Sito dell'A.N.P.I. di LISSONE - Sezione "Emilio Diligenti"

Salvatore Lambrughi, internato militare in Germania

29 Novembre 2016 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #storie di lissonesi

Lissone, 21 novembre 2016

Salvatore Lambrughi ci ha lasciati. Durante la seconda guerra mondiale, giovanissimo, è stato un IMI, Internato Militare Italiano in Germania, cioé uno dei prigionieri che i tedeschi hanno utilizzato come manodopera coatta. Secondo la storiografia moderna gli IMI vengono definiti "gli schiavi di Hitler".

L'ANPI di Lissone lo ricorda.

Proprio in questi giorni, alla presenza dei ministri degli esteri di Italia e Germania si é tenuta la cerimonia di apertura della mostra "Tra più fuochi. La storia degli Internati Militari Italiani 1943-1945" presso il Centro di documentazione “NS-Zwangsarbeit”, Britzer Straße 5, 12439 Berlino.

La mostra che ha carattere permanente è allestita nel quartiere di Schöneweide, nelle casupole ancora esistenti di un lager dove vennero rinchiusi militari e civili italiani costretti al lavoro coatto.

La mostra sugli IMI è stata realizzata dalla Fondazione “Topografia del terrore” che gestisce alcuni fra i principali luoghi della memoria sulla seconda guerra mondiale nella capitale tedesca (un milione di visitatori nel 2015).

In questo articolo sono narrate le sue vicissitudini

In un quaderno di una trentina di pagine, Salvatore Lambrughi racconta i principali avvenimenti di quel triste periodo della sua vita, durante la seconda guerra mondiale, trascorso in prigionia.

Salvatore Lambrughi

 

Dalla prima pagina del quaderno:

«Memorie di un prigioniero di guerra in Germania. Il grido di un prigioniero di guerra soffocato dal dolore. Così iniziò il calvario che durò venticinque mesi». 

Il 23 agosto 1943, il diciottenne lissonese Salvatore Lambrughi, classe 1924, risponde alla chiamata alle armi e dal distretto militare di Monza viene destinato a Vicenza. In città nota la presenza di soldati tedeschi. Passano quindici giorni: l’8 settembre alla radio viene dato l’annuncio dell’avvenuto accordo segreto di armistizio tra l’Italia e le potenze alleate, fino ad allora nemiche. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate dai tedeschi. Salvatore viene disarmato dai tedeschi e fatto prigioniero.

disarmo IMI stazione Pordenone

Caricato su un vagone ferroviario, 40 uomini in un carro merci piombato, del tipo usato per il trasporto di cavalli, parte per la Germania.

campi

Il suo destino è simile a quello di altri 600.000 soldati italiani prigionieri: diventa un Internato Militare Italiano (IMI) in Germania. Secondo questo status, deciso da Hitler il 20 Settembre 1943, agli IMI doveva essere riservato un trattamento peggiore di quello di qualsiasi altro prigioniero. E ciò in conseguenza di quel “NO” che dissero quando, con lusinghe e minacce, fu chiesto loro di riprendere le armi per il Grande Reich e poi per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

Dal quaderno di Salvatore: «Dopo due giorni e due notti di viaggio, la tradotta si ferma in aperta campagna: a piedi, attraversiamo una grande pineta al cui interno vi era il campo di concentramento. Sul cancello d’ingresso la scritta: KUSTRIN Stalak 3 C.

baracche sentinella

Küstrin, località a circa 100 chilometri ad est di Berlino, sul fiume Oder, era il nome tedesco di Kostrzyn, cittadina della Polonia. 

«Ad accoglierci vi sono due ufficiali, un tedesco ed un italiano. Le parole dell’ufficiale italiano suonano come un terribile avvertimento: “L’acqua di questo campo non è potabile: per berla occorre farla bollire. Vi avverto perché qui sono già morti ottantamila russi”».

I prigionieri italiani vengono poi sottoposti al taglio dei capelli e fotografati; a ciascuno viene assegnato un numero di matricola inciso su una piastrina: a Salvatore Lambrughi tocca il numero 39280.

foto-numero

«Poi veniamo passati in rassegna da un ufficiale tedesco accompagnato da un interprete italiano. Con altri 4 internati vengo destinato a svolgere dei lavori agricoli. Con un trattore mi portano in una fattoria della zona. Il nostro alloggio è una baracca già occupata da ottanta alpini italiani prigionieri.

L’indomani si incomincia a lavorare nei campi: c’è chi raccoglie patate, chi barbabietole. C’erano anche russi, uomini e donne, alcune delle quali con bambini piccoli che dovevano accudire. Durante il primo giorno alla fattoria, attraversando il cortile, incontro un soldato russo con due patate bollite in mano che, sorridendo, me ne offre una: un bel gesto inaspettato di solidarietà tra prigionieri. Passarono quattro mesi. Un giorno arrivò da Berlino una richiesta di quindici prigionieri da utilizzare per lo sgombero delle macerie di edifici bombardati dagli Alleati. Salvatore è tra i prescelti. L’indomani partenza su un carro merci.

«A tarda sera il treno si ferma in una stazione: si ode il segnale di allarme, segno di un imminente bombardamento aereo. Le bombe cadevano a poca distanza dal treno: lo spostamento d’aria provocava forti scossoni al carro merci. Ci sentivamo come topi in trappola; c’era chi piangeva, chi pregava».

Salvatore, sperando nella buona fortuna, si sdraia sul fondo del vagone coprendosi la testa col bavero del pastrano. Cessato l’allarme, il treno può ripartire e, a notte inoltrata, arriva a Spandau West. Sobborgo di Berlino, era una zona industriale e per questo era soggetta a continui bombardamenti sia di giorno che di notte.

«A piedi raggiungiamo un grande campo di concentramento. Il mattino seguente, dopo l’appello in cortile, vengo destinato a lavorare, anzichè alla rimozione delle macerie, in una grande fabbrica: la Siemens. Era un edificio di dieci piani: il mio reparto si trovava al quinto.  Io ero addetto alla tempera di bulloni e rondelle».

appello

Scrive Salvatore: «Un giorno, verso l’alba, suona l’allarme: si corre verso un rifugio, interrato per metà, chiamato “paraschegge”. Passano sopra di noi un gran numero di aerei che sganciano bombe in continuazione. Qualcuno viene abbattuto dalla contraerea. Una bomba cade nei pressi del nostro rifugio, nella buca dove si portava la spazzatura: fortunatamente non esplode, ma lo spostamento d’aria è tale che un prigioniero che stava raggiungendo il rifugio viene scaraventato contro un palo della luce, perdendo la vita. A me saltano tutti i bottoni del pastrano che indosso».

Già dal primo giorno, durante la pausa di lavoro, in tedesco Frühstück, delle ore 9,30, durante la quale i dipendenti bevevano del caffè e mangiavano fettine di pane con margarina e marmellata portate da casa, una donna tedesca, che lavorava nello stesso reparto, si avvicina all’affamato Salvatore, rintanato in un angolo nelle vicinanze dei forni per la tempera: gli offre delle fettine di pane, senza farsi scorgere dagli altri dipendenti, e si allontana rapidamente. La stessa scena si ripete per più giorni. Salvatore, diciannovenne, viene poi a conoscenza del probabile motivo di quei momenti di generosità: un prigioniero italiano, già da alcuni mesi in quella fabbrica, lo informa che il figlio della donna, giovane marinaio, era dato per disperso. «Si prendeva cura di me come se fossi suo figlio tanto che, quando doveva andare in ferie, lasciò la tessera del pane ad una sua amica per non farmi mancare niente. Ma un giorno, purtroppo, venni improvvisamente trasferito.

Dalla fabbrica a piedi fino alla stazione, poi su un carro merci verso una destinazione sconosciuta. Il treno percorse diversi chilometri e si arrestò in aperta campagna. In un capannone ci fecero fare una doccia e i vestiti furono sottoposti a disinfezione. Ripartimmo sullo stesso carro e giungemmo verso sera in una stazione di un piccolo paese, Barwalde. Trascorremmo la notte dormendo sulla paglia in un grande cascinale. Rimanemmo in questa località alcuni mesi: si lavorava in una grande pineta i cui alberi venivano utilizzati per la produzione della carta. Poi altro trasferimento in un grande campo di concentramento. Era inverno. La prima notte al campo la passammo dormendo all’aperto: il mattino seguente ci svegliammo coperti di neve. Poi ci mostrarono quelli che dovevano servirci come riparo per la notte: erano delle piccole tende di forma circolare. Ci venne distribuito del caffè e dopo l’appello, scortati da soldati armati, fummo condotti al lavoro.

Eravamo impiegati nella costruzione di fortificazioni: si scavavano fossati anticarro, larghi quindici metri e profondi cinque, e trincee; si allestivano inoltre postazioni per i cannoni. Alcune SS tenevano sotto controllo i prigionieri al lavoro».

Una delle prime sere, di ritorno al campo, non vede più il suo zainetto che aveva lasciato sotto la tenda e viene colto dalla disperazione; era tutto ciò che gli era rimasto. Per fortuna un suo compagno lo ritrova nei dintorni.

«Un giorno  - racconta Salvatore – un prigioniero che lavorava al mio fianco, esausto per la malnutrizione o perchè ammalato, si era fermato appoggiandosi al badile. Venne notato da due guardie: in un attimo gli furono addosso, e a colpi di badile lo tramortirono. Il poveretto rimase a terra fino a sera, poi due suoi amici lo trasportarono in spalla al campo. Mentre passavano nelle vie di quel piccolo paese,  alcuni ragazzini iniziarono a deriderli e a gli sputargli addosso».

A giudizio di Salvatore, questo fu il periodo peggiore della sua prigionia. Il lavoro era massacrante, reso ancor più pesante per la scarsa alimentazione. Alcune volte, al mattino o alla sera durante l’appello, il comandante del campo operava una selezione di quei prigionieri che non riteneva più abili al lavoro: la strategia nazista dell’annientamento attraverso il lavoro era una triste realtà in quel campo!

La nostalgia di casa ogni tanto lo prende. Ricorda Salvatore un momento struggente di questo terribile periodo della sua prigionia: una sera, osservando la luna piena il cielo, immagina che anche sua madre, i suoi cari, la stiano guardando e ciò gli infonde la forza di volontà per resistere.

Per le pessime condizioni igieniche del campo, anche le malattie infettive si diffondono. Un giorno, da Berlino arrivano due ufficiali medici, che sottopongono i prigionieri a dei controlli. «Avevo male alla gola; dagli esami medici sono risultato positivo alla difterite. Fui perciò messo in quarantena in una tenda un po’ più protetta dal freddo. Per quaranta giorni venni esentato dal lavoro: la malattia mi aveva colpito in forma lieve, altrimenti non sarei qui a raccontare, come capitò a qualche altro ammalato».

cimitero IMI nel lager

Tornato al lavoro, un giorno sente dei colpi di cannone: sono le armate russe che avanzano verso l’Oder mentre soldati tedeschi sono in ritirata. «Scortati da guardie tedesche, dobbiamo abbandonare il campo: ci viene consegnato un filone di pane a testa che, a detta dei tedeschi dovrebbe durare per sei giorni, ma la maggior parte dei prigionieri lo divora in poco tempo».

Si deve attraversare il fiume Oder che in quel punto è gelato: ciò rende un po’ meno difficoltoso l’attraversamento. «Per chi rimane indietro o si fa male è la fine: i soldati tedeschi gli sparano un colpo di fucile. La ritirata dura sei giorni: arriviamo in una località chiamata Steglitz (un distretto di Berlino), dove c’era un campo di fortuna. Tanta è la fame che anche delle erbe del campo presto diventano cibo per i prigionieri!».

La mattina dopo una quindicina di prigionieri, tra cui Salvatore, vengono prelevati e portati in una casa di fortuna. Poi, un uomo anziano, che si presenta come il nuovo chef (in tedesco capo), li conduce in una zona colpita dai bombardamenti degli Alleati per la rimozione delle macerie: questo era il nuovo lavoro.

«Ogni giorno, in fila dietro lo chef, si raggiungeva una zona bombardata. Una mattina, la nostra squadra passa davanti ad una panetteria danneggiata, il cui proprietario era intento a sgombrarla dalle macerie. Trovandomi in ultima posizione, lascio il gruppo, senza farmi scorgere, e mi presento al panettiere: “ich arbeiten” (posso lavorare, dice Salvatore che ha ormai imparato le parole tedesche essenziali per la sopravvivenza, che gli saranno utili anche in altre circostanze). Alla sua risposta affermativa “ja”, inizio a spalare ottenendo come ricompensa un filone di pane che mangio subito. Rimango tutta la giornata: alle cinque del pomeriggio, mi presento nel cortile del Comune, che era il punto di ritrovo della nostra squadra. Lo chef, in primo momento mi minacciò di mandarmi in prigione, poi si calmò al mio racconto, anzi accosentì che rimanessi per qualche giorno al servizio del prestinaio. Altri giorni lo “chef” arrivava alle sette e, con l’U-Bahn (metropolitana), ci conduceva sul posto di lavoro. Io partivo mezz’ora prima e approfittavo per passare in alcuni negozi, chiedendo “ein bisschen brot (un po’ di pane)”. In qualche caso me lo davano, ma spesso ero costretto dalla fame a rubarlo; lo nascondevo sotto il pastrano per consumarlo poi senza essere scoperto. Una mattina la proprietaria del negozio mi vede e si mette ad urlare: scappo via e mi nascondo in una casa bombardata nelle vicinanze, perchè in quel momento stava passando una compagnia di soldati tedeschi armati che intonavano la canzone Lilì Marleen (famosissima canzone tedesca che racconta la storia del soldato che pensa al suo amore lontano). Passato lo spavento, raggiungo rapidamente il posto di lavoro».

Eravamo ormai nella primavera 1945: i bombardamenti continuavano senza tregua. «Un mattino, un areo sganciò due bombe sopra di noi. Dal primo piano della casa dove mi trovavo con due alpini, mi precipitai giù dalle scale. Per nostra fortuna le bombe caddero poco più lontano, ma lo spostamento d’aria fu fatale per un prigioniero che si trovava nel cortile. Allora mi rifugiai nello scantinato di un palazzo vicino, dove rimasi per tre giorni: con me c’erano anche dei civili russi anch’essi prigionieri. La mattina del quarto giorno udii il rumore di una camionetta; piano piano uscii dal nascondiglio cercando di non farmi notare. I due ufficiali russi che erano a bordo mi videro: scesero subito a terra e con il mitra spianato mi vennero incontro. Con le braccia alzate, salii gli ultimi gradini, dicendo “italiano”. Allora abbassarono i mitra dicendo in russo “italiano buono” e segnalai la presenza di loro compatrioti nello scantinato. Poco dopo arrivarono dei soldati russi: piazzarono sul marciapiede una Katyusha (lanciarazzi di fabbricazione sovietica) e, cantando, iniziarono,  a sparare all’impazzata».

1945 Russi a Berlino

Salvatore con due amici partono alla ricerca di cibo: tutt’intorno vedono distruzione e morte.

«Abbiamo trovato un po’ di farina e delle patate che abbiamo caricato su un piccolo carrello e, in bicicletta, siamo partiti senza una precisa direzione; avevamo in mente una sola cosa: tornare a casa. Dappertutto uno spettacolo di desolazione: rovine e cadaveri sia di uomini che di animali.

Dopo qualche giorno, attraversando anche delle foreste, siamo giunti in una località – non ricordo il nome - situata su di un fiume che era impossibile attraversare: il ponte era stato bombardato. Allora abbandonammo le biciclette e ci dirigemmo verso la stazione. C’era un caos tremendo. Sulla prima tradotta che passò, salimmo senza sapere dove era diretta. Dopo aver percorso diversi chilometri, il treno si fermò. Ci trovavamo a Oleśnica, cittadina della Polonia. Il treno non ripartiva; allora scendemmo. Alcuni prigionieri dicevano che i russi ci avrebbero rimpatriati con una nuova tradotta. Ci sistemammo in un campo di raccolta di prigionieri di guerra. Ma il tempo passava e nessun treno arrivava. Dopo qualche settimana intorno al nostro campo erano comparsi dei soldati tedeschi armati e in stazione vi erano delle guardie russe. Anche per paura di essere portati in Russia, io e un mio amico di Verona decidemmo di fuggire. L’indomani, alle cinque di mattina, con dei pezzi di coperta legati sotto gli scarponi per non far rumore, in tre andammo in stazione e, quando sopraggiunse un treno merci, aprimmo il portellone di un vagone e salimmo. Con nostra sorpresa all’interno del vagone c’erano già altri soldati che dormivano: si svegliarono, erano dei serbi che ci chiesero chi fossimo. Provammo un po’ di paura e allora decidemmo di scendere alla prima fermata. Era una piccola stazione: dopo qualche ora salimmo su un treno passeggeri diretto a Varsavia. Qui c’era la Croce Rossa Italiana: ci diedero del pane e del caffè e poi, sempre in treno, ci portarono a Praga e, dopo quindici giorni, a Innsbruck, dove venimmo alloggiati in una caserma della cavalleria. Eravamo in attesa di essere rimpatriati: finalmente, un mattino, arrivò l’ordine di partenza per l’Italia. Salimmo su una tradotta merci e in poco tempo arrivammo a Bolzano. Era mattina presto, il sole stava sorgendo: delle crocerossine ci portarono del caffelatte. Qualcuno cominciò a intonare la canzone di Beniamino Gigli “Mamma”. Molti soldati e anche delle crocerossine si misero a piangere, ma la gioia di essere riusciti a tornare in Italia era grande.

controlli medici in Italia

Da Bolzano ci portarono poi a Pescantina, nel veronese , dove era stato istituito un centro di accoglienza e di smistamento dei prigionieri rimpatriati. Mi consegnarono un foglio di viaggio e cinquemila lire. Poi ognuno partiva per la propria destinazione. Dopo tanta sofferenza anch’io stavo per tornare a Lissone e finalmente, dopo così tanto tempo, avrei rivisto i miei cari».

ritorno a casa ritorno a casa2

 

In questo documento ho riportato parti del quaderno che Salvatore custodisce gelosamente. Lo ringrazio per avermene consentito la lettura. Ritengo che il suo modo di raccontare le tristi vicende di cui è stato protagonista ne renda partecipe il lettore. Per questo, con la sua autorizzazione, l’ho reso pubblico.

 

Salvatore Lambrughi è amante della pittura, diversi sono i quadri da lui dipinti appesi alla pareti della sua casa di Lissone, e della poesia: nelle pagine del suo quaderno ne ha trascritte alcune.

In occasione del “Giorno della Memoria”, il 27 gennaio 2010, a Salvatore Lambrughi è stata consegnata una medaglia d’onore come riconoscimento dello Stato italiano per il suo internamento nei lager nazisti.

medaglia per IMI

E in occasione del 70° annoversario della Liberazione, Roberta Pinotti, ministro della Difesa, gli conferi' la "medaglia della Liberazione"

 

attestato del Ministro della Difesa Roberta Pinotti

attestato del Ministro della Difesa Roberta Pinotti

Salvatore Lambrughi, internato militare in Germania
targa dell'ANPI

targa dell'ANPI

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