Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

La liberazione del Nord Italia

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Mentre le nuove unità italiane, a fianco della V e dell'VIII Armata, erano pronte per l'imminente offensiva, dietro le linee tedesche l'esercito partigiano attendeva con ansia il giorno dell'insurrezione. Il generale Cadorna ha detto: 

«Il 28 febbraio del 1945, riconfermato come capo comandante del Corpo Volontari della Libertà, partii per la Svizzera e successivamente per l'Italia meridionale, ivi chiamato per prendere accordi coi massimi dirigenti degli eserciti alleati in vista della prossima offensiva. A quel momento le forze partigiane, superata la grave paralisi invernale si stavano ricostituendo e avevano già ripreso la normale attività di disturbo alle spalle dell'esercito tedesco e si preparavano per l'atto finale, l'insurrezione, che avrebbe dovuto scattare in accordo con le forze alleate man mano che questi si avvicinavano agli obiettivi. Era compito delle forze partigiane di collaborare nell’atto tattico con gli Alleati, di occupare, ovunque possibile, i grandi centri italiani, di salvaguardare il patrimonio artistico, quello industriale, le opere pubbliche della nazione ed infine di osservare l'ordine nel periodo intermedio fino all'arrivo delle truppe alleate».

Hitler aveva giurato di non capitolare mai. Ora i tedeschi pagano il prezzo di quel giuramento. Tutta la terra fra il Reno e l'Oder è in fiamme; gli eserciti alleati avanzano da Ovest e da Est chiudendo la Germania in una morsa. La disfatta che si annuncia, non ha precedenti nella storia, ma Hitler ordina ancora ai tedeschi di morire tutti piuttosto che arrendersi.

Non tutti i capi sono però disposti a seguire fino in fondo la follia del Führer. In Italia il generale Wollf d'accordo con Himmler, cerca da tempo di trattare la resa del fronte Sud. Ne sono al corrente il maresciallo Kesselring, che il 9 marzo viene trasferito sul fronte renano, e il suo sostituto generale von Vietinghoff; ma gli Alleati non intendono rinunciare ai loro piani.

Di essi parlarono i due generali Lucian K. Truscott, comandante della V Armata e Richard L. Mac Creery comandante dell'VIII. 

Disse Truscott:

«L'offensiva di primavera della V Armata era stata prevista in tre fasi: prima, la conquista e il consolidamento di una posizione nei pressi di Bologna; seconda, lo sviluppo delle posizioni sul fiume Po; terza, la traversata del Po e il blocco della strada del Brennero, principale via d'uscita dall'Italia, con la conquista e il consolidamento delle posizioni sul fiume Adige. Le truppe della V Armata avrebbero occupato le provincie dell'Italia settentrionale, da Treviso a est, a Bolzano a nord, a Torino ad ovest. Il Gruppo "Legnano" avrebbe attaccato all'estrema destra del nostro schieramento, nell'area di Monte Grande, e avrebbe mantenuto contatti con l'VIII Armata nella pianura ad est.

E debbo aggiungere che il Gruppo "Legnano”  del generale Umberto Utili non solo ebbe una parte importante in questo attacco del II Corpo americano e della V Armata, ma prese parte alla conquista di uno dei nostri obiettivi più importanti: la città di Bologna ». 

E Mac Creery: 

«L'offensiva finale in Italia era prevista per i primi di aprile 1945, quando l'VIII Armata doveva attaccare in due direzioni. L'ala destra doveva sfondare attraverso quella che noi chiamavamo la breccia di Argenta, raggiungere il Po, passarlo e continuare verso nord-est. L'ala sinistra doveva, d'intesa con la V Armata americana, attaccare e conquistare Bologna. L'VIII Armata era costituita da quattro Corpi d'Armata, alle cui dipendenze erano, nel mio settore, tre Gruppi di combattimento italiani. Il loro compito non era facile, ed era di sfondare le linee tedesche scendendo dalla zona dei contrafforti appenninici e raggiungere la valle del Po per unirsi al Corpo polacco sulla loro destra, e prendere insieme Bologna ».

Le operazioni preliminari dell'VIII Armata iniziarono il 2 aprile nelle valli di Comacchio e oltre il fiume Reno. Una settimana più tardi gli inglesi sferravano l'attacco in tutto il settore.

La preparazione d'artiglieria fu tremenda: 1.200 cannoni, uno ogni sei metri, sparavano su un fronte di sette chilometri contro le posizioni tedesche martellate in precedenza da 700 bombardieri.

Lo sfondamento della linea del Senio a cavallo della via Emilia fu affidato ai polacchi con l'appoggio dei Gurka indiani e di reparti corazzati.

I tedeschi non s'aspettavano un inizio tanto violento.

Entrarono anche in azione i lanciafiamme «coccodrillo», che arrivavano fino a 120 metri. L'ultima arma controcarro tedesca, il «Faustpatrone», aveva una gittata inferiore, così il «coccodrillo» sparse il terrore nelle file nemiche.

Una volta rotto il fronte, i tedeschi sapevano che non avrebbero più potuto costituirne un altro, perciò si batterono con disperato accanimento. Ma ormai non avevano più riserve da gettare nella lotta per tappare le falle. Pochi giorni di battaglia, poi il fronte della Romagna cominciò a cedere. Nelle brecce aperte dai reparti d'assalto, avanzarono i carri armati.

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Varcato il Senio, i polacchi si dirigevano verso Imola e Bologna; le truppe inglesi del V Corpo entravano il 10 aprile a Lugo di Romagna.

Sull' ala destra dell'VIII Armata anche il Gruppo «Cremona» partecipava all'offensiva. L'attacco era stato diretto contro le posizioni tedesche sul basso corso del Senio e il 10 aprile gli italiani, oltrepassato il fiume, liberarono Alfonsine catturando numerosi prigionieri.

Il Gruppo «Cremona» proseguiva verso le linee del Santerno, superandole nei giorni successivi. Dovunque i reparti italiani erano accolti festosamente. Essi concluderanno il ciclo operativo ad Adria e Cavarzere, partecipando con una colonna rappresentativa alla liberazione di Venezia.

Cinque giorni dopo l'attacco dell'VIII Armata, anche la V entrò nella lotta, sulle montagne a nord di Bologna.

765 bombardieri pesanti scaricarono sul nemico migliaia di tonnellate di esplosivo.

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La preparazione d'artiglieria fu davvero impressionante. Contro le posizioni tedesche di Monte Sole, al fuoco dei grossi calibri si aggiunsero gli attacchi con bombe al «napalm» dei cacciabombardieri.

Mentre il suolo tremava ancora, come raccontò più tardi il generale Clark, le fanterie partirono all' attacco precedute dai mezzi corazzati. I tedeschi lottarono. Tenevano gli ultimi caposaldi dell'Appennino come se fossero i battenti di una porta, che si sforzavano disperatamente di tenere chiusa. Ma uomini e automezzi scendevano sempre più numerosi dai monti. Infine i battenti si spalancarono. Gli americani entrarono a Vergato. E fu il principio della fine.

Anche il Gruppo di combattimento «Folgore» che stava sulla sinistra dell'VIII Armata, era entrato in azione. Il Luogotenente Umberto, accompagnato dal comandante generale Morigi, lo visitò nella zona di Tossignano, dopo i primi combattimenti sul fronte del Sillaro. Qualche giorno dopo il «Folgore» prendeva contatto con il Gruppo «Friuli» che, a fianco del Corpo polacco, avanzava sulla via Emilia verso Bologna.

La manovra avvolgente con cui gli Alleati miravano alla conquista della città era in pieno sviluppo. Quando, il 18 aprile, insieme a Vergato, cadde sulla destra della tenaglia anche Argenta, la sorte dei tedeschi che erano dentro la sacca, fu segnata.

Oltre Argenta, gli inglesi del V Corpo puntavano su Ferrara e il Po, mentre i polacchi correvano già verso Bologna inseguendo gli odiati paracadutisti della I Divisione, quella di Cassino; con loro gli italiani del «Frluli» volevano essere i primi a entrare in città. E vi entrarono, infatti, il mattino del 21 aprile, insieme ai soldati del generale Anders.

I bolognesi avevano atteso tutto l'inverno la liberazione, tanto più intensamente quanto più sembrava vicina: ora potevano sfogare la loro gioia.

Più tardi, da sud, entrarono gli americani con i soldati del Gruppo «Legnano» che aveva duramente combattuto con la V Armata, sin dal primo giorno dell'offensiva, al comando del generale Utili. Per la prima volta gli italiani, operando con gli Alleati, avevano ottenuto una grande vittoria. Era stata fatta molta strada dalle dure giornate di Montelungo. Un membro della Resistenza bolognese così ricorda quella giornata: 

«Gli Alleati erano entrati da Porta Mazzini, i polacchi dell'VIII Armata, e poi il Corpo Italiano di Liberazione, in particolare, è venuto da Porta San Vitale. Naturalmente han trovato la città completamente libera perché, per quanto durante la serata precedente noi non avessimo ricevuto, com'era convenuto, i segnali prestabiliti, i preavvisi, diciamo, verso la sera tardi, quasi la notte, avevamo ricevuto il segnale definitivo che era "Domani all'ippodromo si corre". E allora le nostre Brigate che assommavano ad un insieme di 4500-5000 uomini, durante la notte han preso le armi e hanno spazzato via i tedeschi e i fascisti. Vi sono state azioni singole specialmente in difesa delle fabbriche e dei punti nevralgici: il telegrafo, i telefoni della TIMO, ecc., punti in cui vi sono state più che scaramucce, delle vere lotte, tanto è vero che noi abbiamo avuto 54 morti quella notte stessa. Alla mattina perciò la città era completamente libera, non solo libera, ma completamente festante». 

alleati a Milano

Il generale Clark, comandante in capo delle Armate, non intendeva però fermarsi in città a festeggiare la vittoria. «Bologna è un simbolo - egli aveva detto alle truppe, ma la distruzione delle forze nemiche rimane il nostro obiettivo più importante». È giunto il momento tanto atteso, di dare via libera ai carri armati sulle strade che il nemico non ha avuto nemmeno il tempo di minare.

A meno di due settimane dall'inizio dell'offensiva, il fronte tedesco non esisteva più. Sulla destra l'Armata inglese lo ha sfondato per prima, seguita dalla V Armata al centro. Il giorno della liberazione di Bologna inizia la grande galoppata verso le città della pianura. Gli americani premono anche sull'ala sinistra, dove la resistenza tedesca continua accanita lungo il litorale tirrenico. Genova è ancora lontana, ma la città sta preparando la sua insurrezione.

Ce ne parla il presidente del CLN della città Giovanni Savoretti: 

«Alle prime luci del mattino del 23 si scatenò in tutta la città e sulle alture circostanti l'insurrezione. I più importanti combattimenti avvennero in porto e segnatamente alla stazione marittima, qui di fronte, alla stazione Principe, in piazza de' Ferrari dove squadre d'azione patriottica e gruppi d'azione patriottica attaccarono i carri armati tedeschi incendiandoli. In tutta la zona industriale, là negli stabilimenti dove operai difesero il loro lavoro, ai cantieri Ansaldo e nelle altre industrie di Genova; a Levante, a Sturla e un po' in tutte le vie della città, tanto che il generale comandante la Divisione accettò di recarsi il 24 sera nella casa del compianto Cardinal Boetto per trattare col comando della Resistenza ligure l'atto di resa». 

Un esercito regolare ancora efficiente e ben comandato che s'arrende al popolo in armi: è un fatto nuovo nella storia d'Italia. Eppure non provoca meraviglia. Ottomila tedeschi si sono consegnati ai genovesi perché non avevano altra via d'uscita, senza proteste o ribellioni, con la procedura normale che si usa in simili faccende fra vinti e vincitori. E la città è libera.

Il 24 aprile, giorno dell'insurrezione di Genova, le truppe alleate, che da Bologna dilagano nella pianura, già corrono lungo la via Emilia puntando verso Milano. Nello stesso momento raggiungono la riva destra del, Po da Ostiglia a Ferrara. È troppo tardi perché i tedeschi possano organizzare una resistenza sul fiume. Non c'è più tempo di scavare una trincea né di piazzare una batteria.

L'aviazione alleata non dà respiro.

Le avanguardie dell'esercito arrivano subito dopo.

I tedeschi hanno dovuto ubbidire agli ordini di Hitler: resistere fino all'estremo per tenere tutta la vallata. Costretti alla ritirata, si sono accorti che il fiume in piena, con tutti i ponti distrutti, è diventato davvero invalicabile: ma invalicabile per loro. Fino a due giorni prima hanno cercato di passare dall'altra parte, sotto il fuoco dei cacciabombardieri, dando l'assalto agli ultimi traghetti e abbandonando in disordine armi e automezzi. Molti sono annegati tentando di attraversare il fiume dentro tinozze o aggrappati a travi di legno o a materassi. Più di diecimila, rimasti sulla riva destra, si sono dati prigionieri. Ora gli Alleati passano in forze, verso il cuore dell'Italia Settentrionale, dove dilaga l'offensiva partigiana.

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Ne parla Dino Baracco del CLN di Torino: 

«La città di Torino insorse il 24 aprile. Per tre giorni si combatte aspramente in ogni punto vitale della città: attorno alle fabbriche, alla STIPEL, alla Caserma Cernaia, alla Casa Littoria ed alla Caserma di via Asti dove vengono impiegate dalle formazioni partigiane armi anticarro e pezzi di artiglieria. Nella notte dal 27 al 28 i superstiti reparti nazifascisti abbandonano in disordine la città ed il mattino successivo il CLN si trasforma in Giunta di Governo, ed assume i pubblici poteri con l'insediamento del prefetto e del sindaco.

Le giornate del 29 e del 30 aprile sono particolarmente drammatiche. Due Divisioni tedesche perfettamente armate decidono di aprirsi un varco attraverso la città per raggiungere la Svizzera. Sono circa 35.000 uomini perfettamente armati e disposti a tutto.

Il generale Schlemmer, attraverso la Curia, chiede di poter passare indisturbato. La risposta del CLN e del Comando Militare Regionale Piemontese è una sola: resa senza condizioni. Le truppe naziste scendono verso la città, ma giunte in prossimità della stessa e di fronte allo spiegamento delle truppe partigiane, si ritirano defluendo verso il Canavese.

Il 30 aprile la città è libera e salva». 

Ormai è finita. E se gli alti comandi tedeschi indugiano ancora a compiere l'ultimo passo, le truppe decidono per conto proprio, e si arrendono. Non c'è tempo di contare i prigionieri. Il problema è solo di radunarli da qualche parte perché non ingombrino le strade. Sono decine di migliaia. Al 30 aprile saranno oltre centomila.

Le immagini di una rotta si ripetono. Le armi abbandonate sono montagne, ma non fanno paura. Arrugginiranno sui margini delle strade, nei prati, come ferraglia. Anche i simboli del regime che per sei anni ha terrorizzato l'Europa, finiscono fra i rottami.

 

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Finalmente anche per Milano è la liberazione. Ce ne parla Leo Valiani del CLN Alta Italia: 

«Il 19 aprile demmo l'ordine dello sciopero generale ferroviario che, iniziato si il 23 aprile, paralizzò le comunicazioni tedesche. Il mattino del 24 aprile io ricevetti da Genova la telefonata che mi annunciava l'avvenuta insurrezione di quella città. Diramammo l'ordine dello sciopero generale insurrezionale che ebbe inizio in Milano con lo sciopero dei tramvieri e con l'occupazione delle fabbriche da parte delle maestranze alle ore 13 del 25. Quel giorno stesso il Comitato di Liberazione per l'Alta Italia doveva incontrare Mussolini e Graziani per una eventuale resa delle truppe fasciste. Mentre il colloquio dei nostri delegati si svolgeva in Arcivescovado, l'insurrezione divampava in tutta Milano. Forse il primo atto insurrezionale fu compiuto da una squadra di Corrado Bonfantini che fece occupare da partigiani alle sue dipendenze tutta una serie di commissariati. La sera mandai per iscritto l'ordine dell'insurrezione alle Guardie di Finanza. La città era ancora largamente occupata dalle formazioni fasciste e da cospicue forze tedesche. I cinquecento militi della Guardia di Finanza avrebbero potuto essere facilmente sopraffatti, però la loro tempestività fece sì che le reazioni avversarie furono pochissime. All'alba del 26 aprile la liberazione della Prefettura ad opera della Guardia di Finanza comunicava con un urlo di sirena ai milanesi l'avvenuta liberazione della città». 

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Come Genova, come Torino, Milano si era liberata da sola. E come in quelle città, i prigionieri tedeschi passavano tra due ali di folla eccitata: ora generali e colonnelli dovevano ubbidire ai tanto odiati capi delle squadre partigiane e affidarsi alla loro protezione.

1945 aprile Milano tedeschi prigionieri

Arrestato mentre fuggiva verso la Valtellina, il 28 aprile Mussolini venne fucilato da un distaccamento partigiano a Giulino di Mezzegra.

 

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Il giorno dopo, piazzale Loreto. A Milano era cominciata l'avventura del dittatore e qui ne avveniva l'epilogo. Fu un penoso eccesso, e il CLN Alta Italia, in un suo comunicato, disse che non si sarebbe più ripetuto nel nuovo clima di libertà e di legalità che doveva seguire la fase insurrezionale. Un eccesso, è vero: ma era stato il fascismo con le sue violenze e crudeltà a dare l'esempio.

Ora gli Alleati potevano entrare. Erano amici attesi da tempo, non avevano nemmeno più la fisionomia di soldati di un esercito liberatore. La guerra per loro era finita. Continuava ancora a Oriente, verso il Veneto. A Milano, militari e civili potevano già celebrare la vittoria.

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Gli ultimi due giorni d'aprile la V Armata aveva raggiunto sulla sinistra tutte le principali città dell'Italia nordoccidentale, trovandole già liberate dai partigiani.

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Sulla destra del fronte, l'inseguimento del nemico in rotta era continuato a ritmo incalzante. Varcato il Po, il 25 aprile gli americani puntavano su Verona, mentre l'VIII Armata si avvicinava al corso inferiore dell' Adige pensando di trovare resistenza sulle posizioni tedesche lungo il fiume.

I «Bunker» mezzo coperti dal fogliame che vi sorgono ancora, costituivano nella primavera del '45 la linea dell'Adige verso il mare. Erano fortificazioni poderose, costruite senza risparmio di materiali, come se la guerra fosse ancora tutta da combattere. Sono rimaste pressocché intatte, i tedeschi neppure si provarono ad usarle. Ordinando la resistenza ad oltranza a Sud del Po, Hitler aveva reso impossibile ogni altra difesa.

Gli Alleati sostarono si in riva all'Adige, ma solo per riordinare le loro Divisioni. Poi l'inseguimento riprese, e la V Armata entrò a Verona il 26 aprile, dividendosi quindi in due colonne. Una risali la valle dell'Adige verso il Brennero, l'altra avanzò nel Veneto costeggiando le Prealpi.

A Verona, dov'era il comando americano, i partigiani portarono da Como, prigioniero, il maresciallo Graziani. Per quasi due anni egli s'era illuso di comandare un esercito. Ora avrebbe dovuto rispondere, come un soldato semplice, alla giustizia del suo Paese.

La corsa volgeva alla fine. Il 28 aprile gli americani raggiungevano Vicenza. Qui c'era ancora odore di guerra. I tedeschi se n'erano andati da poco lasciando indietro qualche soldato fanatico che, insieme a franchi tiratori fascisti, si sforzava di prolungare la resistenza. Erano tentativi disperati e inutili, che però bisognava eliminare uno ad uno, Alleati e partigiani insieme.

Si trattava comunque di episodi sporadici, che turbavano appena l'atmosfera festosa della liberazione.

La città aveva molto sofferto a causa della guerra. Il palladiano palazzo Chiericati era stato colpito dalle bombe durante un'incursione aerea. I suoi parchi e giardini ora servivano da campi di raccolta per i prigionieri tedeschi.

Vicenza era all'estrema destra dello schieramento americano. Da qui fino all'Adriatico si estendeva il settore dell'VIII Armata. Oltrepassato l'Adige, questa liberava Padova da sud avvicinandosi a Mestre e a Venezia.

Della liberazione di Venezia parla Eugenio Gatto membro di quel CLN: 

«L'insurrezione a Venezia, come nelle altre città d'Italia, era nell'aria; essa venne ordinata la sera del 24 aprile; la mattina del 25 si arresero i fascisti e la resa venne firmata dai tedeschi ma i tedeschi non volevano arrendersi incondizionatamente. Si ritornò in Prefettura e in Prefettura il Comitato Militare decise di ottenere la resa incondizionata.

Nel frattempo i tedeschi avevano telefonato in Patriarcato che intendevano arrendersi e in Piazza San Marco era ormai tutta una sparatoria. In tutta la città vi erano scaramucce e si sparava un po' ovunque e i tedeschi non avevano il coraggio di venire, dal Palazzo Reale dove si trovavano, al Patriarcato per trattare.

Fu allora che il Comitato di Liberazione decise di andarli a prendere e la scena del passaggio dei tedeschi attraverso Piazza San Marco è una scena che è stata filmata non sappiamo assolutamente da chi. Siccome piovigginava e vi era bisogno di una bandiera bianca, la bandiera bianca venne fatta con un ombrello e con un fazzoletto che era di Monsignor Urbani, oggi Cardinale, Patriarca di Venezia.

In Patriarcato si trattò la resa; le condizioni tecniche, diremo così, della resa furono discusse nell'Hotel Europa e lì noi ottenemmo la carta delle mine dell'Adriatico. I tedeschi poi se ne andarono da Venezia.

In quest'episodio della resa fu meraviglioso l'esplodere del sentimento di libertà e del sentimento patriottico dei cittadini veneziani, i quali si misero a gridare: "viva l'Italia!", "fuori i tedeschi!", "viva il Comitato di Liberazione!"». 

Il passo del Brennero, dov'era ancora inverno, fu il punto più a nord raggiunto dalla V Armata. Da questo valico, nell'estate del '43, i tedeschi erano calati in Italia per sottometterla al loro volere. Ora la situazione si era capovolta: cacciati dall'Italia, essi lo ripassavano come prigionieri.

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Ad Est, verso Trieste, l'VIII Armata andava in fretta. C'era chi marciava ancora più rapidamente. Quando i neozelandesi giunsero a Monfalcone, i partigiani di Tito li avevano preceduti. Era il 10 maggio e già era in corso una manifestazione per la Jugoslavia. Appena arrivato, il generale Freyberg, che non poteva rifiutare l'incontro con gli ufficiali di un esercito da anni in guerra contro i tedeschi, si trovava coinvolto, suo malgrado, nella complessa questione di Trieste.

Per Trieste ci parla Antonio Fonda-Savio, che fu eletto sindaco subito dopo la liberazione:

«Nella notte sul 30 il CLN dispose che si passasse all'insurrezione generale ed io difatti, alle cinque del mattino, feci suonare le sirene. Noi eravamo circa duemila volontari male armati contro circa quindicimila militari tedeschi armatissimi, ma già nelle prime ore del mattino avemmo i primi successi: i combattimenti con alterne vicende avvennero alla stazione centrale, che fu presa, persa, ripresa e, contemporaneamente, entrarono in azione tutte le squadre antimine che erano state predisposte per evitare che il porto fosse fatto saltare. I combattimenti continuarono nella mattina e nel pomeriggio e, nel pomeriggio, i tedeschi erano ormai rinserrati in alcuni capisaldi, tanto che il Comando pensò bene di prendere contatto con noi per trattare la resa. Senonché, nel frattempo, le avanguardie del IX Corpo dell'esercito regolare di Tito si avvicinarono alla città e vi entrarono il mattino del 10 maggio e come esercito regolare presero in mano la situazione. Essi, rompendo la tregua che si era praticamente instaurata, attaccarono i tedeschi i quali risposero con un bombardamento indiscriminato delle loro artiglierie sulla città, mentre aeroplani alleati, contemporaneamente o quasi, bombardavano le motozattere tedesche sulle rive causando danni anche alla città. lo cercai di prendere contatto con le truppe neozelandesi che stavano avvicinandosi a Trieste e il pomeriggio del 2 maggio riuscii ad incontrare il generale Freyberg a Grignano e lo pregai di affrettare la sua marcia in modo da poter venire a prendere in consegna il palazzo della Prefettura e quello del Municipio che i miei ancora occupavano. Sennonché egli non lo fece ed il mattino del 3 la città era completamente in mano, ormai, delle truppe di Tito le quali vi rimasero per circa quaranta giorni, fino al 12 giugno».

Il 3 maggio anche i soldati di Freyberg entrarono in città. I triestini li avevano attesi con ansia, ma il loro entusiasmo ebbe breve durata. Vedendo neozelandesi e titini che fraternizzavano, e la folla dei simpatizzanti jugoslavi che manifestava in piazza dell'Unità dove, in altra epoca, essi avevano acclamato l'Italia, i triestini si sentivano traditi e delusi. Essi temevano che l'occupazione titina preludesse ad un'annessione definitiva alla Jugoslavia. Ma gli Alleati avevano preso degli impegni con l'Italia a proposito di Trieste, ed erano contrari alle richieste di Tito. Per chiarire la situazione Clark si recò nella città contesa, incontrandosi con i suoi generali. Gli inglesi, soprattutto, erano decisi a non cedere alle pressioni jugoslave.

Mentre le discussioni si protraevano, la marina inglese entrò nel porto. Era un fatto abbastanza eloquente. Nei giorni successivi ci furono momenti in cui la tensione giunse a un punto drammatico, oltre il quale sembrava che le due parti dovessero ricorrere alle armi. Ma la ragione finì per prevalere. Non ci sarebbe stata una guerra per Trieste.

Militarmente la campagna d'Italia era finita; dopo quasi due anni, che avevano causato al nostro Paese lutti e rovine, ma aprivano anche un nuovo capitolo della sua storia.

Mancava soltanto l'atto ufficiale che sanzionasse la resa tedesca. Il generale Morgan, per conto del maresciallo Alexander, ricevette a Caserta i rappresentanti dell’esercito sconfitto.

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La cerimonia fu breve. Tra il generale inglese ed il delegato tedesco si svolse questo colloquio:

 Generale Morgan: «Lei è disposto a firmare la resa a nome del generale Von Vietinghoff ... comandante delle forze tedesche Sud-Ovest? ».

 Primo delegato tedesco: «Sì ».

 Generale Morgan: «E lei è disposto a firmare per conto del generale Wolff, comandante delle "SS" e plenipotenziario per la "Wehrmacht" in Italia?».

 Secondo delegato tedesco: «Sì, certo».

 Generale Morgan: « Il maresciallo Alexander, comandante supremo alleato mi ha incaricato di firmare per lui. I termini della resa diverranno esecutivi a mezzogiorno».

 Primo delegato tedesco: «Sta bene».

 Generale Morgan: «Vi chiedo allora di firmare i documenti».

 

 

Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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