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Le donne nella Resistenza in Lombardia

5 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Le donne certamente hanno portato nella Resistenza valori specifici e il loro apporto, anche quando facevano le stesse cose, era profondamente diverso da quello degli uomini. Meno politicizzate, sentivano in compenso più forte l'impegno generale per un mondo diverso e migliore; meno militarizzate, erano in compenso più sensibili alla solidarietà nella lotta senza distinzioni di gruppo; meno protagoniste, profondevano anonima abnegazione a piene mani.

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Nei libri scritti da uomini, storici o politici o, più spesso, da ex comandanti partigiani, le donne compaiono poco, talvolta come nota di colore e sono viste quasi sempre in funzione di aiutanti, di collaboratrici anziché di vere e proprie combattenti in prima persona quali sono state. I capi esprimono la loro riconoscenza, quasi che la partecipazione fosse un aiuto da persona a persona e non un intervento diretto in una lotta tesa alla realizzazione di comuni ideali.

Le donne, anzi, avevano un ideale in più: quello della loro personale liberazione, quello di una società diversa in cui diversa fosse la loro collocazione. Di questo non tutte erano consapevoli, soprattutto all'inizio, ma la cosa balza agli occhi nei fogli clandestini, dove si avanzano rivendicazioni quali il voto, la parità salariale e la parità in famiglia.

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Occorre inoltre ricordare che le donne erano tutte assolutamente volontarie, a differenza degli uomini, in particolare dei giovani in età di leva, per i quali una scelta comunque si imponeva: lasciarsi mandare in un campo di lavoro in Germania, entrare nelle Brigate nere o salire in montagna coi partigiani. Le donne avrebbero potuto restarsene a casa tranquille; trovavano facilmente lavoro appunto in sostituzione degli uomini e da amichevoli rapporti coi tedeschi o coi fascisti avevano solamente da guadagnare, in un momento in cui la mancanza di viveri e di altri generi indispensabili, di cui questi largamente disponevano, si faceva sentire in modo drammatico.

Volontarie quindi, e spesso entusiaste, affrontavano rischi e fatiche con uno spirito che stupiva i compagni.

Erano tante. Difficile fare un conto anche approssimato, perché raramente le donne erano iscritte nei ruolini delle formazioni; questo avveniva solo per le combattenti in armi - non poche - che giunsero anche a funzioni di comando con gradi militari poi ufficialmente riconosciuti alla liberazione. La maggior parte assolvevano a compiti di natura diversa, ma non per questo meno pericolosi.

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C'erano le famose staffette, che erano in verità quasi sempre veri e propri ufficiali di collegamento e non solo «battistrada» nelle azioni e negli spostamenti; quel tipo di lavoro era facilitato dalla maggiore possibilità di movimento per le donne, anche in zone controllate dove gli uomini venivano di regola fermati.

C'erano le informatrici, talvolta addirittura infilate come impiegate negli uffici militari o paramilitari tedeschi o fascisti; a queste facevano capo altre, che portavano le notizie interessanti direttamente alle formazioni, a tappe forzate, magari a piedi o in bicicletta, riuscendo spesso a vanificare progettati rastrellamenti.

C'erano le infermiere, che agivano dentro e fuori dagli ospedali nascondendo e curando feriti, o raggiungendoli in formazione; le dottoresse, che sovraintendevano a una complessa rete di ospedaletti da campo.

C'erano le addette alla stampa, che operavano nelle redazioni clandestine e badavano alla distribuzione di giornali e volantini. C'erano le portatrici d'armi, le segretarie dei comandi, le addette alla organizzazione di alloggi clandestini e luoghi d'incontro per i capi militari e politici.

C'era insomma intorno al movimento partigiano, sia in città che sui monti, una fitta ragnatela di donne che facevano tutto, fronteggiando le situazioni più impensate, spostandosi continuamente, aiutandosi fra loro e scegliendosi l'un l'altra con sicuro intuito in cerchi sempre più larghi, sempre più complessi e sempre più fluidi.

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Bibliografia:

Giuliana Beltrami Gradola - Donna lombarda - a cura di Ada Gigli Marchetti e Nanda Torcellan, Milano, Angeli, 1992. 

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