Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Luglio 1943: dalla Sicilia, l'attacco alla penisola

22 Mars 2012 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #II guerra mondiale

Dalla Sicilia attraverso lo stretto inizia l'attacco alla penisola.

 1943 44 carta geo avanzata alleati Italia  

Il pomeriggio e la notte della vigilia un intenso bombardamento aereo e terrestre sconvolge l'estrema punta della Calabria.

Dall'altra sponda dello stretto nessuno ha risposto al fuoco di 600 pezzi d'artiglieria piazzati sulla costa siciliana. Dove sono i difensori? All'alba, quando le fanterie dell'VIII Armata sbarcano fra Reggio e Villa San Giovanni, non trovano resistenza. I tedeschi sono già in ritirata verso nord e hanno lasciato soltanto deboli retroguardie.

Lo sbarco si svolge in tutta tranquillità. È ancora più facile del 10 luglio in Sicilia. Montgomery continua ad essere assistito dalla fortuna.

La stessa mattina del 3 settembre gli inglesi entrano a Reggio e attraversano la città come in un giorno di manovre. Essi non hanno più il volto dell'invasore. La gente intuisce che un armistizio è imminente, che il nemico sarà d'ora in poi un altro. Calabresi e soldati dell'VIII Armata hanno già fatto la pace.

Nei giorni successivi l'operazione del XIII Corpo britannico in Calabria si sviluppò con due altri facili sbarchi a Bagnara, l'alba del 4 settembre, e a Pizzo, la notte dal 7 all'8, ma senza riuscire a intralciare la ritirata tedesca. Così la V Divisione inglese e la I canadese, ostacolate da numerose interruzioni stradali e dal terreno impervio, poterono giungere il 10 settembre alla linea Catanzaro-Nicastro, facendovi una breve sosta necessaria per il riposo e la riorganizzazione.

Lo stesso giorno dell'attacco alla penisola venne concluso l'armistizio fra l'Italia e gli Alleati. La cerimonia della firma si svolse al quartier generale di Alexander a Cassibile, vicino a Siracusa. Fra i capi alleati c'erano anche Eisenhower e Clark, comandante della V Armata ormai pronta a salpare per Salerno.

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Prima di giungere a Cassibile il Governo italiano aveva esitato. Badoglio credeva di poter negoziare l'armistizio, ma di fronte alla ripetuta richiesta di resa incondizionata dovette rassegnarsi.

Il generale Castellano, delegato del Comando Supremo italiano, era entrato in contatto con i rappresentanti Alleati fin dalla metà di agosto. Poi era tornato a Roma con le loro proposte, consapevole che l'unica possibilità che restava al nostro governo era di accettarle. Soltanto dopo aver compiuto quel passo l'Italia avrebbe potuto sperare in un trattamento più equo di quello che si riserva ai vinti.

Il luogo dove si firmò l'armistizio era nel cuore di un vecchio uliveto appartenente a privati che non s'immaginavano di entrare per un giorno nella storia. Dopo quella breve parentesi, esso ha ripreso la fisionomia di sempre.

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Il generale Castellano, che rappresentava l'Italia, ricorda: 

«Il giorno 2 settembre ritornai a Cassibile nella località nella quale mi attendevano gli ufficiali alleati: il generale Bedell Smith, Capo di Stato Maggiore del generale Eisenhower, il generale Strong, capo dell' "Intelligence Service" presso il comando in capo alleato. Là, sotto una tenda, in un uliveto, riprendemmo la discussione. E mi chiesero se avevo pieni poteri, cioè se avevo la delega per firmare le condizioni dell'armistizio. Risposi che non avevo questa delega. Dovetti fare due telegrammi, tutt'e due pressanti, e attendere la risposta la quale mi venne ventiquattr'ore dopo. Queste ventiquattr'ore furono molto tristi per me perché vedevo gli Alleati in un atteggiamento ostile, forse perché ritenevano che noi avessimo ricorso ad un tranello e non volessimo poi, all'ultimo, firmare come convenuto. Il giorno 3 venne la delega da parte del maresciallo Badoglio e alle 17,30 firmai il documento». 

Il testo dell'armistizio firmato, per la parte americana, dal generale Bedell Smith, consisteva in dodici articoli dei quali alcuni particolarmente duri. Altri erano contraddittori. Per esempio, mentre esigevano che l'Italia s'impegnasse con le armi contro i tedeschi, gli Alleati ci disarmavano, e si rifiutavano di informare per tempo dello sbarco le autorità italiane. Fu così che si arrivò al disastro dell'8 settembre.

In realtà, gli anglo-americani non si fidavano ancora del governo italiano; dopo tre anni di guerra non potevano d'un tratto considerare l'Italia come un'alleata.

Nella nostra memoria il 3 settembre con tutte le sue incongruenze resta una data fondamentale: quella che segnò la fine di un'avventura nella quale l'Italia era entrata senza seri motivi, irrazionalmente, e con forze impari. Per i nostalgici di quell'epoca che allora si chiuse, l'armistizio del 3 settembre è un'onta. E infatti hanno distrutto la lapide che ricordava la data. Ma non è sopprimendo le parole che si distrugge il fatto ch'esse rievocano.

Il contadino dell'uliveto conserva un tavolo ch'egli sostiene sia quello su cui Bedell Smith e Castellana firmarono l'armistizio. Le fotografie dell'avvenimento sembrano contraddire l'autenticità del cimelio. Comunque l'orgoglio con cui il nostro contadino lo custodisce e lo fa vedere ai visitatori dimostra che anch'egli ricorda il 3 settembre come un giorno di speranza e di pace.

Non curandosi di quanto sta accadendo in Italia, il giorno stabilito gli Alleati fanno scattare l'operazione «Valanga». La V Armata di Clark naviga verso il golfo di Salerno, punto di partenza, secondo i piani, della successiva rapida avanzata su Napoli e Roma.

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Alle 18,30 mentre i convogli sono in mare, giunge da Radio Algeri la voce di Eisenhower: 

«Qui è il generale Dwight D. Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate. Le Forze Armate italiane si sono arrese senza condizioni. Come comandante in capo alleato ho concesso un armistizio militare, i cui termini sono stati approvati dai Governi del Regno Unito, degli Stati Uniti, dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; agisco pertanto nell'interesse delle Nazioni Unite. Il Governo italiano si è impegnato ad attenersi a queste condizioni senza alcuna riserva.

L'armistizio è stato firmato dai miei rappresentanti e dai rappresentanti del maresciallo Badoglio e diviene immediatamente effettivo. Le ostilità tra le Forze Armate delle Nazioni Unite e quelle dell'Italia cessano in questo momento. Tutti gli italiani che operino per respingere l'invasore tedesco dal suolo italiano, avranno l'assistenza e l'appoggio delle Nazioni Unite».

Mentre a Roma l'annuncio provocava un grave stato di incertezza, sulle navi favorì un'atmosfera di pericoloso rilassamento. I soldati alleati immaginavano che dopo lo sbarco li avrebbe attesi una lunga passeggiata fra le bellezze storiche della penisola. Il comando sperava nella sorpresa.

I tedeschi aspettavano lo sbarco proprio in quel punto, e all'alba passarono all'attacco con l'aviazione.

Decollando dagli aeroporti di Napoli gli «Stukas» piombarono sulle navi all'ancora nel golfo. Per due ore gli aerei con la croce nera furono padroni del cielo. Poi, con l'arrivo dell'aviazione alleata, praticamente scomparvero.

Mentre gli sbarchi alleati continuavano, Kesselring attuava le prime contromisure per contenere la testa di ponte alleata. Egli aveva disposto le sue difese sulla spiaggia. La costa era disseminata di mine per una profondità di cento metri. Dalle colline le artiglierie tenevano sotto il tiro tutto l'arco costiero; gruppi di carri armati erano nelle vicinanze pronti ad intervenire.

La battaglia fu subito aspra; sullo slancio, inglesi e americani travolsero le prime difese spingendosi verso l'interno. 48 ore dopo lo sbarco, le prospettive, per gli Alleati, erano favorevoli. L'ottimismo di Clark, sceso a terra in ispezione, sembrava dunque giustificato.

Ma l'11 settembre la situazione mutò. Nel settore settentrionale «rangers» e «commandos», che erano sbarcati a Maiori e Vietri, s'imbattevano sulle alture soprastanti in una crescente resistenza. Le altre due Divisioni del X Corpo britannico occupavano l'aeroporto di Montecorvino, ma erano costrette a lasciare Battipaglia. A sud, il VI Corpo americano si spingeva verso Persano e Altavilla, incontrando, su tutto il fronte, difficoltà sempre maggiori. Al centro, presso la foce del fiume Sele, rimaneva fra i due Corpi alleati, una pericolosa breccia di 16 chilometri.

Il mattino del 9 i romani si svegliarono presto, dopo una notte agitata. La sera prima, dai microfoni della radio, la voce impersonale di Badoglio aveva comunicato l'avvenuto armistizio. Ma i romani non sapevano nulla di come erano andate le cose.

La prima notizia era stata data dall'agenzia Reuter alle cinque e mezza del pomeriggio. Poco dopo era arrivato un telegramma in cui Eisenhower intimava a Badoglio di rompere gli indugi e di dare l'annuncio al Paese entro le ore 8 della sera stessa. Allora si era riunito frettolosamente al Quirinale il Consiglio della Corona. Gli avvenimenti precipitavano. Bisognava far presto. D'altra parte non esistevano serie alternative all'accettazione del fatto compiuto: la ragione consigliava di piegarsi. Alla fine Badoglio s'era avviato verso la sede della radio, già pensando di lasciare Roma. Che cosa succederà ora? Le truppe che presidiano la capitale, ma non hanno ordini precisi, saranno capaci di resistere ai tedeschi?

L'8 settembre sei grandi unità italiane erano schierate intorno a Roma.

A Sud la Divisione autotrasportata «Piacenza» e la Divisione di fanteria «Granatieri di Sardegna»; nella zona di Tivoli la Divisione corazzata «Centauro» incompleta e poco fidata; in città la «Sassari », adibita a servizi d'ordine pubblico; a Nord la Divisione motorizzata «Piave» tra la via Cassia e la Tiburtina, e la Divisione corazzata «Ariete» attorno al lago di Bracciano.

I tedeschi avevano due Divisioni rinforzate, una a sud di Roma attorno a Pratica di Mare e l'altra a nord, nel Viterbese. Circa 60.000 uomini con 650 mezzi corazzati.

Il 9 settembre alle 5 di mattina l'«Ariete», al comando del generale Raffaele Cadorna, ebbe l'ordine di trasferirsi a Tivoli.

La Divisione stava già combattendo in questa zona, fra Monterosi e il vicino laghetto, contro le avanguardie corazzate tedesche che scendevano per la via Cassia.

Più tardi violenti scontri avvennero fra Manziana e Bracciano sulla via Claudia per sbarrare ad altre colonne della III «Panzer Grenadiere» la strada di Roma. I tedeschi persero alcune centinaia di uomini, venti carri armati e diversi automezzi.

Intanto, mentre le Divisioni «Piacenza» e «Sassari» si dissolvono, anche la «Piave» riceve l'ordine di trasferirsi a Tivoli. Tuttavia il generale Tabellini, che comanda la Divisione, guadagna tempo.

Alle 7 un battaglione di paracadutisti tedeschi viene lanciato nella zona di Monterotondo, sulla sinistra del Tevere, per catturare lo Stato Maggiore italiano, che, però, non è più sul posto. La «Piave» reagisce: all'Osteria del Grillo, nei pressi del ponte, un caposaldo resiste per varie ore. Nel pomeriggio, 600 paracadutisti asserragliati nel castello di Monterotondo avviano trattative di resa. A Mentana, tre chilometri più a Est, reparti tedeschi penetrati nell'abitato ne vengono cacciati dai cittadini armati al comando di un tenente dei carabinieri.

Il trasferimento dell'«Ariete» e della «Piave» nella zona di Tivoli si completa la sera del 9. L'operazione è avvenuta in conseguenza della decisione presa dal governo di rinunciare alla difesa di Roma. Il Comando Supremo ha impartito l'ordine per mano del generale Roatta alle cinque di mattina mentre la famiglia reale, Badoglio e lo Stato Maggiore si accingevano ad abbandonare la capitale.

Dall'edificio del Ministero della Guerra in via XX Settembre, dove Vittorio Emanuele e il suo seguito hanno trascorso la notte, percorrendo le strade che conducono alla via Tiburtina, il corteo regio ha lasciato di buon'ora la città, diretto verso l'Abruzzo e la costa adriatica.

Perché questa grave risoluzione che agli occhi degli italiani sembra una fuga? La verità è che Roma non poteva essere difesa. Se i tedeschi fossero entrati in città, catturando il re e Badoglio, l'Italia non avrebbe più avuto un governo legittimo per trattare con gli Alleati e rendere esecutive le clausole dell'armistizio. La fuga era dunque una necessità politica. Però fu attuata nel peggiore dei modi, confusamente, senza lasciare ordini ai soldati che rimanevano.

Per tutta la giornata del 9 settembre si combatté accanitamente a sud di Roma, nel settore della «Granatieri di Sardegna», già attaccata la sera prima da forti autocolonne tedesche; ai caposaldi di Valleranello sulla via Ardeatina, e allo sbocco della via Ostiense presso il Tevere, fra la Magliana e l'EUR. In questa zona gli attacchi tedeschi sono particolarmente violenti: ma i granatieri, appoggiati dal reggimento «Lancieri di Montebello», riescono a tenere le posizioni. I tedeschi allora parlamentano: chiedono di attraversare il Tevere sul ponte della Magliana per poi proseguire a nord evitando Roma. Verso sera riprendono gli attacchi all'improvviso, in direzione della città, e i difensori devono organizzare una nuova linea fra la Garbatella e la Basilica di San Paolo.

1943 difesa Roma Ostiense 1943-difesa-di-Roma.jpg

La resistenza è ormai disperata. Lo squilibrio delle forze fa sentire il suo peso, gli ordini sono confusi e contraddittori, c'è in giro aria di disfatta. L'ultimo capitolo della lotta fu scritto il 10 settembre a Porta San Paolo.

L'esercito quel giorno a Roma divenne a un tratto popolare. Soldati e cittadini davanti al comune nemico si riconobbero.

I tedeschi avevano vinto grazie alla superiorità di armamento e alla tempestività con cui avevano condotto l'azione. Ma la lotta anche se breve, era stata dura. Alla fine fu raggiunto un accordo; le truppe italiane impegnate nella difesa della capitale, deponevano le armi, e i tedeschi si impegnavano a riconoscere Roma come città aperta. Nel tardo pomeriggio del 10 settembre alcuni reparti germanici entravano in città, ponendo i loro presidi nei punti di vitale interesse.

Cominciava l'occupazione, una delle più terribili in Italia. Sarebbe durata nove mesi. Sottoposta alle leggi di guerra tedesche, Roma avrebbe visto ogni giorno sui muri gli ordini dello straniero.

Quello stesso giorno l'esercito italiano finiva di dissolversi. I soldati lasciavano le caserme e si disperdevano, come per una colossale libera uscita, senza più ritorno.

Un solo desiderio: andare a casa. S'avviavano a piedi fuori delle strade, per non incontrare i tedeschi, affollavano gli scali ferroviari sperando di trovar posto su un carro merci. All'inizio andavano ancora a gruppi per la paura di trovarsi soli. Il regio esercito italiano, che aveva combattuto per tre anni con sacrificio e con alterna fortuna, in quarantotto ore era finito.

Intanto, il mattino del 9, obbedendo agli ordini, le navi della squadra di La Spezia si dirigevano verso Malta per andare a consegnarsi agli Alleati.

Alle tre del pomeriggio la squadra fu avvistata nel golfo dell'Asinara a nord-ovest della Sardegna da una formazione di caccia bombardieri tedeschi.

Colpita in pieno da due bombe la corazzata «Roma» affondò con 1.350 marinai, ma il resto della squadra poté proseguire.

Fuori d'Italia il nostro esercito si difese ovunque. A Corfù la resistenza si protrasse fino al 25 settembre.

Anche a Cefalonia, presidiata dalla Divisione «Acqui», le ostilità cominciarono con violenti attacchi aerei.

I difensori dell'isola votarono all'unanimità la resistenza ad oltranza, mentre rinforzi tedeschi arrivavano dalla Grecia. Un'intimazione di resa venne respinta e la battaglia continuò fino al 24 settembre, quando la Divisione dovette arrendersi.

Cefalonia vide uno dei più spaventosi massacri della seconda guerra mondiale. Furono fucilati insieme con il Comandante, 400 ufficiali e 5.000 soldati. In quei giorni l'esercito italiano nei Balcani e in Egeo ebbe 32.000 morti e 8.000 feriti.

Dappertutto infuriò la repressione. Quanti sfuggivano alla rappresaglia immediata erano avviati ai campi nazisti di raccolta, e di qui nei «Lager» della Germania e della Polonia. Privi del riconoscimento giuridico di prigionieri di guerra, erano considerati «internati civili», in balia di un nemico spietato. In due anni ne morirono circa 50.000.

Non tutti i nostri soldati sorpresi dall'armistizio nei territori occupati furono uccisi o fatti prigionieri. Dove esisteva un movimento di resistenza, molti superstiti delle nostre Divisioni vi si unirono, per continuare insieme la lotta. Così in Jugoslavia con i partigiani di Tito, in Albania, in Grecia. Dalle rovine dell'esercito regio cominciava la Resistenza.

Dunque non tutto è crollato. C'è un'Italia, di cui si conosceva appena l'esistenza, che sta emergendo ovunque, anche a Roma, proprio nel mezzo della disfatta. A Roma, il pomeriggio del 9 settembre, in una via silenziosa, al secondo piano di una casa dall'apparenza anonima, si riunirono alcuni uomini, diversi per origini e idee.

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C'erano, fra gli altri, De Gasperi, Scoccimarro, Casati, Nenni, La Malfa, Ruini, rappresentanti dei sei partiti del Comitato delle opposizioni. Mentre in lontananza si udiva il cannone, essi stilarono questo breve comunicato:

«Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni ».

Ferruccio-Parri.jpgParri riassume così il travaglio di quei giorni: 

«La lotta di liberazione può trovare le sue origini nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre, quando crolla la impalcatura politica e militare dello stato fascista, si apre un vuoto tremendo, drammatico nella vita del Paese e questo vuoto è riempito dalla esplosione simultanea di un movimento che porta giovani di tutte le classi, da tutti i centri e anche dall'università, in montagna. Non sono forse molti, direi alcune centinaia, ma tutti con le stesse decisioni.

Chi sono questi giovani? Di dove vengono? In parte sono dei militari, sono ufficiali che sentono la necessità, l'impegno di vendicare l'onore militare; sono professionisti, sono operai. Vorrei dire che l'unico ordine che essi eseguono è quello che viene dalla loro coscienza. Era la coscienza che maturava la sua formazione già dalle lotte dell'antifascismo. Sono gli eredi e i prosecutori della disfatta della democrazia italiana nel '22 e forse ancor più dopo il delitto Matteotti. E c'è una preparazione più vicina, ed è la preparazione del 1943, quando si manifestano le prime convergenze politiche importanti: ricordiamo gli scioperi del marzo.

Trasformare questo movimento spontaneo di ribellione in una insurrezione organizzata, questo fu il problema grave dei primi mesi. L'incertezza derivava dal fatto della immediata, violenta repressione che si scatenava da parte dei nazisti e dei fascisti, contro ogni accenno di ribellione. Questi gruppi disarmati e disorganizzati avrebbero potuto resistere? E ricordo ancora, vorrei dire con gioia, il giorno in cui ho potuto dare assicurazioni al Comitato CLN di Milano, e s'era a metà di dicembre del '43, che io mi sentivo ormai sicuro che questa lotta aveva messo radici, si era radicata, e non sarebbe stata più estirpata».

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Bibliografia:

Manlio Cancogni in AA.VV - Dal 25 luglio alla Repubblica - ERI 1966

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