Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Ricordando Giovanni Battista Stucchi a trent’anni dalla sua morte

6 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

locandina-ricordo-STUCCHI-Monza0001.jpg

 


 

«… un uomo disinteressato, onesto, che strenuamente si è battuto contro la dittatura e contro i nazisti… Io perdo con Stucchi un amico fraterno …» dal telegramma del presidente della Repubblica Sandro Pertini alla famiglia

Quirinale 31 agosto 1980

 Stucchi con Pertini

 

Giovanni Battista Stucchi nasce a Monza il 9 ottobre 1899, da Ferdinando e Angiolina Prina, famiglia di piccoli industriali. Frequenta il ginnasio a Monza e il liceo Parini a Milano. Sottotenente, dal giugno 1917 al novembre 1918, partecipa alla prima guerra mondiale: è uno dei “ragazzi del '99”.

 Stucchi al fronte 1918A 22 anni si laurea in giurisprudenza presso l’università di Pavia ed esercita la professione di avvocato civilista nella sua città natale. Non si iscrive né al Partito Nazionale Fascista né al Sindacato forense fascista.

Una delle sue grandi passioni era la montagna: ricercava "nella solitudine delle rocce e nel silenzio dei ghiacciai la pace e la serenità dello spirito". Ottimo scalatore e sciatore, partecipava anche alle gare cittadine risultando sempre tra i primi.

Di idee liberal-socialiste, vide con preoccupazione l'avvento del fascismo, la sua trasformazione in dittatura.

Di quel periodo, così scrive Giovanni Battista Stucchi nel suo libro “Tornim a baita":

«vociava il duce dal balcone di piazza Venezia, “chi non è con noi è contro di noi” e poiché io non ero con loro, chiaro che diventavo un nemico, anzi il nemico. Qualche giorno prima della venuta del duce nella mia città per inaugurarvi il nuovo Palazzo di Giustizia ero stato convocato al commissariato di pubblica sicurezza. Il commissario mi conosceva e forse nutriva nei miei confronti una certa stima. Si giustificò col dirmi che la chiamata non era voluta da lui, ma dalla squadra politica romana che accompagnava e tutelava la persona del sommo gerarca nel corso delle sue peregrinazioni per il paese. Mi si ordinava di consegnare, temporaneamente beninteso, il passaporto per l'estero; cosa che non potei esimermi dal fare. Eppure tutto questo era meno di niente rispetto ai venti anni di violenze materiali e morali inferte agli italiani, alle centinaia di assassinati per mano del sicario fascista, alle migliaia di sentenze del Tribunale Speciale (i processati dei Tribunali Speciali furono 5.619 e i confinati circa 15.000), alle condanne a morte o ad anni e anni di carcere e di confino per semplici reati di opinione».

In seguito alle leggi razziali, nel 1938, a un suo amico ebreo fu proibito di entrare nel solito bar; Stucchi decise un gesto di solidarietà e di protesta: né lui né i suoi amici sarebbero più entrati in quel locale.

«Sapevo quale sventura rappresentasse per il popolo italiano la perdita della libertà e mi rendevo conto che il fascismo, per sua stessa logica interiore, avrebbe inevitabilmente tratto alla guerra e alla catastrofe».


Alla vigilia della seconda guerra mondiale viene richiamato alle armi con il grado di capitano degli Alpini, nella Compagnia Comando del Battaglione Valtellina, e spedito alle falde del Monviso.

«Partii ben lontano dal supporre che sarei tornato dopo sei anni e per di più con un’esperienza scottante che ha inciso profondamente nella mia vita».

Stucchi 1941Nel luglio del 1942 viene assegnato al corpo di spedizione italiano in Russia. Gli sarebbe possibile essere esonerato ma decide di partire con i suoi alpini: «Gli alpini mi guardavano in silenzio. No! Non mi sarei mai perdonato di avere recitato l'ignobile farsa dell'armiamoci e partite. ... Partirò con loro, dividerò il loro destino. Solo, pensavo, mi siano lasciate due speranze: di ritornare infine alla mia casa e di non trovarmi intanto nella condizione di dover uccidere».

Sul fronte del Don vive le tragiche fasi della distruzione dei reparti e, nel gennaio 1943, la ritirata tra le nevi, che causa migliaia di prigionieri e di morti assiderati.

Durante la ritirata le truppe italiane vengono accerchiate dalle truppe sovietiche.

Racconta Giovanni Battista Stucchi:

«Da quando eravamo usciti dalla sacca, avevo avuto tempo e modo di riflettere sul mio futuro. Come spesso accade a coloro che hanno camminato a lato della morte e si sono poi trovati al di qua del pericolo, vedevo tutto chiaro, sapevo che la lunga marcia non era finita, che il ritorno alla mia casa altro non sarebbe stato che una tappa dopo la quale avrei ripreso la strada, questa volta di mia volontà.

Se molti nodi restavano da sciogliere, molte le ingiustizie da riparare e i delitti da punire, non sarei rimasto questa volta a spiare attraverso le persiane, avrei bensì continuato a camminare fino a raggiungere quella meta che non era solo la mia meta, ma quella dell’intero popolo a cui appartenevo: libertà di tutti e giustizia per tutti in una Patria che fosse la sintesi della parità dei diritti e dei doveri tra cittadini e non l’espressione dell’egoismo nazionale e, meno che mai, la somma degli egoismi dei gruppi di potere».

 

Stucchi Nikolajewka -

G. B. Stucchi dopo Nikolaevka

 

Tornato in Italia, durante una licenza, nel mese di aprile si reca in Val Brembana, a San Pellegrino, per incontrare la moglie e la figlia sfollate a causa dei bombardamenti aerei sulle città.

Di quell’incontro il ricordo della figlia Rosella: «avevo riabbracciato il mio papà di ritorno dalla campagna di Russia con una medaglia al valore per la battaglia di Nikolaevka: mi ero presentata alla stazione a riceverlo con le medaglie che anch'io avevo meritato a scuola in seconda elementare».

Ai primi di maggio del 1943 G. B. Stucchi si reca a Monza e a Milano per ritrovare Gianni Citterio, Tonio Passerini e Poldo Gasparotto, «tre amici uniti dagli stessi ideali di libertà, in altri tempi compagni di alpinismo e di cospirazione e prossimamente (non ne dubitavo) compagni di lotta».

Così scrive Stucchi del suo contatto con la città:

«Non è che mi aspettassi di trovare un popolo in rivolta, ma di udire almeno qualche voce risoluta che, a costo di rischiare il carcere, si levasse dal malcontento generale a reclamare la cessazione della carneficina e a invocare la fine del fascismo che ne era all’origine. Invece tutto mi appariva tal qual era in passato, tutto procedeva sotto la opprimente cappa dello squallore e della rassegnazione».

Arriva il 25 luglio. Mussolini è destituito e il generale Badoglio, per incarico del Re, ha assunto il potere. Nel paese esplode il sentimento popolare di avversione per il regime, di entusiasmo per la sua caduta e di speranza di pace: nella notte la gente si riversa nelle vie e nelle piazze, i simboli del fascismo, statue e fregi, sono divelti e distrutti.

Racconta Stucchi nel suo libro “Tornim a baita":

«Dopo il 25 luglio la sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che, alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti».

8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fa trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano ha chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima. Mentre le truppe tedesche occupano le principali città italiane del nord e del centro Italia, il re fugge da Roma con la famiglia e il seguito e giunge a Brindisi.

Stucchi, si trova a Fortezza, in Alto Adige, quando arrivano i tedeschi: «ero assai simile all’animale che d’istinto sente il terremoto prima ancora che la terra incominci a tremare. ... Dal gabinetto sgattaiolai sul balcone, scavalcai la ringhiera e, tenendomi ad essa, mi calai fino a toccare con la punta dei piedi il tetto sottostante ... poi il cortiletto ... la strada nazionale del Brennero ... risalire l’Isarco verso Rio di Pusteria per dare l’allarme agli alpini del Tirano ... Il tutto durò più del previsto ... Nulla più da fare per il Tirano ... Non restava che pensare a me stesso.

L’itinerario da me ideato aveva il suo punto d’arrivo a Santa Caterina in Valfurva, nell’alta Valtellina.»

Raggiunge a piedi la Valtellina. La mattina del 15 settembre arriva a Santa Caterina in Valfurva. Alla radio viene trasmesso il comunicato dell'Agenzia Stefani: “Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia”.

Continua Stucchi: «Quali che fossero le difficoltà e i rischi, era subentrata in noi la certezza della fede antica e la coscienza della ineluttabilità della lotta armata, senza quartiere, contro tedeschi e fascisti. Da Tonio (Antonio Gambacorti Passerini) ebbi la conferma dell’avvenuta costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale con la partecipazione dei cinque partiti antifascisti, caldeggiata soprattutto dai comunisti che si proponevano con ciò di caratterizzare in senso nazionale e unitario la lotta contro tedeschi e fascisti. Mia intenzione era di fondare una banda armata in alta Valtellina».

Dopo l’8 settembre circa trecento generali, primo tra loro Rodolfo Graziani, optarono per il Reich e passarono alle dipendenze del nemico. Moltissimi furono i generali che preferirono collocarsi a riposo di propria iniziativa, salvo riemergere a cose finite ricchi di giustificazioni e di pretese.

Coloro che si erano rifiutati di collaborare con il nemico qualcosa avrebbero potuto fare, ma questo esigeva umiltà, coraggio dell’iniziativa: tutte doti queste che mancarono ai comandanti e in particolar modo ai generali italiani.

In seguito ad un incontro a Milano con Gianni Citterio Stucchi apprende che il Partito Comunista aveva già iniziato la mobilitazione dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna. Il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando.

Intanto il Comitato di Liberazione di Milano, su proposta di Ferruccio Parri, aveva deliberato la costituzione di un Comitato Militare avente il compito di assumere la direzione della lotta armata. Detto comitato era composto da cinque membri, uno per ciascuno dei partiti riuniti nel CLN.

Per quanto riguarda il Partito Socialista, Pertini, reduce dal confino di Ventotene, si trovava a Roma, trattenutovi dagli impegni nella direzione del partito; Morandi era stato rilasciato dal reclusorio di Saluzzo, in pessime condizioni fisiche a cagione della grave malattia provocata dal regime carcerario. Solamente nell’estate del 1944 entrambi poterono occupare il loro posto di combattimento e le formazioni armate del partito, con il nome di Brigate Matteotti, fecero sentire il loro peso sia in montagna che nelle città.

All'inizio del gennaio 1944, il Comitato Nazionale di Liberazione centrale, avente sede a Roma, aveva deciso di attribuire le funzioni e i poteri di «governo straordinario del Nord» al CLN di Milano, che di conseguenza prese la denominazione di CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). La stessa qualifica si estese automaticamente al Comitato Militare di Milano (CMAI) da esso dipendente.

La scelta era caduta su Milano per la sua collocazione strategica. Da Milano, in quei tempi in cui le comunicazioni e i collegamenti erano critici, era più facile raggiungere gli altri capoluoghi regionali dell'Italia occupata e la Svizzera italiana, che era divenuta il centro d'incontro tra il summit della Resistenza e le rappresentanze diplomatiche e consolari inglesi e americane.

Fu in quel periodo che il Partito Socialista chiese a Stucchi di entrare nel Comitato Militare del CLN di Milano.

«Accettare la proposta dei socialisti voleva dire per me il passaggio immediato all’azione pratica, alla lotta effettiva».

Partecipa ad una riunione nella quale sono presenti Gianni Citterio, in rappresentanza del PCI e in sostituzione di Longo, Ferruccio Parri, accompagnato da Poldo Gasparotto, Galileo Vercesi, avvocato milanese come delegato della Democrazia Cristiana e il liberale Giulio Alonzi. Al termine della riunione viene deciso che ognuno doveva cambiare identità, per motivi di sicurezza: Parri si chiamava «Valenti», Gianni era diventato «Diomede», Vercesi «Cusani», Alonzi «Frattini»; Stucchi assunse lo pseudonimo di «Magni», nome di un contadino di Missaglia, che era stato suo attendente nella prima guerra mondiale; Gasparotto mantenne il suo nome Poldo.

«Il modo migliore e più efficace di mascherare ogni attività illegale è sempre stato quello di ammantarsi della più ortodossa legalità. Feci pertanto della casa di Monza la mia dimora stabile. Le riunioni del Comitato Militare si susseguivano di norma a distanza di una decina di giorni l’una dall’altra e sempre in luoghi diversi indicati da Parri».

Intanto la Repubblica di Salò, dopo il bando Graziani del 9 novembre 1943, emise quello del 18 febbraio 1944 in cui si ordinava la chiamata alle armi degli appartenenti alle classi 1923, 1924, 1925, con ordine categorico di presentarsi entro il 25 febbraio pena la fucilazione.

La minaccia ottenne due effetti: da un lato provocò l'effettiva fucilazione di numerosi renitenti, dall'altro indusse migliaia di giovani a raggiungere la montagna e passare alle bande partigiane.

«Al Comando Militare ci rendevamo pienamente conto dell'enorme importanza ai fini bellici di tutto ciò che avveniva all'interno delle fabbriche e sconvolgeva i piani tedeschi di produzione e di rapina». Tra gli operai, che rischiavano il carcere e la deportazione nei lager, e i combattenti della montagna si stavano formando vincoli di alleanza e di solidarietà, ciascuno nel proprio ruolo, con le armi il partigiano, col sabotaggio e con lo sciopero l'operaio.

Mentre nel marzo 1943 le maestranze erano entrate in agitazione per reclamare più pane e paghe più elevate, dall'1 all'8 marzo 1944, in tutto il Nord Italia, si svolse uno sciopero generale caratterizzato da una precisa matrice di natura politica: “né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania”.

Tale fu la costernazione dei comandi tedeschi che essi non eseguirono gli ordini impartiti da Hitler all'ambasciatore Rahn e al generale delle SS Otto Zimmermann, ordini che imponevano l'immediata deportazione nei campi di sterminio in Germania di un'aliquota di operai italiani pari al venti per cento degli scioperanti valutati nel complesso a più di un milione, vale a dire un'aliquota di duecentomila unità. In realtà gli arresti non raggiunsero il migliaio.

La notizia degli avvenimenti italiani ebbe ampia risonanza e suscitò stupore e ammirazione in tutto il mondo libero. Il “New York Times” in data 9 marzo 1944 riportava:

“In fatto di dimostrazione di massa non è avvenuto niente nell'Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglia, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese. Ma è una prova impressionante del fatto che gli italiani, disarmati come sono, e sottoposti a una doppia schiavitù, lottano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere”.

 

La morte di tre amici, suoi compagni nella lotta di Liberazione: Gianni Citterio, Poldo Gasparotto, Antonio Gambacorti Passerini

(a loro G.B. Stucchi dedicherà il suo libro di memorie “Tornim a baita - dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola”).

Stucchi incontrò per l’ultima volta Gianni Citterio, iscritto al Partito Comunista clandestino, prima che si unisse agli uomini del capitano Filippo Beltrami con l'incarico di commissario politico. «Nello stringerci la mano all'atto di lasciarci» disse: «tieni presente che da dopodomani cambio pelle; assumerò il nome di Redi». Gianni Citterio cadde, con altri valorosi antifascisti, in combattimento con i tedeschi, a Megolo d'Ossola, il 13 febbraio 1944.

Ha scritto un superstite fortunosamente scampato al massacro: «Sulla nostra destra si era appostato Gianni Citterio (Redi). Me ne accorsi quando sentii che mi chiamava per nome. Ma poco dopo anche da quella parte venne un lamento. "Ritirati, ritirati", gridò il capitano. Ci parve che si muovesse e poi sentimmo un rantolo. Era finita. Anche Gianni era morto».

Inutilmente nei giorni che seguirono il giudice istruttore del Tribunale di Verbania cercherà di accertare l'identità del «commissario Redi». Racconta Stucchi: «quando una settimana dopo potei recarmi al piccolo cimitero di Megolo, vidi che sul tumulo di terra fresca della sua tomba, l'ultima a destra del vialetto centrale, era stata deposta una grande corona di fiori: recava la testimonianza di amore e di riconoscenza degli operai della Rumianca».

L'arresto e l’esecuzione di Poldo Gasparotto.

Con una decina di dirigenti e quadri del Partito d'Azione, Poldo Gasparotto era stato preso a Milano, nelle vicinanze del Castello Sforzesco. Finirono tutti a San Vittore. Fatti scendere nei sotterranei, furono aggrediti dai militi fascisti a suon di nerbate, di pugni, di calci e picchiati a sangue. Poldo Gasparotto fu trattenuto nei sotterranei più a lungo degli altri e sottoposto a speciali “cure”. Volevano che riconoscesse di essere il capo.

Quando, sorretto per le ascelle, fu scaraventato in cella, al primo momento gli amici, i compagni, lo riconobbero dall'impermeabile: era chiazzato di sangue. La faccia appariva gonfia, pesta, sfigurata dalle percosse, gli occhi erano spenti. Poldo si era rifiutato di rispondere ai suoi aguzzini. Venne poi internato a Fossoli. Il 22 giugno 1944, su ordine del Comando delle SS di Verona, fu prelevato dal campo, caricato dai tedeschi su una vettura al comando di un capitano. A mezza strada da Carpi, fatto scendere, venne ucciso.

La fucilazione di Antonio Gambacorti Passerini.

A Monza, nei giorni seguenti il 25 luglio 1943, “Tonio” e Gianni Citterio, avevano stampato e incollato nottetempo sulle saracinesche delle botteghe cittadine volantini inneggianti alla fine della guerra, alla libertà e alla giustizia in favore del popolo oppresso.

Tonio Passerini, socialista, essendo venuto casualmente a conoscenza che a Milano la polizia aveva fatto irruzione nel centro operativo del partito presso lo studio dell’avvocato Beltramini, si recò nei pressi riuscendo ad avvertire in tempo coloro che, sopraggiungendo ignari di tutto, rischiavano di cadere in trappola. Scrive Stucchi: «più di un compagno dovette la propria salvezza al coraggioso e generoso sacrificio di questo mio caro e nobile amico. Non ebbe fortuna e pagò di persona al più alto prezzo».

Un poliziotto, insospettito, scese in strada e lo arrestò. Rilasciato una prima volta fu subito ripreso e riconsegnato ai tedeschi. Venne internato a Fossoli dove, il 12 luglio 1944 nel vicino poligono di Carpi, fu trucidato dalle SS con altri 66 antifascisti.

Racconta la figlia di G.B. Stucchi Rosella: «Io e la mamma rimanemmo in val Brembana, dopo San Pellegrino a San Giovanni Bianco, fino all'estate del 1944. Poi i tedeschi avevano requisito il nostro alloggio e noi, con zie e cugini, ci eravamo trasferite a Piazzo, frazione di San Giovanni Bianco, da dove si percorrevano venti minuti di mulattiera per andare a scuola in paese. Alla fine dell'estate del '44 mi accolse un'altra zia a Clusone (val Seriana), dove rimasi un paio di mesi senza notizie dei miei genitori; ero convinta che fossero morti. In realtà il mio papà era entrato nella Resistenza passando alla clandestinità e la mia mamma stava preparando una nuova sistemazione anche per noi, lontana dalle persone che ci conoscevano, per paura di ritorsioni delle autorità fasciste. In novembre ci trasferimmo così a Milano in corso Sempione, ospiti di una parente di parenti, con il cui cognome, Caronni, io iniziai a frequentare la quarta elementare. Poi per ragioni di sicurezza passai ad un'insegnante privata che veniva in casa».

Nel suo libro “Tornim a baita" Stucchi scrive che «i rappresentanti alleati in Svizzera, allo scopo di rendere più frequenti e spediti i loro rapporti con la Resistenza italiana, avevano richiesto la nomina di un delegato militare stabile in Lugano. Si era anche parlato della persona da destinare a tale incarico ed era stato fatto il mio nome». E così avvenne: la decisione fu presa  in una riunione del CLNAI.

«Di pari passo con la crescita dei problemi, le mie andate a Berna si erano fatte più frequenti e impegnative».

La maggior parte degli incontri di Stucchi, che nel frattempo aveva assunto il nome di Federici, erano con John McCaffery, responsabile dei servizi segreti britannici in Svizzera.

Intanto una delibera del CLNAI aveva stabilito che il Comitato Militare Alta Italia si sarebbe trasformato in Comando Generale Corpo Volontari della Libertà, con uguale strutturazione politica, ma con precisazione dei compiti e conferimento di maggiori poteri. Tale delibera avrebbe favorito l'unificazione e quindi il rafforzamento morale e tecnico-militare dei reparti.

Il 5 settembre, dopo molte insistenze da parte sua, Stucchi ottiene di essere trasferito in Val d'Ossola.

Racconta: «L'idea, non ancora progetto, era di ripulire di fascisti e tedeschi una zona di confine ove concentrare, armare e inquadrare le formazioni partigiane già esistenti in luogo; di fare di esse, nel più breve tempo e non oltre i due mesi, un'unità organica e operante. La zona che a mio parere meglio si prestava allo scopo era la Val d'Ossola ... tramite la delegazione di Lugano ricevetti istruzioni dal CLNAI di provvedere con urgenza al coordinamento militare delle divisioni, brigate e reparti del CVL ivi operanti e ciò per potenziare, attraverso una stretta unione e cooperazione, la lotta di resistenza e di liberazione delle formazioni partigiane».

Alla fine del luglio 1944, il Comando generale del CVL fece un  censimento dei partigiani effettivamente presenti nell'intero territorio occupato dai tedeschi. Secondo le risultanze del conteggio fatto da Parri sulla base dei dati pervenuti, le presenze sarebbero ammontate a 50.000 partigiani, dei quali 25.000 garibaldini, 15.000 di Giustizia e Libertà e 10.000 autonomi a cui si aggiungevano 4.000 unità delle Brigate Matteotti.

Il 9 settembre, per un susseguirsi di fortunati colpi di mano, Domodossola e tutto il vasto territorio circostante erano completamente liberi dall'occupazione nazifascista.

La popolazione aveva accolto i partigiani liberatori con un entusiasmo e una gioia travolgenti.

Il 23 settembre “Federici” veniva riconosciuto come coordinatore dell'azione militare tattica e operativa e qualche giorno dopo si costituiva il Comando della Val d'Ossola, sotto la sua direzione.

 

 

GB Ossola 2G. B. Stucchi in Val d’Ossola

 

Benché l'Ossola non fosse la sola a liberarsi e autogestirsi, la sua vicenda ebbe una maggiore risonanza. Concorrevano a darle rilievo la vastità del territorio (eguagliata solo dalla Carnia libera), l'elevato indice demografico, il notevole livello di industrializzazione, la collocazione geografica che le consentiva da una parte di controllare l'importante valico ferroviario e stradale del Sempione e dall'altra di costituire per i tedeschi una potenziale minaccia sulla pianura padana tra Torino e Milano. Nella zona liberata si costituì quel modello sperimentale di gestione della cosa pubblica che, sotto il nome di «Giunta Provvisoria di Governo dell'Ossola», seppe esercitare il suo potere in ogni settore della vita amministrativa, mantenendo l’ordine pubblico.

Scrive G.B. Stucchi: «Per me l'Ossola, più che un comando di reparto, è consistita in attività più propriamente calata nella politica. Era insomma un prolungamento dell'attività già svolta nel Comitato Militare e come delegato militare in Svizzera. La mia opera consisteva nel trovare un coordinamento delle forze, prima che il coordinamento delle loro azioni e quindi per prima cosa mediare i dissensi di varia natura e cominciare ad essere simbolo della unità delle forze stesse».

Liberata l'Ossola, si decise di costruire opere campali, postazioni, interruzioni stradali, fosse anticarro e si apprestarono anche due campi di aviazione. Gli alleati purtroppo non mantennero le promesse fatte di inviare aiuti.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni: i nazifascisti entrarono in Domodossola il 14 ottobre 1944.

Si decise allora, in considerazione delle cattive condizioni di armamento e di equipaggiamento, di ritornare alla guerriglia, abbandonando ogni piano di difesa delle valli.

Nelle prime ore del 22 ottobre il comandante Federici passa in territorio svizzero con i superstiti della resistenza ossolana e raggiunge Lugano.

All’inizio del 1945 riprende le sue funzioni di membro del Comando Generale del CVL in Milano fino all’insurrezione.

E siamo ormai alle giornate della Liberazione: con i suoi compagni di comando e di lotta, Stucchi sfila per le vie di Milano tra l'entusiasmo dei cittadini, ormai liberi dalla tirannia fascista e dall'oppressione tedesca.

 

distintivo riconoscimento CVL

distintivo di riconoscimento del Comando Generale del CLV

 

 5 maggio 1945 capi CVL 

Milano, 5 maggio 1945. Sfila il comando generale del Corpo Volontari della Libertà:

 da sinistra Argenton, Stucchi, Parri, Cadorna, Longo, Mattei

 

Dopo la guerra tornò alla sua professione di avvocato e dal 1946 al 1975 ricoprì la carica di consigliere comunale a Monza.

Dal 1953 al 1958 fu eletto deputato al Parlamento. In un suo intervento alla Camera dei Deputati del 7 luglio 1954 ha detto: «La nostra Resistenza, nel corso di mesi e mesi, ha costretto il tedesco a distrarre in media un terzo dei suoi effettivi dalla linea di combattimento per tener fronte ai partigiani d'Italia e per assicurare le vie di comunicazione e i depositi nelle retrovie».

 

CVL Torino 1.10.1961 c

Pertini, Stucchi, Longo, Parri e Mattei (Torino 1961)

 

Morì improvvisamente il 31 agosto 1980. È sepolto nel cimitero di Monza, nel “campo della gloria” insieme agli ottanta caduti della guerra di liberazione.

Nell'ottobre del 1983 è stato pubblicato postumo, curato dalla figlia Rosella, il suo libro di memorie “Tornim a baita - dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola”.

 

Condivido le parole di Bruno Di Tommaso, pronunciate per la commemorazione di Stucchi nel Consiglio Comunale di Monza del 3 marzo 1991: «Tornim a baita incarna efficacemente il desiderio degli alpini di tornare alla pace, alla casa, agli affetti, ad una vita civile nella libertà e nella giustizia. Ma oggi questo titolo potrebbe diventare un monito per tutti a non dimenticare le speranze, i sogni, le ragioni profonde della Resistenza per le quali Giovanni Battista Stucchi ha combattutto con onore e per cui tanti hanno donato la loro vita».

 

Renato Pellizzoni

 presidente dell’ANPI di Lissone

 

 

Note bibliografiche:

-      Giovanni Battista Stucchi - Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola – Vangelista Editore, 1983

-      Vittorio D’Amico – Monza nella Resistenza – Edizione del Comune di Monza, 1960

-      AA. VV. – Ricordando Giovanni Battista Stucchi, comandante partigiano, protagonista di battaglie civili e politiche – Comune di Monza e ANPI, 1991

-      AA. VV. – dalla Resistenza – Provincia di Milano, 1975

 

 

 

 

 

Partager cet article

Repost 0