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Rodolfo Graziani: il “più sanguinario assassino del colonialismo italiano”

17 Juin 2008 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

maresciallo Graziani LibiaNel 1930, Rodolfo Graziani aveva coordinato la deportazione dalla Cirenaica di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto libico fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.

E fu ancora lui, il viceré d’Etiopia mussoliniano, a scatenare, in quei giorni di febbraio del 1937, la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada... Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».

I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».

Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope. Una strage orrenda: la repressione fascista in Etiopia vide il martirio di almeno 1.400 religiosi vittime d’un eccidio affidato, per evitare problemi di coscienza, ai reparti musulmani inquadrati nel nostro esercito.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Graziani si schierò con la Repubblica sociale e divenne ministro della difesa. In questa veste tentò di creare, con l’aiuto dei tedeschi, un esercito fascista regolare, che però, invece di essere schierato al fronte contro gli Anglo-americani, ebbe praticamente compiti di polizia interna e di repressione antipartigiana.

In seguito all’ordine di disarmo, firmato da Graziani, 2.500 carabinieri di Roma furono deportati in Germania, il 7 ottobre 1943.

Catturato nell’aprile del 1945, Graziani sfuggì alla fucilazione: processato, nel 1948, dalla corte di assise straordinaria di Roma, poi dal tribunale militare, fu condannato a diciannove anni di reclusione per «collaborazionismo col tedesco invasore». Ne scontò solo cinque e, nel 1950, venne liberato. Divenne presidente onorario del Movimento sociale.

È una vergogna che nel 2012, il comune di Affile, in provincia di Roma abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano».

 

 

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