Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

La fine di un regno

2 Août 2011 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il secondo dopoguerra

In questo documento Giuseppe Romita, ex ministro degli Interni del primo Governo De Gasperi, rievoca le ultime ore della monarchia sabauda quali le vide dall'osservatorio del Viminale.

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Risalta il suo atteggiamento di stretta vigilanza, pur manovrando un apparato alquanto infido, sulle ultime insidie dei monarchici, sempre pronti alla rissa e alla sedizione.

Il computo dei suffragi, durato alcuni giorni, aveva dato alla fine la maggioranza relativa alla repubblica, la Corte di Cassazione aveva però semplicemente registrato il risultato, in attesa di una verifica su un'aliquota di voti che comunque non avrebbe potuto modificare l'esito della consultazione.

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Nell'attesa - il 10 e 11 giugno - i monarchici avevano scatenato violente agitazioni e Umberto fu indotto dall'ala oltranzista del partito di corte a ritardare il passaggio dei poteri al presidente del Consiglio.

Romita racconta quei momenti e la partenza del “re di maggio”.

11 giugno 1946

Al Viminale quel giorno, per la prima volta nella storia, era stata issata la bandiera italiana senza lo scudo sabaudo. Un evento importante - mi sembra - anche se. al Quirinale sventolava ancora l'altra bandiera. E da piazza del Popolo, una folla enorme sfilò sotto il palazzo. Ma fu con la disciplina più completa, perché la repubblica era ormai nella vita del paese e il popolo voleva dimostrare che repubblica, nonostante tutte le denigrazioni delle quali era stata oggetto, significava anche ordine ... Al Quirinale andò De Gasperi nel pomeriggio. Noi socialisti non fummo molto d’ accordo sull’opportunità di quella visita. Ormai, la delega del poteri ci sembrava superata ... Anche altri ministri erano del nostro parere.

De Gasperi, comunque, sospese la seduta del Consiglio.

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Umberto gli aveva promesso la lettera, di delega ed egli ne era in attesa.

Fu un'attesa vana! Un Savoia, per l'ultima volta, mancò di parola.

Il presidente del consiglio ebbe notizia del rifiuto a mezzanotte, per telefono, ma non ce ne diede comunicazione ... E il consiglio dei ministri fu rinviato al giorno seguente.

Gli avvenimenti, ormai, precipitavano. A mezzogiorno del 12 Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, consegnò la lettera ufficiale di rifiuto di Umberto. De Gasperi convocò allora il Consiglio dei ministri e ci riferì con esattezza quanto era avvenuto durante la notte e in quella mattinata. Fu una seduta che ci vide tutti concordi: Umberto si avviava su una strada pericolosa. Non accettava più neppure di dare una delega, che avrebbe consentito al presidente del Consiglio di essere capo provvisorio dello Stato in suo nome. Era davvero giunto il momento di finirla! ...

Dopo la relazione di De Gasperi, anch'io presi la parola. Sapevamo che. il momento non era facile; tuttavia sentivamo anche la gioia di essere giunti al termine del nostro grave lavoro.

Chi avrebbe sostituito Umberto, finalmente per volontà della nazione non più re d'Italia? Avevamo ormai vagliato tutti gli aspetti del problema e la soluzione, anche alla luce del diritto costituzionale, ci appariva una sola: durante il breve periodo transitorio che attraversavamo e nell'attesa che l'Assemblea costituente potesse nominare il capo provvisorio dello Stato, l'esercizio di tali funzioni spettava ope legis, al presidente del Consiglio in carica. ...

Con quel documento tagliammo definitivamente ogni ponte col Quirinale: Umberto II per noi del governo, come già da due giorni per il paese, non esisteva più.

I monarchici, tuttavia, non erano dello stesso avviso. Tennero una riunione nel corso della quale discussero tre tesi: gli estremisti erano per il colpo di Stato; i moderati per la partenza del monarca con un manifesto di protesta alla nazione contro il Governo; certuni, infine, erano per la sua permanenza senza alcuna presa di posizione. ... Prevalse, per fortuna, la seconda tesi e non la prima.

Umberto, intanto, quella sera, si era allontanato da palazzo ed era restato in una villa di amici presso Roma.

Ebbi anche notizia dal servizio informazioni degli americani, che aveva avuto un colloquio con l'ammiraglio Stone. ... Mi fu riferito soltanto, che l'ex re aveva chiesto informazioni sull'atteggiamento delle forze alleate. ...

Intanto, seguivamo ogni movimento di Umberto. Egli, dopo essere restato nella villa degli amici sino a tutta la mattina del 13, rientrò al Quirinale alle 14,30 per congedarsi dai propri uomini.

Avuta notizia dell'ora della partenza e del mezzo usato, diedi ordine che le forze di polizia fossero in numero sufficiente per prevenire qualsiasi gesto inconsulto contro la persona dell'ex sovrano, ma che, nel contempo, non fossero tali da dare nell'occhio. ...

Diedi precisi ordini perché all'aeroporto di Ciampino non potessero aver luogo incidenti e la partenza potesse svolgersi tranquillamente. ...

Tra le 14,30 e le 15 Umberto ricevette uomini politici, amici, funzionari ed ufficiali del palazzo. Quindi, con una breve cerimonia militare, prese congedo dai corazzieri e dai carabinieri.

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E alle 15,40 era già sull'aereo.

Egli, però, accettando il consiglio dei suoi diretti collaboratori, all'atto della partenza diramò il noto proclama, che - a parte la retorica - suonava indubbiamente provocatorio.

Fu un gesto che all'ex sovrano recò soltanto danno.

De Gasperi, che nei confronti della corona era sempre stato estremamente obiettivo e aveva più volte espresso giudizi favorevoli sul comportamento del re di maggio, fu in quell'occasione del mio stesso. avviso, condannandone apertamente l'operato.

Probabilmente il destino era segnato: i Savoia dovevano finire con uno dei loro soliti errori di valutazione politica, sicché agli italiani non fosse in alcun modo possibile rimpiangerli.

Il proclama voleva suonare accusa contro il governo: «Il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».

Con queste parole Umberto dimostrava finalmente - lui che si era più volte detto pronto ad accettare la volontà del popolo - di non saper perdere. E l'accenno alla violenza, che diceva di voler evitare, era un invito alla stessa.

«Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta ... » diceva Umberto. E con ciò si rivolgeva palesemente ad oltre 10 milioni di italiani, che avevano votato per lui, e dai quali, probabilmente, nonostante l'ipocrisia palese dell'invito alla calma, si attendeva una reazione. Se quella reazione fosse avvenuta, l'ex sovrano avrebbe potuto seguirla dal sicuro rifugio dell'esilio. ... Al Viminale, dove restai vigile, mi giunsero rapporti che, per quanto concerneva i monarchici, segnalavano qua e là nel sud qualche manifestazione, ma non di tale entità da essere considerata allarmante per l'ordine pubblico.

l giorno dopo diramammo un comunicato: «La partenza del re, avvenuta ieri alle 15,40 da Ciampino - vi era detto - è stata con ogni cura tenuta nascosta dal governo. » E dopo aver dichiarato fazioso il proclama dell'ex re, così concludevamo: «Il governo ed il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto disgregatore, rinsaldando la loro concordia per l'avvenire democratico della patria ».

E fu quanto gli italiani fecero.

 

da GIUSEPPE ROMITA, Dalla Monarchia alla Repubblica, Pisa, 1959, pp. 216-222.

 

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La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione recitava:

 

I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive.

Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.

I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.

Durante il secondo Governo Berlusconi (giugno 2001- aprile 2005), entrava in vigore la legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1 che ha stabilito che i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione esauriscono i loro effetti a decorrere dalla data di entrata in vigore della stessa legge costituzionale (10 novembre 2002), consentendo così l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale ai discendenti della ex Casa Savoia.

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