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dedicata ai

 15 Lissonesi morti per la libertà

 

Che cosa ci offri, o Storia,

dalle tue gialle pagine?

Noi eravamo gente oscura,

uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso

puzza di cipolla e di sudore

e sotto i baffi spioventi

imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto

d’averti saziata d’eventi

e abbeverata con abbondanza

nel sangue di migliaia di morti?

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,

le nostre immagini mai giungeranno

sino ai tuoi massicci volumi

accumulati nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici

alle genti di domani,

destinate a darci il cambio,

che valorosamente abbiamo lottato. 

Nicola Vapzarov  (poeta bulgaro, membro della Resistenza contro l’occupazione nazista del suo Paese,  fucilato all’età di 33 anni  il 23 luglio del 1942)

 

viaggio della memoria

scriveva Primo Levi

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

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pagine di storia locale

Nel breve spazio di tempo che va dal marzo al giugno 1946, gli italiani furono chiamati alle urne due volte: la prima, per eleggere le amministrazioni comunali, la seconda, il 2 giugno 1946, per scegliere la forma istituzionale dello Stato, monarchia o repubblica, ed eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova Costituzione.


Lissone 1946

 

A Lissone, il 3 maggio 1945, nella residenza comunale, il Comitato di Liberazione Nazionale insediò la nuova Giunta municipale, la cui composizione era stata decisa sin dalla riunione clandestina del 12 marzo. Per la scelta del sindaco i comunisti, superando la dura opposizione socialista, avevano comprensibilmente messo «il loro voto a disposizione dei democristiani, appellandosi alla situazione prefascista» e la scelta era caduta su Angelo Arosio, detto Genola. Vicesindaco fu nominato Giuseppe Crippa, comunista, e all'amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai lavori pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'assistenza ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente.

Giunta-di-Lissone-luglio-1945.jpg   

verbale-insediamento-amministrazione-comunale.jpg verbale-insediamento-amministrazione-comunale-pag2.jpg

Il Comitato di Liberazione Nazionale aprì una grande sottoscrizione per garantire l'assistenza ai più poveri; i fondi furono gestiti ed erogati da una speciale Commissione finanziaria che, oltre dell'assistenza si occupò anche di sostenere l'ospedale della Carità, il patronato scolastico, la scuola professionale di disegno, l'Associazione mutilati e invalidi di guerra e l'Associazione reduci e la Conferenza di San Vincenzo.

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di grandi proporzioni. Notevoli furono le spese sostenute dall'Amministrazione comunale lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

In campo internazionale, gli USA, una volta vinta la guerra, furono l'unica potenza in condizioni di prosperità di fronte ad un'Europa terribilmente impoverita e devastata. Perciò, con il preciso scopo di combattere l'influenza sovietica e mostrare agli europei il volto del loro possente capitalismo, gli americani programmarono notevoli aiuti ai paesi europei. Uno strumento importante sorto nel novembre 1943 a Washinghton con il fine di pianificare l'aiuto per la ricostruzione delle zone devastate dalla guerra, fu l'United Nation Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), formalmente sotto il controllo ONU, ma di fatto frutto dell'intervento economico degli USA. Furono messi a disposizione capitali, materiali e generi alimentari.

A Lissone il problema dell'assistenza aveva determinato la nascita nel dicembre del 1945 del Comitato comunale per l'assistenza post-bellica con lo scopo di favorire la distribuzione di vestiario e generi alimentari, mentre il 9 gennaio 1946 il comune fu incluso nel piano di distribuzione viveri e prodotti tessili del comitato provinciale UNRRA. A tal proposito nello stesso anno si formò il comitato comunale di assistenza UNRRA e nacquero contemporaneamente quattro centri di assistenza, ubicati presso la scuola materna comunale di via G. Marconi, l'asilo infantile Maria Bambina di via Origo, la mensa materna ONMI di via Fiume e lo spaccio comunale ECA di piazza Libertà.

aiuti-UNRRA.jpg

In definitiva nel luglio del 1946 erano assistiti tramite refezione gratuita e distribuzione di generi in natura circa 540 minori e 120 madri, anche se i bisognosi ammontavano in tutto a 900 persone. 

Le prime elezioni libere dopo la fine del regime fascista furono quelle amministrative che furono fissate per il 7 aprile 1946; 5.700 furono i Comuni italiani interessati dal voto.

Alla vigilia delle prime elezioni in cui anche le donne vennero chiamate ad esprimere il proprio parere, nessuna forza politica poté ignorare quale enorme importanza avrebbe assunto l’elettorato femminile, che, con 14.610.845 persone che acquisirono il diritto a recarsi per la prima volta in una cabina elettorale, costituiva circa il 53% del totale.

De Gasperi e Togliatti erano fondamentalmente concordi sull’estensione del suffragio, ma dovettero scontrarsi con la diffidenza che il provvedimento suscitò, per motivi diversi, all’interno dei loro partiti.

De Gasperi Nenni Togliatti

Nel PCI i dubbi circa i risultati delle urne erano legati al timore che le donne si lasciassero troppo influenzare dai loro parroci e dalla Chiesa.

Le perplessità democristiane erano invece legate alla possibilità che, con la nuova partecipazione alla vita politica, esse si allontanassero progressivamente dai valori tradizionali, incrinando così l’unità della famiglia.

Per Nenni e per i socialisti il voto femminile era sicuramente un fatto positivo, ma potenzialmente pericoloso. Il Partito Liberale, il Partito Repubblicano e il Partito d'Azione si mostrarono a volte indifferenti, a volte diffidenti verso il voto alle donne, per timore che risultasse un vantaggio per i partiti di massa.

In Brianza si affermò la Democrazia cristiana, che vinse in tutti i paesi ad eccezione di Albiate e Nova.

Nonostante le preoccupazioni della Questura di Milano, che temendo incidenti, inviò una circolare contenente le direttive per mantenere l'ordine pubblico, anche a Lissone la giornata elettorale trascorse «da parte della cittadinanza in una atmosfera di disciplina e compostezza e di esemplare senso civico».

torre Casa del popolo dopoguerra-comizio.jpg 1948 Comizio

A Lissone, i seggi elettorali erano insediati in piazza IV Novembre, alle scuole di via Aliprandi, alla cascina Santa Margherita. Verso sera, alle 18, l'altoparlante della casa del popolo comunicò i dati riassuntivi: la Dc prese il 58,45% (e 24 seggi), l'Unione dei partiti di sinistra il 36,7% (6 seggi), e infine gli indipendenti con soli 411 voti presero il 4% e nessun seggio in Consiglio comunale. Ma il dato più significativo fu l'affluenza alle urne, che raggiunse il 92% degli iscritti (gli aventi diritto al voto erano oltre 11.000).

Il 17 aprile 1946 si insediò quindi il nuovo Consiglio comunale, e dopo il doveroso ricordo dei caduti della liberazione in un clima di grande rispetto reciproco e di consapevolezza delle difficoltà del momento, la maggioranza, per voce di Bruno Muschiato (che lo presiedeva nella sua qualità di consigliere capolista), chiese «ai colleghi della minoranza [...] la loro collaborazione e specific[ò] che [era] intenzione di riserbare un posto di assessore effettivo al consigliere Federico Costa nella sua qualità di capo riconosciuto dalla minoranza stessa». Dopo il rifiuto del Costa, motivato dalla necessità «di poter svolgere liberamente il compito di controllo e di critica costruttiva che in regime veramente democratico sono indispensabili», Mario Camnasio fu eletto sindaco. 

1949 Lissone Amministrazione comunale 1  1949 Lissone Amministrazione comunale 2

 

Angelo-Arosio-Genola.jpg

«Il lavoro da compiere - sostenne il sindaco uscente Angelo Arosio - è oltremodo difficoltoso e non si può certamente sperare che una bacchetta magica lo possa immediatamente risolvere; il pareggio di bilancio, ad esempio, appariva ben distante da raggiungere. E nonostante si dovesse operare, secondo la Giunta, «più con la riduzione delle spese che con eccessivi inasprimenti di tributi locali o con l'assunzione di mutui, furono applicate dall'amministrazione comunale «la sovraimposta al 3° limite [e] tutte le altre imposte e tasse comunali [...] con le aliquote e nelle misure massime stabilite dalle vigenti disposizioni di legge in materia, e [...] pure sono state applicate le addizionali sulla imposta di famiglia e sulla imposta industria, arti, commercio e professioni». Malgrado gli sforzi e le nuove imposizioni il risultato fu tuttavia sconsolante, poiché «benché applicate al massimo le imposte non hanno seguito il vertiginoso aumento dei prezzi. Infatti [...] le entrate non potranno pareggiare le uscite».

In questa situazione la Giunta affrontò il problema degli alloggi nominando una apposita Commissione comunale, con «mansioni principalmente conciliative per la disciplina dell'importante servizio» e programmando sistemazioni anche precarie per le famiglie degli sfrattati. Inoltre, «constatata la necessità da parte della popolazione e particolarmente dei ceti meno abbienti, di disporre di generi alimentari non razionati di più largo consumo e prezzi equi», fu istituito l'Ente comunale di consumo e programmato un piano organico di opere pubbliche a «sollievo della disoccupazione, sempre più preoccupante in ogni categoria operaia», con il contributo dello Stato. 

2 giugno 1946 file ai seggi manifesto PCI per la repubblica

Il 2 giugno 1946 il corpo elettorale venne nuovamente chiamato alle urne. Gli elettori dovevano scegliere con un referendum tra la monarchia e la repubblica ed eleggere i loro rappresentanti all'assemblea costituente. Vittorio Emanuele III, in un ultimo disperato tentativo di salvare la monarchia aveva meno di un mese prima abdicato in favore di suo figlio, Umberto.

1946-9-maggio-abdicazione-Re-V-E-III.JPG 1946-2-giugno-Umberto-II-vota.JPG

1946-manifestanti-pro-Repubblica.JPG

Ma fu vana impresa e con 12.717.923 (il 54,2%) contro 10.719.284 (il 45,8%) l’Italia divenne una repubblica. Ufficializzata la votazione Umberto inizialmente chiese tempo, affermando che le preferenze per la Repubblica costituivano la maggioranza dei voti validi, ma non la maggioranza della totalità degli aventi diritto al voto.

1946-giugno-Corriere-Repubblica-a.JPG 1946-risultati-Referendum-per-regione.JPG

Furono giorni carichi di tensione, e circolarono voci di un possibile colpo di stato dell' esercito in appoggio al re. Tuttavia De Gasperi e gli altri ministri rimasero fermi al loro posto e infine il 13 giugno il «re di maggio», come venne poi soprannominato, prese la via dell'esilio.

1946-Torino-W-la-Repubblica.JPG 1946 re Umberto II lascia Quirinale

Enrico De Nicola, l'ultimo presidente della Camera prefascista, fu, quindici giorni più tardi, eletto capo provvisorio dello Stato.

Enrico De Nicola I presidente

A Lissone le elezioni si svolsero «in un clima di concordia e di consapevolezza dell'importanza e della gravità» del momento.

scheda elettorale monarchia repubblica   Lissone-referendum-2-giugno-1946.jpg

Anche il corpo elettorale cittadino votò in grande maggioranza per la Repubblica (76,2% contro il 23,8% per la Monarchia) e Federico Costa, il 17 giugno, alla prima adunanza del Consiglio comunale dopo il referendum, sottolineò con forza che «la superata crisi dei giorni scorsi per merito dei nostri dirigenti democratici e per la maturità politica di tutto il popolo dimostra quanto fosse retrograda e reazionaria la dinastia che resse i destini del nostro paese per tanti anni».

manifesto per Costituente giugno 1946 lavori Costituente

L'elezione per l'Assemblea Costituente dette inoltre per la prima volta una indicazione precisa della forza dei partiti. A livello nazionale la Dc emerse come primo partito con il 35,2%, seguito dai socialisti con il 20,7% e dal Pci con il 19%. I tre grandi partiti ebbero da soli quasi il 75 per cento dei voti, presentandosi come i dominatori della Costituente. A Lissone la percentuale ottenuta dai tre partiti fu addirittura maggiore, il 94,13%, e lo scrutinio non presentò particolari stravolgimenti rispetto a due mesi prima. La Dc tuttavia perse quattro punti percentuali, e con 5.577 voti ottenne il 54,2%; i socialisti con 3.086 voti ottennero il 29,99%, il Pci con 1.023 voti ebbe il 9,94%. Gli altri partiti si spartirono il 6% rimanente (Democrazia repubblicana ebbe 84 voti; i repubblicani 93; i comunisti internazionalisti 9; il Blocco libertà 41; l'Unione democratico liberale 199 e lo Schieramento nazionale 8. Da notare che nettamente inferiore al dato nazionale fu il risultato raggiunto a Lissone dal Fronte dell'Uomo qualunque, che con 169 voti ottennero un misero 1,64%).

l Unità W la Repubblica ministro Romita vittoria repubblica 

Ricominciava quindi definitivamente la vita democratica, era nata la Repubblica, e la classe dirigente lissonese si rendeva conto che anche dalla rappresentanza comunale «dipende[va] che questa istituzione di liberi cittadini prosperi e si rafforzi in un clima di democrazia, di giustizia, di moralità e di progresso sociale». La minoranza socialista, attraverso Federico Costa, offrì «all'uopo un sincero appoggio» alla Giunta democristiana «in tutte quelle deliberazioni che devono tradursi in un miglioramento delle condizioni del popolo», consci che in città «i problemi da risolvere [erano] numerosi e difficili» e che necessario era soprattutto un riordinamento della materia tributaria, in cui «occorre oculatezza e massima rigidezza, [e] bisogna gravare senza tema di ostilità quelle persone che molto hanno e che nulla vogliono dare per il bene comune».

1946-via-simboli-monarchici.JPG 2 giugno 1946

 

Bibliografia:

Archivi comunali di Lissone

Antonio Maria Orecchia in “La seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione”

Mardi 28 mai 2013 2 28 /05 /Mai /2013 10:30

9maggio

 

Il 16 luglio 1982 veniva ucciso dalle Brigate Rosse il Maresciallo dei Carabinieri di Lissone Valerio Renzi.

Purtroppo anche Lissone ha avuto una vittima di quegli “anni di piombo”: il maresciallo dei Carabinieri Valerio Renzi.

Valerio Renzi nato a Rieti nel 1938, era comandante della stazione dei Carabinieri di Lissone, sposato e padre di due bambini.




La mattina del 16 Luglio 1982, Renzi si recò, come era solito fare, da solo, con la sua Alfetta di servizio, presso l'ufficio postale di Lissone per ritirare la corrispondenza.

Proprio in quegli attimi, un gruppo di terroristi stavano compiendo una rapina (un’ "operazione di esproprio proletario" nel gergo delle Brigate Rosse, come scrissero nella rivendicazione dell’attentato).

Alla vista dell’auto dei Carabinieri i terroristi sparavano raffiche di mitra contro il maresciallo Renzi. L'Alfetta venne crivellata di colpi.

Il suo omicidio venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia, un ramo delle Brigate Rosse.

 

 

 

Un’involontaria testimone oculare di quella tragica mattina del 16 luglio 1982, la lissonese Carlotta Molgora, così ci ha raccontato:

Ormai pensionata, ogni due mesi mi recavo presso l’Ufficio postale per ritirare la pensione. Era Venerdì 16 luglio 1982. Mentre ero in fila davanti allo sportello e discutevo con altre mie conoscenti, entrò un giovane con un mitra spianato ordinando a tutti i presenti di sdraiarsi per terra. Un altro giovane si affacciò sulla porta dell’ufficio postale, imbracciando anche lui un mitra. Tutti pensarono ad una rapina. Qualcuno svenne. Poi improvvisamente si sentì il crepitio di una raffica di mitra. In un attimo gli assalitori si dileguarono. Qualcuno uscì dall’ufficio postale. Ai suoi occhi apparve una scena raccapricciante: all’interno di un’auto dei Carabinieri, un graduato era stato colpito a morte. Era il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Lissone, Valerio Renzi. I brigatisti lo avevano ammazzato. Il giorno prima a Napoli allo stesso modo era stato massacrato il capo della squadra mobile. Erano gli anni del terrorismo che aveva seminato terrore e morte nel nostro Paese e che fu sconfitto solo dopo aver lasciato una scia di sangue”.

 



Maresciallo Renzi manifesto




L'Arma dei Carabinieri conferì la Medaglia d'argento al valor civile alla memoria a Valerio Renzi e fece erigere sul luogo dell'attentato, di fronte all’Ufficio Postale di Lissone, un monumento in sua memoria, opera della scultrice Virginia Frisoni.

 

 

Nel 1988 la Provincia di Milano conferì il Premio Isimbardi alla memoria di Valerio Renzi con la seguente motivazione:

“Maresciallo capo, comandante della stazione dei carabinieri di Lissone ucciso dai terroristi nel corso di una rapina all'Ufficio postale di Lissone nel 1982. Il suo esempio ha onorato l'arma cui apparteneva e ha contribuito alla lotta contro la criminalità politica per la dedizione e l'impegno dimostrati fino all'estremo sacrificio.”


La rassegna stampa dell'epoca


 

 

 

Mercredi 8 mai 2013 3 08 /05 /Mai /2013 07:30

 N° 1 Piazza Libertà fine anni 30

Piazza Vittorio Emanuele III, ora Piazza Libertà, alla fine degli anni ‘30

Alle 04.45 del 1° settembre 1939, i primi colpi sparati da una corazzata tedesca davanti a Danzica segnarono l'inizio della seconda guerra mondiale. Nello stesso giorno, su ordine di Hitler, l’esercito tedesco varcò la frontiera polacca. Il 3 settembre Francia ed Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. L’Italia rimase momentaneamente neutrale, neutralità chiamata dal regime fascista "non belligeranza".

XVII anno del regime fascista

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La pubblicazione stampata in occasione della “IV Settimana lissonese del Mobile” fornisce uno spaccato della realtà artigianale e industriale lissonese di allora, oltre a mettere in evidenza la laboriosità dei suoi abitanti. Anche se i dati, presentati a volte con una certa enfasi tipica del regime fascista, non erano frutto di un vero censimento, risulta che gli abitanti erano 16.290, la popolazione attiva 7.450 persone (pari al 46%). Le botteghe artigiane erano oltre 900, 12 le industrie addette alla lavorazione del legno, 8 quelle meccaniche, 6 gli opifici tessili.

Qual era la consistenza numerica delle organizzazioni fasciste in Lissone? Secondo i dati contenuti nella relazione del segretario del fascio di Lissone, Luciano Mori, gli iscritti al partito sarebbero stati 510, circa 1.000 le tessere del Fascio Femminile, 3.530 le adesioni all’Opera Nazionale Dopolavoro, associazione che si occupava del tempo libero dei lavoratori. «Il Dopolavoro Comunale lissonese ha organizzato una gita di pellegrinaggio a Predappio comprendente 1.100 Dopolavoristi». Predappio era il paese natale di Mussolini.

piccole italiane scuole aliprandi

Nel settore giovanile, la situazione della cosiddetta”Gioventù Italiana del Littorio” era la seguente: Figli e Figlie della Lupa 772; Piccole Italiane 625; Balilla 530; Giovani Italiane 156; Giovani Fasciste 233; Avanguardisti 848; Giovani Fascisti 344.

Balilla.jpg Piccole-e-Giovani-Italiane.jpg

Da sei anni l’Amministrazione comunale era guidata dal podestà Angelo Cagnola, proprietario dell’omonimo mollificio:

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 a sue spese il Podestà aveva fatto erigere l’Asilo Infantile Umberto I, in Via Guglielmo Marconi (ora scuola materna a lui dedicata).

Asilo-infantile.jpg Cagnola-stablimento.JPG

Negli anni Trenta la piazza principale del paese, Piazza Vittorio Emanuele III (che diventerà nel dopoguerra Piazza Libertà), aveva subìto una profonda trasformazione: abbattuta la vecchia chiesa, al centro era stata posta una fontana ed era stata costruita la “Casa del Fascio” (l’attuale Palazzo Terragni) su progetto di Giuseppe Terragni e Antonio Carminati, giovani architetti “razionalisti”.

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In un articolo della pubblicazione, stampata in occasione dell’inaugurazione, dal titolo “Un’architettura del Partito”, così si esprimeva l’architetto Terragni: «Il compito suggestivo di noi architetti italiani che abbiamo il privilegio di vivere uno straordinario periodo dello Storia del nostro Paese che si identifica giorno per giorno nella storia della nuova civiltà europea - inizia il secolo in cui l'Europa sarà fascista o fascistizzata – è quello di collaborare alla preparazione dell'ambiente e alla costruzione della scena nella quale le generazioni costruite dal Fascismo abbiano a muoversi, vivere, lavorare … Dall'Arengo duro ... che si stacca dalla scura massa della Torre Littoria, questo popolo esemplare attende la parola di fede e di combattimento che il Duce ha promesso di rivolgergli quando presto sarà fra noi».

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E l’architetto Carminati, suo collaboratore, così descrive la loro realizzazione:

«Nello studio per il Progetto della Casa del Fascio di Lissone ... i progettisti hanno tenuto conto delle diverse funzioni alle quali tale Edificio rappresentativo del Regime doveva soddisfare: sede del Partito e delle più importanti organizzazioni del Partito ... La Torre Littoria contiene il Sacrario dei Caduti ... dedicato ai morti delle guerre e della rivoluzione ... Sulla testata dell'Arengario sta inciso il motto: Credere - Obbedire - Combattere».

Sulla parete tra la Casa del Fascio e la torre era riportata una delle frasi farneticanti di Mussolini:

«Il popolo italiano ha creato col suo sangue l'Impero. Lo feconderà con il suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema levate in alto, legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare dopo XV secoli la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma. Ne sarete voi degni? Sì! Questo grido è come un giuramento sacro che vi impegna dinnanzi a Dio e dinnanzi agli uomini per la vita e per la morte».

N° 2 frase Mussolini  N° 3 Casa del fascio 1940

La Casa del Fascio, attuale Palazzo Terragni

 

Ed è proprio nell’”ampio salone” della Casa del Fascio che si svolge, il 22 ottobre 1939, la Leva fascista alla presenza delle autorità politiche del paese e di quelle scolastiche, oltre che di un numeroso pubblico. Ogni anno con la Leva fascista veniva solennizzato il rito di passaggio dei Balilla nelle Avanguardie, mentre gli Avanguardisti che compivano i 18 anni passavano nei Fasci Giovanili (da dove, a 21 anni, sarebbero entrati nella Milizia e nel Partito). Occorre ricordare che l'educazione paramilitare costituiva una parte fondamentale della pedagogia fascista. I maschietti e le bambine venivano iscritti a 5 anni ai "Figli della Lupa", da 8 a 14 anni rispettivamente ai "Balilla" e alle “Piccole italiane”, da 15 a 18 agli "Avanguardisti" e alle “Giovani italiane”, oltre i 18 anni alla "Gioventù Fascista".

L’anno scolastico 1939-1940, come da  tradizione, era stato inaugurato con una Messa in chiesa e con una sfilata degli scolari per le vie del paese. Un maestro, vedendo che tutte le classi avevano sfilato in buon ordine, scrive sul "Giornale della classe"

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che ciò è «segno evidente che una salda direttiva ha saputo, con l’aiuto degli insegnanti, inculcare un senso di disciplina e di ordine». Nota altresì nella classe la presenza di «molti elementi che hanno perso l’abitudine alla scuola ... forse perché durante le vacanze estive hanno avuto eccessiva libertà o perché hanno aiutato i genitori a lavorare, in questo paese di bravi artigiani».

1939 18 ott 

 

Aria di guerra

Il 7 dicembre 1939, a seguito di una direttiva dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea (U.N.P.A.), il maestro ricorda agli alunni «la grande necessità della maschera antigas. Agisce con previdenza colui che acquista la maschera fin dal tempo di pace». Conclude la lezione ricordando «l’azione terribile di alcuni gas come i lacrimogeni, i vescicatori, gli starnutatori, l’iprite, etc.».

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Con una delibera del podestà Cagnola il Comune aveva già provveduto da un anno all'acquisto di trenta maschere antigas «per esperimenti tra la cittadinanza e specie nelle scuole elementari».

1940

L’inverno è il più rigido degli ultimi trent’anni; il 22 gennaio 1940 una maestra annota: «Il freddo è intenso e nell’aula il termometro segna a fatica i 7,5 gradi».

Arriva la primavera: un decreto ministeriale stabilisce la chiusura anticipata dell’anno scolastico al 31 maggio. A metà maggio «per ordine della direttrice, tutti si è partiti per il vicino santuario della Misericordia. Lo scopo era di pregare perché torni la pace nel mondo e sia preservata l’umanità dal flagello della guerra».

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Purtroppo pochi giorni dopo, il 10 giugno, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista. Iniziava l’offensiva italiana sulle Alpi che costava all’Italia notevoli perdite e fruttava ben poco in termini di territorio conquistato. “Una pugnalata alle spalle” che costringeva la Francia a chiedere l’armistizio all’Italia.

Quando il 16 ottobre 1940 inizia l’anno scolastico, da quattro mesi i nazisti hanno occupato Parigi. Il maresciallo Pétain, dopo il crollo dell’esercito francese, ha firmato l’armistizio con i tedeschi. Poco dopo, l’anziano militare veniva nominato presidente della Repubblica di Vichy, istituita come governo collaborazionista della Germania. Dall’Inghilterra il generale De Gaulle annunciava alla popolazione francese attraverso la radio: «Qualunque cosa succeda la fiamma della resistenza francese non deve spegnersi e non si spegnerà».

Nell’anniversario della Marcia su Roma, il Duce del fascismo ordinava, il 28 ottobre, l’inizio delle operazioni belliche contro la Grecia.

Scrivono Diligenti e Pozzi in La Brianza in un secolo di storia d’Italia:

«Dopo il discorso di Mussolini l'antifascismo brianzolo si mobilitò per far conoscere, mediante scritte murali, volantini e manifesti, una presa di posizione unitaria che sostanzialmente si limitava a segnalare alle popolazioni due date: 10 giugno 1924, assassinio Matteotti - 10 giugno 1940, guerra fascista». L'entrata in guerra «non provocò reazioni pubbliche, proteste come ai tempi della prima guerra mondiale ... La vita quotidiana non subì grandi cambiamenti: aumentarono soltanto i motivi di ansia e di preoccupazione, ma senza drammi, anche perché in Brianza molti ormai avevano fatto l'abitudine al pensiero della guerra».

Poiché l’Italia è in guerra, il 4 novembre, data che ricorda la vittoria nella prima guerra mondiale, è giorno di scuola. Un maestro scrive: «Ne approfitto per commemorare la giornata che ricorda la più strepitosa vittoria italiana, ricordando gli eroi che seppero dare la vita per la grandezza dell’Italia e invitando gli scolari a saperli imitare, se la difesa della nostra patria lo richiedesse». E un altro insegnante della scuola elementare di Santa Margherita: «Infioriamo il quadro del Milite Ignoto, soldato nel quale la Patria ha esaltato tutti i suoi Eroi» e «vorrei proporre al Sig. Direttore che si intitoli l’aula ad uno dei Caduti della frazione».

Intanto si annunciano visite di importanti personaggi della vita politica italiana. Il 7 novembre 1940 il Federale di Milano visita gli stabilimenti industriali di Lissone.

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 Per l’occasione un maestro scrive sul “Giornale della classe”: «Da parecchi giorni avevo invitato i miei scolari a prepararsi la divisa e infatti per le ore 14 ho potuto averne un bel numero in perfetta divisa di balilla. Alle 14,15 noi eravamo schierati di fronte alla Casa del Fascio ad attendere il capo del partito della Provincia. Appena arrivato gli furono presentate tutte le Autorità locali, quindi, presa la bicicletta, si diresse a visitare gli stabilimenti. I balilla rimasero un po’ mortificati perché il Federale non li passò in rassegna e quindi non tutti lo poterono vedere».

Il 13 dicembre 1940 arriva a Lissone nientemeno che Sua Altezza Reale il Principe di Piemonte, Umberto di Savoia, per visitare le caserme del paese. Le lezioni sono sospese alle ore 12 «per consentire agli scolari di ritornare in divisa alle scuole Vittorio Veneto per le ore 13,30». Inquadrati gli scolari raggiungono via Besozzi, dove si schierano. La giornata non è particolarmente fredda, ma «il dover rimanere immobili per due ore non era particolarmente simpatico». Finalmente alle ore 16 il Principe arriva. «La lunga attesa li ha stancati un po’, ma quando il Principe li passò in rivista seppero stare sull’attenti come altrettanti soldati. Nei loro occhi si leggeva la gioia grande di aver visto da vicino un così nobile personaggio e il sacrificio della lunga attesa era completamente dimenticato».

N° 4 principe Umberto Lissone 1940 

 il Principe di Piemonte Umberto di Savoia in visita a Lissone il 13 dicembre 1940

 

Si avvicina il Natale ma a scuola si fanno prove di incursione aerea. Il 20 dicembre «al segnale d’allarme, dato dal Sig. Direttore con 3 suoni di fischietto, tutte le classi, secondo gli ordini impartiti, in silenzio sono scese nel sotterraneo e là sono rimaste fino al segnale del cessato allarme dato con un suono prolungato di fischietto».

f1 20 dic 1940 prova per incursione aerea continuaz

Le vacanze natalizie sono ridotte a tre giorni: il 24, 25 e 26 dicembre. Il 27 si ritorna a scuola: «Per le eccezionali condizioni della nostra Patria, non si deve parlare di vacanza».

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Il testo degli articoli riguardanti la storia di Lissone durante la seconda guerra mondiale sono tratti dal libro di Renato Pellizzoni:

Lissone 1939 – 1945. Storie di guerra e di Resistenza

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 11:15

1941

La guerra costa, e allora si chiedono ulteriori sacrifici alle famiglie. Una circolare del segretario del Fascio di Lissone invita gli scolari ad essere generosi verso i soldati in guerra. Nelle classi femminili si procede alla raccolta di indumenti di lana per i militari. La maestra scrive: «Nessuna delle mie scolare è in condizioni finanziarie tali da poter offrire neppure un capo di lana. Invito quindi le scolare ad offrire qualche lira per poter comperare della lana e confezionare poi con essa qualche paio di calze». È da sottolineare che in una pagina del “Giornale della classe”, di fianco al nome e ai dati anagrafici di ogni scolaro, vi era uno spazio in cui veniva indicata la condizione economica della famiglia!

E in un’altra quinta femminile: «Con le mie alunne felicissime ho preparato il pacco con gli indumenti e altri oggetti destinati ai combattenti. Contiene 12 paia di calze di lana, 9 paia di guanti, 1 passamontagna, molte buste con fogli di carta da lettera, biglietti postali, cioccolato, sigarette. Non mi aspettavo tanto!».

20 febbraio 1941: «Anche alla Cascina Santa Margherita si sente l’eco della guerra. Tutti i bambini hanno parenti prossimi o lontani richiamati alle armi. Parlo del sacrificio compiuto dai nostri soldati e del dovere, da parte nostra, di collaborare alla buona riuscita delle armi. I bimbi devono, come quattro anni or sono, offrire i rottami di ferro che possono sembrare inutili. Come durante la guerra per la conquista dell’Impero, anche ora la Patria saprà trasformare i rottami in potenti armi contro il nemico. Siamo lieti di aver partecipato anche noi alla vittoria finale». Un incaricato della Gioventù Italiana del Littorio ritira 50 chilogrammi di rottami offerti alla patria dagli alunni di Santa Margherita.

 N° 5 scuola santa margherita

Una pagina del “Giornale della classe”: scuola elementare di Santa Margherita

Dato il susseguirsi degli avvenimenti bellici, un maestro decide di informare regolarmente gli scolari su quanto sta accadendo sui vari fronti.

4 aprile 1941: «Oggi ho dato la notizia ai miei scolari della riconquista di Bengasi».

7 aprile 1941: «Spiego ai miei alunni la ragione per cui l’Italia e la Germania hanno iniziato la guerra contro la Jugoslavia».

21 aprile 1941: «Commemoro la fondazione di Roma e la festa del lavoro [il fascismo aveva abolito la festa del primo maggio]. Inoltre li informo della caduta della Jugoslavia che si è arresa. Ascoltiamo una trasmissione organizzata dall’Ente Radio Rurale. Ciò è stato possibile grazie all’apparecchio radiomicrogrammofonico donato dall’Egr. Podestà Cav. Angelo Cagnola».

24 aprile 1941: «Comunico ai miei scolari la notizia che le Armate dell’Epiro e della Macedonia sono capitolate».

E per il 9 maggio, anniversario della fondazione dell’impero (9 maggio 1936), il maestro scrive: «Ricordo alla scolaresca la rapida e gloriosa conquista dell’Etiopia, inutilmente ostacolata dall’Inghilterra. In questo momento in cui si accende sempre più la speranza di una emancipazione del Mar Mediterraneo dal dominio britannico e si consolida la nostra fiducia nella vittoria finale e nel rafforzamento del potere italiano nell’Africa Orientale italiana, volgiamo ai nostri soldati, che in quelle terre combattono per la gloria d’Italia, il nostro affettuoso saluto ed il nostro ringraziamento». In realtà in Africa gli inglesi erano passati al contrattacco, dilagando in tutti i possedimenti orientali italiani, Etiopia, Somalia, Eritrea.

Come l’anno precedente, la scuola termina il 15 maggio e non ci saranno gli esami di terza e di quinta elementare.

Intanto in paese comparvero nuovamente le tessere annonarie (negli ultimi mesi del 1940 il personale comunale iniziò a prepararne 17.000 per il pane), mentre cominciavano a registrarsi episodi di accaparramento di generi alimentari.

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La penuria delle derrate, che i lissonesi avevano già conosciuto durante la prima guerra mondiale, impose a tutti nuovi sacrifici. Divennero rapidamente rari i prodotti alimentari di prima necessità come il pane, lo zucchero, la pasta, il riso, la farina; il sapone e l'abbigliamento subirono, di lì a poco, la stessa sorte.

Seguirono le disposizioni prefettizie affinché non avesse più luogo l'illuminazione di gala dei pubblici edifici in nessuna delle ricorrenze nelle quali essa era disposta.

Lissone si adeguò prima con l'adozione del razionamento e in seguito con la realizzazione dell'Ente comunale legna da ardere (novembre del 1941), finalizzato a disciplinare la distribuzione e i consumi in previsione dell'inverno. Contemporaneamente furono incoraggiati gli allevamenti domestici (pollame, conigli e piccioni) e nacquero i primi orti di guerra. Così il piazzale IV Novembre, posto di fronte alle scuole Vittorio Veneto, divenne un ampio campo di grano.

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 I Vigili del fuoco seminano il grano in Piazza IV Novembre

Lo stato di guerra aveva delle necessità inderogabili che prevedevano anche la raccolta dei metalli necessari alla produzione bellica. Per questo il Comune nel giugno del 1941 provvide al censimento delle campane: a Lissone erano nove sul campanile della chiesa prepositurale e vennero requisite; ad esse si aggiunse anche la campana del campanile demolito con la vecchia Chiesa prepositurale nel 1933 e destinata all'erigenda chiesa dell'oratorio maschile.

L’anno scolastico inizia il 5 ottobre 1941. Una maestra scrive: «La mia aula si trova ancora nel caseggiato di Via Aliprandi: è l’aula più infelice che tra le brutte del caseggiato ci siano, umida all’eccesso tanto che io penso essere più adatta a stalla che a ricevere i teneri alunni delle elementari. Ad ogni modo bisogna fare di necessità virtù ed adattarci come si può».

Sono ormai due anni che l’Italia è in guerra: da più di tre mesi è in corso l’operazione "Barbarossa", così Hitler ha chiamato l’attacco all’U.R.S.S. Anche Mussolini ha inviato un corpo di spedizione in Russia.

Una maestra ritiene opportuno fare delle relazioni settimanali circa gli avvenimenti della guerra, notando che «tra gli alunni vi è un grande entusiasmo guerriero che cercherò di aumentare perché questi piccoli lo trasportino anche alle loro famiglie. Farò uso il più possibile dell’apparecchio radio, poiché è un mezzo molto adatto per completare la mia opera educatrice».

I giapponesi attaccano la flotta degli Stati Uniti d’America a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941.

In classe, il maestro parla ai suoi alunni dell’inizio della guerra fra il Giappone e gli Stati Uniti d’America.

L’11 dicembre Mussolini, da Palazzo Venezia, annuncia che l’Italia scende in campo «a lato dell’eroico Giappone, contro gli Stati Uniti d’America». E il 12 dicembre lo stesso maestro annota: «Trasmetto ai miei alunni la notizia che l’Italia è entrata in guerra con gli Stati Uniti d’America».

Una circolare del Ministro dell’Educazione Bottai informa che le vacanze natalizie saranno di un mese: le scuole riapriranno il 19 gennaio per «economizzare un po’ di carbone».

1942

Ogni classe partecipa alla raccolta di materiale vario: «Nella mia classe ho raccolto kg 0,889 di lana, kg 14 di rottami».

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Ed un altro maestro: «Oggi ho consegnato kg 0,589 di lana suddivisi in kg 0,164 di filato e kg 0,425 di fiocco. Gli scolari, tenuto conto della loro indigenza, hanno corrisposto abbastanza con entusiasmo».

Quando la guerra inizia a mettersi male per le truppe dell’Asse, compare sulle pagelle la scritta "Vincere" o "Vinceremo".

 N° 7 pagella 1942 fronte

Frontespizio di una pagella scolastica del 1942

Alla requisizione delle campane di bronzo seguì, nel febbraio del 1942, la raccolta del rame, che il Comune dispose ricevendo le denunce obbligatorie dei cittadini e procedendo alle operazioni di raccolta.

Di sera, l'oscuramento a causa dei bombardamenti aerei sconsigliava di uscire di casa.

Durante la notte del 21 marzo 1942, in paese c’è un allarme aereo. L’indomani il maestro tiene una lezione sulla Protezione Aerea.

L’anno scolastico termina con il saggio ginnico e canti patriottici.

Il 28 ottobre 1942 un insegnante annota: «È tempo di guerra: le date care alla Patria si commemorano senza interruzioni di lavoro. Ho rievocato oggi il grande avvenimento della Marcia su Roma ed abbiamo rivolto il nostro pensiero riconoscente ai valorosi soldati che, sui lontani fronti, continuano la lotta contro il bolscevismo iniziata dal Fascismo in Patria». (Il 28 ottobre 1922, dopo la cosiddetta “marcia su Roma”, Mussolini era stato nominato Capo del Governo dal Re Vittorio Emanuele III).

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Intanto in Africa l'VIII Armata britannica, al comando del generale Montgomery, sferra un decisivo attacco, sfondando il fronte all'altezza di El Alamein.

Da un “Giornale della classe” del novembre 1942: «Continuano le incursioni nemiche sulle nostre città. Sovente, durante le lezioni, il segnale di allarme ci costringe a sospenderle per trovare rifugio nel ricovero della scuola».

Lissone fino ad ora è stata risparmiata. Una postazione antiaerea è in funzione, al confine con Monza, nei pressi della frazione Cazzaniga.

Dicembre 1942, una maestra scrive: «Sarebbe lodevole che si provvedesse almeno saltuariamente al riscaldamento della classe».

Il sabato a scuola è giorno di lavoro e in una classe quinta femminile «le alunne stanno preparando scarpine, cuffiette, sciarpe con i rimasugli di lana passatici dal locale Fascio Femminile, che verranno distribuite nella festa della Madre e del Fanciullo. Inoltre, a gruppi di sei, le alunne scendono in cucina a dare un po’ di aiuto al personale incaricato della refezione scolastica».

Si avvicina il Natale: le scuole vengono chiuse il 21 dicembre e non riapriranno che il 16 febbraio (quasi due mesi di chiusura per risparmio di combustibile).

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Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 11:00

1943

3 marzo 1943: «Ho commemorato oggi Amedeo di Savoia Aosta, Viceré d’Europa, nel primo anniversario della morte. Egli, dopo una vita veramente eroica, è rimasto laggiù nella terra africana ad attendere il ritorno delle nostre truppe vittoriose. E là sicuramente ritorneremo!».

Anche il lissonese Luigi Gelosa, carrista, rimane in Sudafrica nel campo di concentramento di Zonderwater, località presso Pretoria: muore il giorno 8 marzo 1943 e lì riposa nel Cimitero Militare Italiano.

Intanto a Lissone, con l’aumento del numero degli sfollati provenienti soprattutto dalle città che hanno subito bombardamenti, anche le classi già numerose vedono l’arrivo di nuovi scolari.

La quantità di rifugiati che il comune poteva ospitare secondo la disponibilità di alloggi registrata nel 1938 era di 1.500 unità, per cui, sin dal dicembre 1942, le autorità si preoccuparono di rendere obbligatoria la denuncia degli alloggi e dei locali non usufruiti e adattabili ad abitazione.

Gli sfollati portarono anche notizie sul reale andamento della guerra; informazioni che velocemente si diffusero in paese. Nel marzo del 1943 sopraggiunsero gli scioperi delle industrie dell'Italia settentrionale, che videro la partecipazione anche degli operai dell'Incisa (1200 dipendenti) e dell'Alecta (500 dipendenti), e che contribuirono attivamente alla crisi delle istituzioni, crisi che doveva portare alla caduta del fascismo il 25 luglio.

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Anche a Lissone aumentarono notevolmente le preoccupazioni e le ansie per gli arruolati, alimentate dalla totale mancanza di notizie sulla loro sorte. Come testimonianza, restano le molte cartoline dell'ufficio prigionieri della Croce Rossa italiana indirizzate ai lissonesi per segnalare la presenza di compaesani nei campi di prigionia tedeschi e americani. Alle ricerche spesso partecipavano anche i programmi radiofonici dell'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche), ma non sempre con esito positivo.

N° 8 richiesta EIAR 

Lettera di richiesta di informazioni sulla sorte di un militare in Russia

 

Il 10 aprile 1943 un maestro annota: «Nel pomeriggio mediante il concorso dei miei alunni abbiamo finito di vangare l’appezzamento di terreno prospiciente la nostra scuola. A dire il vero è stato un lavoro ben arduo poiché il terreno era pieno di sassi e calpestato dai passanti».

12 aprile: «Alla presenza delle autorità, verso le ore 10, con una cerimonia semplice ma tanto significativa, ebbe luogo la semina del granoturco al campo scolastico. Il Rev. Sig. Prevosto benedice i semi, che speriamo diano un abbondante raccolto».

9 maggio 1943: «In questi duri momenti, ci sono ineffabilmente vicini i nostri cari fratelli d’oltremare e d’oltre Alpe. Più sono lontani dalla Patria, più sono vicini al nostro cuore. Ritorneremo, Italiani nel mondo, dove fummo ed oltre. L’Italia riavrà il “suo posto al sole” che è il vostro posto al sole. L’Esercito è sicura speranza dei destini della patria. La nostra fede nei Capi e nei Soldati è incrollabile».

Una maestra scrive il 12 maggio 1943: «La campagna di Tunisia si è chiusa dopo una resistenza veramente leggendaria da parte dei nostri valorosissimi soldati. Le mie alunne che hanno seguito con grande interesse le vicende della guerra in Africa, sentono il dovere di diventare migliori per essere degne degli eroici giovani che hanno, col loro sangue, resa sacra quella terra dove sicuramente torneremo! La vittoria non ci può mancare!».

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Ma la realtà è ben diversa: sul fronte orientale le truppe sovietiche, dopo aver resistito nell'assedio di Stalingrado, continuano la loro controffensiva. Dopo la Russia dove, nel marzo del 1943, i resti di quello che era l’ARMIR, il corpo di spedizione italiano, erano stati rimpatriati (vedi le testimonianze di Gabriele Cavenago e di Evelino Mazzola in “Testimonianze”), lasciando in quelle terre circa 100.000 soldati italiani (60 i lissonesi non tornati dal fronte russo), ora tocca all’Africa: circa 250.000 uomini, tra tedeschi ed italiani, hanno deposto le armi. Gli Alleati avanzano. Il generale Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: “È mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica ...”

Nonostante i divieti e il rischio di severe sanzioni, non pochi erano coloro che nascostamente ascoltavano i messaggi del colonnello Stevens da Radio Londra.

Nelle famiglie e a scuola manca tutto, tanto che una maestra scrive nella relazione finale dell’anno scolastico: «Il materiale didattico, tranne le carte geografiche, il globo e pochi strumenti di fisica, fu tutto costruito dalle alunne medesime: solidi geometrici e relativi sviluppi, telefono rudimentale, camera oscura, ecc. La radio scolastica quest’anno non ha organizzato le belle trasmissioni degli anni di tranquillità, servì quasi solo alla Direzione per ordini e qualche trasmissione di poesie o preghiere da parte degli alunni ... La gran parte delle alunne vennero a scuola coi libri di Stato comperati dalle compagne dell’anno precedente. I libri della biblioteca, pochi e quasi tutti inadatti, non hanno affatto appassionato alla loro lettura. Più simpatia ha goduto il Corriere dei Piccoli».

L’11 giugno 1943 erano i diecimila soldati italiani di Pantelleria ad arrendersi. All'indomani la stessa sorte toccava ai quattromila uomini della guarnigione di Lampedusa. Nella notte del 10 luglio, gli Alleati, con la settima armata americana del generale Patton e l'ottava armata inglese del generale Montgomery, sbarcavano in Sicilia e procedevano rapidamente all’occupazione dell'isola con il favore della popolazione.

Il 25 luglio 1943 Mussolini è destituito e arrestato per ordine del Re che nomina Badoglio a Capo del Governo.

N° 9 La Stampa luglio 43  N° 9A 26 luglio 1943

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I moti spontanei di piazza, che anche a Lissone salutarono la fine del Ventennio, furono presto stroncati dal governo Badoglio. Il nuovo spazio di libertà, che finalmente sembrava schiudersi con l’arresto del Duce, e la speranza di pace, che avevano animato le manifestazioni in molte città d’Italia, si rivelarono delle illusioni.

Il telegramma inviato dai prefetti ai podestà era estremamente chiaro: «Italiani, dopo l'appello di S.M. il Re e Imperatore degli italiani, ognuno riprenderà il suo posto di lavoro e di responsabilità. Non è il momento di abbandonarsi a manifestazioni che non saranno tollerate. L'ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina patriottismo fatto di dedizione ai supremi interessi della Nazione. Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l'ordine di disperderli inesorabilmente».

La sola ed esclusiva preoccupazione del re era che si verificasse una sollevazione di popolo, che avrebbe ostacolato il pacifico trapasso dei poteri dal governo fascista al governo militare di Badoglio e quindi messo in pericolo le sorti della corona. Avvenne perciò che alla folla in tripudio si rispose con lo stato di assedio. L'ordine venne mantenuto al prezzo di 83 morti, 308 feriti e 1554 arrestati, per la quasi totalità operai scioperanti e dimostranti.

Il 26 luglio, i lissonesi Francesco Mazzilli, Attilio Gattoni e Carlo Arosio, che erano stati arrestati ed incarcerati a San Vittore alla fine di giugno per le loro idee contrarie al regime, vengono liberati. A Lissone, Attilio Mazzi, un benestante milanese ma veronese di nascita che aveva uno stabilimento per la tranciatura del legno in Via Roma, sfila per le vie del paese, innalzando un cartello con l’immagine di Badoglio e mettendosi a capo di un breve corteo che manifesta apertamente a favore del nuovo governo. Percorre Via Sant'Antonio, attraversa Piazza Vittorio Emanuele III (l’attuale Piazza Libertà), sino alla Casa del Fascio, dove vengono strappate le immagini di Mussolini e distrutti i simboli del fascismo.

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Dopo l’avvento della Repubblica Sociale Italiana, Attilio Mazzi, per il suo dichiarato antifascismo, verrà arrestato: dal campo di concentramento di Fossoli, venne trasportato in Germania nel lager di Mauthausen-Gusen dove morì.

Agosto 1943: nella notte tra il 14 e il 15 agosto altro terribile bombardamento su Milano.

Gli appelli alla pace e alla fraternizzazione fra popolo e soldati si fecero più pressanti dopo i grandi scioperi che agitarono le fabbriche del nord dal 17 al 20 agosto 1943 e che assunsero un carattere spiccatamente politico in virtù delle richieste di liberazione dei detenuti politici e degli operai arrestati, di allontanamento dalle fabbriche non solo dei fascisti ma anche delle truppe, di costituzione delle commissioni interne, mentre su tutto sovrastava la manifestazione di una chiara volontà contro la prosecuzione della guerra.

8 Settembre 1943: il generale statunitense Eisenhower fece trasmettere da Radio Algeri il comunicato che il Governo italiano aveva chiesto la resa incondizionata delle sue Forze Armate. In serata Pietro Badoglio, capo del governo italiano, annuncia  alla radio la firma dell'armistizio avvenuta segretamente cinque giorni prima.

N° 9B annuncio armistizio 

L’annuncio dell’armistizio

 

10 settembre 1943: i tedeschi occupano Roma dopo brevi scontri con le truppe italiane. Nel giro di pochi giorni tutte le principali città del nord e del centro Italia vengono occupate. I nazisti disarmano le truppe italiane nei vari scenari di guerra. Inizia la deportazione in Germania di 700.000 soldati italiani da utilizzare come lavoratori coatti nelle industrie del Reich (vedi le storie dei lissonesi Arnaldo Pellizzoni, Oreste Parma, Aldo Fumagalli, Ferdinando Cassanmagnago, Evelino Mazzola). Il Re Vittorio Emanuele III con la famiglia e il seguito fugge da Roma e giunge a Brindisi.

Le persone tacciate di tradimento furono il re e Badoglio, che apparvero traditori ai tedeschi, ai fascisti, a larga parte dei resistenti, a un numero più o meno ampio degli internati in Germania. Agli Alleati essi apparvero almeno come degli utili voltagabbana, sembrando rinnovarsi l’antica prassi che vedeva i Savoia non concludere mai una guerra dalla stessa parte in cui l’avevano iniziata, a meno che, come anche si diceva, non avessero cambiato fronte due volte.

12 settembre 1943: Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da un Commando tedesco e raggiunge Monaco. La mattina del 15 settembre la radio italiana trasmette un comunicato dell'Agenzia Stefani: «Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia».

Si diffusero i bandi minacciosi del comando tedesco, insediato a Monza, che comminavano la pena di morte per atti di sabotaggio, che vietavano ogni assembramento e che imponevano il coprifuoco dalle ore 9 di sera sino alle 5 del mattino.

N° 10 proclama tedesco 170943 

17 settembre 1943: manifesto del comando tedesco affisso nelle vie del paese

 

23 settembre 1943: ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana”, formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi.

A Lissone, dall'11 agosto del 1943 (pochi giorni dopo la caduta di Mussolini), l'ing. Aldo Varenna aveva sostituito il podestà Angelo Cagnola, dimissionario per “diplomatici” motivi di salute.

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Intanto verso la fine di settembre 1943 si formano i primi nuclei di partigiani sulle montagne lombarde. Il Partito Comunista inizia la mobilitazione di un gruppo dei suoi quadri più preparati e degli iscritti per dar vita senza troppi indugi alla guerra per bande in montagna; queste bande, estese a tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi, avrebbero assunto la denominazione di Brigate Garibaldi in ricordo della guerra antifranchista di Spagna: il compagno Gallo (Luigi Longo) presiedeva alla loro organizzazione e ne avrebbe assunto il comando. Le Brigate Garibaldi saranno composte da battaglioni, a loro volta formati da distaccamenti.

A Lissone alcuni antifascisti si ritrovano settimanalmente presso il bar della stazione, il cui gestore è un oppositore del regime.

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Una maestra scrive: «La Patria versa in tristissime condizioni: pure gli insegnanti prendono il loro posto di lavoro che è anche di combattimento».

Inoltre scorrendo le pagine di alcuni “Giornali della classe” si ritrovano espressioni del tipo: «Circostanze particolarmente gravi e dolorose per il nostro Paese», «condizioni eccezionali del momento», «in questi durissimi momenti», «tormentosa situazione in cui la Patria si trova», «nuovo rinascente esercito».

Dai documenti ufficiali viene cancellato lo stemma sabaudo di Casa Savoia.

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Le iscrizioni alla scuola elementare di Lissone si devono protrarre per tutto il mese di ottobre per i «ritardatari che, dato l’allontanamento di parecchie famiglie dal paese, causa gli allarmi aerei, non furono pochi».

Il 13 ottobre 1943 il governo del Sud, con a capo il Maresciallo Pietro Badoglio, dichiara guerra alla Germania.

A Lissone, il 12 novembre, la Direttrice scolastica convoca il «corpo magistrale». Tra le varie raccomandazioni fatte agli insegnanti, un invito a «non far sciupare pagine di quaderno in decorazioni o per disegni inutili come quelli ornamentali che alcuni facevano fare per dividere un esercizio dall’altro».

La scuola inizia solamente il 17 novembre «in circostanze particolarmente gravi e dolorose per il nostro Paese. Nel nostro paese parecchie famiglie di sfollati da Milano e di sinistrati furono ricoverati anche nelle scuole. Per forza maggiore dunque si dovette attendere per poter iniziare l’anno scolastico».

Inoltre la Direttrice informa che si faranno dei turni il mattino e il pomeriggio, dato l’esiguo numero di aule disponibili. Solo per le classi quinte le lezioni sono di tre ore giornaliere. Le scuole di Via Aliprandi sono «occupate interamente dai sinistrati» e le scuole Vittorio Veneto «in massima parte».

Il 4 dicembre alle ore 16, terminata la scuola, la direttrice convoca in direzione tutti gli insegnanti per impartire e chiarire le norme che regolano la discesa nei rifugi durante gli allarmi aerei «a cui purtroppo abbiamo dovuto fare una certa abitudine». Viene fatto divieto ai genitori, per nessun motivo, di ritirare i propri figli dalla scuola durante l’allarme.

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Manifesto con le norme di protezione antiaerea del 23 febbraio 1944

 

La Direttrice illustra l’importanza del “lavoro” nella scuola elementare e raccomanda di sviluppare nel corso delle lezioni l’insegnamento di elementi inerenti la vita pratica quali la compilazione di lettere, vaglia e conti correnti postali.

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 10:45

1944

14 febbraio 1944: «Alle ore 13 suona l’allarme. Si scese subito in rifugio ove rimanemmo per un’ora e mezzo».

22 febbraio: alla Casa del Balilla di Monza, il Provveditore agli Studi “chiama a rapporto” tutti gli insegnanti elementari e della Scuola materna della Circoscrizione: sono 528 insegnanti che “inquadrano” circa 30.000 alunni. Il messaggio del Provveditore è chiaro: gli insegnanti si devono adeguare alla nuova situazione schierandosi sotto la Repubblica Sociale Italiana!

Intanto gli Alleati, nel tentativo di aprirsi la strada verso la capitale d’Italia, bombardano l’Abbazia di Montecassino, distruggendola.

Il 26 febbraio «le alunne portano a scuola le illustrazioni di Montecassino. Tutte siamo addolorate dall’infame distruzione ... La furia dell’invidia cieca dei barbari anglo-americani che bestialmente come invanamente la ridussero ad un cumulo di macerie ... Montecassino: rivivi intatta nel tuo spirito ammonitore, perché intatto è il vero spirito italiano!».

In tutto il Nord Italia, dall'1 all'8 marzo 1944, si svolge uno sciopero generale caratterizzato da una precisa matrice di natura politica (vedi la storia di Umberto Viganò): «Né un operaio, né un giovane, né una macchina devono andare in Germania».

Tale fu la costernazione dei comandi tedeschi che essi, temendo il peggio, non ebbero l'animo di eseguire gli ordini impartiti da Hitler all'ambasciatore Rahn e al generale delle SS Otto Zimmerman, ordini che imponevano l'immediata deportazione nei campi di sterminio in Germania di un’aliquota di operai italiani pari al venti per cento degli scioperanti, valutati nel complesso a più di un milione, vale a dire un'aliquota di duecentomila unità.

La notizia degli avvenimenti italiani ebbe ampia risonanza e suscitò stupore e ammirazione in tutto il mondo libero.

Il 9 marzo 1944 il "New York Times" pubblicava: «In fatto di dimostrazione di massa non è avvenuto niente nell'Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglia ... è una prova impressionante del fatto che gli italiani, disarmati come sono, e sottoposti a una doppia schiavitù, lottano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere».

Poiché il re era accusato dai fascisti del tradimento del 25 luglio 1943, a Lissone la Piazza Vittorio Emanuele III dal 3 marzo 1944 viene intitolata ad Ettore Muti, gerarca fascista ucciso; porterà il suo nome, durante i 600 giorni di Salò, una delle più famigerate squadre della Repubblica Sociale.

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Presso il palazzo Mussi si installa un comando antiaereo tedesco che, con i militi della Guardia Nazionale Repubblicana alloggiati nei locali di palazzo Magatti (vecchio municipio) in Via Garibaldi, garantiva un controllo capillare del paese e serviva a contrastare la Resistenza partigiana.

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Insieme al decreto del 18 febbraio 1944 che minacciava la pena di morte per i renitenti alla leva, il governo di Salò emanava il bando di chiamata alle armi, con scadenza il 7 marzo 1944, delle classi 1923, 1924, 1925 (vedi le storie di Arturo Arosio, Gianfranco De Capitani da Vimercate, Ercole Galimberti e Attilio Meroni).

N° 12 manifesto minaccia 

Manifesto della RSI di propaganda antipartigiana

 

28 marzo, scrive un insegnante sul “Giornale della classe”: «Con dispiacere ho lasciato l’aula più bella del caseggiato, che avevo finora occupato, per passare in un’altra che, oltre ad essere poco pulita e mal arredata, è infestata dai topi».

28 marzo

3 aprile: «Alle ore 11,30 la Sig. Direttrice, dopo aver trasmesso l’inno del Balilla, ha invitato tutti gli alunni a prendere parte ad una sottoscrizione indetta dal Provveditore di Milano per l’offerta di un aereo da caccia che le scuole della provincia intendono donare al rinascente esercito italiano. Ha terminato la trasmissione con altri inni patriottici».

Nell'aprile 1944 la sezione lissonese del Fascio repubblicano fa costruire il villaggio per sinistrati “Giuseppe Mazzini”. Si trattava di tre baracche di legno di 30 metri di lunghezza e 7 di larghezza, ciascuna divisa in 4 appartamenti. D'altra parte, stando alle parole del Commissario straordinario del fascio repubblicano: «E' ormai cosa arcinota che la crisi degli alloggi nel Comune di Lissone ha assunto una forma vastissima, anche per il continuo affluire di italiani sinistrati per opera dei bombardamenti nemici e l'impossibilità di costruire case». Il terreno in questione, di proprietà del comune, si trovava nei pressi del cimitero (nell’attuale Via Leopardi) e apparteneva all'Opera Pia Riva.

Il 24 aprile ha luogo la cerimonia della semina del granoturco nell’orto di guerra «che era stato precedentemente dissodato e vangato dai maschietti della Scuola del Lavoro: le mie alunne hanno proceduto alla semina dell’insalata in un’aiuola riservata alla nostra classe».

Continua l’opera di propaganda utilizzando anche la cinematografia: il 24 maggio (il 24 maggio 1915 l’Italia era entrata nella prima guerra mondiale) «in due turni, mattina e pomeriggio, senza perdere le ore di lezione, le scolaresche inquadrate raggiungono il teatro Impero per la visione cinematografica de “I trecento della Settima” raffigurante un episodio della guerra in Grecia ed illustrante lo spirito di sacrificio, di abnegazione e l’eroismo dei soldati italiani».

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Negli stessi giorni anche a Lissone iniziano clandestinamente le prime forme di Resistenza organizzata: pochi coraggiosi antifascisti, coscienti dei gravi problemi del momento e animati da ideali di libertà e democrazia, anteposero alla loro sicurezza personale i rischi della lotta partigiana.

I partiti democratici lissonesi, ancora in embrione, iniziavano la propaganda attraverso le amicizie, la diffusione della stampa clandestina ed i contatti con altre zone. Nacque così l'idea di costituire il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) locale.

Il CLN nazionale si era formato il 9 settembre 1943, dopo la fuga da Roma del Re e del Governo, riunendo i singoli partiti antifascisti, con l’approvazione della seguente mozione: «Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 10:30

Il CLN rappresentava la sintesi dei vari fermenti di lotta e opposizione al fascismo. Suoi strumenti dovevano essere le SAP, Squadre di Azione Patriottica (vedi le testimonianze di Gabriele Cavenago e Giuseppe Parravicini), la propaganda clandestina (vedi la storia di Davide Guarenti) e le azioni di disturbo (vedi le storie dei quattro partigiani Pierino Erba, Remo Chiusi, Carlo Parravicini e Mario Somaschini). Fine ultimo: l'insurrezione.

Il CLN lissonese ebbe ufficialmente origine il 15 maggio 1944 con una riunione clandestina nell'abitazione di Federico Costa; della riunione fu steso un verbale trasmesso alle autori centrali che riconobbero il CLN quale organo periferico del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) la cui sede era a Milano.

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Compiti del comitato erano: predisporre e coordinare le azioni di disturbo al nemico, aiutare le vittime del fascismo, preparare l'Amministrazione Pubblica per il momento dell'insurrezione, risolvere i problemi dell'approvvigionamento.

Il CLN fu composto dai signori: Federico Costa (nome di battaglia Franco), rappresentante socialista, Attilio Gelosa (Carlo), democristiano, Agostino Frisoni (Ottavio), comunista. Dopo circa un mese Franco fu sostituito per ragioni personali, mantenendo però l'incarico di cassiere del Comitato e di addetto all'assistenza alle famiglie dei perseguitati; lo sostituì Gaetano Nino Cavina, nome di battaglia Volfango.

Le funzioni di collegamento col comando militare furono espletate da Leonardo Vismara conosciuto come Nando da Biel (nome di battaglia Raimondo), comunista. Nando, antifascista fin dall’avvento del regime, aveva anche partecipato alla guerra di Spagna, militando nelle file delle Brigate Garibaldi in difesa della repubblica spagnola contro le milizie franchiste.

Nel frattempo socialisti e comunisti intensificavano le ricerche di armi con cui dotare la propria organizzazione.

Il gruppo comunista (vedi le storie di Mario Bettega e Luciano Donghi) fu il primo in paese a organizzarsi per la lotta clandestina formando le SAP, comprendenti volontari lavoratori con un capo responsabile e affiancate dal Comitato di agitazione e propaganda, da cellule nei vari stabilimenti, dalle Donne Patriote, che diedero così valido aiuto alla causa, il tutto sotto controllo di un commissario politico. Successivamente le SAP furono aggregate al Corpo Volontari della Libertà come parte attiva della 119a Brigata Garibaldina Di Vona (Quintino Di Vona, insegnante salernitano, era stato fucilato a Inzago il 7 settembre 1944).

timbro 119 brigata Di Vona

In quel periodo a Monza, nel corso di un'azione di raccolta di armi, il socialista Davide Guarenti, che aveva abitato a Lissone per alcuni anni svolgendo l’attività di vigile urbano, venne arrestato con altri attivi antifascisti e portato nel campo di concentramento di Fossoli, dove venne fucilato il 12 luglio (vedi la sua storia).

Alle violenze tedesche si sommavano le ancora peggiori violenze perpetrate dalle varie polizie fasciste che la Repubblica di Salò aveva regalato al padrone nazista per i più bassi servizi.

Intanto gli inviti ai renitenti alla leva si erano fatti pressanti. Su ordine del CLNAI, l’11 giugno 1944, una squadra delle SAP portò a compimento un attentato: due fascisti vennero fatti oggetto di lancio di bombe a mano; uno morì immediatamente, l'altro dopo qualche giorno. Vennero arrestati quattro patrioti lissonesi: Pierino Erba e Carlo Parravicini, che furono fucilati in piazza a Lissone, Remo Chiusi e Mario Somaschini, che subirono la stessa sorte il giorno dopo in Villa Reale a Monza (vedi la loro storia). Negli stessi giorni fu pure arrestato Giuseppe Parravicini, sindacalista comunista, che, incarcerato a San Vittore e processato, fu deportato ad Auschwitz, da dove riuscì a tornare; debilitato nel fisico, parteciperà comunque come membro del CLN lissonese alle ultime fasi della Liberazione (vedi la testimonianza del figlio Ermes).

Il Comitato lasciò placare la reazione fascista per poi riprendere la sua attività clandestina.

Mentre la popolazione doveva soffrire e tacere, alcuni si arricchivano con la compiacente tolleranza fascista. Il Comitato stilò un elenco di borsaneristi, indagò su chi teneva scorte e collaborava con i nazifascisti in altri modi.

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Dalla metà di giugno del 1944 alla Liberazione l'attività del CLN fu molto intensa. Ne sono testimonianza i verbali delle riunioni del Comitato: oltre alla propaganda, al reclutamento e alla raccolta di mezzi finanziari, il CLN lissonese si occupò dell’assistenza materiale e morale alle famiglie bisognose dei perseguitati politici, dei richiamati, dei renitenti e dei prigionieri militari e civili. Era inoltre necessario preparare i quadri dell'amministrazione comunale provvisoria che alla Liberazione avrebbe assunto i poteri: consiglio comunale, giunta e Sindaco. In quei momenti era altresì importante la ricerca di armi per la mobilitazione degli organismi militari da impiegare in eventuali azioni di guerra.

Gli Alleati continuavano la loro offensiva verso il Nord, nonostante la forte resistenza dei tedeschi: il 4 giugno 1944 entravano in Roma. L’attacco alla Germania nazista continuava ora anche dal nord Europa: il 6 giugno aveva inizio l’operazione “Overlord”, nome in codice dello sbarco in Normandia.

N° 13 sbarco Normandia 

L’annuncio dello sbarco alleato in Normandia

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 08:53

Ma intanto, in Lombardia, il Comando Militare germanico si occupava anche dei piccioni viaggiatori! Il 10 luglio 1944 invia la seguente comunicazione a tutti i podestà della provincia di Milano:

«In sostituzione delle precedenti disposizioni che prevedevano la consegna e l’abbattimento dei colombi viaggiatori, per mantenere in vita questi preziosi animali si dispone che a tutti i piccioni viaggiatori vengano tagliate le ali e che i proprietari e allevatori si notifichino ...»

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L'attività propagandistica del CLN lissonese prese corpo attraverso la creazione di cellule che svolsero la loro attività sul posto di lavoro, nei ritrovi giovanili e nelle associazioni, distribuendo la stampa clandestina dei partiti, fogli ciclostilati e volantini. Vennero inviate lettere ad associazioni come la Società Ginnastica Pro Lissone e la Famiglia Artistica ma anche a ditte e aziende che si sapeva o si supponeva lavorassero per la guerra o peggio per i tedeschi, con lo scopo di illustrare gli ideali del movimento e per dissuadere e scoraggiare la loro cooperazione con i nazifascisti.

Un'azione che ebbe una vasta risonanza propagandistica fu effettuata nella ricorrenza dei defunti il 2 novembre 1944.

Di Agostino Frisoni, membro comunista del CLN lissonese, fu l’idea di onorare i quattro giovani lissonesi fucilati nel mese di giugno, a dimostrazione della presenza antifascista in Lissone e in segno di sfida alle autorità nazifasciste. Un volontario scavalcò di notte le mura del cimitero e depose sulla loro tomba una corona di fiori con un cartoncino tricolore recante la scritta “Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia”. Nonostante la pioggia battente, nel pomeriggio sul posto fu un accalcarsi di gente.

Alla fine del 1944 Lissone giunse a contare circa 1.800 sfollati, per la maggior parte provenienti da Milano. Molte famiglie cercarono di reperire ricoveri per i nuovi venuti, arrivando spesso ad ospitarli nei locali occupati da parenti e famigliari.

Intanto al problema degli sfollati si aggiunse quello dei profughi delle terre occupate dagli Alleati, anche loro bisognosi di ospitalità. I nuovi arrivati, che nel febbraio del 1945 superavano di poco le cento unità, vennero ospitati in buona parte nei locali della scuola elementare di Via Aliprandi e presso alcuni privati, mentre nel cine-teatro Impero della Casa del Fascio si organizzarono spettacoli per raccogliere gli aiuti necessari al loro sostentamento.

Con il 1° dicembre 1944, per ordine del Provveditore agli Studi, l’orario scolastico viene ulteriormente ridotto a tre ore settimanali in due giorni, il martedì ed il venerdì, per mancanza di riscaldamento.

La riduzione dell’orario e i frequenti allarmi aerei rendono problematico lo svolgimento del programma didattico. Scrive una maestra: «La frequenza è buona, ma gli allarmi aerei si susseguono in modo esasperante, da togliere la volontà di affrontare i rigori della stagione per venire a scuola. La mancanza completa di riscaldamento rende impossibile una buona lezione, ogni tanto qua e là, sussulta qualcuno con brividi, e quest’oggi per ben due volte si sospende la lezione per gli allarmi, un terzo allarme mi coglie negli ultimi momenti delle lezioni».

  N° 15 situazione classe nuova sede

«Dalle scuole di Via Aliprandi vengo trasferita in un salone della Casa del Fascio. Si è molto disturbate in tempo di lezione per l’andirivieni di molte e molte persone ché tutte passano davanti alla mia aula. Il freddo è intenso, le bambine hanno quasi tutte la tosse. Da dieci giorni siamo in questa nuova sede, manca inchiostro, coi banchi strettissimi che le bambine ci stanno a mala pena. Nessuna minima comodità ci circonda, così anche le lezioni rimangono frequentemente infruttuose».

Nel loro lento ritiro dal territorio italiano, numerose sono le stragi compiute dai nazisti con la collaborazione dei fascisti italiani della Repubblica Sociale. Popolazioni inermi, anziani, donne e bambini vengono uccisi in varie località: a Sant’Anna di Stazzema le vittime furono 560, 1830 a Marzabotto. Gli innumerevoli delitti e gli orrori, terribili e gravissimi, perpetrati dalla Wehrmacht e dalle SS rispondevano alle direttive emanate, nel luglio del 1944, dal comandante delle truppe tedesche in Italia, Albert Kesserling, che consentivano il più largo uso della violenza contro i civili.

I bombardamenti ferivano le principali città dell'Italia settentrionale, ma non colpirono mai Lissone, fatta eccezione per un mitragliamento avvenuto nei pressi della stazione (novembre 1944), senza gravi conseguenze, al di là del comprensibile spavento dei presenti.

I bombardamenti aerei delle città, che colpivano indiscriminatamente tutta la popolazione, costituivano il punto più scottante nei rapporti con gli Alleati. I bombardamenti recavano danni immensi agli italiani, minimi ai tedeschi e costavano notevolmente agli anglosassoni.

A Lissone, l'assistenza alle famiglie bisognose, sia pure nei ristretti limiti delle disponibilità finanziarie del CLN, si svolse con regolarità e scrupolosità: per il Natale del ‘44 il Comitato elargì un contributo più sostanzioso dei precedenti alle famiglie povere colpite dai provvedimenti fascisti; furono così distribuite una cinquantina di buste contenenti denaro, raccolto fra simpatizzanti, e inviti alla lotta.

In quei giorni quattro prigionieri di guerra russi, sfuggiti ai tedeschi, furono nascosti in un cascinale da un partigiano, che con un compagno li assisté per una decina di giorni fino al momento in cui il CLN organizzò la loro fuga fra le fila dei partigiani combattenti sui monti.

Col sopraggiungere dell’inverno il fronte che opponeva gli Alleati ai tedeschi si era attestato sulla cosiddetta “linea gotica”, che partiva dalle Alpi Apuane, a nord di Pisa, e raggiungeva il mare Adriatico a nord di Ravenna.

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 07:58

1945

Le condizioni della popolazione lissonese destavano molte apprensioni, considerato che tra il 1944 e la primavera del 1945, nelle relazioni mensili sull'attività amministrativa e politica del Comune, le preoccupazioni del Commissario prefettizio erano più di natura sociale che politica. L'inquietudine delle locali autorità era generata specialmente dalla penuria di alimenti, particolarmente aggravate dall'insufficienza o totale mancanza dei mezzi di trasporto necessari per ritirare i generi dalle località lontane. La distribuzione alimentare per la popolazione era garantita dai grossisti e dai dettaglianti posti sotto il controllo del Comune, che gestiva l’ufficio tesseramento ma non impediva alla borsa nera di prosperare. Tra il novembre del '44 e il marzo del '45 la situazione si aggravò, in quanto vennero a mancare la farina gialla, il riso e il sapone, mentre tutti gli altri prodotti arrivavano con sensibile ritardo. Alla fame si aggiunse presto il freddo causato dalla mancata distribuzione della legna da ardere.

A febbraio si toccò il punto più critico, ben sottolineato dalle parole del commissario prefettizio Giovanni Ruffini, in carica dal 26 luglio del 1944: «Dei generi contingentati è stato distribuito solo il formaggio. E' necessario provvedere, se le disponibilità lo consentono, a qualche distribuzione di carne bovina e conserva di pomodoro».

In marzo venne istituita la quarta mensa di guerra ospitata in territorio comunale.

Grande impegno richiedeva al CLN lissonese anche la scrupolosa preparazione dei quadri dirigenti dell'amministrazione comunale che nell'immediato periodo postinsurrezionale avrebbe dovuto assumere la direzione del paese. A parte la difficoltà di trovare gli uomini che, dopo una mancanza ventennale di democrazia, potessero degnamente rappresentare tutta la popolazione, si trattava di stabilire l'equa rappresentanza dei partiti nel Consiglio Comunale e soprattutto fissare a quale partito dovesse appartenere il Sindaco.

Nei primi mesi del 1945 gli incontri clandestini divennero numerosi. Quelli che avvenivano fra persone che si sapeva essere di idee contrarie al regime non potevano non sollevare sospetti e dovevano effettuarsi con molta cautela: diverse riunioni si svolsero così sulle panchine della stazione di Monza o del piazzale prospiciente la stessa, come fra persone in attesa del treno. Invece le riunioni del CLN avvenivano, specie durante la stagione invernale, nella casa di Gaetano Cavina, la quale offriva, in caso di pericolo, la possibilità di eclissarsi attraverso i tetti.

L'attività relativa alla ricerca di armi e per i collegamenti militari veniva affidata dai singoli partiti del CLN ad un loro incaricato, che si metteva in contatto con il comandante politico della 119a Brigata Garibaldi nella persona del geometra Riccardo Crippa (nome di battaglia Ettore).

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Nonostante tutte le precauzioni e le cautele con cui si agiva, proprio nei giorni precedenti la Liberazione si verificò un episodio che portò un certo scompiglio fra i responsabili del movimento clandestino lissonese: l’arresto, avvenuto il 19 aprile, di un gruppo di patrioti. Tradotti alla Villa Reale di Monza, furono sottoposti a duri interrogatori, malmenati, addentati da cani aizzati dagli aguzzini e bastonati per ottenere una confessione. In seguito all'uccisione di un sottufficiale tedesco a Muggiò, per rappresaglia rischiavano la fucilazione. Per quell'arresto Lissone avrebbe potuto piangere altri fucilati. La situazione si fece drammatica anche per i componenti del CLN, che, avvertiti del grave pericolo che correvano perché ormai indiziati, si dispersero spostandosi giorno e notte alla periferia del paese. Ma la fine della guerra in Italia era ormai prossima.

Il 25 aprile 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione generale ed emanò il decreto dell'assunzione di tutti i poteri da parte dei Comitati di Liberazione regionali, provinciali e cittadini.

Il CLN lissonese si riunì per l'ultima volta clandestinamente il 24 sera ed il 25 mattina lanciò al popolo il proclama della Liberazione, stilato da Nino Cavina, mentre venivano liberati gli ultimi patrioti detenuti alla Villa Reale.

Il maestro di una quinta elementare di Lissone, nei giorni seguenti la Liberazione, ha scritto sul “Giornale della classe”: «Il 25 aprile 1945 l’Italia settentrionale veniva liberata dal terrore nazifascista … Da quel giorno, finalmente la Scuola ha ripreso il suo carattere di seria educatrice della gioventù …».

 

CLN Lissone e I amministrazione 

I componenti del primo Consiglio Comunale dopo la Liberazione: in primo piano i membri del CLN locale

 

 

Il 27 aprile 1945 i membri del Comitato di Liberazione di Lissone, Agostino Frisoni, Attilio Gelosa e Gaetano Cavina, si ritrovarono in mattinata nel palazzo comunale per predisporre l'insediamento del Consiglio che, con i responsabili dei tre partiti, avevano delineato nella clandestinità. Sindaco prescelto fu Angelo Arosio Genola. Lissonese, cattolico, conduceva in proprio una bottega di falegnameria. Nato nel 1891, a vent'anni aveva partecipato alla prima guerra mondiale rimanendo ferito. Moderato, antifascista da sempre, fu tra i primi ad impegnarsi per la ricostruzione del Partito Popolare, che dal 1942 si trasformò in Democrazia Cristiana. Il 28 aprile, Sindaco e giunta si presentarono alla cittadinanza con questo proclama:

«Lissonesi, grazie alle forze della Liberazione e della Insurrezione si inizia per il nostro paese un nuovo ordine che vogliamo sia di Libertà e Giustizia. Nell'assumere oggi per l'autorità del C.L.N.

l'Amministrazione straordinaria del Comune, sentiamo il dovere di rivolgervi un saluto fraterno e amoroso. Portiamo nel cuore i nostri soldati morti, mutilati, prigionieri, internati e reduci ed i lutti e dolori che vi affliggono con un vivo desiderio di operare per il bene di tutti.

Cittadini, il compito è arduo, bando agli individuali risentimenti, collaborate alla restaurazione pronta e duratura delle rovine accumulate dalla disastrosa politica dittatoriale. Certi della buona volontà dei Lissonesi e confidando nell'aiuto di Dio ci mettiamo al lavoro. Viva l'Italia, Viva la Libertà, Viva la Giustizia».

N° 17 manifesto 280445 

Manifesto del 28 aprile 1945

 

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 07:00

Il 29 aprile i lissonesi si ritrovarono nella piazza centrale in occasione del passaggio di alcuni carri armati americani: le autorità cittadine civili e religiose avevano preso posto sulla balconata della Casa del Popolo (l'ex Casa del Fascio).

Alleati 29 05 45  Alleati a Lissone

 

E il primo maggio 1945, in Piazza Libertà, in quei  giorni chiamata Piazza Quattro Martiri a ricordo dei partigiani fucilati nel giugno 1944, si svolse una imponente “festa del lavoro”, la prima festa del lavoro dell’Italia libera, alla quale parteciparono in sfilata le formazioni partigiane oltre ai rappresentanti dei ricostituiti sindacati e dei partiti politici.

N° 18 Lissone I maggio 1945  N° 19 I maggio 1945

Primo maggio 1945: sfilata per la festa del lavoro

 

La sera del 3 maggio, il CLN insediò ufficialmente la nuova Giunta Municipale. Al sindaco Angelo Arosio si affiancava come vicesindaco Giuseppe Crippa, comunista, all'Amministrazione andò Federico Costa, socialista. La Giunta fu completata da Mario Camnasio (Dc) all'Annonaria, Emilio Colombo (Psi) ai Lavori Pubblici e Giulio Meroni (Pci) all'Assistenza, ai quali si aggiunse il ragionier Giulio Palma, rappresentante del Partito liberale, quale assessore supplente. Nando Vismara fu consigliere dell'Annonaria.

Il giorno dopo sui muri del paese veniva affisso un manifesto a firma del Sindaco con il seguente contenuto:

«Cittadini! Il regime scomparso ci ha lasciato in eredità rovine, lutti, miserie e una situazione alimentare estremamente disastrosa. Questa Amministrazione Comunale si propone di fronteggiarla e superarla; ma, per farlo, ha bisogno della Vostra cooperazione. Voi tutti, o Cittadini, dovete affiancare l’opera di questa Amministrazione per evitare che la gravità eccezionale del momento si trasformi in una calamità pubblica. Tutti coloro che, avendo avuto delle possibilità, posseggono oggi delle scorte di generi alimentari (frumento, granoturco, riso, farine, zucchero, olio, grassi, ecc.) devono conferirle in Comune, dietro pagamento, per il bisogno impellente della popolazione ...»

La situazione del paese era grave: la maggior parte della popolazione rischiava la fame e le casse comunali non erano certamente floride: notevoli erano state le spese sostenute dall'Amministrazione lissonese durante il periodo dell’occupazione tedesca.

Nei giorni seguenti la Liberazione, nonostante i ripetuti appelli alla calma lanciati dal Comitato di Liberazione Nazionale, la rabbia vendicativa, accumulata per mesi, trovò sfogo appena le circostanze lo consentirono. Seguì un mese di giustizia sommaria. Ragazzi di vent'anni o padri di famiglia pagarono con la vita la scelta di continuare a stare dalla parte di chi aveva elevato la violenza e l'efferatezza a sistema, di chi volontariamente e oggettivamente si era asservito ai nazisti divenendo corresponsabile del saccheggio del patrimonio nazionale, delle deportazioni, delle stragi, delle rappresaglie, delle torture, delle impiccagioni e delle fucilazioni.

Anche a Lissone la giustizia sommaria ebbe, nei giorni seguenti il 25 aprile, il suo tragico corso. Ne furono vittime:

Ennio Arzani, impiegato, di anni 29, Luciano Mori, geometra, segretario del Fascio di Lissone, di anni 45, Giuseppe Tempini, maresciallo dei Carabinieri in pensione, di anni 55, Guglielmo Mapelli, meccanico, di anni 37, Fausto Gislon, falegname, di anni 41.

* * *

La guerra aveva avuto un costo umano ed economico di notevoli proporzioni.

I numeri non hanno anima, ma quelli dei lager e della guerra contengono tutto il dolore dell’uomo.

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L'Italia ha avuto, tra militari e civili, trecentocinquantamila morti e centotrentamila dispersi. Ottocentomila, tra operai e militari italiani, furono deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943.

Ai morti vanno aggiunte le distruzioni materiali, le devastazioni di incalcolabili ricchezze, di un immenso patrimonio creato dal lavoro e dalla intelligenza dell'uomo. Il Paese era da ricostruire: settecento chilometri di ferrovia distrutti o danneggiati, persi un milione e novecentomila vani, più di diecimila tra ospedali, cinema, alberghi e teatri. Oltre quarantaduemila chilometri di strade sono impraticabili. Diciannovemila ponti risultano abbattuti, novecento acquedotti non funzionano più. Mancano 28 mila chilometri di linee elettriche.

Il totale dell’immane carneficina che è stata la seconda guerra mondiale è spaventoso: oltre 55 milioni di morti, di cui 25 milioni di soldati e 30 milioni di civili.

Nei 12 anni di regime nazista furono sterminati nei campi di concentramento circa 6 milioni di ebrei. Gli internati furono, in totale, 7.500.000.

Molti paesi furono ridotti nella più completa rovina, con le città trasformate in un cumulo di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.

La lotta contro il regime dittatoriale fascista e per la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista era costata la vita di tanti giovani che hanno scritto con il loro coraggio e perfino con il loro sangue una pagina tragica e magnifica della nostra storia.

La guerra di Liberazione è nata dalla confluenza di due elementi diversi: le correnti antifasciste che si erano opposte alla dittatura durante il ventennio e le masse popolari, in uniforme e non, il cui malcontento verso il fascismo si era manifestato in modo sempre più acuto nel corso della seconda guerra mondiale.

La guerra di Liberazione non scoppiò come una guerra tradizionale, con un atto formale, ma nacque come moto spontaneo.

Resistenti furono i militari italiani che combatterono a Cefalonia e che vennero trucidati dai nazisti, i militari che combatterono al fianco degli Alleati nel Corpo Italiano di Liberazione, gli oltre 600.000 soldati italiani che, rifiutando di combattere a fianco dei nazisti, finirono nei lager tedeschi.

Quarantacinquemila sono stati i partigiani italiani uccisi o caduti in combattimento.

Importante è stato il contributo delle donne: trentacinquemila sono state le donne partigiane.

Vent’anni di oppressione fascista sboccarono non in episodiche rivolte ma nel più grande movimento armato di massa dell’Europa occidentale.

Gli Alleati, che ebbero un peso determinante nella vittoria finale della guerra, al termine del conflitto hanno riconosciuto il grande contributo militare della Resistenza.

La parte migliore del popolo italiano aveva riconquistato, per tutta la Nazione, la dignità perduta dopo venti anni di regime fascista e tre anni di guerra al fianco di Hitler.

L’Italia è così diventata un paese democratico. Questi valori di democrazia e di rispetto della persona umana vennero sanciti nella Costituzione, promulgata nel 1948 e divenuta fondamento della nostra convivenza politica e civile.

 

* * *

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

 

Salvatore Quasimodo

 

 

Vendredi 28 janvier 2011 5 28 /01 /Jan /2011 06:10
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