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Testimonianza di Onorina Brambilla Pesce “Sandra”, deportata nel campo di concentramento di Bolzano

5 Janvier 2013 , Rédigé par anpi-lissone Publié dans #Resistenza italiana

Onorina Brambilla primo piano

Gappista, medaglia d’oro al valor militare per la sua attività nella Resistenza. Fu catturata il 12 settembre 1944 a causa di una soffiata di una spia. Portata a Monza, presso la “Casa del Balilla” (l’attuale Binario 7), «picchiata con forza», poi trasferita alle carceri di Monza, dove rimase «due mesi in una cella isolata», venne in seguito deportata nel campo di concentramento di Bolzano.

 La sua testimonianza

«Ricordo i chilometri in bicicletta o a piedi per la città, a ogni ora e con ogni tempo, col sole o con la pioggia, spesso passando con il cuore in gola in mezzo ai nazifascisti.

La lotta in città era del tutto particolare, non era come in montagna, dove i partigiani si riunivano in gruppi. In città il gappista era solo, la cospirazione e la lotta clandestina gli imponevano la più assoluta segretezza, talvolta una vita da eremita come nel caso di “Visone” (N.d.A. Giovanni Pesce, diventerà suo marito dopo la Liberazione), che viveva isolato e non incontrava mai nessuno. Il gappista viveva circondato dal nemico, con la possibilità di essere riconosciuto in ogni momento o di essere fermato e perquisito nei continui rastrellamenti».

Giovanni-Pesce-e-Onorina-Brambilla.jpg

 

A Bolzano

«Arrivammo al campo di concentramento di Bolzano il 12 novembre 1944. Fu in quella livida domenica mattina che per la prima volta vidi un campo di prigionia: le baracche, i prigionieri, le mura, i reticolati, le sentinelle sulle piazzole di guardia.

La divisa del campo era una casacca con pantaloni di grossa tela da imballaggio bianco sporco, sulla schiena spiccava una grossa croce in colore rosso che doveva distinguerci come prigioniere. A noi ultime arrivate avevano però dato il permesso di tenerci anche i nostri vestiti. Probabilmente cominciavano a scarseggiare le possibilità di dare a tutti una divisa. Indossai la casacca e pantaloni di tela sopra i miei abiti, perché faceva freddo.

Mi fu assegnato il numero di matricola 6087, col triangolo rosso dei politici e fui destinata al blocco F.

Calci colpi di randello, frustate, accompagnati da urla terribili ci venivano inflitti per i più futili motivi. Guai a non osservare la brutale disciplina.

Le punizioni avvenivano non solo nei blocchi, a volte si veniva portati nella palazzina del Comando, o nelle celle di punizione, che erano stanzette di cemento, buie e gelate. Qui si finiva nelle mani di due giovani ucraini di origine tedesca, Michael Seifert e Otto Stein. Il primo aveva il viso sempre ben rasato, il secondo portava due grandi baffi da tartaro. Massacrarono almeno una ventina di prigionieri.

Il cibo era una disgustosa brodaglia, e chissà cosa c’era nel pane.

Passavamo intere giornate a parlare di cibo la fame non ci abbandonava mai.

Per fortuna potevamo scrivere lettere e ricevere dei pacchi dalle famiglie (che spesso erano trattenuti dai sorveglianti).

Quando i pacchi arrivavano, non duravano un’ora: dividevamo ogni cosa, e questo non era solo un aiuto materiale, ma soprattutto morale. Io li ricevevo da mia madre, che aiutata da Visone, li otteneva dall’organizzazione clandestina.

In tutta la baracca c’era solo una stufa, ma questo non ha mai causato risse per l’accaparramento dei letti più caldi lì intorno. Tra noi donne c’era una certa serenità, cosa che non sempre, accadeva tra gli uomini ...»

 

Bibliografia:

Onorina Brambilla Pesce - Pane bianco – Ed. Arterigere 2012

  

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