Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Roma durante il ventennio fascista (terza parte)

25 Octobre 2010 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #il fascismo

dalle pagine di Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista” di Carla Capponi.

 

Roma: inverno e primavera 1944

 

Il popolo italiano aveva sulle spalle vent'anni di silenzio politico: un'intera generazione era cresciuta nell'assoluta ignoranza di qualsiasi forma di democrazia e di impegno politico e non era quindi pensabile che il popolo avesse la capacità di passare dalla totale inerzia politica a un' azione di lotta rivoluzionaria. I quattromilaseicento comunisti e gli oltre mille antifascisti, liberati dalle carceri nell'agosto del 1943, non erano in grado di riprendere in mano l'organizzazione di un'azione rivoluzionaria. Potevano solo riavviare o stimolare la presa di coscienza delle masse popolari che avevano manifestato il segno dello scontento e del rifiuto alla guerra.

 

25 gennaio 1944: la fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli

Pertini, Saragat e gli altri erano stati sorpresi e arrestati in una riunione; portati a via Tasso, furono interrogati e trasferiti al braccio tedesco di Regina Coeli. Subito il PSIUP si mobilitò per studiare il modo di salvarli. A quel tempo era medico di Regina Coeli Alfredo Monaco, che occupava con la moglie, Marcella Ficca, l'appartamento messo a disposizione dei medici dalla direzione del carcere. Alfredo era già da tempo iscritto al Partito socialista ed era un convinto antifascista. Stabiliti i contatti con lui, i compagni Giuliano Vassalli e Filippo Lupis decisero di tentare di far trasferire il gruppo degli arrestati dal braccio tedesco al sesto braccio italiano.

Fu deciso di affidare a Marcella il collegamento tra il carcere e i compagni. Per parte loro, Giuliano Vassalli e Massimo Saverio Giannini agirono all'interno del palazzo di Giustizia grazie a un cancelliere collegato con la Resistenza. Così, Pertini e Saragat furono spostati dal terzo al sesto braccio, operazione determinante per la riuscita dell'impresa. Elementi della Questura centrale procurarono sette permessi di scarcerazione in facsimile, in bianco, e Marcella trovò il modo di contraffare il timbro. A quel tempo si usava ancora dimettere i carcerati direttamente dal carcere previa esibizione dei fogli di rilascio.

Per i due più importanti, Pertini e Saragat, si dovette far arrivare un ordine di immediata scarcerazione, in quanto per i politici, a conferma del foglio già compilato, occorreva un ordine diretto della Questura. Lupis e Luciano Ficca, fratello di Marcella infiltrato nelle PAI, effettuarono una falsa telefonata al direttore del carcere, nella quale Lupis, fingendosi questore, ordinava l'immediato rilascio dei sette nominativi: l'operazione fu portata a termine proprio mezz'ora prima che scadesse il coprifuoco.

 

 

A Roma molti vivevano in condizioni di vita intollerabili e crudeli. Erano militari sbandati, renitenti di leva che aspettavano nascosti la liberazione di Roma, pur di non andare al Nord con i fascisti, rischiando così la fucilazione; erano impiegati dello Stato che si erano rifiutati di trasferirsi al Nord con i ministeri. Le condizioni della loro clandestinità erano intollerabili, spesso costretti a nascondersi dietro intercapedini, in un armadio, in stanze occultate, dove restavano per ore in attesa che i loro ospiti li liberassero non appena fosse cessato l'allarme. Non dovevano fare rumore, obbligati a camminare in casa senza scarpe e a non affacciarsi mai alle finestre; dipendevano in tutto da chi li ospitava: parenti, amici, spesso sconosciuti che dopo l'otto settembre si erano volontariamente offerti di nasconderli, nell'illusione che gli Alleati sarebbero arrivati entro pochi giorni.

Ognuno pensava che da Cassino o da Anzio a Roma si potesse fare presto, e quando caddero le illusioni inizio la paura di non farcela. L'intolleranza a restare chiusi, il rischio sempre più reale di rastrellamenti effettuati perquisendo quartiere per quartiere e casa per casa diede luogo a rischiosi trasferimenti per nuovi nascondigli, mentre fame, freddo, malattie, gli abiti che si andavano logorando accrescevano il disagio e la paura. Per i bombardamenti la città perdeva la funzionalità dei servizi, e vivere nascosti diveniva sempre più difficile.

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Roma, primavera 1944. Donne romane lavano la biancheria nelle fontane pubbliche, presso il Colosseo, per mancanza di acqua nelle case dopo i bombardamenti alleati

 

Lavarsi era un lusso permesso a pochi privilegiati nelle residenze dei quartieri occupati dai comandi tedeschi; spesso mancava l’acqua per bere, gli insetti infestavano anche le case della borghesia, la scabbia si era diffusa per Roma, e per infestarsi era sufficiente andare in autobus, aggrapparsi ai sostegni o appoggiarsi ai mancorrenti, dove altri avevano lasciato i loro acari. L'odore nauseante del farmaco era avvertito fra i viaggiatori, nei bagni pubblici e nelle file per la distribuzione dei generi razionati. Eravamo tutti magrissimi, pallidi, gli abiti cominciavano a caderci addosso, le scarpe avevano la suola già più volte rappezzata, ribattuta da chiodi, e c'era chi portava ancora in pieno inverno zoccoli di legno.

C'era però anche chi la mattina beveva il cappuccino con la brioche, chi spalmava il burro sul pane all'ora del tè chi beveva vini prelibati per accompagnare bistecche e arresti di selvaggina o di abbacchio. Riconoscevi subito chi intrallazzava con i fascisti e con i tedeschi: erano i soli che giravano ancora con le auto a gas, erano donne ben vestite che si recavano impellicciate agli spettacoli dell' opera per le truppe naziste. La città aveva due categorie di cittadini: una minoranza che se la intendeva con il nemico e gli altri, la maggioranza, che soffrivano, morivano, speravano nella liberazione.

Roma serviva come base ai nazisti ed era loro necessario che la popolazione non fosse ostile: qui avevano installato comandi, tribunali, carceri e case di tortura, cercando di fare della città una zona franca sotto la protezione del Vaticano. Gli Alleati, per colpire gli insediamenti nazisti, furono costretti a bombardamenti crudeli che causarono migliaia di morti fra la popolazione civile: nei nove mesi di occupazione Roma ne subì cinquantasei.

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L’attentato di Via Rasella

Spiando da dietro le persiane, aveva notato che puntualmente, tra le quattordici e le quattordici e trenta, una colonna tedesca di circa centocinquanta uomini passava per via Due Macelli. Li aveva osservati attentamente, cercando di capire se erano soldati della Wehrmacht o SS, finché era riuscito a individuare in quel reparto un corpo speciale di SS, certamente con compiti di sostegno all' azione repressiva dei nazisti in città. In seguito, avremmo saputo trattarsi dell'undicesima compagnia del Polizeiregiment Bozen, aggregato alle ss di Kappler. La compagnia era composta di centocinquantasei uomini, di cui il più giovane aveva ventiquattro anni e il più vecchio quaranta. Tutti i soldati erano armati di fucile, di pistola Luger e di bombe a mano.

Dopo il successo di via Tomacelli, Giovanni pensò che si potesse attaccare quel reparto di SS e propose il progetto a Franco Calamandrei, Ernesto Borghese, Guglielmo Blasi e altri. Cominciarono a studiare un piano di attacco, ma l'idea del punto dove attaccare e del mezzo da usare maturò nel corso della preparazione, quando dell'impresa furono investiti entrambi i GAP, di Spartaco e di Cola, con undici uomini in azione e cinque di copertura e segnalazione. Dopo aver studiato bene ogni possibilità offerta dal percorso dei Bozen, fu deciso di scegliere via Rasella.

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La carretta utilizzata per nascondere la bomba nell’attentato di Via Rasella

 

 

La strage delle Fosse Ardeatine

Alle undici e trenta del venticinque marzo, l'Agenzia Stefani emise un comunicato del Comando tedesco di Roma: "Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, trentadue uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l' attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato siano fucilati dieci criminali comunisti badogliani. Quest'ordine è già stato eseguito".

Per noi quell'ordine assassino era un crimine contro il quale occorreva mobilitarsi, attaccare con maggiore durezza e determinazione. L'annuncio "questo ordine è già stato eseguito" con cui terminava il breve comunicato, suonava come una sfida: non avevano scritto "La sentenza è già stata eseguita", perché nessun tribunale avrebbe sancito una condanna così efferata, contro ogni legge, contro ogni morale, contro ogni diritto umano.

Dopo la liberazione di Roma, quando si indagò su quella strage si scoprì che solo tre delle vittime erano state condannate a morte con sentenza; neppure il tribunale tedesco installato a via Lucullo aveva avuto il coraggio o la possibilità di emettere una sentenza che desse appoggio legale a quel massacro. Volevano farei intendere che al di sopra di tutte le leggi del diritto e della morale, c'erano gli "ordini" del comando nazista, il "Deutschland über alles", della razza ariana, destinata a dominare tutte le altre considerate inferiori e per le quali non c'era bisogno né di tribunale né di sentenze.

Avevano assassinato in fretta gli ostaggi, occultato i cadaveri e lasciato le famiglie senza notizie, così che ciascuna potesse sperare che i propri cari non fossero nel numero dei destinati alla morte e aspettassero fiduciose. Per questo non fecero indagini, non cercarono i partigiani, non usarono il mezzo del ricatto chiedendo la resa dei GAP. L'eccidio doveva consumarsi per vendetta, non per cercare giustizia.

Volevano nascondere un altro crimine, l'avere ucciso quindici persone oltre i trecentoventi dichiarati, come scoprimmo quando, liberata Roma, furono riesumate le salme: trecentotrentacinque. I tedeschi uccisi erano stati trentadue, uno dei settanta feriti era morto durante la notte a seguito delle ferite: Kappler decise di sua iniziativa di aggiungere dieci vittime a quelle già predestinate e, nella fretta di dare immediata esecuzione all'eccidio, ne prelevarono dal carcere quindici, cinque in più della vile proporzione tra caduti tedeschi e prigionieri da assassinare, quindici in più di quelli autorizzati dal comando di Kesserling. Dell'" errore" si rese conto Priebke mentre svolgeva l'incarico di "spuntare" le vittime prima dell'esecuzione, rilevandole da un elenco all'ingresso delle cave Ardeatine, luogo prescelto per l'esecuzione e l'occultamento dei cadaveri. Lui stesso e Kappler decisero di assassinare anche quei cinque, rei di essere testimoni scomodi della strage.

 

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Bibliografia:

Carla Capponi Con cuore di donna- Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista- Il Saggiatore Milano 2009

 

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