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La difficile avanzata degli Alleati verso Roma

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

La difficile avanzata degli Alleati verso Roma e la nostra guerra al loro fianco. 

Per gli Alleati le prospettive militari stanno schiarendosi. Con Foggia presa il 28 settembre, è caduto nelle loro mani il più importante gruppo di aeroporti dell’Italia centro-meridionale. Da qui i bombardieri alleati potranno raggiungere la Baviera, l’Austria, la Boemia con le sue fabbriche d’armi, i campi petroliferi della Romania che forniscono tutto il carburante di cui la Germania ha bisogno.

L’avanzata del Nord è già ripresa nel settore tirrenico, anche perché gli Alleati non hanno dovuto combattere per le strade di Napoli liberata dai suoi concittadini.

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Ogni giorno Clark veniva in città dal suo Quartier generale per seguire più da vicino i movimenti della V Armata verso la linea del Volturno. Il lungomare Caracciolo era il suo aeroporto personale.

I tedeschi ritirandosi lasciavano il segno del loro passaggio.

I danni più gravi riguardavano le linee ferroviarie interrotte in più punti e sconvolte da un colossale artiglio d'acciaio che spezzava le traversine.

Anche le strade erano interrotte nei tratti dove il passaggio si presentava più difficile. Quando gli inglesi del X Corpo e gli americani del VI Corpo raggiunsero il Volturno trovarono tutti i ponti distrutti. Dalle colline a nord del fiume i tedeschi tenevano sotto controllo le truppe che si avvicinavano.

Dopo la battaglia di Salerno, le Armate alleate si erano divise i settori d'operazione: l'VIII ad Est verso l'Adriatico, la V ad Ovest verso il Tirreno.

1943 44 carta geo avanzata alleati Italia

Alla fine di settembre, con la conquista di Foggia e di Napoli, si era conclusa la prima fase dell'attacco all'Italia, iniziata con gli sbarchi in Calabria, a Salerno e a Taranto. Ma meno di due settimane più tardi, anche per l'esito favorevole di uno sbarco tattico a Termoli, sopra il promontorio del Gargano, gli Alleati che avanzavano facilmente a nord delle Puglie e in Campania erano già attestati su una linea che seguiva il corso dei fiumi Biferno, Calore e Volturno.

Su quest'ultimo, che sbarrava la strada alla V Armata del generale Clark, alle prime luci del 13 ottobre ebbe inizio il nuovo attacco.

Il Volturno era gonfio per le piogge autunnali e freddo come in pieno inverno. All'alba i battaglioni di punta iniziarono il passaggio del fiume, su piccoli battelli e su zattere.

I tedeschi reagirono subito con l'artiglieria. Occupavano sull'altra riva ottime posizioni. La traversata fu compiuta sotto il fuoco dei cannoni nemici cui le artiglierie inglesi davano la replica con grande vigore.

La battaglia divampò su tutto il corso inferiore e medio del fiume. Lungo il basso Volturno il Corpo britannico del generale Mc Creery costituì rapidamente oltre il fiume una buona testa di ponte; tuttavia fra le macerie dei villaggi e dei casolari le retroguardie tedesche si battevano con decisione, e per espugnare quei caposaldi era necessario attaccarli uno a uno.

I prigionieri erano scarsi, segno che i tedeschi, pur cedendo, controllavano la situazione. Erano infatti riusciti ad attuare l'ordine di Kesselring di tenere il Volturno fino a metà ottobre per dar modo al grosso delle forze di attestarsi più indietro, sulla «linea d'inverno».

Quando i genieri americani poterono gettare un ponte al varco del Triflisco sulla via Casilina, le truppe cominciarono a passare più fitte. Passarono gli americani della III Divisione e gli inglesi della LVI. Furono questi che il 14 ottobre entrarono a Capua.

Lungo la costa tirrenica, le divisioni di Mc Creery avanzavano a fatica. Per le strade di Mondragone, il 31 ottobre la battaglia durò alcune ore.

Il terreno diventava sempre più accidentato e difficile.

Ai primi di novembre ecco apparire in fondo il Monte Camino, uno dei bastioni che precedevano la temuta «linea d'inverno».

Nel settore ad est della via Casilina, gli americani del VI Corpo continuavano intanto ad avanzare sui monti del Sannio e nell'alta Valle del Volturno, fino a Venafro, occupata il 4 novembre. Avanzarono di paese in paese, di torrente in torrente, spesso disturbati dalle retroguardie tedesche, per circa quaranta chilometri. Più oltre c'erano le montagne della «linea d'inverno»: un nome che cominciava a suggestionare l'animo dei soldati.

In questo paesaggio, e in questo clima così diverso da quello immaginato, inglesi e americani dovevano adattarsi.

Se gli automezzi non marciavano bisognava contentarsi delle bestie da soma, comperandole al mercato come in una fiera di paese. I soldati dell'esercito più meccanizzato del mondo, salivano sui sentieri di montagna, ciascuno col suo mulo, come nella prima guerra mondiale.

Sempre in quell'autunno piovoso fecero la loro prima comparsa al fronte i marocchini. Gli Alleati li avevano chiesti al governo di Algeri. Erano uomini che si trovavano a loro agio su quei monti brulli, e che contentandosi di poco non avevano bisogno di grandi servizi logistici. Per ora si tratta di una Divisione; era l'avanguardia del corpo di spedizione francese che si sarebbe particolarmente distinto a Cassino.

Sul fronte adriatico l'VIII Armata conduceva la sua guerra, mentre i tedeschi si ritiravano verso il Sangro, schierandosi alla fine sulla sua riva settentrionale. Il 10 novembre canadesi ed inglesi giunsero anch' essi in vista del fiume. L'avanzata era lenta: in un mese Montgomery era riuscito a guadagnare meno di cinquanta chilometri.

Continuava a piovere. Per via del maltempo Montgomery fu costretto a sospendere l'offensiva contro il settore adriatico della «linea d'inverno», fissata per il 20 novembre. Dall'Adriatico al Tirreno era lo stesso spettacolo; soldati che si muovevano su piste fangose, allagamenti che obbligavano a deviazioni, strade impraticabili, e fango, fango, fango: nessuno di questi soldati era abituato a vederne tanto. Gli Alleati erano partiti con l'idea di conquistare Roma prima di Natale: ora quell'obiettivo s'allontanava sempre più.

In queste condizioni non si poteva pensare a una grande offensiva. Con i fiumi in piena, c'era il pericolo che le truppe, avanzando, restassero tagliate fuori dalle retrovie. Il ponte sul Volturno che a metà ottobre aveva permesso a Clark di passare il fiume e conquistare Capua, venne spazzato via dalla furia delle acque.

Decisioni di eccezionale importanza per il futuro della guerra erano prese dai capi delle potenze alleate. Alla conferenza di Teheran essi ribadirono l'assoluta priorità dello sbarco in Normandia da effettuarsi tra maggio e giugno del '44 in concomitanza con un'operazione d'appoggio sulle coste della Francia meridionale. Ciò avrebbe garantito la permanenza nel Mediterraneo dei mezzi anfibi necessari al proseguimento della campagna in Italia fino alla conquista di Roma, ma voleva anche dire che il fronte italiano era destinato a perdere d'importanza nel quadro generale della guerra. Churchill avrebbe preferito una offensiva su Vienna attraverso l'Italia settentrionale ma Stalin non voleva essere preceduto nei Balcani dagli Alleati occidentali, e insistette per lo sbarco in Provenza. Roosevelt ne rimase convinto: la sorte della campagna d'Italia era decisa.

Nello stesso momento gli eserciti alleati si preparavano al primo attacco alla temuta «linea d'inverno» tedesca dall'Adriatico al Tirreno, di fronte alla quale erano arrivati verso la metà di novembre. L'VIII Armata, vinta la resistenza germanica sul Trigno e a Vinchiaturo, si era arrestata sopra Isernia e davanti al Sangro. Pochi giorni dopo anche la V Armata, superata la linea degli avamposti, era giunta a contatto con le posizioni difensive tedesche. Sul versante tirrenico, alla vigilia della battaglia, erano schierate quasi nove Divisioni alleate contro sette Divisioni germaniche. In questo settore la «linea d'inverno» partiva dalle foci del Garigliano passando per Minturno, Monte Camino, Montelungo, stretta di Mignano sulla via Casilina, Monte Sammucro, Monte Corno. L'offensiva ebbe inizio il 2 dicembre contro il massiccio di Monte Camino.

Questo caposaldo aveva già respinto tre volte gli attacchi inglesi. Alle 4,30 del pomeriggio del 2 dicembre 925 pezzi d'artiglieria e mortai aprirono il fuoco sulle pendici nude e rocciose del monte. La marcia di avvicinamento fu effettuata sotto una pioggia torrenziale.

Poi cominciò la scalata lungo un erto ciglione sul quale reparti speciali s'arrampicarono fino a quota 960. La lotta per il possesso della cima si concluse il 6 dicembre.

La conquista di Monte Camino costituiva un notevole passo avanti verso l'accesso alla valle del Liri, dove correva la via Casilina, ma a sbarrarla rimaneva Montelungo. Quella cresta chiara, di forma allungata, brulla, senza un albero, ricordava le quote del Carso, su cui s'era dissanguata la fanteria italiana nella guerra '15-'18. Di qui passava la «linea d'inverno» e nei loro «Bunker» i tedeschi dei reparti corazzati attendevano che la V Armata attaccasse per aprirsi la strada verso Roma.

Anche gli italiani erano della partita questa volta.

Erano i bersaglieri e i fanti del I Raggruppamento motorizzato: cinquemila volontari con l'idea fissa che bisogna combattere per liberare l'Italia dai tedeschi. Erano armati alla meglio, i giornali di Londra e di New York li chiamavano «l'esercito dei cinquemila ». Li comandava il generale Dapino: il loro obiettivo era la conquista di Montelungo.

Gli italiani arrivarono solo alla vigilia del giorno stabilito per l'attacco, appena il tempo per fraternizzare con gli americani, nei ranghi, come fra i capi. La visita del generale Clark, che aveva il comando a ridosso della prima linea, è cordiale come tra vecchi camerati.

L'attacco a Montelungo era fissato per le ore 6,20 dell'8 dicembre; in concomitanza con azioni laterali della fanteria americana verso San Pietro.

Sulle pendici di Monte Maggiore, due battaglioni di fanteria dovevano attaccare frontalmente Montelungo, mentre a una compagnia di bersaglieri era affidata un'azione sussidiaria nella valle del Peccia. La nostra artiglieria doveva effettuare il tiro di preparazione, con l'appoggio di quella americana. 

«La notte prima dell'attacco - scrive Clark nelle sue memorie - alcuni soldati italiani si avvicinarono alle linee tedesche e gridarono minacce e insulti, giurando vendetta per il comportamento dei nazisti nella ritirata d'Africa. Così i tedeschi furono purtroppo avvertiti dell'attacco imminente».

All'alba le batterie del raggruppamento aprirono il fuoco.

Il cannoneggiamento non procurò molti danni alle solide postazioni tedesche. Per conquistare le quote era necessario sloggiarne gli occupanti con i fucili e le baionette. Nell'incerta luce del mattino i fanti del 67° reggimento andarono all'assalto della «linea d'inverno».

All'improvviso i tedeschi aprirono un fuoco micidiale, costringendo gli italiani a ripiegare sulle posizioni di partenza. Ma il 16 dicembre, superato l'abbattimento provocato dal primo insuccesso e raggiunta una maggiore intesa con gli americani, fanti e bersaglieri parteciparono alla definitiva conquista della terribile quota 351.

È giusto che il cimitero dei caduti del Corpo di liberazione sia stato messo a Montelungo. La nostra guerra a fianco degli Alleati cominciò infatti in quei giorni del '43.

I giovanissimi allievi ufficiali del 67° Fanteria sono diventati uomini.

Nelle due battaglie si ebbero molti atti di valore.

Montelungo era il pilastro di sinistra della valle dove passava la strada per Cassino. Sull'altro versante, alle pendici di Monte Sammucro che era il pilastro di destra, si trovava il paese di San Pietro Infine.

Lo stesso giorno in cui gli italiani conquistavano Montelungo, gli americani della XXXVI Divisione si battevano davanti a San Pietro che resisteva da una settimana.

San Pietro dopo la guerra è stato rifatto più in basso.

È una sorte capitata a molti paesi dell'Italia centrale.

Alcuni vennero così distrutti che non si pensò nemmeno di ricostruirli sulla vecchia pianta. Meglio rifarli da capo in un altro luogo.

La giornata del 16 dicembre fu particolarmente dura e sanguinosa. I tedeschi s'erano trincerati dentro il paese e il fuoco delle artiglierie e dei mortai non riusciva a sloggiarli. Un reggimento fu mandato all'attacco attraverso gli oliveti, ma venne respinto.

Nel pomeriggio l'attacco fu ripreso da tutti i lati. Si usarono la baionetta e la bomba a mano.

Non era possibile prendere San Pietro se prima non cadeva il sovrastante Monte Sammucro. Mentre un reggimento teneva le posizioni nel fondo valle, altri reparti scalarono il monte combattendo. Finalmente la cresta fu raggiunta e dall'alto le avanguardie americane poterono disporsi per l'attacco finale. Ora i tedeschi rimasti in San Pietro erano come dentro una scatola. Prima di sera cominciarono a ritirarsi. Gli americani entrarono in paese con ogni cautela, temendo agguati e contrattacchi. Ma anche il nemico era stanco. E i difensori rimasti fra le rovine si arresero.

La popolazione di San Pietro s'era nascosta nelle grotte della Valle dell'Inferno, vivendo per settimane in condizioni indescrivibili e ascoltando la battaglia che distruggeva giorno per giorno il paese. Quando i sampietrini uscirono fuori dai loro antri, erano mezzo inebetiti dalle sofferenze e dalla paura. Anche per loro la guerra era finita.

Mentre la V Armata si andava avvicinando a Cassino l'VIII concentrava i suoi sforzi sull'Adriatico. L'attacco alla «linea d'inverno» era iniziato il 28 novembre con una massiccia offensiva aerea. Due giorni dopo il fronte tedesco era infranto e gli inglesi avevano passato il Sangro.

Ora Montgomery avrebbe voluto puntare su Chieti e Pescara, deviando quindi verso ovest in direzione di Roma. Una Divisione neozelandese al comando del generale Freyberg era venuta a dare man forte agli inglesi nel loro piano ambizioso.

Ma la strada dell'VIII Armata era sbarrata da Ortona.

Montgomery non aveva saputo approfittare del successo iniziale. Conquistata Lanciano il 4 dicembre egli si era dedicato a gettare ponti sul Sangro anziché inseguire decisamente il nemico sconfitto. Quando le avanguardie britanniche giunsero a Ortona, i tedeschi avevano già chiuso la falla del loro fronte. Il 20 dicembre toccò ai canadesi d'impegnare battaglia strada per strada, casa per casa.

Per vari giorni la lotta tra canadesi e paracadutisti della I Divisione si svolse con una violenza senza precedenti.

Sulle pendici della Majella, i tedeschi avevano trasformato Orsogna in un fortino.

La Divisione neozelandese, andata all'attacco con l'appoggio dell'aviazione venne respinta quattro volte. Gli assalti cessarono solamente alla mezzanotte del 24 dicembre.

Il giorno dopo, quinto Natale di guerra, su tutta la «linea d'inverno» la battaglia si quietò e la promessa di non far mancare a nessuno, nemmeno in zona avanzata, la sua porzione di tacchino, venne mantenuta.

Soltanto a Ortona si era combattuto anche il giorno di Natale, ed erano stati anzi gli scontri più violenti di tutta la battaglia. Finalmente il 28 dicembre i paracadutisti tedeschi lasciarono la città. Ormai lo slancio dell'VIII Armata si era spento. Montgomery dovette rinunciare alla sua grande manovra attraverso l'Abruzzo e sospese l'offensiva su tutto il fronte.

L'ultimo dell'anno Montgomery lasciò il fronte e l'Italia, chiamato in Inghilterra dove lo aspettavano Eisenhower e i piani per lo sbarco in Normandia. Egli avrebbe voluto concludere a Roma l'avanzata cominciata un anno prima ad El Alamein, ma non c'era riuscito. Colpa in parte delle difficoltà del terreno e della resistenza dell'avversario, e anche della sua mancanza di decisione. Il messaggio d'addio ai soldati e il commiato dai corrispondenti di guerra ebbero toni quasi patetici per un uomo del suo carattere.

Montgomery lasciava comunque il ricordo di una non comune personalità, anche se non sempre gradevole per i collaboratori e i subalterni.

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966 

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