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Le “Lettere dal carcere”

12 Décembre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

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Le “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci sono uno dei documenti più umani, e nello stesso tempo culturalmente e politicamente più importanti.

In primo piano sta una tragedia personale. Sono, quasi tutte, lettere familiari. Le prime portano la data, del novembre 1926 allorquando Antonio Gramsci, segretario del PC d’Italia, fu arrestato nonostante non avesse violato alcuna legge e fosse un parlamentare. Arrestato, confinato, processato, condannato a vent’anni di reclusione. Le ultime risalgono all'inizio del 1937. Gramsci sta per morire: il fascismo è riuscito ad ucciderlo lentamente.

Le lettere sono indirizzate a due nuclei familiari. C'è la famiglia d’origine, sarda, numerosa. A casa, a Ghilarza, vivono il vecchio padre, la madre, le sorelle. Antonio è il quarto dei sette figli di Francesco Gramsci e di Peppina Marcias. Da tempo è lontano dai paesi natii, posti nel mezzo dell'isola («Come mi piaceva da ragazzo la valle del Tirso sotto San Serafino ...»), c'è tornato per pochi giorni due volte, di sfuggita. Quando viene arrestato ha trentacinque anni è un uomo giovane; quando muore, il 27 aprile 1937, ne ha appena compiuti quarantasei. I corrispondenti da casa, da Ghilarza, sono la madre, due delle tre sorelle, Teresina e Grazietta, oltre a un fratello minore, Carlo, che vive sul continente, a Milano.

L'altra famiglia, quella acquisita, è russa. La moglie, Giulia Schucht, gli ha dato due bambini, Delio e Giuliano. C’è una sorella maggiore di Giulia, Tatiana, l'unica costante corrispondente del detenuto. Tatiana è straordinariamente affettuosa verso il congiunto.

Tatiana, inoltre, trasmette desideri, richieste pratiche, domande culturali o giuridiche di Antonio, all'altro personaggio che sta un po’ nell’ombra ma sempre presente, l'amico più caro di Gramsci, Piero Sraffa. Questi, antifascista, torinese, vicino ai comunisti che ha conosciuto nella prima giovinezza (quelli dell'«Ordine Nuovo»), insegna a Cambridge ed è un economista di grande valore.

A volte nelle lettere, dibattendo di questa o quella questione (le razze, ad esempio) Antonio ne approfitta per fornire uno spaccato autobiografico, persino da albero genealogico: «lo stesso non ho razza; mio padre è di origine albanese recente (la famiglia scappò dall'Epiro dopo o durante la guerra del 1821 e si italianizzò rapidamente); mia nonna era una Gonzales e discendeva da qualche famiglia italo-spagnola dell'Italia meridionale (come ne rimasero tante dopo la cessazione del dominio spagnolo); mia madre è sarda per il padre e per la madre, e la Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847 ... Tuttavia la mia cultura è italiana fondamentalmente e questo è il mio mondo».

Un altro tema delle lettere è quello dei figli, della loro crescita, della loro educazione. Delio è il più grande e Antonio, il padre, l'ha tenuto in braccio appena nato; Giuliano, invece, non ha mai potuto conoscerlo. Giulia ha lasciato l'Italia quando ne era incinta.

Il significato più vero della testimonianza di Antonio Gramsci, del suo martirio, è contenuto in una delle prime lettere alla madre (che morirà senza poterlo rivedere, così come il vecchio padre, che si spegnerà a settantasette anni di crepacuore alla notizia della morte del figlio). Antonio scrive alla mamma preoccupato che lei possa in qualche maniera «vergognarsi» dinnanzi agli altri perché lui è in carcere, non vuole che si turbi per qualunque condanna gli venga inflitta: «In fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho voluto mai mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione».

Gramsci si spegne nella clinica romana dove era ricoverato dal 24 agosto 1935. Si spegne all'alba del 27 aprile 1937. Da pochi giorni poteva considerarsi libero avendo scontato la pena che era stata ridotta, via via, dalle amnistie del regime (ma un questurino sostava comunque alla portineria della clinica e anche al funerale, seguito da Tatiana e dal fratello Carlo, vi erano più poliziotti che familiari). Gramsci, pensando, prima della crisi finale, a dove sarebbe potuto andare se fosse stato dimesso dalla casa di cura, aveva in mente due «rifugi», le due mete sentimentali delle sue lettere. Aveva chiesto alle sorelle di trovargli una camera a Santu Lussurgiu e aveva già pronta una domanda di espatrio per raggiungere Julca, Delio e Giuliano a Mosca.

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