniva l'Europa contro il pericolo della diffusione del contagio fascista. Bruno Buozzi, un operaio, l'ultimo segretario della Confederazione Generale del Lavoro, sciolta dal fascismo, ricostituì l'associazione a Parigi. Quando Mussolini tentò di farlo rientrare in Italia, egli rifiutò con queste parole: 

«Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere. La nostalgia della Patria tortura l'animo mio e quello di molti altri, ma il problema supera le persone. Nelle condizioni attuali, credo di servirla meglio qui piuttosto che a Roma e a Torino per graziosa concessione del fascismo ... Non è colpa mia se oggi in Italia non è possibile fare della politica, intesa nel senso più nobile della parola. In ciò non vi è ombra di rimprovero per i rimasti in Italia. Un popolo non può emigrare. E talvolta io considero veramente eroico chi, restando in Italia, non aderisce al fascismo ... ».

A Parigi, la «Concentrazione» ebbe il suo giornale, La Libertà, diretto da Claudio Treves. Comparve all'estero anche l'Avanti!, sorse una «Lega italiana dei diritti dell'uomo», si moltiplicarono i giornali, le conferenze, i congressi. Gaetano Salvemini si adoperò instancabilmente in due continenti, a mettere in luce ciò che stava accadendo in Italia «sotto la scure del fascismo».

Nel 1929, l'antifascismo italiano in Francia si arricchì di un nuovo arrivo, quello di Carlo Rosselli. Confinato nell'isola di Lipari, Rosselli riuscì a fuggire. L'evasione fu organizzata da un gruppo di antifascisti che, pur facendo la spola con la Francia, non erano ancora emigrati: era il gruppo di Parri, di Bauer, di Rossi, diretto da Parigi da Alberto Tarchiani, ex giornalista e futuro ambasciatore. Dopo un primo tentativo fallito, finalmente nell'estate del 1929, avvenne la coraggiosa fuga. Con Rosselli si trovavano Emilio Lussu e Fausto Nitti, il figlio dell'ex Presidente del Consiglio. Il motoscafo era guidato ancora una volta da Italo Oxilia, il pilota dell'evasione di Turati. Con gli altri c'era Gioacchino Dolci, un giovane operaio romano, che appena uscito dal confino volle tornare per liberare i compagni di prigionia.

 

Bibliografia:

Andrea Barbato e Manlio Del Bosco in AA.VV - Dal 25 luglio alla repubblica - ERI 1966

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