Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Roma, 25 luglio 1943

20 Juillet 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

Il giornalista scrittore Paolo Monelli, nel suo libro Roma 1943, pubblicato per la prima volta nel 1945, narra “le cose viste e vissute”, gli avvenimenti a cui a preso parte in quell’anno tra i più drammatici della storia d’Italia.

 

Di seguito la cronaca di quel 25 luglio: una storia descritta mentre si svolge nelle vie della città di Roma.

I cittadini aprirono la radio alle 22,45 per il solito giornale radio di quell'ora e non udirono nulla. Insospettiti del silenzio, non girarono subito il bottone. E qualche minuto dopo si udì la voce degli appelli, delle esaltazioni, dei bollettini di guerra, quella che il popolo chiamava «voce Littoria» annunciare senza preambolo: «Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro segretario di. Stato, di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro segretario di Stato il cavaliere maresciallo d'Italia Pietro Badoglio». Poi legge il proclama del re, con quell'ammonimento: «Nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita»; e il proclama di Badoglio, con l'annuncio che la guerra continua, e peggio, con quelle parole: «L'Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni», che offriranno argomento ai disleali tedeschi per accusarci di slealtà verso di loro. Null'altro. ... Una pausa, poi la voce dice, secca: «Fine della trasmissione».

 

E finalmente Roma si desta, capisce di che cosa si tratta. Il silenzio della notte estiva è subito rotto da canti, da grida, da clamori. Un gruppo uscito dal caffè Aragno risale il Tritone, urlando con pazza esplosione: «Cittadini sveglia, hanno arrestato Mussolini, a morte Mussolini, abbasso il fascismo », pare il grido d'un muto che riprenda la parola dopo vent'anni. Le finestre s'illuminano violentemente, si spalancano i portoni, le case si vuotano, tutti son fuori, ad abbracciarsi, a darsi l'uno all'altro la notizia, con quei gesti elementari ed esuberanti di chi si sente traboccare di commozione. Scalmanati si gettano su quelli che hanno il distintivo all'occhiello, glielo strappano, lo calpestano: «Via la cimice». Cittadini vanno ad acclamare al re in piazza del Quirinale, a Badoglio in via XX Settembre. Gruppi di giovani accorrono alle redazioni dei giornali, vogliono fare loro, stampare loro, invadono, strepitano. Davanti al «Messaggero» un generale dell'aviazione arringa la folla ma nessuno lo ascolta, ognuno grida e si agita per conto suo, mosso da un giubilo che gli rampolla dentro. Gente penetra negli uffici del giornale, compare urlando al balcone, butta sulla via un ritratto di Mussolini con la cornice e il vetro; altri corrono in tipografia, ... Sono strani tipi scamiciati, alcuni col petto nudo, o fasciato da una bandiera tricolore, vogliono spaccare tutto, si calmano solo quando alcuni scrittori e giornalisti che sono entrati con loro li assicurano che i fascisti sono già scappati. ... Si compone febbrilmente una pagina di giornale, un foglio volante che sarà gettato ai passanti e appiccicato alle cantonate, in dieci o dodici lavorano all'articolo di fondo, quegli scrittori, quei giornalisti, i redattori che in questo momento son tutti una sola anima e un solo pensiero, i cospiratori, gli intolleranti, i pavidi, quelli che distruggevano ogni giorno il regime al caffè e tornati in redazione mettevano ortodossi titoli e sottotitoli, o cercavano di contrabbandare antifascismo fra le righe di permessi articoli. ...

25 luglio 1943 Roma

La sala della stampa a piazza San Silvestro è messa a sacco, si buttano dalle finestre nella strada, e vi si appicca il fuoco, scrivanie, collezioni di giornali, ritratti di Mussolini scaffali, telefoni. Fiammate si levano qua e là, circoli rionali a cui è stato dato l'assalto (si vide un signore lanciarsi all'attacco armato di lancia); cittadini presi da bellicoso furore vi penetrano dentro, s'impadroniscono delle armi si vede Leo Longanesi che va fieramente per via con un fucile a bracciarm.

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Il giorno dopo la città è imbandierata, ha un'aria festiva leggera; la gente va sorridendo al lavoro, passano autocarri carichi di ragazzi e di scamiciati che sventolano enormi bandiere tricolori e vanno chissà dove; tedeschi sono bastonati ignari o distratti che erano usciti col distintivo o con la camicia nera sono aggrediti, malmenati. Si distruggono rapidamente insegne del fascismo, le più accessibili. Giungono fragori di spari da varie parti della città; la caserma della milizia in via Nazionale apre il fuoco contro reparti di truppa inviati per proteggerla; interviene un ufficiale del ministero della Guerra, i militi dichiarano che sparavano solo per paura di essere maltrattati, se le cose stanno altrimenti sono ben felici di andare a casa e mettersi in borghese. Si dà l'assalto alla casa di Volpi in via del Quirinale, si dà la caccia a qualche noto agitatore fascista; ma si saprà poi che mai ribaltamento politico e avvenuto con maggior calma, nessuno è stato ucciso, pochi sono stati i gesti di violenza, molti altri sono stati soltanto raccontati, e questo è bastato all'educato furore della folla. A gente che avevano morso il freno a lungo, e s'erano sentiti pochi e soli nella folla inerte o rassegnata, gli prudevano le mani e si guardavano attorno per far vendetta, per prendersi una soddisfazione; ma con chi prendersela, che non vedevano che visi raggianti della stessa felicità, non udivano che voci rauche per gli stessi evviva e abbasso; e i più infocati a far festa erano i più disciplinati di ieri, e le asole slabbrate delle giacchette rivelavano che c'era stato infilato per anni il distintivo? Bisognò averle fatte grosse, esser famigerato per antiche prepotenze per correre qualche rischio. Così era corsa la voce che fosse stato ucciso a tumulto di popolo il Pollastrini, che fu feroce squadrista vent'anni prima, si faceva il nome dell’uomo che aveva chiesto d'essere il primo a dargli una coltellata per vendicare il fratello; si apprenderà poi che è stato malmenato si, inseguito e bastonato e costretto a rifugiarsi dentro palazzo Braschi e assediato dalla turba tanto che s'attaccò al telefono invocando che la polizia venisse ad arrestarlo; ma resterà vivo e vegeto, riprenderà attività e ferocia dopo l'8 settembre, comanderà le squadre d'azione, sarà aguzzino e boia e assassino, di nuovo. Cinque minuti dopo che la radio ha parlato, il senatore Morgagni presidente dell'agenzia Stefani si uccide con un colpo di pistola, e lascia sulla scrivania un biglietto in cui è scritto: «Il duce ha dato le dimissioni. La mia vita è finita. Viva Mussolini». L'unico forse che ha fatto oggi i conti con la facile fortuna della sua vita, il solo fedele fino alla morte dei tanti che questa fedeltà si contentavano di cantare con voce di tuono nelle radunate («Duce, duce, / chi non saprà morir? / Duce, duce, / il giuramento chi mai rinnegherà?») Insomma proprio un colpo di Stato «senza spargimento di sangue» come il re voleva, come il re si raccomandava.

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I giornali escono con articoli di fondo violenti; una prima edizione volante del «Messaggero», che aveva un articolo di fuoco, è sostituita da un'altra con parole più miti. Le strade del centro si colmano di folla eccitata, giubilante; si sente in giro il sollievo, quasi la vertigine di ritrovare uno stato di vita dimenticato, l'ingenua speranza che si inizi un tempo migliore, subito, con taumaturgica facilità. Gente prova a imprecare ad alta voce, a Mussolini, al fascismo, con la soddisfatta esperienza che non gli succede nulla. Così i passanti vanno come portati da una nuvola leggera; pochi partecipano agli improvvisati cortei che restano fatti di ragazzetti scamiciati con bandiere e randelli e di energici sudati comandanti che danno ordini da una motocicletta e ripartono subito a corsa sfrenata. Compaiono alle vetrine ritratti del re e di Badoglio. Ai finestrini degli autobus ci sono scritte di evviva, un filobus ha il cofano fasciato da un foglio su cui si legge: «È finita la pappatoria». Davanti al caffè Aragno vecchi signori dal viso bianco e dai capelli bianchi s'abbracciano; uno di essi addita ai passanti la vedova di Amendola, le si fa crocchio intorno. Oratori estemporanei concionano in piazza Colonna; uno celebra Tito Zaniboni e vuole che l'uditorio gli faccia un evviva, i ragazzi attorno non hanno le idee molto chiare e gridano invece «viva Amendola». Nei quartieri popolari il giubilo è spontaneo e semplice; pare una grande esplosiva festa de noantri nella quale tutti si sentono ugualmente attori e spettatori. Naturalmente c'è gente serrata casa, livida di paura; e altri che piangono sul mito distrutto; ma in generale quella esultanza di cittadini appare vera, di buona fede, quale che sia stato il loro contegno fino a ieri; è l'esultanza di chi si ritrova guarito da una lunga malattia e solo dall'alacrità del sangue capisce quanto era ammalato; è genuina l'ebbrezza di sentirsi libero anche in chi s'è acconciato fino adesso alla dittatura e non ne ha mai sentito il peso e aveva finito magari col trovarci il tornaconto. Ma soprattutto il rivolgimento avvenuto pare significhi una cosa sola, la fine della guerra; come, in che modo, nessuno se lo chiede; è vero che alla radio hanno detto «la guerra continua», ma si sa, bisogna darla ad intendere ai tedeschi; la guerra è finita, perché è la sua guerra, la guerra dell'uomo che se n'è ito, e non quella del popolo, anche se fino adesso per disciplina o per inerzia si è cercato di giustificarne la fatalità. ... Vedo ancora un autopullman rosso fiammante carico di suore in bianco e nero che mettevano facce ridenti ai finestrini e facevano dei gran gesti festivi alla gente; e quell'ornino pulito, sui quarant'anni, con una cravattina da impiegato, che sbucò nel Corso da una delle vie laterali trascinandosi dietro con una corda un busto del dittatore; e quando fu nel mezzo del Corso si fermò, si calò le brache e ...

È davvero la caduta dell'albero intarmolito, mangiato dalle termiti, che sembrava di così salde radici, di così vasta corona. Sul mezzogiorno escono i primi reparti di forza pubblica, e manifesti che invitano il popolo alla calma. Ma per dodici ore, pare per accorto disegno del capo della polizia Senise, il popolo abbandonato a se stesso ha dimostrato che il suo sentimento è un grande, un enorme, un pacifico sollievo; si è visto che nessuna reazione seria si è avuta dalle milizie fasciste, e dove sono andati i mille gerarchi che Galbiati (n.d.r. comandante della milizia fascista)doveva schierare attorno a palazzo Venezia, pronti alla morte? Si è visto, insomma, che il fascismo si è dissolto come nebbia.

 

Roma 26 luglio 1943 

 

Bibliografia:

 

Paolo Monelli – Roma 1943 – Einaudi 1993

 

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