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dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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«Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».  

Bruno Trentin parlando del padre Silvio

 

Ai primi di settembre 1943 Silvio Trentin torna dall'esilio con la moglie e i due figli maschi Giorgio e Bruno. Nato a S. Donà nel 1885, docente di diritto dal 1911, volontario nella prima guerra mondiale, deputato nel '19, grande giurista antifascista, in seguito all' emanazione del decreto legge del 24 dicembre del '25 che privava tutti gli impiegati dello Stato della loro libertà politica e intellettuale, si era dimesso dall'insegnamento con una nobilissima lettera di denuncia dell'incompatibilità dell'obbedienza alla legge fascista con il rispetto delle proprie idee. Soltanto altri due docenti in Italia compiono allora lo stesso gesto: Gaetano Salvemini e Francesco Saverio Nitti.

Nel febbraio del 1926 decide di espatriare in Francia. Lo accompagnano la moglie Beppa Nardari, trevigiana, e i due figli Giorgio e Franca, di otto anni e mezzo e sei. È stato per loro un viaggio di distacco doloroso - dalla patria, dagli affetti, per i due bambini dai giochi con gli amici, dalla lingua.

Trentin per sopravvivere si dedica per molti anni ai lavori più umili, di agricoltore e di operaio tipografo, ma continua a studiare, scrive molti trattati giuridici; è fra i promotori della concentrazione antifascista, fra i fonda tori con Carlo Rosselli del movimento Giustizia e libertà; ospita nella sua libreria di Tolosa le figure più note dell'antifascismo italiano ed europeo.

numero unico giornale Liberer et Federer 

Durante la guerra civile spagnola si reca più volte al fronte. E tra i più attivi organizzatori della resistenza francese fin dagli esordi nel '40. Fonda il movimento Libérer et fédérer. Dopo l'11 novembre 1942, allorché le truppe tedesche occupano l'intero territorio metropolitano francese, è costretto a passare in clandestinità.

Dopo quasi 18 anni di esilio, per Silvio Trentin, sua moglie, il figlio primogenito Giorgio, questo, del settembre '43, è stato indubbiamente un viaggio di ritorno. Un ritorno in patria. Un ritorno a casa. La casa del padre di Beppa, Francesco Nardari, in via Filippini, a Treviso.

Per Bruno era invece un viaggio di andata. In un paese sconosciuto. Un'andata che comportava l'abbandono di quella che considerava la sua patria - la Francia -, la sua città - Tolosa.

Bruno è nato dieci mesi dopo l'arrivo in Francia della famiglia, nel dicembre del '26. La sua nascita segna - cronologicamente e simbolicamente - l'inizio di una vita nuova per i coniugi Trentin. Bruno giunge in una famiglia con un passato a lui sconosciuto, che non gli appartiene. I fratelli possiedono il sentimento della nostalgia per un passato che continua ad esistere nella loro fantasia, nei loro ricordi. Hanno la consapevolezza, come possono averla dei bambini, del quando e del perché è avvenuto questo mutamento radicale della loro esistenza.

Bruno conosce solo le scomodità della vita d'esilio, l'incongruenza tra gli stenti patiti e la magnificenza degli antichi mobili veneziani che la madre era riuscita a portare con sé (ma di cui sarà presto costretta a disfarsi per avere di che vivere). Vive da bambino povero, ma figlio di un padre che percepisce come prestigioso, un padre di cui essere orgoglioso, un padre con una doppia vita, che di giorno lavora come operaio in una tipografia e la sera, nell'«altra sua esistenza» di militante antifascista, scrive trattati di diritto, riceve persone importanti che vengono da lontano, organizza l'attività clandestina che si svolge in Italia.

Bruno fa fatica anche a comprendere la lingua dei genitori.

In una lettera ad un amico di famiglia di S. Donà, del novembre del '28 - Bruno ha due anni - la madre scrive: «le prodezze di Bruno che comincia a parlare una dolce lingua misto di francese e d'italiano costituiscono la nostra sola distrazione». Bruno stesso parla divertito di questa lingua mista che si era costruito nel tempo, «uno swahili, [...] fatto di francese, di veneto, di un po' d'italiano». Vive con un certo disagio questa «alterità» rispetto ai genitori che sente quasi come stranieri, «non solo italiani - dice - ma veneti». Lui cresce sentendosi completamente francese. La mediazione avviene con i fratelli con i quali anche in casa parla esclusivamente in francese. Ha l'esigenza primaria di integrarsi con gli altri bambini, «il bisogno - dice - di essere riconosciuto dai miei simili ... liberandomi da tutte le tracce possibili della mia origine». Arriva a cambiarsi il nome, a farsi chiamare dagli amici non Bruno ma Jacques. Cresce con questo «sentimento di una vita divisa», con «la percezione di questa anomalia di cui ero molto anche compreso e fiero, nello stesso tempo l'avvertivo come il segno di un paese diverso, di una storia diversa che non mi apparteneva».

Con il padre ha un rapporto di identificazione e di conflitto. Era un uomo «intransigente, con un'altra faccia assolutamente contraddittoria, e cioè il gusto per lo scherzo gioioso, e quindi io ho vissuto nella storia della mia infanzia queste due facce, compreso il conflitto con la faccia austera e severa di un uomo [...] "tutto d'un pezzo" con il quale avevo un rapporto di timore e anche di rivolta, e dall'altra parte un uomo che esprimeva una capacità di comprendere gioiosamente la vita». Ma tutta la famiglia «era una famiglia piena di allegria e di rigore». D'altra parte il padre stesso, pur così severo ed esigente con lui, non poteva non riconoscersi nell'esuberanza ribelle di Bruno. Silvio, studente brillante, si era fatto cacciare dal Collegio Nardari da quello che sarebbe poi diventato suo suocero, il commendatore Francesco Nardari, per episodi piuttosto sconvenienti di mancanza di rispetto delle regole vigenti nel prestigioso convitto di via Filippini, frequentato dai figli della crème della borghesia veneta. Nel lessico familiare dei fratelli Trentin ricorre spesso il racconto delle «farse di famiglia», delle burle e dei travestimenti del padre, lui così austero e riservato con gli estranei (e anche in questo aspetto Bruno gli assomiglierà!).

Il padre si portava appresso Bruno, nei fine settimana, nelle festività, durante le vacanze scolastiche, in passeggiate in campagna di decine e decine di chilometri, per l'intera Gua­scogna, alla ricerca dei luoghi mitici dei moschettieri, di D'Artagnan, del Graal, dei catari, e questa passione Bruno la coltiverà sempre, per i miti, per i cavalieri solitari, per i templari, per gli antichi manieri. Ricorderà sempre con grande tenerezza questi lunghi «pellegrinaggi a due», questi momenti di intimità e complicità con il padre. Divenne un lettore appassionato di libri di avventura. In una lettera non datata ad un amico di famiglia di S. Donà, elenca i libri appena letti e ne «ordina» altri, la saga di Sandokan, ad esempio. «Fin da piccolo - ricorda la sorella Franca - ci dava preoccupazioni, perché era un ribelle permanente, pieno di progetti di riabili­tazione dei vinti della storia e aveva sempre delle iniziative spericolate». Quando scopre poi la storia degli indiani, si appassiona alla loro sorte, ne fa una bandiera della lotta contro l'ingiustizia e la sopraffazione, tanto da tenere frementi comizi casalinghi alla sorella - la sua protettrice! - contro Davy Crockett e Buffalo Bill. Dopo la guerra, quando va negli Stati Uniti d'America, ad Harvard, acquista sei incisioni di capi indiani e le appenderà in camera sua, prima qui a Treviso, e poi nelle sue abitazioni di Roma, dove resteranno appese, fino alla fine.

Ma spesso la sua esplosiva voglia di autonomia doveva essere contenuta, castigata. Ecco allora i frequenti tentativi di fuga: aveva una sua valigetta, ci metteva dentro qualche indumento, un libro, e scappava. E il fratello doveva poi andare alla sua ricerca per le colline intorno ad Auch. Nel '36 - a dieci anni - all'epoca del naufragio dell'esploratore Charcot, organizza una spedizione con una banda di amici per andare alla ricerca delle sue spoglie, preparando uno zaino in cui ripone tutte le scorte di latte condensato messe sotto chiave dalla madre che scopre in tempo il furto e si mette in allarme.

Partecipa con i fratelli alle attività scoutistiche, ma, da adolescente, capeggia delle bande quasi «con dei rischi delinquenziali». Il suo cruccio è sempre quello: il peso di questa «duplice identità», «di figlio di un militante, figlio di un uomo molto impegnato nella lotta politica di cui ero molto fiero; e poi l'identità di uno che voleva essere altro, che si sentiva un francese che cercava [...] di ricostruire una identità alternativa a quella di mio padre».

Nel '34 la famiglia si trasferisce a Tolosa dove con l'aiuto di familiari e amici può acquistare una libreria.

Silvio Trentin a Tolosa

A otto anni Bruno assiste ad una scena che colpisce molto la sua fantasia: gli scontri tra una manifestazione di sinistra contro i tentativi di putsch della destra e le guardie repubblicane a cavallo, la carica delle guardie, i dimostranti che fanno scivolare su delle biglie d'acciaio i cavalli che stramazzano a terra: «la prima mia immagine di come una battaglia politica potesse diventare un fatto drammatico». Non è più una storia d'invenzione, un'av­ventura di Sandokan, ma la percezione che le cose di cui si occupa suo padre possono rivestire aspetti emotivamente coinvolgenti, di alta tensione.

La guerra di Spagna è lo spartiacque, «il primo grande momento di presa di coscienza che ha attraversato le giovani generazioni di tutte le culture», un fenomeno di dimensioni internazionali. La libreria e la casa Trentin diventano il centro di smistamento, meta dei volontari che accorrono da vari paesi in soccorso dei repubblicani spagnoli, un va e vieni continuo di giovani dalle varie nazionalità e lingue. I tre ragazzi Trentin cedono spesso i loro letti in quei mesi, dormono su giacigli di fortuna. Bruno s'infiamma ai racconti rivoluzionari di questi giovani volontari. Alcuni di questi non torneranno indietro, muoiono al fronte, e Bruno ne prova un acuto dolore. Gli resta la «cattiva coscienza» per non aver partecipato a questa guerra, nonostante non fosse che un ragazzino. Dopo la sconfitta la libreria e la casa ridiventano luoghi di passaggio all'incontrario, molto più mesti. Arrivano, oltre ai volontari, gli spagnoli che fuggono da Franco, perfino ex ministri del governo repubblicano. Casa Trentin divenne allora una sorta d'ambasciata, dirà Lussu. Bruno si impegna molto nell'aiutare i suoi a soccorrere gli esuli spagnoli nei campi di concentramento vicino a Tolosa.

Proprio grazie alla guerra di Spagna matura la volontà di aderire alla stessa battaglia di suo padre: «si è precisato [...] questo bisogno di partecipare alla stessa avventura di mio padre e di essere invece su un altro fronte». C'è sempre questa esigenza di autonomia, di marcare la sua identità diversa. Legge Kropòtkin, un grande libertario russo, teorico dell'anarchia, anzi teorico di un comunismo libertario a base federalistica e solidaristica. Sfida il padre: «il primo confronto serio [...] è stato quando io ho palesato in modo molto ingenuo [...] le mie prime letture entusiaste per i teorici dell'anarchia, mi ricordo il primo fu un libro di Kropòtkin che io divorai [...] E lui cercò di aprire un dialogo manifestando molto rispetto. Io invece mi inalberai di fronte a quella che ritenevo un po' essere una sottovalutazione della mia scoperta».

Questo confronto-scontro con il padre - dove è lui a cercare lo scontro - «accelerò in me il bisogno di impegnarmi ma nello stesso tempo di impegnarmi appunto in un mondo diverso». Così nel '41, a 15 anni, costituisce un suo gruppo, il Gif (Gruppo insurrezionale francese), di tendenze anarchiche, con altri compagni del suo liceo. Producono anche un giornale clandestino - è il periodo della repubblica di Vichy e Bruno utilizza ritagliandola la carta intestata della libreria di suo padre: un segno di infantilismo incosciente, ma anche la riprova che si trattava innanzitutto di «tentativi di ribellione all'autorità paterna». Organizzano delle uscite di attacco alle nuove formazioni fasciste del '42, ai cagoulards. Una notte riempiono i muri della città - siamo ormai nell'autunno - di scritte antifasciste. Vengono arrestati. Un commissario feroce li sottopone a duri interrogatori conditi da bastonate. E sconvolto dalla durezza della prova e in cella è rincuorato da un anarchico spagnolo: «ricordo che una prima notte ho avuto proprio la tentazione, sia pure molto adolescenziale [...] del suicidio [...] Chi mi salvò fu un anarchico spagnolo [...] che aveva appena fatto un attentato [...] mi ha coperto di un affetto straordinario in quelle due notti che ho passato in guardina prima di essere trasferito alla prigione, coprendomi con una coperta fra un interrogatorio e l'altro».

Viene chiamata la madre che accorre con la figlia. Il padre è già nella clandestinità, nascosto nelle campagne nei pressi di Tolosa dove sta organizzando la resistenza. Lui si presenta alla madre ammanettato, fiero e coraggioso. La madre gli va incontro e gli dà uno schiaffo violento, sibilandogli, quasi con «un tono velenoso», una frase: «Se fai il nome di tuo padre ti ammazzo». Questa frase inizialmente lo ferisce, ma poi dirà: «è uno dei ricordi più belli che ho». Questo schiaffo non fu salutare solo per la sua maturazione, ma anche dal punto di vista processuale, in quanto derubricò la faccenda quasi a ragazzata. Dopo un periodo di carcere e il processo - Bruno compie 16 anni in prigione - i ragazzi sono condannati alla detenzione in un campo di concentramento, ma nei fatti la gendarmeria li lascia fuggire, data la situazione di cambio della guardia con l'arrivo in città delle truppe tedesche. Il ragazzino piccolo e grassottello (soprannominato petit cul dagli amici) piuttosto spavaldo dopo pochi mesi di carcere - ricorda la sorella - era diventato un ragazzo serio, magro e con i pantaloni a mezz'asta, da tanto era cresciuto. Non può però tornare a casa. Si nasconde allora in una colonia di combattenti spagnoli rifugiati in alcune case contadine, dove alternano il lavoro dei campi ad azioni di maquis, organizzati nel Moi, il movimento di resistenza della manodopera immigrata.

C'è una figura qui che lo attrae particolarmente: è Horace Torrubia, un eroe della guerra di Spagna, uno studente di medicina, comunista, che aveva lasciato gli studi per combattere e aveva partecipato ad azioni quasi leggendarie, in Spagna e ora nella Francia occupata: Horace avrà una grande influenza, politica e psicologica, su Bruno, quasi un fratello maggiore - diventerà in seguito suo cognato - che incarna i suoi ideali rivoluzionari e una spregiudicatezza anche fisica che lo affascina. Per non perdere l'anno scolastico Bruno affianca i lavori dei campi allo studio, uno studio molto disordinato, discontinuo. Alla fine riuscirà a fare gli esami finali clandestini grazie alla complicità di alcuni insegnanti. Vive l'esperienza di questa vita comunitaria, coinvolto nell'ideazione e nell'organizzazione di attentati. Il 25 luglio - una notte di tempesta - arriva un compagno spagnolo con la lanterna e annuncia: è caduto Mussolini. Tutti si girano verso di lui, l'unico italiano. E lui non capisce perché, percepisce solo che era successo qualcosa di importante che riguardava suo padre. Solo due giorni dopo capisce, quando il padre lo fa chiamare e s'incontrano nel suo rifugio, gli spiega la situazione, che si era finalmente verificato il momento tanto sperato, che lui doveva rientrare in Italia perché ora si trattava di organizzare la resistenza militare. E gli propone di andare con lui. Bruno è restio ad accettare, sente che il suo posto è lì, in Francia, a fianco dei suoi amici anarchici e dei compa­gni spagnoli: «io vivevo ancora un'altra storia».

La trattativa padre-figlio si risolve con un patto scritto: Bruno accetta di seguire il padre in Italia, ma dopo questa breve parentesi sarebbe stato libero di rientrare in Francia per partecipare alla rivoluzione. E nell'intervista del '98 racconta: «Io accettavo [...] di seguirlo in Italia, di collaborare quindi col suo movimento, la formazione Giustizia e libertà, ma io mi sentivo sempre anarchico [...] e il mio grande obiettivo era quello di tornare in Francia appena la guerra fosse finita, per me il mio paese era quello; accettavo dal momento in cui la Resistenza era diventato un fatto internazionale, una grande battaglia internazionale; per me qualsiasi paese andava bene e quindi anche l'Italia».

Agenti del controspionaggio organizzano il ritorno - piuttosto rocambolesco - di Trentin con i due figli attraverso Andorra, Portogallo, Algeria, Sicilia, da dove sarebbe stato paracadutato nell'Italia del Nord. Ma la traversata dei Pirenei si rivela drammatica per un attacco di cuore di Silvio. Devono tornare indietro. Si tenta un'altra strada: attraversare la frontiera fra Nizza e Ventimiglia. Ma nel frattempo una delibera del Governo Badoglio permette agli esiliati di ottenere i passaporti legali, che infatti vengono rilasciati ai Trentin verso il 20 di agosto. Attendono la Beppa che li raggiunge. Solo Franca resta, la sola naturalizzata francese. Sembra una scelta provvisoria: li raggiungerà appena possibile. Invece non sarà più possibile fino alla Liberazione, nell'estate del '45. Resterà tagliata fuori, a lungo senza notizie della famiglia, per due anni (Franca aveva organizzato con la madre e i fratelli l'accoglienza degli esuli spagnoli nei campi di concentramento; durante l'attività antifascista del padre, nel movimento Libérer et fédérer e poi in clandestinità, aveva svolto il ruolo di staffetta per tenere i collegamenti con il Comitato clandestino di Giustizia e libertà. Dopo la partenza della famiglia, dà in gestione la libreria e si rifugia nella casa mezzadrile degli spagnoli repubblicani, continuando a fare la staffetta fino alla liberazione di Tolosa. Sposa nel marzo del '44 Horace Torrubia, ma apprenderà solo dopo parecchio tempo della morte del padre. Riuscirà a raggiungere la madre e i fratelli soltanto nell'estate del '45. Nel viaggio, si ferma a Milano dove riesce ad incontrare Bruno).

Questo viaggio verso l'Italia, visto inizialmente come qualcosa di provvisorio, cambierà la vita di Bruno, i suoi progetti per il futuro, e soprattutto il rapporto con il padre: «da quel momento lì fino [...] alla sua morte io [...] ho ritrovato mio padre da tutti i punti di vista, cioè si è costruito quel rapporto che era in parte mancato nella prima adolescenza, un rapporto straordinario, io ho lavorato con lui e per lui nelle prime organizzazioni delle bande nel Veneto».

E in un'altra intervista, dice: «dal punto di vista personale, questo è il periodo più bello della mia vita, in Italia, con mio padre».

Viaggiano in treno verso il Veneto. Il 4 settembre arrivano a Mestre, il 5 a Treviso. Il «Gazzettino» preannuncia l'arrivo. E succede una cosa incredibile per Treviso: una folla festante accorre spontaneamente e li accoglie alla stazione. Un impatto esaltante, commovente, per Silvio, i figli, e la Beppa (una soddisfazione personale per lei, cui la scelta coraggiosa di seguire il marito con i figli nel faticoso esilio - era stata più volte rimproverata proprio nell'ambito dei familiari e degli amici della sua città).

Gazzettino-di-Treviso-1943.jpg

Vanno a casa del nonno Nardari, un francesista, liberale, anticlericale, che era stato anche sottosegretario, un illuminista europeo. Qui cominciano ad arrivare telegrammi e telefonate di felicitazioni, per due giorni c'è un susseguirsi di visite di omaggio. Trentin è festeggiato dagli esponenti locali del Partito d'azione. La sera un giornalista del «Gazzettino» si fa ricevere. L'articolo appare martedì 7 settembre: si esaltano il coraggio e il patriottismo, la rettitudine morale e le doti scientifiche e di educatore, la sua «fede nella virtù del popolo» e la grande dedizione alla patria.

Il 6 Silvio si reca con Bruno a S. Donà, sua città natale: un'accoglienza trionfale.

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L'8 settembre, l'armistizio. Il giorno dopo a Bruno in Comune a Treviso viene rilasciata la carta d'identità: avrà la residenza a Treviso fino al '49.

Silvio avvia da subito i primi contatti per organizzare la Resistenza. Bruno, in un colloquio con Zannoner nel 1974, ricorda tra le prime persone conosciute negli incontri avuti dal padre, Aldo Damo di S. Donà, rappresentante del Pci appena uscito di prigione, e il professor Antonio Giuriolo (cui Silvio affiderà la traduzione del suo saggio teorico Libérer et fédérer). Nei primi giorni dopo l'armistizio Bruno accompagna il padre in alcuni incontri con i generali Coturri, Loasses e Nasci a Treviso e a Feltre, per tentare - invano - di convincerli a distribuire armi alla Resistenza. Trentin è il primo a impostare nel Veneto un'attività di sabotaggio nei trasporti ferroviari. Tornano a S. Donà per cercare un rifugio, ma questa volta tutte le porte gli vengono chiuse. Silvio prende contatti con Marchesi e Meneghetti a Padova per creare il Comitato di liberazione regionale e viene eletto all'unanimità presidente del primo Esecutivo militare regionale.

Stende un Appello ai Veneti guardia avanzata della nazione italiana, che verrà pubblicato il 1° novembre sul giornale del Pda veneto «Giustizia e Libertà», sollevando molte discussioni, anche per la radicalità del linguaggio: la missione rivoluzionaria del proletariato, la necessità di darsi alla macchia, di armarsi e battersi non solo per scacciare i tedeschi, ma per rovesciare «il regime grottesco e crudele» del fascismo. Il 23 ottobre Trentin scrive una lunga lettera a Emilio Lussu in cui spiega la ragione per cui non accetta di entrare nella direzione centrale del CLN a Roma - il suo posto è qui, dove molti sono i giovani pronti a battersi, e che devono essere guidati - e ribadisce la sua posizione critica nei confronti di certe posizioni del Pda: la sua - ribadisce - è una posizione rivoluzionaria, per la volontà di «riorganizzare dalle fondamenta la società politica italiana» e non certo ripristinare sotto nuove vesti l'«Italietta piccolo-borghese» prefascista.

Nei mesi di settembre e ottobre padre e figlio cambiano spesso nascondiglio: per un periodo restano nascosti presso la famiglia Franceschini a Castelfranco, a casa Naletto a Noale, quindi a Mira nella villa del dottor Fortuni, e poi a Stra, ma si recano quasi quotidianamente in corriera a Padova, dove si incontrano regolarmente nell'ufficio di Marchesi, situato nello stesso edificio, il Palazzo Papafava, in cui ha sede il Ministero dell'Educazione nazionale. Un giorno - rievoca divertito Bruno nel colloquio con Zannoner - avviene una scena tragicomica. I due Trentin assieme a Camillo Matter, il tesoriere del Cln, stanno organizzando con Marchesi la spartizione dei denari raccolti per il movimento, sparsi sulla scrivania di Marchesi, quando improvvisamente entra Carlo Alberto Biggini: Marchesi balza in piedi e provoca il maggior caos possibile per distogliere l'attenzione del ministro, mentre i due Trentin raccolgono in gran fretta il denaro e fuggono da una porta laterale.

Sono presenti all'inaugurazione dell'anno accademico con Marchesi, un episodio che colpisce molto Bruno: «Un episodio che mi ha molto colpito [...] come giovane francese arrivato in un paese per me ancora sconosciuto come l'Italia, è stato l'inaugurazione dell'anno accademico all'università di Padova nel novembre del 1943 [...] siamo arrivati all'università mischiando ci fra gli studenti ma evitando proprio di figurare in qualche modo, dato, che l'ateneo era pieno di poliziotti e poi c'era un gruppo di fascisti molto bellicosi; e ricordo questa cerimonia abbastanza strana per uno come me perché sopravvivevano ancora dei riti nell'Università di Padova anche nel vestire degli uscieri, naturalmente dei docenti, del senato accademico, dei presidi e dei rettori, che dava veramente l'impressione di una [...] storia di altri tempi. Poco prima che iniziasse la cerimonia questo drappello di fascisti [...] hanno occupato il palco [...] cercato di arringare la folla degli studenti, [...] con atteggiamenti molto aggressivi, [...] ed è in quel momento che, in modo molto teatrale [...] con un usciere con l'alabarda che si è presentato sul palco battendo tre colpi, [...] è entrato il senato accademico dell'Università di Padova, e in mezzo ai docenti, ai presidi, [...] è avanzato un piccolo uomo col mantello di ermellino, era Concetto Marchesi, che si diresse direttamente verso il palco dove parlava il capo di questo manipolo di fascisti, lo prese per la collottola e lo buttò giù dal palco letteralmente di fronte allo stupore attonito degli altri fascisti e di fronte all'ammirazione e all'entusiasmo di questa folla di studenti che aspettavano [...] un segno [...]; dopo pochi minuti Marchesi cominciò il suo discorso di inaugurazione dell'anno accademico [...] in nome del popolo lavoratore "Inauguro l'anno accademico. 1943-44 ... " sviluppando poi il discorso sul ruolo del lavoro nella civiltà e sulla indissociabilità tra lavoro e libertà».

Da fine ottobre o dai primi di novembre si sono trasferiti a Padova, a casa dei signori Monici, in via del Santo 47. La signora Dina Monici, in una testimonianza rilasciata dopo la guerra, ricorda le discussioni accese tra padre e figlio, a volte perfino dei litigi - Bruno era impaziente di agire, non tollerava le lunghe riunioni che gli sembravano inutili - ma anche l'intransigenza aspra, il linguaggio duro, aggressivo, di Silvio quando parlava dei compatrioti fascisti. Il 15 novembre Trentin viene avvertito che stanno per arrestarlo e allora con Bruno si nasconde, come degente, presso la clinica oculistica del professor Palmieri (aderente al Partito d'azione), rifugio di molti ebrei e ricercati per tutto il periodo della Resistenza. Cessato l'allarme, tornano a casa Monici, ma la sera del 19 vengono arrestati dalla squadra d'azione «Ettore Muti» di Al­fredo Allegro. Nel percorso verso la sede della federazione fascista, in via Padovanino, Bruno ingoia tutti i documenti compromettenti («ho mangiato tutto quello che ho potuto»), tanto che durante la notte in cella ha un'occlusione intestinale e li scopre la tenerezza del padre: ricorda con commozione in un'intervista recente la premura affettuosa con cui l'ha assistito. Quindi la polizia fascista ritrova addosso ai Trentin solo i falsi documenti di Trentin padre, la carta d'identità autentica di Bruno, rilasciata dal Comune di Treviso, il sommario manoscritto di un'opera di Silvio, qualche ritaglio di giornale e un foglietto con dei versi scritti a mano - con vari errori ortografici - da Bruno: «La patria al cui soccorso/ Graziani vi esorta ad accorere (sic) / dei carnefici e dei predoni, dei / massacratori e degli sbiri» (sic), che sarà così giustificato da Silvio nel suo interrogatorio: «gli scarabocchi scritti sul mezzo foglio di carta protocollo son frutti della fantasia di mio figlio», e da Bruno stesso come: «parole [...] scritte da me allo scopo di mettere su carta le idee che mi affluivano nella mente». Nell'interrogatorio, avvenuto due giorni dopo presso la Questura di Padova, Bruno fa mettere a verbale (non senza ironia): «Nego di aver mai fatto propaganda contraria al Partito repubblicano fascista per il quale invece ho sempre avuto una certa simpatia essendo io un antimonarchico». Trasferiti nel carcere giudiziario dei Paolotti, ricevono la visita della Beppa.

Così Bruno passa anche questo compleanno incarcerato, o almeno in libertà vigilata, dato che lui il 29 novembre, suo padre il 2 dicembre, vengono scarcerati per l'aggravarsi dei disturbi cardiaci di Silvio e affidati alla Questura di Treviso.

Silvio viene ricoverato all'ospedale di Treviso presso il reparto del professor Pennati dove resterà fino all'11 febbraio quando dopo i primi bombardamenti viene trasferito alla clinica Carisi di Monastier. È sempre piantonato. Anche Bruno deve regolarmente presentarsi in Questura. Durante questi mesi, fino alla morte, Bruno e Giorgio assistono il padre, ma anche gli organizzano incontri politici con esponenti del Pda, Zwirner, Meneghetti, Armando Gavagnin, Fermo Solari. Molto frequenti le visite degli esponenti azionisti trevigiani Opocher e Ramanzini. Anche Valiani viene a trovarlo all' ospedale e in quell'incontro ambedue riconoscono la necessità di un'alleanza politica tra il Pda e il Pci. È in quell'occasione che, secondo le testimonianze dei familiari, Silvio «affida» il figlio Bruno al grande dirigente del Partito d'azione - l'affido del suo «erede», perché ne fosse garantita una continuità nella formazione anche dopo la sua morte (e così sarà: dall'autunno del '44 fino alla Liberazione e poi nei primi anni dopo la guerra Valiani si terrà sempre al suo fianco Bruno).

Silvio in gennaio redige l'ultimo appello «ai lavoratori delle Venezie» e detta proprio a Bruno una bozza di Costituzione per il nuovo Stato italiano. Bruno la scrive a mano, e una volta dattiloscritta, sarà poi corretta a mano da Silvio.

Dall'arrivo in Italia in settembre fino alla malattia e alla morte, Bruno è sempre stato l'ombra del padre, un padre che vede efficientissimo, pragmatico, pieno di iniziative, un grande organizzatore, un uomo del fare, e insieme lo studioso che esamina, ascolta, riflette e chiama a riflettere, non nasconde le complessità, non tende a semplificare, stende piani strategici, patti costituzionali. Il sognatore e l'organizzatore di uno Stato nuovo, di una società nuova. Il pensiero e l'azione, il sapere e il fare; l'attitudine alla ricerca, al dubbio, alla messa in discussione, senza chiusure dogmatiche, ideologiche, il senso austero del dovere in nome del bene comune: una scuola determinante che sarà per sempre anche lo stile di Bruno Trentin. Per Vittorio Foa, suo grande amico e maestro, Bruno «ha ereditato [...] l'apertura mentale del padre, [...] il non credere, il non dare per scontato nulla», un «atteggiamento di ricerca» come etica di vita quotidiana. Bruno ha sempre avuto un grande riserbo nel parlare di suo padre. Lasciava volentieri alla sorella Franca l'incombenza di seguire tutte le iniziative dedicate alla sua memoria, come quelle del Centro studi Silvio Trentin di Jesolo. Ma pochi anni fa, il 13 settembre del 2002, nel ricevere la laurea ad honorem dalla Università Ca' Foscari di Venezia, iniziava la sua lectio doctoralis dicendo: «Voi potete comprendere la mia emozione, in questo momento, non solo per l'onore che mi fate, forse impropriamente, con questa candidatura, ma per la scelta che avete compiuto di tenere questa riunione nell'aula che porta il nome di mio padre. Sono sempre stato restio a parlare di lui, non cambierò oggi il mio atteggiamento. Voglio soltanto testimoniare che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l'etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti».

Durante la degenza del padre, Bruno entra in contatto con Ettore Luccini, docente di storia e filosofia al Liceo Canova, amico e «allievo» di Curiel. Va a lezione privata da lui: vuole migliorare il suo italiano e prendere lezioni di filosofia per completare la sua preparazione in vista del ritorno in Francia.

Ma il padre peggiora. Il 12 marzo muore. Il 14 marzo è sepolto nella tomba di famiglia a S. Donà. Le autorità vietano il corteo funebre. Dietro il carretto con la bara ci sono solo Beppa, i due figli e l'amico Matter.

La morte del padre segna indelebilmente la vita di Bruno. Vive la tragedia del padre: ora che cominciava a delinearsi finalmente l'esito positivo di quest'avventura straordinaria cui aveva dedicato tutta la vita, a lui, che della nuova Italia avrebbe potuto essere uno dei leaders più prestigiosi, questo esito positivo non era concesso di vivere (Nenni, appena appresa la notizia della morte di Trentin, nota sul suo diario: «Sarebbe stato certamente uno dei capi della nuova Italia, uno dei maestri della nuova generazione. Invece ... »). Ma i due ragazzi non si lasciano sopraffare, il dolore per il padre non può essere rielaborato che proseguendo la lotta. Bruno continuava ad essere sotto sorveglianza (doveva presentarsi in Questura ogni giorno), quindi scappa ed entra completamente in clandestinità.

Ora la resistenza, fino a quel momento «mediata» dal padre, diventa un'esperienza tutta «sua». Con il fratello partecipa a varie azioni delle formazioni di GL nei dintorni di Treviso: attacchi a presidi militari fascisti e tedeschi, organizzazione di alcuni lanci degli Alleati in un'azienda agricola di S. Biagio di Callalta. Giorgio ricorda ancora la «disavventura» vissuta un giorno con il fratello: il bagno involontario prolungato nelle acque gelide di una palude per recuperare il materiale di un lancio, e poi la sosta ristoratrice nella casa colonica dove scoprono le virtù terapeutiche della grappa.

Mentre il fratello Giorgio resta in zona (abita con la madre, sfollata da Treviso, in una casa sulle rive del Sile a Silea all'altezza del traghetto sul fiume), come commissario politico del battaglione GL comandato da Vito Rapisardi, Bruno passa alle dirette dipendenze del Comando militare regionale.

Durante i mesi estivi resta nella pedemontana trevigiana, inviato in una formazione autonoma, con il compito di ripianare delle difficoltà di collaborazione tra questa e le altre formazioni partigiane della zona.

Dopo questo primo periodo in cui è chiamato a svolgere trattative e risolvere conflitti («ero considerato specializzato in grane»), si butta nello scontro militare vero e proprio. Partecipa a diverse azioni con la dinamite contro camion militari ad attentati alla rete ferroviaria al Ponte della Priula. Per l'occasione si dedica allo studio e all'uso degli esplosivi, ai vari sistemi di innesco della dinamite.

Vive l'esperienza della resistenza trevigiana nella sua fase più esaltante e drammatica: la liberazione di quasi tutta la pedemontana - ad opera soprattutto delle brigate garibaldine Tollot e Mazzini - e poi i durissimi rastrellamenti pagati a caro prezzo sia dai partigiani che dalle popolazioni. «È stato un apprendistato difficile e doloroso», dice, anche per i limiti della strategia militare partigiana, la «follia» di occupare e presidiare zone troppo esposte o troppo vaste rispetto al rapporto di forze, con metodi di guerra inadeguati: «Era un fronte molto lungo con migliaia di partigiani armati, anche lì l'errore fu l'illusione di poter occupare un territorio tenerlo con le regole di una guerra di posizione, quando i rapporti di forza lo rendevano assolutamente impossibile. Furono liberati interi paesi, villaggi anche importanti, è stata un'esperienza da un certo punto di vista molto bella, si eleggono i primi sindaci, però fu pagata cara quando cominciò la repressione».

In quelle settimane tutta la zona pedemontana (Miane, Follina, Cison, Revine, Tarzo) è infatti zona libera. Nel mese di agosto a Revine si tengono anche le elezioni amministrative, viene eletto il sindaco, nominata una giunta democratica. I partigiani provvedono alla distribuzione di alimenti alla popolazione, con una specie di autoamministrazione. Per Bruno sarà un'esperienza fondamentale: sente che si tratta di quella guerra di popolo per cui il padre si era tanto battuto:

«Questa scoperta della Resistenza come guerra di popolo che credo che soltanto in Italia, a parte la Jugoslavia, si è potuto vivere in Europa occidentale [...] E questo dato che mi ha profondamente turbato, conquistato e che mi ha fatto scegliere di restare in Italia, anche prima della fine della guerra».

In questo periodo, in cui Bruno con il suo gruppo è stanziato tra Tarzo e il lago di Revine, lo raggiunge per ben due volte il fratello Giorgio che gli porta delle armi, ma che poi rientra dalla madre in modo rocambolesco attraversando le linee tedesche durante il rastrellamento.

Dall'11 agosto i tedeschi arrivano a Pieve di Soligo con un grande dispiegamento di forze, coadiuvati dalle brigate nere di Treviso. Bruno in quei giorni partecipa alla battaglia per la difesa di Pieve di Soligo ma anche alla ritirata rapida, con la perdita di tutti i mezzi, armi, viveri. Per ben cinque giorni i tedeschi tentano di avanzare verso Solighetto, ma i partigiani tengono le posizioni e alla fine costringono alla ritirata reparti superiori a loro sia per mezzi che per uomini. Alla fine di agosto e ai primi di settembre il rastrellamento si intensifica (per il 3 settembre erano state organizzate le elezioni amministrative a Tarzo ma non possono svolgersi per l'avanzata delle truppe tedesche): «Quando i tedeschi arrivarono da un lato con un treno semiblindato che poteva sparare cannonate e mitragliatrici a raffica sui versanti della pedemontana, quando aggredirono questi villaggi con i partigiani che avevano [...] pochissime munizioni per poter reggere un fatto di questo genere, ci fu, dopo due giorni di battaglia anche eroica, un tracollo totale. Io ho vissuto un altro otto settembre in quei giorni nel senso che bisognava sgomberare dei paesi in fretta e furia, far saltare tutti i depositi sia di viveri che di mezzi di trasporto [...] e poi purtroppo lasciare le popolazioni alla mercè della vendetta. Tutti questi paesi furono bruciati, incendiati, e i partigiani ripiegarono sulle montagne fino a quando non furono poi costretti anche lì a passare in pianura, in qualche modo a disperdersi per alcuni mesi almeno».

Anche il gruppo di Bruno risale in montagna, cerca di attraversare il Fadalto per raggiungere le formazioni garibaldine in Cansiglio, ma non ci riesce; scendono quindi di notte per i crinali della montagna e nei dintorni di Tarzo hanno degli scontri a fuoco. Sono ridotti a otto, di cui un pilota afroamericano e un ufficiale tedesco prigioniero. Sono costretti a sciogliersi per raggiungere individualmente la pianura. Bruno torna a Padova. Il CLN regionale lo destina al Comando regionale lombardo e al Comitato di liberazione Alta Italia. Qui ritrova Valiani, il suo padre putativo. A Milano gli viene assegnato il lavoro di collegamento delle varie formazioni GAP della città. Sarà un gappista determinato, audace, con un sangue freddo incredibile, e un grande organizzatore: forma i nuovi adepti, addestra alla clandestinità, impone regole, di­stribuisce incarichi, fissa obiettivi. Compie allora 18 anni. La sua partecipazione alla lotta armata ha cambiato completamente segno: non più vita di brigata, inserita in un contesto geografico e sociale in qualche modo protettivo, come era stata l'esperienza nella pedemontana trevigiana, ma clandestinità totale, mimetizzazione, cambio continuo di residenza, organizzazione di azioni individuali ad estremo rischio che comportano quasi sempre il trauma della violenza, dell'usare violenza, del dare anche morte. Organizza dei commando anche spericolati per liberare prigionieri, acquisire armi, giustiziare spie. Si muove spesso travestito da SS in camion militari di nazisti o fascisti. Una volta, sotto un bombardamento, in un camion tedesco, teme che il destino gli stia giocando un macabro scherzo: farlo morire confuso con gli SS, come uno di loro. In divisa da SS italiana e con documenti della polizia tedesca nel febbraio del '45 viene mandato a Verona per organizzare un'impresa praticamente suicida: la liberazione di Parri (fortunatamente interrotta per sopravvenuto scambio con un generale tedesco). Nelle ultime settimane precedenti l'insurrezione conosce Vittorio Foa.

Negli ultimi giorni a Bruno viene assegnata la gestione della radio che doveva guidare la liberazione di Milano e il comando della brigata Rosselli. Come comandante di questa brigata partecipa alla liberazione della città, andando ad occupare la sede dei giornali, liberando l'arena che era un deposito di armi e bombe della Wehrmacht, sostenendo duri combattimenti con le sacche di resistenza fascista. Il giornale del PdA, «Italia libera», dopo la fine della guerra scriverà di questa eroica Brigata Rosselli comandata da Bruno - alla testa dell'insurrezione - che la mattina del 26 aprile passa - sono tutti giovani, completamente armati - su una colonna di autocarri, tra due file di folla plaudente; in piazza della Scala hanno uno scontro a fuoco con i fascisti, un combattimento molto lungo che lascia morti e feriti anche tra i giovani della Rosselli che però hanno la meglio; il giorno successivo nuova imboscata fascista ma tutti i fascisti vengono uccisi o catturati, permettendo così che si possa tenere il grande comizio della Liberazione. E sul palco di Piazza Duomo, il 28 aprile, dopo Pertini, Longo, Moscatelli, sarà Bruno Trentin a prendere la parola a nome di tutti i giovani partigiani protagonisti dell'insurrezione.

Dato che era diventato un esperto di esplosivi, alla Liberazione Bruno viene mandato a Venezia, al porto di Marghera, a disinnescare delle navi tedesche minate. A Treviso nel frattempo, il 28 aprile, il CLN emana un decreto con cui designa il sindaco (Vittorio Ghidetti del Pci) e la giunta popolare tra i cui componenti, espressione dei vari partiti del CLN, risulta essere anche Bruno Trentin a nome del PdA.

Per la sua partecipazione alla Resistenza gli verrà assegnata la croce al valor militare con la seguente motivazione: «Partigiano combattente - brigate G.L. - Partecipava con grande slancio alla lotta partigiana. Benché giovanissimo, dimostrava ottime capacità nell'organizzare alcune formazioni, alla testa delle quali compiva numerose azioni e concorreva efficacemente ai vittoriosi combattimenti delle giornate insurrezionali - Treviso-Milano settembre 1943 - aprile 1945».

Si ferma a Milano ancora per diverso tempo, nella redazione del giornale del Pda, «Italia libera». È qui che nell'estate riuscirà a trovarlo la sorella Franca, in viaggio dalla Francia. Quasi non lo riconosce: era diventato un ragazzone robusto con una grande barba, un po' scontroso: «era cresciuto, non era più il bambino che proteggevo. Quando mi ha vista ha manifestato una sorta di stupore come se mi avesse dimenticata, come se gli ricordassi la vita francese sepolta».

Dopo la fine della guerra, Bruno, pur riconoscendo che la Resistenza ha condizionato totalmente tutte le scelte della sua vita futura, sente la necessità di tagliare - non aderisce nemmeno alle associazioni di ex partigiani -, di proiettarsi oltre l'esperienza della lotta di liberazione. Soltanto negli ultimi anni accetterà di parlare della «sua» Resistenza. Lo fa con il rammarico di aver «attraversato» quel periodo «con la furia di un ragazzo che aveva solo voglia di divorare, di divorare conoscenze, luoghi, persone», vissuti in modo molto intenso, ma «con la fretta e la furia di scoprire la sensazione che il mondo fosse nelle tue mani», senza poter, di quel periodo, trattenere, e rielaborare appieno, la ricchezza che esprimeva.

Partecipa comunque a tutte le commemorazioni ufficiali in memoria del padre. Nel dicembre del '45 al Teatro comunale di Treviso, affollatissimo, l'orazione per Silvio Trentin è tenuta da Egidio Meneghetti, rettore dell'Università di Padova, presentato dal prefetto di Treviso Leopoldo Ramanzini; dopo la commemorazione viene scoperta nella piazza ora chiamata Silvio Trentin una lapide a cura della locale federazione del Partito d'azione.

Bruno continua ad andare a Milano, per lavorare al giornale diretto da Riccardo Lombardi, «Il giornale di mezzogiorno», e fa la spola tra Milano, Padova, dove è iscritto a Giurisprudenza, e Treviso. Come delegato del movimento giovanile del Pda fa una serie di viaggi internazionali. E alla prima Conferenza mondiale della gioventù a Londra, nel novembre del '45.

«[...] fino al 2 giugno del '46, ho di fronte agli occhi un magma quasi indistinto di corse in vari posti d'Italia, in Inghilterra, in Francia». Sono esperienze che vive con entusiasmo e una certa frenesia: ha fame di vedere, conoscere, capire, aprirsi a nuove realtà. Si sente cittadino del mondo, come si sentiva suo padre.

Iniziano i suoi primi frequenti viaggi a Roma per partecipare alle riunioni del Partito d'azione e per organizzare il movimento giovanile del Pda di cui diventa segretario nazionale. Nel '47 si reca negli Stati Uniti, a un convegno internazionale di giovani, ma coglie l'occasione di frequentare l'università e di dedicarsi già alla tesi di laurea sulla Corte suprema degli Stati Uniti, ad Harvard, dove incontra Salvemini. Per un mese e mezzo lavora nella biblioteca del Campus universitario. Seguono dopo il rientro in Italia due mesi di un seminario universitario, sempre dell'Università di Harvard, in Austria, a Salisburgo, anche li un crocevia di persone di tutta Europa e degli Stati Uniti.

Tra un viaggio e l'altro, torna a Treviso e a frequentare l'Università a Padova, dove si reca da pendolare. L'esperienza universitaria non è molto felice. Innanzitutto la scelta della facoltà è stata determinata più da un obbligo morale verso il padre che da una vocazione personale (fin da ragazzino, in Francia, si sentiva portato per diventare economista). Si era già iscritto nell'autunno del '43, evidentemente su consiglio del padre, come «copertura», per avere maggiore libertà di movimento, ma la sua decisione personale - di perseguire effettivamente la strada degli studi di giurisprudenza - matura soltanto nel '46. Affronta gli esami con grande ansia, a volte con crisi vere e proprie di panico, per l'handicap della lingua italiana che ancora non padroneggia perfettamente e che lo danneggia nei voti. Soltanto nell'Istituto di Filosofia del diritto, dove insegnano Bobbio e Opocher, si trova a suo agio, tanto da accettare di collaborarvi per un periodo. Si laurea nel '49 con una tesi dal titolo La Funzione del giudizio di equità nella crisi giuridica contemporanea (con particolare riferimento all'esperienza giuridica americana), con il professar Enrico Opocher come relatore.

Così racconta il suo percorso politico: «in quegli anni, in quei mesi così intensi certamente quello che era un compromesso più o meno finto fatto con mio padre quando accettai di venire in Italia scomparì, e divenni un militante da tutti i punti di vista, del movimento di Giustizia e libertà e del Partito d'azione poi, partecipando anche a quel tanto di lotta politica che allora iniziava anche all'interno del Partito d'azione, una lotta politica che aveva come uno dei suoi aspetti fondamentali il rapporto con la sinistra e si può dire con la sinistra nuova che era rappresentata dal Partito comunista».

Il 21 ottobre '45 esce su «Giustizia e Libertà», settimanale veneto del Pda, un suo articolo a quattro colonne, Esperienze federaliste, in cui a commento del primo congresso della sezione italiana del Movimento federalista europeo (cui ha partecipato nei giorni precedenti), a seguito di quello tenuto si prima a Parigi, afferma che entrambi si sono chiusi con un sostanziale fallimento, poiché il Movimento federalista continua nella «sua piccola vita di movimento di élite, senza contatto con le masse popolari e le loro esigenze». L'errore di valutazione da parte del Mfe è stato, secondo lui, quello di «identificare le forze del federalismo [...] nel piccolo movimento federalista europeo», mentre le forze che effettivamente potranno avviare la realizzazione di un'Europa federale sono i partiti politici di massa e le forze del lavoro che «costituiscono il vero esercito della rivoluzione federalista». Conclude: «chi scrive si sente molto più vicino [a questa opzione] [...] Effettivamente se si crede nella capacità rivoluzionaria di queste forze politiche uscite dall'esperienza internazionale della Resistenza, e di queste forze di lavoratori (le quali hanno effettivamente possibilità di portare la loro voce di federalisti anche in seno ai governi, su problemi concreti), non si può pensare che il federalismo sia in crisi, ma bensì in atto». Auspica il coinvolgimento del partito comunista e del proletariato internazionale, poiché ritiene che «il Pc non possa non appoggiare la rivoluzione federalista europea anche perché esigenze storiche [...] lo portano a lottare in terreno democratico». A nemmeno 19 anni Bruno dimostra non solo di aver fatto propria la lezione del padre sulla concezione federalista e sulla necessità del coinvolgimento dei partiti di massa e delle forze del lavoro, ma anzi di saperla portare più avanti, rielaborando sia la propria esperienza diretta nella Resistenza come fatto di massa sia i legami internazionali in cui si è formato. Il processo di unità europea - sostiene - è indispensabile alla costruzione della pace ma può essere messo in moto solo se legato ai problemi concreti dei lavoratori. Si sta già delineando in fondo quello che sarà anche nel suo futuro di dirigente politico e sindacale, e alla fine di deputato europeo, il suo approccio al problemi politici e sociali, in particolare la sua attenzione alla concretezza della realtà e della storia come base e condizione di qualsiasi progresso.

Resta fino alla fine nel Partito d'azione, partecipando con passione alle discussioni interne, confrontandosi con i massimi dirigenti del partito.

Vittorio Foa ci ha raccontato un episodio significativo di quel periodo appassionato, che ha portato a lacerazioni dolorose, e in particolare al distacco di Bruno dai suoi grandi padri, Lussu e Valiani. Ma è lo stesso Valiani - come racconta Foa nella sua intervista - a «preannunciargli», con determinazione, la scelta futura - l'adesione al Pci -, ancora in incubazione in Bruno, come per rassicurarlo che l'abbandono del «padre» è nelle cose e non va vissuto come una colpa.

In effetti, dopo lo scioglimento del Pda, Bruno non segue gli ex compagni che confluiscono nel Psi. Già nelle discussioni nel periodo finale del partito, si riconosce nelle posizioni critiche di chi esprime dure riserve verso l'atteggiamento che i socialisti hanno avuto con il fascismo. È da «francese» soprattutto che sposa questa tesi, rifacendosi alle posizioni del padre: «Il Partito d'azione e Giustizia e libertà era molto segnato in questo senso - c'era un dato comune con i comunisti - da una riflessione profondamente critica sul modo in cui il Partito socialista, non solo in Italia ma anche in Francia era crollato e si era anche disgregato di fronte all'avventura fascista, insomma, non c'erano soltanto gli episodi dell'inizio del fascismo che. hanno visto per esempio metà della CGIL tentare di salvarsi attraverso un compromesso con il nuovo regime, ma anche la fine ingloriosa di un Parlamento come quello francese in cui la maggioranza dei deputati socialisti praticamente votò la fiducia a Pétain, ecco [...] aveva segnato di sé molto fortemente anche un movimento che nasce [...] come socialista, come Giustizia e libertà, e quindi il rapporto con i comunisti era una questione che ci attanagliava allora già fortemente, era l'assillo di mio padre e diventò anche una mia profonda convinzione, non a caso appunto nel momento in cui il Partito d'azione praticamente si sciolse, iniziò il suo percorso, la sua diaspora, io scelsi di entrare nel Partito comunista».

Ma non entra subito nel Pci. Presenterà domanda formale di iscrizione al partito solo alla fine del '49 dopo essere entrato all'Ufficio studi della Cgil, chiamato da Vittorio Foa, perché voleva essere accettato per quello che era e non in «quota» del partito: «la scelta, diciamo così, politica e ideale era già fatta nel '48, però io rimasi per alcuni anni indipendente, pur militando in tutti i movimenti vicini al Partito comunista; mi iscrissi alla fine del '49».

Al Pci ha aderito soprattutto in quanto partito che rappresenta interi settori sociali, come forza di cambiamento che coinvolge le masse popolari: è il «partito del lavoro». Dalle testimonianze raccolte, sembra sia stata più una scelta metodologica ed etica, che dottrinale, ideologica. E un'adesione alla ricchezza umana del partito e dei suoi organismi di massa, alla sua potenza organizzativa, alla capacità di agire sulla realtà. Quando, in un'intervista recente, ipotizza che forse anche il padre, se fosse vissuto, avrebbe potuto fare la scelta del Pci, Bruno dice: «per cambiare il PCI». Mentre lo dice, probabilmente pensa a se stesso, alla motivazione della sua scelta.

La CGIL offriva allora prospettive do grande respiro intellettuale, di libertà ideativa, da coniugare con progetti concreti, senza i condizionamenti ideologici e i compromessi tattici dei partiti. È la CGIL di Di Vittorio e di Foa. L’Ufficio studi vuol diventare il laboratorio per trasformare le piccole battaglie sindacali di corto respiro in lungimiranti progetti di grandi riforme per la nuova società tutta da inventare e da costruire.

 

 

Bibliografia

Iginio Ariemma e Luisa Bellina - Bruno Trentin dalla guerra partigiana alla CGIL - Nuova Iniziativa Editoriale 2008

 

Vendredi 23 août 2013 5 23 /08 /Août /2013 08:05
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